home  |  passionisti  |  links   |  contatti   |    
 
 
 
 

CAPITOLO XII.

1. Ordinati sacerdoti da Benedetto XIII. 2. Il Santo all'aitare. 3. Visita inattesa. 4. La morte del babbo. 5. Ultimo viaggio al Castellazzo. 6. Di nuovo a Roma.

(1727 - 1728)

ORDINATI SACERDOTI DA BENEDETTO XIII

Come il priore dell'ospizio, così anche il Cardinale aveva per quei due servi di Cristo una grande venerazione e un tenero affetto. Pieno di ammirazione per lo zelo che dimostravano nella cura dei suoi poveri, pensò che se ne poteva sperare un bene più grande se fossero sacerdoti. Ma Paolo e Gian Battista, quantunque avessero saputo da Mons. Cavalieri che tale era la volontà di Dio, non avrebbero mai osato, da soli, aspirare alla sublime, ma terribile dignità del sacerdozio, tanto erano compresi della sua eccellenza divina.

Il Cardinale li chiamò a sé e loro manifestò la sua volontà. Alla loro umiltà egli oppose la sua autorità di superiore e comandò in virtù di santa obbedienza di prepararsi agli ordini sacri (1). Scrisse egli stesso per ottenere le loro dimissoriali al vescovo di Alessandria Mons. Gattinara che li aveva rivestiti del santo abito della Passione. Da quel momento i due fratelli non pensarono ad altro che a prepararsi al sacerdozio con grande fervore.

Istruiti nella solitudine sui grandi misteri della fede, ben nutriti nelle sante scritture, si vedevano facilitato lo studio della teologia. Diedero a questo studio tutta la loro applicazione ed ebbero per maestro il P. Domenico Maria di Roma, Minore, e parroco di S. Bartolomeo nell'Isola Tiberina. Ricevettero la tonsura dalle mani di Mons. Baccari, Vicegerente, nella sua cappella privata il 6 febbraio 1727 e gli ordini minori il 23 dello stesso mese. Il 12 aprile, dopo un ritiro nel noviziato dei PP. Gesuiti, a S. Andrea di Monte Cavallo, furono ordinati suddiaconi nella basilica di S. Giovanni in Laterano e il primo maggio, con dispensa apostolica, dopo aver fatto gli esercizi spirituali nella casa dei Lazzaristi a Monte Citorio, furono ordinati diaconi. Finalmente il 7 giugno dello stesso anno, sabato delle Tempora di Pentecoste furono ordinati sacerdoti nella basilica vaticana da Benedetto XIII.

(1) S. 1. 88 § 40; S.2. 738 § 169.

 

Nel momento di essere associati all'eterno sacerdozio di Gesù Cristo dalle mani auguste del suo Vicario, nel loro volto traspariva tanto fervore e tanta modestia, che il Sommo Pontefice ne fu rapito. Quando vide Paolo ai suoi piedi pronunciò con voce più alta le parole: « Accipe Spiritum Sanctum »; calcò fortemente le mani sul suo capo e, ricongiungendole, aggiunse con voce solenne: « Deo gratias ». Queste due parole non si tro­vano nel pontificale romano. Senza dubbio lo spirito di Dio aveva mosso il suo cuore e le sue labbra perché rendessero grazie all'Altissimo di aver consacrato un Santo al quale un secolo dopo in quella stessa basilica del Vaticano saranno decretati gli onori del culto religioso.

Terminata la cerimonia il Papa ebbe un colloquio con i due fratelli, rivolgendo loro delle domande alle quali Paolo rispose con quella grazia e rispetto che possedeva nel più alto grado (2).

 

IL SANTO ALTARE

Paolo è dunque sacerdote-

...! Prenderà nelle sue mani il sangue del Calvario, offrirà la vittima grande e immacolata. Quale non dovette essere il suo fervore, quali i suoi trasporti e i suoi rapimenti divini! In questo primo sacrificio offerto da un'anima così pura, la divina bontà visitò il suo eletto di tali favori, che anche dopo molti anni, ricordandolo, versava la­crime di gioia (3).

