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CAPITOLO XI.

1. Incontro provvidenziale. 2 I due fratelli vengono presentati a Benedetto XIII. - 3. Ritorno a Gaeta - 4. Si ritirano alla Ma­ donna della Civita. 5 Morte di Mons. Cavalieri. - 6. Partono definitivamente per Roma. - 7. Infermieri a S. Gallicano.

(1725 - 1727)

INCONTRO PROVVIDENZIALE

Mentre i due fratelli, il giorno stesso del loro arrivo a Roma, prega­vano con grande fervore davanti alla confessione del Principe degli Apostoli, furono visti da un canonico della Basilica Vaticana, più tardi Cardinale di S. Chiesa, Mons. Marcello Crescenzi. Colpito da tanta modestia, dal raccoglimento e dalla povertà dei loro abiti, il pio prelato si sentì spinto interiormente a chiedere di che paese fossero e lo scopo del loro viaggio a Roma. Paolo espose l'idea dell'Istituto della Passione e aggiunse ch'erano venuti a sollecitarne l'approvazione del Papa (1)

Il prelato notò nella risposta del Santo tanta umiltà e maturità di giudizio, che concepì subito per il Servo di Dio una stima e un affetto che conservò fino alla morte. Anche dopo molti anni ricordava quell'incontro, scrivendo a Paolo: «La nostra conoscenza fu fatta nella chiesa di S. Pietro l'Anno Santo 1725. Essendo io canonico di detta basilica e vedendo loro due fratelli in abito austero di penitenza e scalzi affatto nei piedi fare orazione alla confessione dei SS. Apostoli, mi venne tal desiderio d'informarmi del loro stato e vocazione, che nella stessa chiesa li richiesi di molte cose; poi fu fatta la nostra conoscenza e l'introduzione presso il Card. Corradini e quella della S. M. di Benedetto XIII che li ordinò sacerdoti. Il principio dunque di tanto bene è derivato dall'essere stati alla visita dei santi luoghi di Roma in un tal abito » (2).

(1) Il P. Giov. Maria afferma che il primo incontro sarebbe avvenuto alle Tre Fontane. Quello di S. Pietro sarebbe il secondo (S. 1. 87 8 35.).

(2) VS. p. 58.

 

Da quel giorno il degno prelato non cessò di dare a Paolo segni di protezione in tutte le circostanze che si presentarono, favorendo la sua santa opera. Presentò, come abbiamo detto, i due fratelli al Card. Corradini che l'onorava della sua amicizia. Questo eminente personaggio, di vasto sapere, dal cuore pieno di zelo e di carità, il vero padre dei poveri, rico­nobbe subito il tesoro di virtù di cui erano arricchiti i due servi di Dio e si credette onorato d'impiegare il suo credito in loro favore (3).

Già cominciarono ad avverarsi le parole di Mons. Cavalieri: « Questa è un'opera tutta di Dio; vedrete gran cose; la vedrete uscire per vie occulte ed incognite ». Ecco infatti due personaggi che Paolo non conosceva che furono nei divini consigli della Provvidenza i primi strumenti. Vedremo più tardi cose più meravigliose ancora. Essi parlarono dei due fratelli a Benedetto XIII e gl'ispirarono tanta benevolenza per essi, che S. Santità volle ammetterli all'udienza a S. Maria in Domnica, detta volgarmente la Navicella.

 

SONO PRESENTATI A BENEDETTO XIII

Era finalmente arrivato il gran giorno che Paolo aveva invocato con tante preghiere e con tante lagrime, quel giorno in cui avrebbe finalmente potuto prostrarsi ai piedi del Vicario di Gesù Cristo, la cui parola avrebbe avuto la potenza di eseguire il disegno che Dio aveva ispirato al suo Servo.

Il Papa arriva ed essi vengono presentati. Vedendo Gesù Cristo nel suo Vicario, si gettano in ginocchio e baciano i suoi sacri piedi. Paolo, come raccontava egli stesso più tardi, non poteva formulare neppure una parola; dalla sua mente era svanito ogni pensiero. Sotto il peso di un profondo rispetto, se ne stava muto e confuso. Rassicurato dalle dolci parole del S. Padre, espose brevemente il piano dell'Istituto della Passione e concluse chiedendogli la facoltà di adunare alcuni compagni per quest'opera. Il Sommo Pontefice, ascoltandolo con grande bontà, si confermò nell'alto concetto che già si era formato di lui da ciò che gli era stato riferito dal Corradini e dal Crescenzi e, senza esitare, gli accordò vivae vocìs oraculo la grazia richiesta (4).

