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CAPITOLO X

1. Un invito del vescovo di Gaeta. 2. Alla Madonna della Catena. 3. Anche qui autorizzato a predicare. 4. Una breve visita al Castellazzo. 5. Assistono al miracolo di S. Gennaro. 6. Vanno a Troia chiamati da Mons. Emilio Cavalieri. 7. A Roma per l'Anno Santo.

(1723 - 1725)

UN INVITO DEL VESCOVO DI GAETA

L'ammirabile vita che conducevano nella solitudine i nostri due anacoreti, l'ardente zelo per riportare anime a Dio attirarono ben presto la venerazione di tutti. Si parlava con ammirazione di questi uomini straor­dinari, e in poco tempo si sparse anche da lontano la fama che sul Monte Argentario vivevano due solitari di una virtù degna dei primi tempi della Chiesa.

Tutte queste meraviglie ispirarono al vescovo di Gaeta, Mons. Carlo Pignatelli, un vivo desiderio di chiamarli nella sua diocesi per il bene spirituale del suo gregge. E scrisse a Paolo una lettera con la quale lo spingeva fortemente a venire col fratello presso di lui. « Troverete, aggiunge, un luogo adatto per la vostra vocazione e potrete lavorare molto per la gloria di Dio e la salvezza delle anime ».

Al nostro Santo piace la sua cara solitudine del Monte Argentario, ma quest'invito di un vescovo non verrebbe esso dal cielo? Dopo aver consultato il Signore nella preghiera, credette dover accettare. Va col fratello a chiedere il permesso di partire al vescovo di Sovana Mons. Salvi, che, molto afflitto, diede loro lettere testimoniali nelle quali riassumeva in poche parole la loro vita apostolica. «Chiamati Poveri di Gesù, diceva il prelato, essi non hanno per abito che una ruvida tunica di lana, senza mantello, senza bastone, senza bisaccia; si mettono in viaggio completamente scalzi e con la testa nuda; menano vita contemplativa e attiva; lavorano per il bene delle anime » (1).

(1) La lettera commendatizia di Mons. Salvi, vescovo di Pitigliano porta la data del 27 giugno 1723.

 

I due servi di Dio partirono dunque per Gaeta verso la fine del mese di giugno 1723. Crediamo che sia durante questo viaggio che essi fecero la conoscenza del Cardinale Alvaro Cienfuegos, spagnolo e religioso della Compagnia di Gesù. Abbiamo infatti alcune lettere nelle quali l'illustre cardinale manifesta ai due Poveri di Gesù la più cordiale amicizia, aiutandoli con i suoi consigli. Conosceva dunque il santo progetto che Paolo stava maturando nel suo pensiero.

 

ALLA MADONNA DELLA CATENA

Appena arrivati a Gaeta si guadagnarono tutti i cuori. Bastava vederli per concepire di questi due servi di Gesù un'idea superiore a quanto ne aveva detto la fama. Quei volti ancora nel fiore della giovinezza, di un'angelica modestia, di un'umiltà profonda e di un'amabile austerità; quella tunica di stoffa grossolana con una cintura alla quale era sospeso il breviario, rinchiuso in una borsa; il Crocifisso sul petto e i piedi nudi, tutto in essi predicava il disprezzo del mondo e la penitenza. C'era nel loro linguaggio un non so che di meravigliosamente dolce e forte che attirava e penetrava insieme i cuori, ispirando l'amore alla virtù (2).

II vescovo felice come se avesse trovato un tesoro, volle che prendessero dimora nel suo palazzo. I due religiosi per obbedienza vi dimorarono per qualche tempo, ma come in un deserto. Dopo un pasto leggero e un breve riposo sulla nuda terra, col breviario per guanciale, andavano in chiesa e là in ginocchio davanti il SS. Sacramento, passavano i giorni nella contemplazione dell'amore infinito di Gesù, con grande edificazione del popolo.

Ma la solitudine attirava sempre le loro anime che aspiravano a vivere nascoste agli occhi del mondo. Ed ottennero dal vescovo il permesso di ritirarsi in un eremo chiamato la Madonna della Catena.