Noi ignoriamo quale fosse in quel giorno l'azione divina nell'anima di Paolo, ma conosciamo una mirabile visione che ebbe in una festa della SS. Trinità. Tutte le circostanze sembrano riannodarla a questa prima ora della missione sacerdotale.

Avvenne nel momento in cui, dopo aver celebrato i santi misteri, effondeva la sua anima in azioni di grazie. Rapito in spirito, udì gli angeli che cantavano « Al cielo... al cielo... ». E un raggio della divina luce, penetrando nella sua anima, gli scoprì la bellezza del santuario eterno. Inondato di gaudio, vide i cori dei santi, la gerarchia degli angeli e la Regina del cielo che s'innalzava al di sopra di tutti i beati con lo splendore della sua gloria; vide... « oh, quale visione! » esclamava un giorno raccontando queste meraviglie; vide la fornace della gloria i cui divini splendori riempiono tutto il paradiso: la santissima umanità del Verbo.

(2) Lt. I, 73 n.

(3) S. 1. 89 § 41.

 

Gli fu dato ancora di contemplare, in mezzo ad un oceano di luce, l'Augusta Trinità, non come è in se stessa ma attraverso veli luminosi; penetrò tuttavia così profondamente nella conoscenza delle perfezioni infinite di Dio, che potè dire in seguito: « Che grande idea ho concepita allora della potenza, della sapienza, della bontà e degli altri attributi divini! Altezza incommensurabile...! Non se ne saprebbe parlare...! Nessuna espressione la raggiunge » (4). Infine lo Spirito Santo gli mostrò nel soggiorno dei Beati il trono luminoso che gli era preparato dall'eternità. La visione durò un'ora e mezza.

Possiamo ora immaginare con quale fede e con quale amore egli salisse all'altare. Ma quantunque profondamente assorto nei santi misteri, osservava minutamente tutte le cerimonie, non trovando nulla di piccolo nelle cose di Dio. Il suo volto s'infiammava a poco a poco; le lagrime colavano a fiotti e bagnavano i sacri lini. Dopo molti anni le sue lagrime furono meno abbondanti, soprattutto nelle aridità e nelle desolazioni di spirito; allora cominciavano a cadere nella consacrazione.

Qual'era la sorgente misteriosa delle sue inesauribili lagrime? Lo rivelava più tardi ai religiosi suoi figli e agli altri sacerdoti con queste parole: « Accompagnare con lo spirito Gesù Cristo nella sua Passione e Morte, poiché la Messa è una rinnovazione del sacrificio della Croce... Avanti di celebrare vestitevi delle pene di Gesù Cristo con un sacro colloquio fatto placidamente in mezzo alle siccità; portatevi all'altare i bisogni di tutto il mondo » (5).

Il nostro Santo s'immaginava dunque di essere al Calvario, ai piedi della Croce con la Vergine Addolorata e il discepolo prediletto; vedeva Gesù Cristo nelle sue agonie e il suo amore divideva gli strazi; da qui le sue lagrime così frequenti, vero sangue dell'anima che univa al sangue divino e l'offriva all'Eterno Padre per calmare la sua giustizia e attirare su tutti gli uomini la sua infinita misericordia. Questo rivestimento di Gesù Crocifisso prima della Messa aveva il diritto di consigliarlo agli altri perché lo praticava egli stesso in una maniera così efficace. Dopo aver macerato la sua carne con una disciplina armata di punte acute, contemplava lungamente la Passione di Gesù Cristo; poi così unito di spirito e di corpo alle sofferenze del suo Dio, saliva all'altare. Finita la Messa, si ritirava in un luogo solitario perché il suo cuore potesse meglio inebriarsi nei sentimenti di riconoscenza e di amore.

(4) PAR. 2323; OAM. p. 17-20

(5) VS. p. 228.

 

Di questo genere di apparecchio e di ringraziamento fece una legge ai suoi religiosi. Commentando le parole del vangelo: Coenaculum stratum, diceva che questo Cenacolo è il cuore del sacerdote del quale bisogna ad ogni costo salvaguardare l'integrità, tenendovi continuamente accese le lampade delle fede e dell'amore. Paragonava ancora il cuore sacerdotale al sepolcro di Gesù Cristo, sepolcro nuovo in cui nessuno era stato deposto. « Deve essere, aggiungeva, puro e animato da fede viva, da carità ardente e da vivo desiderio della gloria di Dio e della salute delle anime ».