(3) II Crescenzi, fatto cardinale e arcivescovo di Ferrara, morì nel 1768. Era nato nel 1694.

(4) S. 1. 88 § 36.

 

Così in quest'anno solenne del Giubileo 1725, anno d'indulgenza e di perdono, fu posto il primo sigillo dell'autorità apostolica all'Istituto della S. Croce e Passione di Gesù Cristo. Data veramente memorabile negli annali dell'Istituto poiché essa deve ricordare un beneficio tanto lungamente e ardentemente desiderato.

 

RITORNANO A GAETA

Dopo aver cantato nella loro anima un inno di ringraziamento al Signore, ai santi Apostoli e ai martiri della Città santa, i due fratelli ripar­tirono per Gaeta.

Palesarono subito l'insigne favore al vescovo di Troia. Felice di una notizia così dolce al suo cuore, mentre soffriva di essere separato dai suoi cari fratelli, come li chiamava nella sua bontà, rispose loro: « O quanto mi consolo che con la benedizione di N. S. possiate convivere con altri che vorranno imitarvi. Non invidio, ma aemulor Dei aemulatione Monsignor mio di Gaeta che vi ha in sua diocesi. Pure in spem contra spem et spero et confido » (5).

Che sperava egli? Lo dice più chiaramente in un altra lettera: « Se non sono temerarie le mie idee, spero e confido d'aver prima di morire, in diocesi, aliquem vestrum, se i miei peccati mi hanno demeritato di godere di voi » (6). Il santo vescovo fece molte ricerche per trovare un posto conveniente per aprire una casa del nuovo Istituto dove con un sacerdote fervente, disposto a seguirlo, avrebbe voluto finire i suoi giorni, rivestito egli stesso del santo abito della Passione, unicamente dedito alla orazione, alla penitenza, alla cura di far conoscere e amare Gesù Crocifisso. Paolo avrebbe voluto dargli questa consolazione ritirandosi per il primo con lui, ma forti ragioni lo trattenevano a Gaeta ove il romitorio della Madonna della Catena, che gli sembrava rispondere mirabilmente allo spirito dell'Istituto, cominciava ad avere compagni desiderosi di votarsi alla Passione del Redentore. E primo fu un sacerdote che non conosciamo che per il ricordo che ne fa Mons. Cavalieri nelle sue lettere, poi il buon Ricinelli, il chierico affezionato di cui già abbiamo parlato (7).

Questi, riprendendo la vita di comunità con i servi di Gesù Cristo, fu di un tale fervore, che imitava tutte le loro pratiche di pietà e di peni­tenza. Deciso a non separarsene più, aspettava il giorno in cui avrebbe rivestito il santo abito della Passione. Costituita la piccola famiglia, Paolo per caratterizzare lo spirito proprio dell'Istituto, che è la solitudine, chia­mò questo romitorio Ritiro. Vi formava con i suoi esempi e con le sue parole i suoi primi figli che esortava all'imitazione delle virtù di Gesù Cristo.

(5) Boll. 1929 p. 233.

(6) Boll. 1929 p. 234

(7) S. 1. 3, III.

 

Fu allora che una sapienza, una luce divina rivelarono al Santo con maggior chiarezza i segreti delle anime e dell'avvenire: dono di profezia che diede un nuovo raggio alla sua santità.

Una persona impegnata nei legami del matrimonio, svincolandosi da tutte le cure della terra, sembrava passare la sua vita in una continua orazione. Si credeva che fosse in continua comunicazione col cielo; qualcuno diceva anche che la S. Vergine l'onorava qualche volta della sua presenza e dei suoi colloqui. Un giorno ebbe un'intervista con Paolo. Questi, esaminando da vicino il suo spirito, scoperse che era il trastullo del demonio. L'avvertì con molta carità e le mostrò la vera via della perfezione cristiana. La delusione fu generale, ma tutti dovettero riconoscere la verità del giudizio (8).

