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CAPITOLO XIII

1. Paolo e Gian Battista vanno al Monte Argentario. 2. Nel romitorio di S. Antonio. 3. Apostolato a Portercole. 4. Cose prodigiose. 5. I primi compagni. 6. Vita dei primi Passionisti. 7. Paolo rimane quasi solo.

(1728 - 1730)

VERSO L'ARGENTARIO

Come i cervi assetati corrono alle acque vive della fontana, così i due servi di Dio Paolo e Gian Battista, avevano fretta di arrivare al Monte Argentario, pia solitudine di cui già conoscevano il cammino, destinata da Dio ad essere la culla dell'Istituto.

Arrivati a Pontercole, ebbero la dolorosa notizia che il romitorio dell'Annunziata era stato occupato da un solitario (1). Non lontano di là, è vero, in mezzo a un piccolo bosco, se ne trovava un altro dedicato a S. Antonio, ma così diroccato, che non parve loro abbastanza decente per celebrarvi i divini misteri. Salgono tuttavia il Monte Argentario e vanno a pregare umilmente l'eremita dell'Annunziata di permettere che abitassero insieme quel santo luogo, dove, in unione di carità, servirebbero il Signore. Ma l'eremita li respinse aggiungendo che non avrebbe sopportato la loro presenza su quella montagna. Senza nulla rispondere e senza perdere la loro dolcezza, i discepoli del Crocifisso, vedendo in quel rifiuto i disegni della volontà divina, si consultarono tra loro e decisero di tornare al Castellazzo.

Andarono, dunque, a cercare un imbarco a Porto Santo Stefano, dove tre navi erano pronte a levare l'ancora. Uno dei comandanti li ricevette nella sua per carità. Al primo vento propizio, le navi salparono insie­me. Due presero subito il largo e, a vela spiegata, cominciavano già una corsa rapida. Ma la terza dove si trovavano i due fratelli, non si mosse, anzi resisteva ai replicati sforzi dei marinai. Allora questi chia­marono in aiuto gli altri due. Uno di quelli con una grossa gomena attaccata alla poppa, mise in opera tutte le sue forze per rimorchiarla; il vascello restava immobile come una roccia. Stupefatti, spaventati, i marinai temettero un sortilegio o un castigo del cielo, non sapevano più che fare.

(1) Vi era Antonio Schiaffino, il compaesano venuto via da Gaeta.

 

Paolo che era in preghiera nella cabina del comandante, salì sul ponte e rassicurò gli animi dicendo che la sola causa dell'immobilità della nave era lui stesso perché Dio voleva che fissasse la sua dimora su quel monte. L'evento dimostrò che queste parole erano ispirate dall'alto. Appena infatti egli fu disceso a terra, con suo fratello, il vascello si allontanò dalla riva e, come gli altri, solcò rapidamente le acque (2).

 

NEL ROMITORIO DI S. ANTONIO

Questo prodigio mostrò una volta di più con quale bontà il Signore vegliava sopra di essi. I due servi di Gesù Cristo ritornarono al romitorio di S. Antonio pronti a soffrir tutto per compiere la volontà divina. Non trovarono che una abitazione mezzo rovinata, un pianter­reno diviso in due parti, di cui una avrebbe servito di cappella. Al di sopra, due misere camere con il tetto in così cattivo stato, che non li riparava neppure dai venti e dalla pioggia (3). Senza scoraggiarsi, si misero all'opera con gioia: levarono le macerie, e la cappella, pur restando povera, diventò decente, senza ornamenti, ma pulita. Si affrettarono in seguito a chiedere i necessari permessi al vescovo della diocesi. Purtroppo, non era più Mons. Fulvio Salvi che tanta stima aveva dimostrato per essi; il venerando presule era passato all'eternità l'anno precedente 1727. Gli era successo però Mons. Cristoforo Palmieri che verso i due santi fratelli non fu meno benevolo del suo antecessore. Egli permise infatti non solo di abitare il romitorio, ma di celebrarvi anche la santa Messa.

Con l'aria pura del sacro Monte, col silenzio dei boschi, con la calma profonda dello spirito e del cuore ritornarono le loro forze e i pii solitari si ristabilirono in salute. Così poterono riprendere quella vita austera di cui abbiamo già presentato il quadro: orazione continua, rigorose penitenze, canto delle lodi del Signore di giorno e di notte (4).

(2) Boll. 1922 p. 342.