Geloso della rigorosa osservanza delle sacre cerimonie, ne corregge le più piccole manchevolezze e veglia con grande attenzione al decoro dei sacri paramenti; per il santo sacrificio, tutto deve essere ben ordinato e mondo. E più di una volta il Signore si compiacque di mostrargli con prodigi quanto gli fosse gradito il sacrificio offertogli dal suo Servo.

Nella chiesa del monastero di S. Lucia in Tarquinia Paolo celebrava un giorno la S. Messa, avendo per inserviente il Sig. Domenico Costantini. Poco prima della consacrazione si diffuse intorno all'altare una colonna di fumo, simile a quella dell'incenso, profumando tutta la chiesa di un profumo sconosciuto sulla terra. In questo momento Paolo incominciò ad alzarsi dalla predella per circa due palmi. Terminata l'estasi, fece la consacrazione. Poi in mezzo a questo misterioso vapore Paolo si innalzò di nuovo con le braccia tese. Si sarebbe detto un serafino in preghiera. Sorpreso e quasi fuori di sé, il pio Costantini tornato a casa raccontò ciò che aveva visto glorificando Dio che è così ammirabile nei suoi santi (6). Ma torniamo a S. Gallicano.

 

UNA VISITA INATTESA

I due giovani sacerdoti animati da nuovo spirito spiegarono un nuovo zelo al servizio e alla santificazione dei loro cari malati- Sempre sotto la direzione del parroco di S. Bartolomeo, continuarono i loro studi di sacra teologia. Essendo sacerdoti, non bastava più edificare con l'esempio, era necessaria anche la dottrina che illumina le intelligenze per combattere l'errore; essi dovevano essere nella casa di Dio lampade ardenti e illuminanti. Gian Battista diventò abilissimo nella conoscenza dei libri santi e Paolo acquistò quella potenza di parola che fa gli apostoli.

(6) S. 1. 161 § 59.

 

Ricevettero in questo tempo una visita inaspettata. I loro vecchi geni­tori che da tanto tempo non avevano nessuna notizia dei loro carissimi figli, mandarono a Roma il loro fratello Giuseppe. Il povero giovane durò molta fatica per trovarli, ma finalmente li raggiunse. Affaticato dal lungo viaggio, fu colpito da una febbre ardente con un forte dolore alla testa. Non potendone sopportare la violenza, disse con aria supplichevole al fratello che l'incoraggiava: «P. Paolo, mettete la mano sulla mia testa». Il giovane era sicuro che sarebbe guarito per i meriti del Santo. Paolo conoscendo il suo pensiero, gli rispose di raccomandarsi a Dio nel quale solo doveva mettere tutte le sue speranze. Ma, commosso finalmente dalle repli­cate istanze del fratello, si alzò « ebbene, disse, sì abbiate fede; il sacerdote ha il potere di risuscitare i morti». E posandogli la mano sulla fronte, recitò quelle parole del vangelo: « Imporranno le mani ai malati e saranno guariti ».

Terminate appena queste parole, il malato fu preso da dolce sonno che durò più di due ore. Al destarsi tutti i suoi dolori erano scomparsi. Di ritorno al Castellazzo riempì di gaudio il cuore dei genitori con le felici notizie che portò dei due fratelli.

 

LA MORTE DEL BABBO

Ma ahimè! ben presto la gioia del focolare si cambiò in lutto. La morte venne a colpire Luca Danei. Una persona, passando, aveva urtato inavvedutamente il buon vecchio che fece una caduta mortale. Il suo primo pensiero fu di raccomandare alla sua famiglia di non conservare alcun risentimento contro l'autore involontario della sua morte. Quanto a lui si abbandonò alla volontà divina; ricevette gli ultimi sacramenti e benedisse la sua famiglia tutta in lagrime. Sua moglie, con la forza che solo la fede può ispirare nell'ora del sacrificio, stava in ginocchio, vicino al letto del moribondo e raccomandava a Dio, con lagrime e preghiere, quell'anima che la precedeva nell'eternità. Così si addormentò nella pace del Signore quel modello di cristiano e di padre le cui virtù avevano meritato di dare alla Chiesa un Santo (7).