Sopra un'amena collina rivestita di oliveti che si eleva vicino alla spiaggia e in fondo al bacino formato ad occidente del promontorio di Gaeta, a circa due chilometri da questa città, sorge un magnifico romitorio. Diviso in molte celle, offre l'aspetto di un monastero con una piccola, ma graziosa chiesa consacrata alla Madre di Dio. Fu una volta abitato da S. Nilo e dai monaci basiliani, suoi discepoli, ma all'epoca in cui siamo, un chierico e un romito erano i soli guardiani di questo pio santuario.

(2) S. 1. 65 § 2.

 

Il prelato veniva spesso a visitare Paolo e Giovan Battista, perché trovava diletto nella loro conversazione. Per disimpegnarli dalle cure materiali della vita, incaricò un chierico, Tommaso Ricinelli. «I Poveri di Gesù», benché sensibili a tanta bontà, non accettarono i suoi servigi che per atti di carità verso il prossimo, mai per se stessi; gelosi della santa povertà, non vollero derogare al loro modo di vivere (3).

Erano sempre le austerità del Monte Argentario. Un testimonio che li aveva visti da vicino, ha deposto nei processi che era stato molto meravigliato di una vita così crocifiggente per la natura. «Li vedevo, dice, prendere un breve riposo sulla nuda terra con una pietra sotto la testa; il loro digiuno era quotidiano e molto rigoroso: un po' di pane e di acqua con una zuppa di legumi o di erbe, sempre condita di mortificazione. Se avevano l'olio, mancava il sale; se avevano il sale difettava l'olio. Spesso ancora mettevano cenere nei loro alimenti per aumentarne l'amarezza. Alla sera prendevano tre once di pane ciascuno, e null'altro. Quando le elemosine erano abbondanti, non serbavano per essi che il necessario per ogni giorno, e facevano distribuire il superfluo ai poveri. Così accadde qualche volta che, non ricevendo nulla, passassero tutto il giorno senza nutrimento alcuno. Se qualche benefattore con delicata at­tenzione, offriva loro alimenti ghiotti, come carne, pesce e simili cose, rifiutavano gentilmente dicendo: questo non è fatto per noi , e quando non potevano rifiutare, li mandavano ai poveri.

Un giorno il vescovo per dare un po' di tregua alle loro aspre penitenze, mandò un pasticcio di gusto squisito. Quando questo piatto apparve sulla tavola Paolo l'ammirò e disse: Meditiamo un po' su questo sog­getto e consideriamo che noi non siamo degni di questo alimento, perché è troppo delicato e troppo ben confezionato . Lo prese rispettosamente nelle sue mani e lo portò all'abate Ricinelli, pregandolo di farne dono al primo povero che sarebbe passato. In questa occasione si vide come il Signore rivelasse a Paolo le cose segrete. L'abate diede il piatto a un povero di nome Angelo. Costui vedendosi offrire un cibo che non conosceva, credette dapprima che si prendesse in giro e non si risolvette ad accettarlo, se non quando gli si disse che tale era la volontà del P. Paolo. Poi partì felice ripromettendosi un sontuoso banchetto.

(3) S. 2. 52 § 241.

 

Ma un vecchio goloso e avido seguiva il povero e il piatto. Il pasticcio...! tutto intero...! neppure un pezzetto...! Terribile tentazione! L'eretta Biagio non si contiene più. In fretta per un sentiero nascosto, corre, arriva più presto alla via..., aspetta, e si fa dare una buona porzione di quella leccornia che mangia di nascosto. Dopo essersi ben asciugate le lab­bra, rientra nell'eremo senza timore, sicuro che nessuno l'avesse potuto vedere-Ma Paolo gli si presenta con aria severa e lo rimprovera per essersi egli lasciato vincere da una vile tentazione. Il colpevole confuso, confessò la sua colpa con grande meraviglia degli altri compagni del Santo che sapevano benissimo ch'egli non aveva potuto conoscere il fatto che per una luce superiore (4).