Alcune povere donne aspettavano i loro mariti che erano da molto tempo in mare. Non ricevendo alcuna notizia, vivevano in crudele ansietà per il timore di un naufragio. Vennero un giorno a chiedere al Santo una parola di speranza e di consolazione. Paolo con volto sereno disse loro che potevano rallegrarsi perché i loro mariti si trovavano sani e salvi in un luogo che loro disse e dal quale sarebbero tornati in patria con un forte guadagno.

La gioia di quelle donne fu al colmo, soprattutto quando gli eventi mostrarono la verità di quanto aveva detto il Santo (9).

Un altro giorno le stesse apprensioni e la stessa fiducia condussero altre donne al Ritiro. Paolo commosso, disse di tornare fra tre giorni. Si mise intanto in preghiera con la comunità e il Signore gli fece conoscere lo stato dei naviganti. Quando le donne tornarono seppero che la nave sulla quale erano imbarcati i loro mariti era stata sul punto di cadere nelle mani dei Turchi, ma che, strappata al pericolo dalla bontà del Signore, sarebbe rientrata in porto fra quattro giorni. Trascorsi questi, le donne accorrono alla riva; i mariti raccontano tutti tremanti come erano sfuggiti per miracolo a quei crudeli nemici del nome cristiano che li avevano inseguiti per tanto tempo per farli schiavi.

(8) S. 1. 824 § 17.

(9) S. 1. 823 § 15.

 

Le mogli raccontano la predizione del Santo e conducono i loro mariti alla Madonna della Catena per ringraziare l'uomo di Dio. E' a Maria che dovete il vostro ringraziamento, disse Paolo, perché è la santa Vergine che vi ha salvato dal peri­colo di morte.

Questi fatti ed altri, non meno sorprendenti, attirarono ben presto al Ritiro un concorso straordinario. Gli onori che si facevano a quei religiosi e le visite sempre più numerose finirono col toglier loro il dolce riposo della solitudine. Per fuggire la gloria e trovare la calma nella preghiera decisero di ritirarsi in un santuario chiamato la Madonna della Civita, in territorio di Itri, sulla cima più alta della montagna.

 

ALLA MADONNA DELLA CIVITA

Con ferventi suppliche Paolo ottenne dal Vescovo il permesso di andare a servire, nella calma, Gesù Crocifisso, vicino ai sacerdoti che custodivano il santuario. Partì con Gian Battista e Ricinelli; l'altro novizio aveva lasciato le file della nuova milizia della Croce. Avevano già percorso sette miglia, quando arrivarono ai piedi dell'alta montagna che si presentava ai loro sguardi nuda e scoscesa (10). Ne intraprendono risolutamente l'ascesa e dopo molto cammino scorgono il santuario attraverso una foresta di elci che circonda la sua fronte come di una corona. Su questo fianco verdeggiante serpeggia un sentiero nelle cui svolte s'innal­zano piccole cappelle ove si vedono le stazioni della Via Crucis. A quel tempo la chiesa, benché piccola offriva qualche cosa di singolarmente pio e raccolto che attirava i cuori. In un primo tempo era stata costruita intorno ad un elce sul quale, secondo la tradizione, sarebbe stata trovata l'immagine della Madonna che vi si venera.

In questo profondo Ritiro i Servi di Gesù Cristo, potendo godere più liberamente i frutti della solitudine, si abbandonarono con crescente fervore alle celesti contemplazioni. Il canto delle lodi divine e la santità della loro vita diedero a questo luogo benedetto una consacrazione maggiore. Si misero sotto la direzione di un venerando sacerdote, D. Erasmo Tuccinardi. Questi qualche volta moderava i rigori della penitenza, qualche altra provava la loro virtù, perché potessero senza ostacolo camminare a gran passi nelle vie del Signore. Presa a Paolo una disciplina tutta intrisa di sangue, formata da sette corde che portavano all'estremità palline di piombo armate ciascuna di sei punte di ferro, la conservò sempre come una preziosa reliquia.

(10) S. 1. 67 § 60-61.

Spesso imponeva ai due fratelli eroiche mortificazioni. Avendo comandato di I portare al Ritiro grossi pezzi di legna tagliati nel bosco, i fervorosi giovani, pieni di santa allegrezza, se li caricavano sulle spalle e attraverso quei rudi sentieri, benché scalzi, obbedivano prontamente, non guardando a fatica e sudore (11).