(7) S. 1. 49 § 36. 106

La notizia della sua morte arrivò a Roma il 18 agosto 1727. L'austerità della vita ben lungi dal restringere il cuore, lo rende più sensibile e più tenero, perché lo rende più puro e l'amor di Dio aggiunge alla pietà filiale non so quale delicatezza di sentimento che la natura sola non gli può dare. Nelle loro afflizioni i due fratelli pensarono alla povera mamma: eccola ormai sola, senza appoggio e carica del peso di numerosa famiglia. Come doveva essere profondo il suo dolore e grande il bisogno di essere consolata! Il cuore di Paolo comprese che una lettera non sarebbe bastata in una circostanza così dolorosa. Se fosse stato libero, si sarebbe dato premura di accorrere vicino a sua madre. Nell'attesa di compiere questo dovere di pietà scrisse subito una lettera in cui si respira insieme l'affetto del figlio e la speranza del Santo: « Viva Gesù »

Nostra carissima madre, « La nuova ricevuta della morte di nostro padre, non v'ha dubbio che ci ha causato grande afflizione, massime perché non ne abbiamo avuta assai distinta relazione. Vero è che subito abbiamo adorato la SS. Volontà di Dio e preghiamo V. S. a consolarsi. Cara Sig.ra madre, stia allegra che speriamo per certo, che sia al paradiso. Faccia stare allegri tutti di casa. Non scrivo a loro, solo le dico che presto partiremo tutti e due e verremo ad assisterli nei loro bisogni a gloria di Dio. Oggi (stesso) che abbiamo ricevuto la lettera andiamo a cercare la licenza e poi attenderemo a fare quello che sia più espediente, e subito partiremo e speriamo che sarà al principio di settembre. Preghi per noi. Domani ed altri giorni diremo Messa per l'anima del nostro defunto padre » (9).

E' il linguaggio dei santi! Il cuore piange, la fede adora e rianima la speranza con un raggio del cielo. Il primo colpo di un grande dolore schiaccia; il figliuolo, col cuore spezzato, non ha la forza di dire di più, ma andrà presso la mamma, andrà a piangere con essa e aiutarla a rego­lare tutto per la gloria di Dio e la pace della famiglia. Ha bisogno anch'egli di preghiere e domanda quelle di una madre. Il sacerdote porterà il suo dolore all'altare e bagnerà l'anima di un padre, pianto teneramente, nel sangue dell'Agnello.

(9) Lt. I, 90.

 

ULTIMO VIAGGIO A CASTELLAZZO

Avendo ottenuto il permesso dal Cardinal Corradini, il Santo partì insie­me col fratello. La loro presenza fu di grande aiuto alla mamma poiché quei devoti figli non si contentarono di assisterla solo col consiglio nel mettere in ordine gli affari domestici, ma rianimarono anche il suo spi­rito con quei sentimenti cristiani che hanno tanta efficacia nelle amarezze della vita.

Venuto il tempo di separarsi, prima di riprendere il viaggio per Roma, rinnovarono i loro santi avvertimenti ai fratelli e soprattutto alle sorelle, esortandole alla costanza nel praticare il bene e alla fedeltà nel servizio di Dio.

Accompagnati poi dalle lagrime e dalla benedizione della pia geni­trice, andarono a Genova per imbarcarsi.

Il Servo di Dio d'ora in poi non tornerà più nella sua patria, benché continuasse ad interessarsi dei suoi parenti. Siccome però il suo amore era ispirato da sentimenti più alti che quelli della carne e del sangue, non aveva di mira altro che la loro santificazione nell'umile stato nel quale li aveva posti la Provvidenza.