All'eremo della Madonna della Catena la vita dei nostri due solitari era quasi tutta impiegata nell'orazione o nella lettura di qualche libro spirituale. Facevano quegli esercizi in un piccolo coro situato al di sopra della porta della chiesa. Posso dunque dire che la loro vita era una preghiera continua.

Paolo avendo scoperto una piccola grotta in mezzo alle rocce che circondano il mare, vi pose un'immagine della S. Vergine. Questo segreto rifugio divenne per lui un santuario dove passava nei più dolci colloqui col cielo tutto il tempo libero dagli esercizi comuni e si abbandonava a macerazioni e a discipline così crudeli, che la roccia portava l'impronta del suo sangue (5).

Qualche volta il demonio soffiò sulla sua anima tempeste più furibonde di quelle del mare che egli aveva sotto gli occhi. Ma Paolo, lon­tano dall'abbandonare la sua solitudine, vi si affezionava sempre più immergendo la sua anima nell'oceano dell'infinita bontà, e colui che co­manda ai venti e alle tempeste faceva ritornare la calma nel suo cuore. Il rigore di queste austerità aveva ridotto i due solitari ad un'estrema magrezza. Ma in quest'indebolimento del corpo la loro anima trovava nuove energie e più la natura era nella sofferenza, più l'amor divino l'inondava di delizie (6).

Si veniva spesso a visitarli nella loro solitudine. Essi accoglievano tutti con quella gentilezza squisita e sincera che non è che il fiore della carità.

(4) S. 1. 646 § 1-5

(5) S. 1 86 § 31.

(6) S. 1. 647§ 13.

Sempre alla presenza di Dio, essi sapevano rivolgere i loro discorsi verso le cose spirituali per portare il prossimo alla virtù. Non volendo mai allontanarsi dalla via dell'obbedienza, si erano messi sotto la direzione di un sacerdote ripieno di spirito di Dio e avevano votato al loro vescovo una perfetta sottomissione.

 

E' AUTORIZZATO A PREDICARE

Felice di possedere questi due servi di Gesù Cristo che diffondevano un sì dolce profumo di santità, il prelato non potè risolversi a lasciare nella solitudine i doni straordinari del cielo che scopriva in essi. Dietro suo ordine i due apostoli venivano regolarmente alla cattedrale per fare il catechismo ai fanciulli e istruzioni a tutti i fedeli. Al primo invito che loro si faceva essi accorrevano ad ogni ora del giorno e della notte presso i moribondi; prodigavano i servigi più umili, li disponevano agli ultimi sacramenti e non li abbandonavano, finché non avessero reso l'ultimo respiro (7).

Un tale eroe di carità è fatto per formare gli altri al sacrificio. Il vescovo lo comprese e persuaso che nessuno avrebbe potuto penetrare meglio i suoi leviti della sublime idea del sacerdozio, gli fece predicare il ritiro preparatorio all'ordinazione. Questa deroga all'uso della Chiesa, sollevò qualche critica. Stupiva che il vescovo affidasse a un semplice religioso non ancora rivestito del carattere sacerdotale il compito di predicare ai suoi chierici, ma i sacerdoti più distinti per dottrina e per virtù (ed erano il maggior numero) applaudirono alla scelta; essi sapevano quanto i discorsi di Paolo erano ripieni dello spirito di Dio e quale salutare influenza avrebbero esercitato su quelle future generazioni di apostoli (8).

Paolo obbedì. Gli ordinandi che l'ascoltavano come un santo, ricavarono grandissimo frutto da quel ritiro, e la condotta del prelato fu così pienamente giustificata.

(7) Abbiamo omesso un fatto che è un po' troppo forte per chi non ha lo stomaco di certi santi.

(8) POR. 353.

 

TORNANO BREVEMENTE AL CASTELLAZZO

Durante questo apostolato del Santo a Gaeta, un suo parente che abitava a Castellazzo, era esposto al pericolo di perdere l'anima.