(3) Anche nel 1736 era ancora un povero tugurio che ispirava tedio e terrore (Lt. I, 406).

(4) S. 1. 90 § 43.

Fu una vera gioia per gli abitanti vicini sapere che i due eremiti di cui avevano tanto ammirato la virtù fossero ritornati vicino a loro. Ma il solitario dell'Annunziata era ben lontano dal dividere questa gioia, benché Paolo tentasse con ogni mezzo di ricondurlo a sentimenti più giusti e più cristiani.

Dopo alcuni mesi Dio mandò un giovane piemontese chiedendo di associarsi al loro genere di vita. Avendo sentito parlare di Paolo nel suo paese, aveva deciso di votarsi a Dio sotto la sua direzione. Il santo Fondatore l'accettò in qualità di, fratello laico e dopo alcune prove lo rivestì del sacro abito della Passione col nome di Giovanni Maria. Il nuovo fratello passava con i padri parecchie ore in orazione, serviva la Messa, poi si dedicava alle occupazioni che la cura della povera casa esigeva. Così, liberi da ogni occupazione materiale, i padri poterono consa­crare maggior tempo allo studio e alla preghiera per esser pronti alla prima chiamata apostolica del vescovo o di qualche parroco.

 

APOSTOLATO A PORTERCOLE

Nella quaresima del 1729, facendo Mons. Palmieri la prima visita pastorale a Portercole, venne a conoscere che nella vita dei due fratelli vi erano cose più meravigliose di quanto aveva sentito, stando lontano, e pensò di servirsi della loro opera per la santificazione del suo gregge. Li chiamò a sé e dopo averne esaminata la dottrina, diede loro giurisdizione per confessare. Volle anzi che Paolo preparasse il popolo di Portercole alla comunione pasquale (5).

I due apostoli lavorarono con incredibile ardore alla conquista del­le anime. Era tale la dolcezza della loro carità, il fuoco dello zelo, che i poveri peccatori accorrevano in massa a deporre il fardello delle loro miserie ai piedi dei missionari del Monte Argentario, come già veniva­no chiamati, tornando con la pace nel cuore e la gioia di una coscienza purificata nel sangue di Cristo, risoluti di conservare a ogni costo la grazia di Dio.

(5) Boll. 1929 p. 204. Il documento che lo autorizza ad ascoltare le confes­sioni porta la data del 21 marzo 1729.

 

Tornati al romitorio, Paolo e suo fratello vi continuavano il lavoro per le anime, andando, come il buon Pastore, in cerca della pecorella smarrita. I pastori, i carbonai, i cacciatori, povera gente che passava la maggior parte della vita nella più profonda ignoranza religiosa, erano l'oggetto del loro zelo (6). Con modi dolci e affettuosi, essi parlavano loro di Dio, delle cose dell'anima e li invitavano a venire al romitorio a ricevere i sacramenti. Quest'umile apostolato non fu sterile; i missionari ebbero la consolazione di vederne parecchi pregare nella loro chiesina, ascoltare la Messa, avvicinarsi alla sacra Mensa. Anche dai paesi vicini venivano al Ritiro persone di ogni condizione, attirate dall'amabile santità dei due solitari. Chi si raccomandava alle loro preghiere, chi chiedeva consigli, chi voleva confessarsi; tutti tonfavano edificati e consolati.

Siccome il viaggio era lungo e faticoso, Paolo non aveva cuore di lasciarli ripartire digiuni e, con graziosa semplicità, fossero anche persone ragguardevoli, offriva le modeste risorse del suo romitorio; alcuni si ritenevano fortunati di accettare dalle loro mani le sacre briciole dell'indigenza.

Alla Domenica i due fratelli esercitavano il loro zelo nei paesi vicini. Paolo scendeva il sabato sera a Portercole, si faceva dare la chiave della chiesa collegiale e passava la notte in preghiera ai piedi del tabernacolo, supplicando nostro Signore di ricolmare con le sue grazie le anime che stava per evangelizzare. Di buon mattino ristorava le sue forze nel sangue del divin sacrificio; poi nel tribunale della penitenza purificava e consolava le anime. Nel pomeriggio andava per le vie invitando il popolo a venire ad ascoltare la parola di Dio; una moltitudine di uomini, di donne, di fanciulli e di soldati lo seguivano in chiesa dove spiegava il catechismo (7).