La santità ha un'attrattiva irresistibile; i santi vivono nel deserto e I il mondo si ostina a seguirli. Ben presto anche su quelle alture il desiderio di vedere e di udire l'apostolo della Passione attirava numerosi pellegrini. Paolo, sempre pronto a lasciare Iddio per Iddio, li accoglieva con la dolcezza dei santi e raccomandava ad essi la devozione a Gesù Crocifisso. I due fratelli ancor più uniti dai legami della grazia che da quelli della natura, si davano un mutuo appoggio per salire le alte vette della perfezione; avevano convenuto che l'uno fosse ammonitore dell'altro. Un giorno alcune pie persone erano venute a visitare Paolo. Questi parlando loro delle cose celesti, sentì improvvisamente l'ardore del santo amore che dal cuore si rifletteva sul volto. Si mise a raccontare con semplicità qualcuna delle grazie che aveva ricevuto da Dio. In questo momento arriva Gian Battista e come se l'avesse sorpreso in fallo: « Ab, Paolo, Paolo, gli dice in tono severo, ecco le vostre abitudini! ». Il servo di Dio interruppe subito il suo discorso, abbassò la testa in segno di obbedienza e andò in chiesa a pregare con grande edificazione di quelle persone.

Un'altra volta in presenza di un ecclesiastico Gian Battista contraddisse suo fratello in cosa di poca importanza. Paolo gli fece una modesta correzione, ma accorgendosi del suo errore, cadde subito in ginocchio e gli chiese perdono.

 

MUORE MONS. CAVALIERI

Erano due mesi che abitavano in quel santuario, quando morì l'amatissimo Mons. Emilio Cavalieri. Dopo la lettera che abbiamo sopra citato, il venerabile vescovo, sempre desideroso di fondare un Ritiro della Passione, aveva affidato al P. Crivelli, della Compagnia di Gesù, la cura di osservare parecchie posizioni e di indicare quella che gli paresse la più conveniente.

(11) S. 1. 647 § 11-12.

 

Il prelato ne aveva scritto ai servi di Dio manifestando la speranza di rive­derli presto in quel posto « scelto, diceva, da un sì grande uomo di Dio come il P. Crivelli». Ma il Signore, pur accettando i suoi pii desideri, voleva ormai toglierlo dalle fatiche dell'esilio per dargli il riposo della Patria. Il santo vescovo pare che ne avesse un avviso divino, perché anche prima di ammalarsi disse con sicurezza: «Sono morto; non tarderò a deporre il mio tabernacolo... Non ho domandato che una cosa sola a Dio; la cercherò; è di abitare nella casa del Signore per la sua misericordia ». Infatti, colpito da grave malattia, ai primi vespri dei santi Patroni della sua cattedrale, 19 luglio 1726, fu alla soglia della tomba.

Desiderando spirare nelle sante Piaghe di Gesù Cristo, pregò Mons. Liquori, vescovo di Lucera, suo intimo amico, venuto per assisterlo, di portare sulle sue labbra, nel momento supremo, l'immagine della Redenzione. Entrato in tranquilla agonia, il suo amico piangendo, gli presentò il Crocifisso e gli suggerì l'ultima preghiera: «Signore, nelle vostre mani rimetto l'anima mia».

Il pio morente si sforzò di ripeterla, baciando con amore Gesù Crocifisso, mentre ripeteva sommessamente: « Mio Dio, mio tutto ». Con questa invocazione la sua anima andò ad unirsi al Salvatore nell'eternità proprio nel momento in cui P. Crivelli offrendo il divin sacrificio per il vescovo agonizzante, innalzava l'ostia santa. Così quest'anima beata sembrò elevarsi al cielo con la vittima che ne apre le porte. Era il giorno 11 agosto 1726. Alla sua morte un servo di Dio, raccontava il nostro Santo, mentre era in orazione, vide quest'anima prendere posto tra gli eletti. Arrivata davanti al trono della SS. Trinità, dopo la prima gioia dell'amore beatifico, la pregò per il consolidamento e i progressi dell'Istituto della Passione. Il Signore gli disse che la sua preghiera era esaudita. Questo servo di Dio era lo stesso Paolo, come affermano i testimoni del processo. Egli aveva perduto sulla terra quel santo amico che aveva sperato di vedere un giorno la gloria della sua umile Congregazione, ma assicurato che aveva in cielo un interprete potente, asciugò le lagrime del cuore e pianse di consolazione. Come l'amore di Gesù Crocifisso li aveva uniti da farli sembrare un'anima sola in due corpi, i Passionisti, figli di Paolo, possono dirsi altrettanti figli di questo grande vescovo. Essi lo metteranno sempre nel numero dei loro antichi padri e ne conserveranno un tenero ricordo.