L'unica speranza era la mediazione di Paolo e del suo fratello. Grandemente afflitti da questa dolorosa notizia, non esitarono ad affrontare le fatiche di un penoso viaggio e partirono nel mese di ottobre del 1723 (9).

Erano appena arrivati e il P. Gian Battista si ammalò. Si ritirarono all'eremo di S. Stefano e vi dovettero restare fino al mese di marzo del 1724 (10). Paolo ne diede avviso al Card. Cienfuegos che era sempre pieno di bontà per i due fratelli ai quali rispose in questi termini: « La di loro graditissima mi sarebbe giunta per ogni parte desiderata ed accetta, se non mi avesse dato contezza della indisposizione del fratello Giovanni Battista. Pure so bene che tutte le visite del Signore giocondissime e sospirate al di loro buon cuore sempre arrivano» (11).

Compiuta la loro missione di carità, si rimisero in cammino. Nel suo passaggio per Genova, il Santo fece una predizione alla madre dell'arcivescovo Saporiti. Questa pia donna avendo visto il Servo di Dio in chiesa, fu colpita dalla sua modestia ed ebbe il desiderio di conferire con lui. Comunicò il suo pensiero a suo figlio, l'arcivescovo, che biasimò il suo disegno come effetto di semplice curiosità. Ella insistette a voler soddisfare la sua pietà. Si sarebbe detto ch'ella presentisse la grazia che avrebbe trovato nel suo colloquio con Paolo. Egli infatti l'avvertì che poteva preparare la sua anima a comparire davanti a Dio nella prossima festa di S. Giuseppe. Poco tempo dopo si ammalò e morì il giorno predetto.

Mons. Saporiti raccontò il fatto a un ecclesiastico che lo depose con giuramento nei processi. Potrebbe darsi, dice S. Vincenzo Strambi, che questa predizione fosse stata fatta in occasione di qualche altro viaggio, ma ciò nulla rileva né diminuisce la certezza della predizione (12)..

Al ritorno in Gaeta, Paolo predicò la quaresima in cattedrale. L'uditorio fu immenso; l'apostolo parlò con tanto ardore dell'amore infinito di Gesù nell'Eucaristia e dei dolori della sua Passione, che le lagrime ed i gemiti degli uditori si univano alle lagrime ed ai gemiti del Santo. Si diceva: Se non diventiamo santi ai discorsi di quest'uomo di Dio, non lo diventeremo più (13).

(9) POV. 117.

(10) Lt. I, 33, 59.

(11) Boll. 1929 p. 150.

(12) S. 1. 822 § 9; VS. p. 50.

(13) S.2. 53 § 243.

 

ASSISTONO AL MIRACOLO DI S. GENNARO

Dopo Pasqua all'avvicinarsi della festa di S. Gennaro, i due fratelli andarono a Napoli per venerare le reliquie di questo grande martire. Il segretario del vescovo, D. Tommaso Perrone, desiderava accompagnarli, ma a causa delle sofferenze alle quali era soggetto, non osava imbarcarsi per il mare. Paolo gli disse con sicurezza che non ne avrebbe provata alcuna. La traversata fu delle più felici per tutti. Il Servo di Gesù che approfittava di tutte le occasioni per portare le anime a Dio, fece di questo pellegrinaggio un apostolato. Marinai e passeggeri trovarono tanta delizia nella pietà dei suoi discorsi, che fu un dispiacere per loro essere arrivati tanto presto a Napoli.

I due pellegrini ricevettero ospitalità presso i genitori del segretario. Nel giorno della solennità la loro modestia e il loro raccoglimento nella santa cappella insegnarono a tutti il vero modo di onorare le reliquie dei santi. Testimoni della liquefazione del sangue prezioso, baciarono con profondo rispetto la sacra ampolla. I dieci giorni che passarono a Napoli li santificarono con esercizi di pietà, diffondendo il buon odore di Gesù Cristo. Il popolo era così convinto della loro santità, che si stringeva loro intorno per vederli e parlare con essi.