Dopo diversi anni anche la madre, della quale conosciamo la rara pietà, passò a vita migliore (10). La famiglia Danei che non aveva potuto rialzare la sua fortuna, si trovava alle volte in grande imbarazzo. Paolo avrebbe potuto venire più largamente in aiuto e col titolo di Fondatore e con le numerose conoscenze che aveva, ma non ebbe che un desiderio, vedere i suoi fratelli e sorelle seguire Gesù povero per la via sicura del Calvario. E li animava a sopportare le privazioni della povertà, come una mamma che incoraggia il figliuolo a un dolore passeggero che gli appor­terà salute e vita.

« Credetemi, carissimi, scriveva loro, che voi siete la gente più fortunata del mondo; poveri in questa vita, ma ricchi in fede, sarete ricchi in eterno. Sapete perché Iddio vi tiene in tante miserie e travagli? Perché vi vuole far ricchi in cielo, e con questi mezzi vi assicura la vostra salute eterna. Breve e momentaneo è questo patire, ma eterno sarà il godere. Ditemi: cosa vorreste aver fatto se ora foste per spirar l'anima?

(10) Anna Maria Massari mori verso la fine di settembre 1746 (Lt. II, 549).

 

Vorreste essere stati con le ricchezze che ordinariamente non sono senza peccati gravissimi, e saltare all'inferno, oppure aver menato la vita povera che menate e volarvene al cielo? Animo, dunque, grande, credete per certo che Dio mai vi abbandonerà, vi assisterà e vi provvederà il necessario » (11).

E' questo il vero modo di amare i parenti in Dio, aiutarli a santi­ficarsi nel loro stato.

Paolo pensava anche alla virtù delle sorelle e ai pericoli del mondo. Non essendo più in mezzo ad esse la mamma, egli ne richiamava il pio ricordo, la dava loro per modello e raccomandava spesso l'orazione, il ritiro, la modestia, la vigilanza sopra il loro cuore che esse dovevano circondare di tutte le pratiche religiose, il più sicuro baluardo della ver­gine cristiana. Scriveva al fratello che aveva miracolosamente guarito a Roma:

« Carissimo Giuseppe, vi raccomando la cura e la vigilanza sopra le buone sorelle... Dite loro che si ricordino che più degli altri sono obbli­gate a dare buon esempio e farsi sante... Stiano ritirate, lavorino, facciano orazione e frequentino i SS. Sacramenti; soprattutto non si dia occasione che venga gente in casa..., poiché sebbene si deve far concetto che siano (tutti) devoti e santi, non si deve far confidenza con nessuno... Bisogna attendere a sé e tutta la filiale confidenza averla con Gesù Cristo, con la Vergine SS. e con gli Angeli e Santi, ma gli uomini bisogna fuggirli.... Ho tutta la fiducia che le nostre buone sorelle si faranno sante e saranno l'esempio degli altri » (12).

Con tali consigli e con le sue preghiere Paolo seppe conservare nel­la sua famiglia le antiche tradizioni di fede e di pietà.

La sorella Teresa, quella che spiava con tanto interesse le segrete mortificazioni di Paolo e di Gian Battista nella casa paterna, era venerata in Castellazzo come una santa. Vergine cara a Dio, camminava sulle orme del suo santo fratello in quanto lo permettevano le sue sofferenze abituali. Era una volta a letto tormentata da una febbre continua; Paolo che l'amava assai si trovava lontano centinaia di Km. in uno dei suoi conventi dello stato pontificio. Una notte ella credette di vederlo in sogno rivestito del santo abito della Passione e con la stola violacea... La guar­dò e la benedisse. Svegliatasi, la cara immagine era scomparsa, ma si accorse con dolce sorpresa che era scomparsa anche la febbre.

(11) Lt. II, 550.

(12) Lt. II, 550.

 

DI NUOVO A ROMA

Abbiamo fatto questa digressione, mentre il bastimento avvicinava i due fratelli a Roma. Eccoli ora al termine. Dopo un'assenza di due mesi, eccoli di nuovo all'Ospizio di S. Gallicano. Il viaggio pare che non dovette essere troppo felice. Sappiamo infatti che appena arrivati a Roma Paolo e Giovanni Battista caddero malati di febbre terzana e il nostro Santo si aggravò talmente, che per 18 giorni neppure potè celebrare la S. Messa, continuando poi infermiccio per tutto l'inverno (13). E' il segno che Dio li chiama altrove. La prova ormai è fatta; i suoi apostoli sono formati nella carità, nell'umiltà e nella pazienza. E' venuta l'ora di farli entrare finalmente in quella via prestabilita che apre ad essi la grande carriera apostolica.