 

PARTONO DEFINITAVEMENTE PER ROMA

Con la morte di Mons. Cavalieri Paolo vide svanire la speranza che aveva di veder progredire la sua Congregazione nascente nel regno di Napoli. Fu questo uno dei motivi che lo ricondusse in Roma ove le istitu­zioni pie, come piante sul proprio suolo, germogliano con maggior vigore, mettono più facilmente le radici e portano i loro frutti. Del resto, il fedele Servo di Gesù Cristo viveva sempre abbandonato al volere di Dio.

Il 14 settembre lasciò, dunque, col suo fratello e col Ricinelli il santuario della Civita e andò a Gaeta, dove, dopo aver ricevuto la benedizione del vescovo, s'imbarcò per Roma.

Abbiamo visto come la Provvidenza, per mezzo di illustri e devoti protettori, l'avesse condotto fino ai gradini del trono pontificio. Uno dei più eminenti e gloria della porpora romana per la sua carità, il Cardinal Corradini, non viveva che per i poveri. Con l'aiuto di un sacerdote caritatevole, D. Emilio Lami, S. Em.za ne aveva accolto un certo numero in una casa presa in affitto. Vi erano fanciulli rosi dalla lebbra e da altre malattie non meno ributtanti e penose. Il buon sacerdote, pur curando le piaghe con tenerezza paterna, non dimenticava d'insegnar loro la dottrina cristiana. Il Cardinale non si contentava di ammirare questa dedizione eroica, ma vi prendeva la sua parte. Di più le sue elemosine abbondanti e quelle che sollecitava dalla nobiltà romana, gli permisero di dare maggiore estensione a questa opera. La casa divenne così un piccolo ospizio largamente provvisto, ove si potevano ricoverare quaranta o cinquanta malati. Veniva spesso a visitare i suoi poveri; un giorno vi condusse anche il Cardinale Vincenzo Orsini, suo intimo amico, allora vescovo di Benevento, il quale era ripieno di tenera carità verso le membra sofferenti di Gesù Cristo.

Tale è l'umile origine dell'ospedale di S. Gallicano che lo stesso Cardinale Orsini, eletto Papa col nome di Benedetto XIII, faceva costruire ai piedi del Gianicolo, quando arrivarono a Roma Paolo e i suoi compagni.

Il Card. Corradini che il Sommo Pontefice aveva nominato Protettore del nuovo ospedale, li considerò come inviati da Dio e si affrettò a sollecitare la cooperazione di Paolo. Ma non è questo lo scopo supremo del nostro Santo. Non sarebbe questo restringer troppo la sua carità che emana da un cuore grande come il mondo? Il Signore non lo chiama forse ad essere il medico universale dei dolori umani? L'apostolo deve cominciare dal vederli tutti, molto da vicino, per guarirli tutti, ed è in un ospedale dove si acquista una rapida esperienza, perché in esso si trovano riunite tutte le miserie dell'anima e del corpo.

Paolo lo comprese e cedette al desiderio del cardinale, persuaso, d'altronde, che questo sacrificio sarebbe una benedizione per il suo Istituto.

Dio nelle sue promesse più solenni mette alla prova la fede dei suoi servi. Ricinelli si ammalò e dovette andare a respirare l'aria nativa. Paolo che l'amava come un figlio della sua anima, ne fu afflitto, ma trovava conforto nella speranza del suo ritorno. Più tardi il fervente novizio avrebbe voluto raggiungerlo sul Monte Argentario, ma la mamma, rimasta vedova, lo trattenne a Gaeta. Egli fece onore al sacerdozio e visse tanto, da render testimonianza giuridica alle virtù del Santo.