Alla vigilia della loro partenza da Napoli, mentre aspettavano il vento favorevole presso il comandante della barca sul piccolo molo, ci fu non piccola folla venuta per avere la consolazione di baciare la loro veste o la mano. Nella impossibilità di sottrarsi a queste dimostrazioni che ferivano la loro umiltà, Paolo e Gian Battista volendo che tutto andasse a gloria di Dio, raccomandarono di pensare spesso alla Passione di Gesù, e alle donne dissero di custodire la modestia cristiana che deve essere il loro più bell'ornamento. .

Arrivarono a Gaeta dopo un viaggio santificato come il primo. Il segretario del vescovo si offrì di pagare per essi l'andata e il ritorno, ma il comandante rifiutò, troppo felice, disse, di aver portato due grandi Servi di Dio (14).

Mentre il nostro Santo riprendeva la sua vita di solitudine a nostra Signora della Catena, Iddio gli preparava uno dei suoi più grandi favori. Anche questa volta un santo vescovo doveva essere lo strumento della Provvidenza per l'opera dell'Istituto.

(14) S. 1. 66 § 57.

 

VANNO A TROIA CHIAMATI DA MONS. CAVALIERI

La diocesi di Troia nel regno di Napoli era allora governata da un prelato di rara dottrina e di eminenti virtù. Quando egli faceva ricorso alla S. Sede per gli affari della sua diocesi, Clemente XI diceva subito: Bisogna accordargli ciò che chiede, il suo grande sapere e la delicatezza della sua coscienza non gli permette di chiedere cose che non possono giustificarsi con l'autorità e gli esempi degli antichi . Inno­cenzo XIII e Benedetto XIII lo chiamavano un santo. Questo venerabile vescovo era Mons. Emilio Cavalieri, zio materno di S. Alfonso de' Liguori. Quando giovane brillante, Alfonso prese la risoluzione di consacrarsi a Dio, il padre pregò il vescovo che deviasse il figlio dallo stato ecclesia­stico. Ecco la sua risposta: Caro cognato, anch'io ho abbandonato il mondo e rinunciato al mio diritto di primogenitura per salvare l'anima. Vedete dunque che non posso consigliare il contrario; mi crederei dan­nato . Queste parole ci rivelano la grandezza d'animo di un vescovo che si era votato al Signore nella vita religiosa prima di essere innalzato alla sede episcopale (15).

Apostolo infaticabile, prodigava la sua vita per la salute delle anime. La sua grande devozione e la leva del suo apostolato era Gesù Crocifisso, Gesù Eucaristia: la Croce e l'Altare. Da molto tempo aveva anzi concepito lo stesso disegno di Paolo della Croce: fondare cioè una Congregazione di sacerdoti consacrati alla Passione del Salvatore. Conobbe anche, per luce divina, che Dio avrebbe suscitato quest'ordine nella sua Chiesa. Ma chi sarebbe il fondatore, lui o un altro? L'ignorava.

Tali erano i suoi pensieri quando, per una ammirabile disposizione della Provvidenza, gli eventi portarono la luce nella sua anima.

Nel regno di Napoli e anche nella città di Troia il rumore pubblico raccontava grandi cose dei due servi di Dio, Paolo e Gian Battista. Si parlava soprattutto della loro devozione a Gesù Crocifisso, a Gesù Euca­ristia. Fu per questo che il santo vescovo si sentì preso da grande affetto per questi due sconosciuti. Pensando che questi apostoli della croce e del tabernacolo avrebbero fatto il più gran bene al suo popolo, scrisse loro una lettera affabile e convincente, invitandoli di venire ad evangelizzare il suo gregge.

(15) S. 1. 86 § 32.

 

sPrima di accettare i due fratelli credettero prudente prendere coniglio dal loro protettore, il Cardinale Cienfuegos, il quale rispose in questi termini: «Lodo la loro gita da Mons. vescovo di Troia, Pastore di tutta integrità. Concorro medesimamente nel savio sentimento del lodato prelato che loro asserisce, come la Misericordia di Dio Nostro Signore non sempre internamente ispira quello che vuole che i suoi servi facciano, ma che alle volte per vie esteriori indica ai medesimi la sua onni­potente volontà. Pregoli intanto quanto so e posso a volersi ricordare sempre di me nelle loro orazioni accette al Signore, il quale si degni di benedirli con la pienezza inenarrabile della divina sua grazia ». Roma, primo agosto 1724 (16).