Paolo e suo fratello avrebbero volentieri nascosto la loro vita nell'oscurità di un ospedale, perché il sacrificio cristiano cerca l'ombra piuttosto che lo splendore, il silenzio più che il rumore. Ma quale mezzo prenderà la Provvidenza per condurli ai suoi fini? Paolo è incatenato per obbedienza e per voto al letto dei malati; sembra aver dimenticato le promesse che Dio gli aveva fatto per la fondazione dell'Istituto. No, Paolo non aveva dimenticato, ma siccome il giusto vive di fede, cammina ciecamente ove Dio lo conduce, sapendo che egli compie i suoi disegni per vie nascoste e misteriose.

Dio infatti, per un tratto imprevisto della sua Provvidenza, chiamò i due fratelli da S. Gallicano al Monte Argentario, di dove la Congregazione incomincerà il suo sviluppo.

Paolo e Gian Battista si ammalarono; la febbre minava a poco a poco le loro forze e le riduceva all'impotenza. Paolo lottava contro se stesso per restar fedele al dovere, ma finalmente bisognò cedere. I me­dici giudicarono che i due fratelli avrebbero ben presto contratto una malattia incurabile se avessero continuato a respirare l'aria infetta dell'ospedale.

Il Card. Corradini rimase grandemente afflitto per questo contrat­tempo, ma conoscendo per divina ispirazione che Dio li chiamava a propagare la gloria di Gesù Crocifisso, non esitò più e .topo aver comunicato il suo pensiero a Mons. Crescenzi, suo intimo amico, decise non solo di rimuovere tutti gli ostacoli, ma di aiutarli con la sua autorità.

(13) Da una lettera alla marchesa Del Pozzo risulta che il 31 ottobre 1727 Paolo è di nuovo a Roma (Lt. I, 39). La malattia che per 18 giorni gl'impedì di celebrare la santa Messa (Lt. I, 76), prolungandosi poi per tutto l'inverno (Lt. I, 78) è avve­nuta dopo il ritorno dal Castellazzo.

Ottenne infatti dal Sommo Pontefice un Breve che li dispensava dal servizio dei malati e concedeva loro per un anno di continuare a cele­brare la Messa, finché non fossero provveduti di un altro titolo che il Cardinale stesso avrebbe presto procurato.

Licenziando i due fratelli e rimpiangendo per i suoi malati quella carità di una tenerezza senza limiti, disse loro che potevano seguire con tutta libertà la volontà di Dio (14).

Durante questa prova Paolo sentì una voce interna che gli diceva: al Monte Argentario... Al Monte Argentario....! Nello stesso tempo un impulso irresistibile lo spingeva ad attuare l'opera della nuova Congregazione. E' ciò che gli faceva dire un giorno ad un venerando sacerdote: « Quando il Signore vuole veramente qualche cosa di sua gloria da un suo servo, sempre seguita a dargliene forti stimoli, finché l'abbia ese­guita, lo mi andavo a nascondere nell'ospedale di S. Gallicano ed il Signore con replicati impulsi me ne cavò fuori » (15).

Si presentava al suo pensiero anche la lettera di Mons. Cavalieri di S. M.. Questo prelato così illuminato gli aveva scritto espressamente che il loro soggiorno all'ospedale non era conforme ai disegni di Dio. « Nell'eseguire il pensiero di ritirarsi in Roma nel nuovo ospedale, io ci avrei tutta la difficoltà possibile e immaginabile. Giudico che sia quest'impiego direttamente contrario alla vostra vocazione, a quello che il Signore ha mostrato di voler da voi, checché vi possa suggerire il discorso naturale. Bisogna sperare contro ogni speranza. La salvezza è più vicina di quanto possiamo credere. Abramo il padre della nostra fede anche quando andava ad immolare il figlio credeva che doveva essere il padre dei credenti.... Gesù Cristo negli obbrobri della croce eseguì quello che era di gloria del Padre, e questi nei medesimi volle la gloria del Figlio... Ed in questo obbrobrio il Figlio intese e sperò la gloria del Padre. Costanza, retrorsum non abii per le difficoltà... Non so che abbia scritto» (16).