 

INFERMIERI A SAN GALLICANO

Terminato l'ospedale e consacrata la chiesa dal Sommo Pontefice sotto la denominazione di San Gallicano, se ne prese solennemente possesso il giorno 8 ottobre 1726. Commovente spettacolo che avrebbe meravigliato i Cesari di Roma pagana! Ascesa ben diversamente gloriosa da quella dei trionfatori che salivano il Campidoglio trascinando i vinti carichi di catene. Qui invece non si vedono che i vinti dalla sofferenza divinizzata dalla virtù del Calvario; i malati a passo lento o portati su lettighe o sulle braccia della carità, si avanzano tra una folla commossa. Apre il corteo Gian Battista che porta la croce; viene il nostro Paolo, i sacerdoti e i cardinali cantano inni; chiudono il corteo trionfale i malati portati al palazzo della carità; quei vecchi e quei fanciulli che i patrizi dell'antica Roma gettavano in pasto alle murene.

I due servi si votarono a quest'opera, come se avessero abbrac­ciato nei poveri Gesù Cristo stesso, secondo l'espressione del nostro Santo (12). Con grande tenerezza e carità insegnava loro il catechismo, li di­sponeva a ricevere i sacramenti, insegnava a santificare le loro sofferenze, prodigava le consolazioni e i servizi più umili.

Tra gli altri articoli del regolamento Paolo stabilì la comunione gene­rale, alla quale preparava i malati con una specie di ritiro e nell'ora della loro unione con Gesù Eucaristico infiammava i loro cuori di amore divino con la sua parola ardente.

(12) Lt. I, 69; S. 1. 88 § 38.

 

Lo zelo dei due fratelli si estendeva anche agli infermieri, ai quali insegnavano a trasformare in preziosi meriti le nobili fatiche della carità ed ispirando amore alla virtù. Il Card. Protettore aveva raccomandato una sorveglianza attiva perché non fosse trascurata la cura dei malati e non venisse introdotto alcun abuso, solita rovina delle opere, anche le più sante. Ma troppo spesso il dovere incontra le passioni, e la carità avrebbe troppa attrattiva se non trovasse che la riconoscenza. Gli oltraggi furono il premio della dedizione dei due fratelli. Essi non opposero che il silenzio e la pace, « felici di aver occasione per mortificarci diceva Paolo e di applicarci al disprezzo di noi stessi ». La persecuzione non li affliggeva trop­po, purché non fossero lesi gl'interessi dei loro malati. « E' una vigna sì pre­ziosa, o per dir meglio, una fornace di carità che niente più », esclamava Paolo (13).

Se il Signore non lascia senza ricompensa un bicchiere d'acqua dato in suo nome, quali non saranno le benedizioni del cielo per tanti sacrifici!

Ben presto l'ospedale divenne un luogo di santificazione e la vera scuola del Calvario, ove s'imparava ad amare e imitare Gesù Crocifisso. I malati guariti se ne andavano con una coscienza così timorata, che secondo il rapporto di uno scrittore di allora, sembrava uscissero dagli esercizi spi­rituali (14).

I due fratelli avevano preso per guida nelle vie di Dio il priore dello ospedale, D. Emilio Lami. Questi ammirando in essi una solida virtù, si compiaceva di farla risplendere con diverse prove. Una volta mise per loro servizio a tavola dei tovagliuoli che già erano passati per le mani dei ma­lati più ripugnanti. Un altro giorno essendo venuta in visita la marchesa Del Vasto, dopo averle fatto osservare l'ospedale, le disse: « Ora conviene, Signora, che vediate come si pratica qui la virtù ». Chiamò con un pretesto Paolo e Gian Battista e loro rivolse con severo sguardo un aspro rimprovero. Quasi fossero veramente colpevoli, caddero in ginocchio, ed ascoltarono in silenzio. Poi, baciando la mano del priore, si ritirarono umilmente con grande edificazione della marchesa. Per quest'eroica virtù il priore ne aveva grande stima e diceva che essi erano i tesori più -preziosi dell'ospedale (15).

(13) Lt. I, 72.

(14) Breve ragguaglio dell'ospedale di Maria e di Gallicano - Roma, 1729.

(15) POR. 1233 S. 1. 88 § 39.

 

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