Assicurato della volontà di Dio e col permesso del vescovo di Gaeta per il quale avevano tanta venerazione, Paolo e Gian Battista partirono per Troia. Non si potrebbe dire quanto abbiano sofferto lungo il viaggio che intrapresero durante gli eccessivi calori del mese di agosto. Gian Battista ebbe dei mali di testa che compromisero i suoi giorni e Paolo fu colpito da febbre violenta. Senza provviste e senza danaro, chiedevano l'elemosina. Ma non trovarono né pietà, né alloggio: una volta sola ricevettero due piccole monete. Queste privazioni però non alterarono la loro pazienza e il loro fervore. Avrebbero potuto abbreviare il viaggio così penoso, andando direttamente a Troia, ma la loro pietà li condusse al santuario del Monte Gargano, dove passarono la notte in preghiera, alla porta della caverna miracolosa, così celebre per l'apparizione dell'Ar­cangelo S. Michele. Là durante l'orazione il P. Gian Battista udì distintamente queste parole misteriose: « Visitabo vos in virga ferrea et dabo vobis Spiritum Sanctum» (17).

Era una rivelazione dell'avvenire che li attendeva: dure prove inter­rotte da grandi consolazioni. Nello stesso tempo però Iddio dava loro S. Michele per difensore. Paolo ebbe sempre per il Principe della milizia celeste una devozione speciale. Verso la fine della sua vita il glorioso Arcangelo gli apparve diverse volte. Un giorno che gli si mostrò tutto risplendente di luce, il Santo gli chiese s'egli proteggeva la sua anima e la Congregazione: «Ho sempre vegliato su l'una e sull'altra, rispose l'Arcangelo, e non mancherò di farlo per l'avvenire » (18).

(16) Boll. 1929 p. 150

(17) S. 1. 86 § 32

(18) PAR. 2374 in OAM. p. 205-207.

 

Questa storia ci offrirà presto numerose testimonianze della sua potente protezione e noi vedremo gli splendori della sua spada fiammeggiante. Così S. Michele è stato considerato dall'Istituto della Passione come uno dei suoi principali protettori.

Arrivati finalmente a Troia, il vescovo aperse loro le braccia della sua carità e li chiuse al cuore, facendo subito dare tutti i conforti necessari ai bisogni. I due servi di Dio incominciarono subito i loro devoti esercizi di adorazione davanti al SS. Sacramento. Il pio prelato, benché carico di infermità, si unì secondo le sue forze alle loro sante pratiche, come l'attesta il suo biografo. Così il santo vescovo « vide con inesplicabile conten­tezza molte anime infervorate trattenersi lungamente ai piedi dell'altare a venerare il suo Signore » (19).

Volendo aumentare i frutti che operavano gli esempi di Paolo che già per se stessi avevano una grande eloquenza, gli affidò, come già altri vescovi avevano fatto prima di lui, il ministero della parola. Sempre pronto a obbedire, il giovane apostolo, scortato da una piccola confraternita, se ne andava di notte a predicare sulle pubbliche piazze e nelle vie. Questa voce che si faceva sentire in mezzo alle ombre, era come un tuono che andava a risvegliare il peccatore dal suo colpevole letargo. L'effetto singo­lare prodotto da tali discorsi diede a Paolo l'idea di stabilire la pratica nelle sue missioni (20).