(14) Lt. I, 79.

(15) S. 1. 89 § 42.

(16) Boll. 1929 p. 237.

 

Queste parole profetiche, scritte dal venerabile vescovo senza comprenderne, forse, il senso misterioso, pare che fossero ispirate come gli eventi hanno dimostrato. Con un giuoco ammirabile della sua Provvidenza Dio conduce spesso i suoi santi per vie che, secondo la prudenza umana, sembrano contrarie ai suoi disegni sopra di essi. Nelle opere di Dio ciò che sembra una rovina è sempre una resurrezione, come se la sua potenza sovrana si compiacesse a far uscire la vita dal seno stesso della morte.

Paolo a cui il Signore aveva detto: Sarai padre di una numerosa famiglia di apostoli, fu da Dio stesso seppellito in un oscuro ospedale e sembrava dovervi finire i suoi giorni, secondo il voto di obbedienza. Ma Gesù stesso spezza questo legame con l'autorità del suo Vicario e ritira Paolo da S. Gallicano. Lo riveste della dignità sacerdotale, indispensabile alla fecondità dell'apostolato, alla paternità delle anime, come alla grande opera che Dio voleva da lui. Non sono forse necessarie all'apostolo, per essere completo, l'altare, il pulpito e il tribunale della riconciliazione?

Nel soggiorno di Paolo all'ospizio di S. Gallicano Dio aveva un altro disegno che ci è qui chiaramente rivelato. Questo ospizio innalzato dal Capo della Chiesa, è ancora un'opera nascente; fin dalla nascita bisogna conciliargli l'interessamento e la venerazione universale: doveva essere consacrato dalla sofferenza e dalla santità. Chi meglio poteva dargli questo prestigio che le virtù delle quali il Santo vi lascerà l'ineffabile impronta? Ed è ancora là che comincia a stabilirsi la piccola Congregazione del Chierici ospitalieri. Chi li aiuterà a formarsi? Chi getterà i fondamenti di quello spirito di carità e di sacrificio da cui deve essere animata? Sarà sempre Paolo della Croce.

E la sua stessa Congregazione non troverà essa pure nei suoi esempi una eloquente lezione di carità? Il Passionista, se è penetrato dello spirito del suo Istituto, sarà sempre pronto a lasciare il suo Ritiro per accorrere al capezzale dei moribondi, così come non cessava di esortarli il loro santo Fondatore.

« Se per i nostri peccati mandasse il Signore la peste a tempo mio, io vorrei essere il primo ad uscire dalla solitudine per aiutare in tutto e per tutto i miei poveri prossimi infetti di tal male e li vorrei aiu­tare finché mi durasse il fiato e la vita» (17).

Quando nell'estrema vecchiaia i suoi religiosi gli domandavano il permesso di andare all'ospedale, diceva con enfasi: « Oh che gran vigna è l'ospedale! Gran bene si fa intorno agl'infermi. Siano benedetti. Vadano pure ad aiutare quei poveretti. Ah, se non fossi sordo e così indisposto, oh quanto vi andrei volentieri! Ma Iddio non vuole e son contento » (18).

Il nostro Santo lasciava così ai suoi figli il prezioso retaggio della sua carità.

(18) S. 1. 465 § 468.

(17) S. 1. 464 § 468.

 

Torna all' INDICE TEMATICO

 
 
 



LA BIOGRAFIA


LA MISTICA


REGOLE E COSTITUZIONI


LETTERE AI FIGLI SPIRITUALI


IL DIARIO SPIRITUALE


IL PASSIONISTA SECONDO S.PAOLO


MASSIME SPIRITUALI


LA VITA DI S.PAOLO IN IMMAGINI


PREGHIERE A S.PAOLO DELLA CROCE

 

 

 
 

home  | passionisti  | links  |  contatti   |  
Copyright ? No Grazie : diffondete, stampate e utilizzate il contenuto di questo sito