Al palazzo episcopale non si vedevano altri ornamenti che le immagini della Passione; i due fratelli vivevano come nelle loro povere celle. Se fosse stato possibile avrebbero reso anche più austeri i loro digiuni e le loro macerazioni perché essi avevano davanti agli occhi un vescovo che, per partecipare alle sofferenze di Gesù Crocifisso, non prendeva abitualmente che un po' di pane e qualche frutto; dormiva su nude tavole e trattava duramente il suo corpo. Paolo nella sua ammirazione lo considerava un santo immensamente caro a Dio. Gli aperse perciò il suo cuore, svelandogli il suo animo e le ispirazioni che aveva ricevuto dal cielo riguardo al nuovo Istituto della S. Croce e Passione di Gesù Cristo.

Fu vera luce per il santo vescovo. Eccolo dunque il fondatore di quella Congregazione ch'egli sapeva con certezza soprannaturale dover nascere nella Chiesa.

(19) VS. p. 55.

(20) S. 1. 87 § 34.

 

Colpito allora dai profetici trasporti del Vecchio Simeone, strinse Paolo tra le sue braccia e cantò il suo cantico: « Questa è un'opera tutta di Dio; vedrete gran cose; la vedrete uscire per vie occulte ed incognite» (21). Aggiunse che voleva liberarsi dal peso dell'episcopato, essere dei primi a rivestire il santo abito della Passione e che il suo desiderio sarebbe di veder fondata nella sua diocesi la prima casa del nuo­no Istituto.

Paolo gli sottopose le Regole, pregandolo di farvi qualche annotazione. Dopo averle lette il prelato vi mise come preambolo queste parole: « Ho letto con grande consolazione le Regole che mi avete comunicato. Ne ho provata una ancora più viva vedendole osservate. Mi è venuto il pensiero che forse il Signore in questi tempi nei quali ha affidato il governo della sua Chiesa ad un Vicario santo che desidera vedere ristabilito l'antico onore dell'ordine gerarchico, il Signore, dico, vuole con la vostra condotta e con quella dei compagni che vi destina giustificare la sua causa e lo zelo fervente di colui che tiene il suo posto sulla terra ». Da questo momento l'umile prelato riguardò Paolo come suo Supe­riore e ammirando in lui una rara saggezza, gli aperse il santuario del suo cuore, gli rese conto della sua orazione, dei lumi che aveva ricevuto da Dio, in una parola di tutta la sua vita. E in tutto, queste due grandi anime, si trovava no in perfetta armonia, come due lire toccate dallo Spirito divino.

Il santo vescovo impegnò i due fratelli a ricevere gli ordini sacri dicendo loro che tale era la volontà divina, manifestata a una persona di grande virtù ch'egli dirigeva e che aveva consultato sulla nuova Congregazione. « Essi avranno, aveva detto quest'anima santa, numerosi compagni per propagare la gloria di Gesù Crocifisso » (22). Se la salute glielo avesse permesso, il vescovo sarebbe andato al concilio di Roma per esporre il piano del nuovo Istituto al grande Papa Benedetto XIII e ottenere la sua approvazione.

 

I DUE FRATELLI VISITANO ROMA PER L'ANNO SANTO

Era l'Anno Santo del Giubileo 1725. Paolo fece il progetto di andare in pellegrinaggio a Roma per guadagnare il prezioso tesoro delle indul­genze e gettarsi ai piedi del Sommo Pontefice. Il vescovo fece tutto ciò che dipendeva da lui per preparare le vie alla fondazione della Congregazione.

(21) S. 1. 87 § 33.

(22) S. 1. 87 § 34.

 

« Incoraggiò, dice il suo biografo, questi due santi personaggi, l'impegnò a fare il viaggio di Roma per ottenere dalla S. Sede l'approvazione della loro santa impresa; diede loro lettere urgenti per parecchi cardinali e altri personaggi della corte romana ».

Il momento della separazione fu doloroso per queste anime belle, unite dai legami del più tenero amore. Per sei mesi avevano vissuto insieme servendo e lodando Iddio, consumandosi come vittime d'amore per la gloria di Gesù Crocifisso. Ahimè! Non dovevano più rivedersi sulla terra! Il pio vescovo che ne aveva il triste presentimento, li salutò con molte lagrime e diede loro la sua benedizione. I due fratelli partirono per Roma.

 

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