La sua parola infuocata ispirava a tutti una devozione tenerissima verso Gesù Crocifisso. Malgrado i suoi grandi lavori, si metteva a scopare la chiesa e le vie dove sarebbe passato il SS. Sacramento. Il Servo di Dio poteva dire col profeta: Signore, ho amato la bellezza della vostra casa.

L'efficacia di questo ministero della parola fortificata dall'esempio, era veramente grande. Quante anime adagiate nell'ombra di morte, risalirono alla regione della luce e della vita! Ascoltiamo un testimonio oculare, ufficiale di grande merito: « Vedendolo ognuno in quell'estrema povertà, in distacco tanto grande dalle cose del mondo, in portamento tanto umile camminar sempre con gli occhi bassi, assoggettarsi per amor di Dio agli inferiori, riconoscevano in esso un vero Servo di Dio che altro non cercava che la salute delle anime senza nessun riguardo o a fatiche o a strapazzo.

(6) S. 2. 131 § 157.

(7) S.2. 53 § 242.

 

Quindi ricevendo con cuore buono la divina semenza, producevano frutti di tanta pietà che Portercole, per l'esercizio delle vir­tù cristiane, fece ammirare le truppe e l'ufficialità spagnola quando vi entrarono, tanto che asserivano di non aver trovato città di quella più devota » (8).

 

FATTI PRODIGIOSI

La docilità di questo buon popolo alla grazia ricevette da Dio una meravigliosa ricompensa. Se i santi sono una potenza per la conquista del cielo, sono anche una protezione contro le calamità della terra, co­me lo provano numerosi e incontrastabili prodigi.

Un giorno il cielo di Portercole si oscurò; dense nubi si agitavano confusamente nell'aria; lampi continui, spaventosi colpi di tuono facevano presagire il più disastroso uragano. Il popolo vedeva già le sue campagne distrutte e, preso da terrore, accorse dal Santo implorando il soccorso delle sue preghiere. Paolo li esortò a confidare nel Signore e, preso il suo Crocifisso, fece un gran segno di croce verso gli elementi scatenati. La grandine cadde così grossa, con tanto furore e intensità, che tutti credettero già. perduto il raccolto dell'annata. Cessato l'uragano, ognuno si affrettò a visitare i campi e le vigne. Con grande meraviglia e gioia videro le viti e i frutti intatti, come se non fosse caduta che una leggera e benefica pioggia, mentre le foglie delle viti erano tutte crivellate (9). Simile prodigio venne pure operato da Paolo in questo paese, mentre vi predicava la missione.

Un'altra volta il Santo passava lungo la spiaggia del mare, quando incontrò un pescatore che gli disse con le lagrime agli occhi come da quattro mesi non avesse preso pesci e, per colmo di sventura, le sue reti si erano lacerate e, per pagare i suoi operai aveva contratto nume­rosi debiti che non sapeva come pagare.

P. Paolo, esclamò il pescatore con le braccia tese, ve ne supplico, benedite le mie reti e il mare L'uomo di Dio si mise in ginocchio sulla spiaggia, recitò le litanie della Madonna e, dopo aver benedetto con il Crocifisso le reti e il mare, esortò il pescatore alla fiducia che la divina bontà non mancherebbe di venirgli in aiuto. Verso il tramonto il pescatore gettò fidente le reti e prese una quantità così grande di pesci, che potè riparare le perdite dei mesi precedenti. Mosso da riconoscenza, al mattino mandò da uno dei suoi uomini un'abbondante elemosina di pesci ai solitari del Monte Argentario il cui numero cominciava ad aumentare.

(8) VS. P . 69.

(9) VS. p. 70.

 

I PRIMI COMPAGNI

Nel mese di maggio del 1730 il più giovane dei loro fratelli, An­tonio, dell'età di venti anni, venne dal Castellazzo a trovare i due servi di Gesù Cristo. Portava a Paolo una lettera e una cospicua offerta da parte della marchesa Del Pozzo di cui l'apostolo aveva evangelizzato le terre, come già abbiamo detto. Questa pia signora gli scriveva le pene del suo cuore, la morte le aveva tolto due personte molto care; pregava il Santo che celebrasse alcune Messe e le mandasse qualche parola di conforto. Il Santo rispose con grandi espressioni di carità, del­le quali per edificazione del lettore vogliamo riportarne qualcuna.

« E' cresciuta la croce... Grazie al vero nostro Bene che la tiene in croce. O cara croce! O santa croce! Albero di vita nel quale pende l'e­terna Vita, io ti saluto, ti abbraccio, ti stringo al mio petto!

« Questi devono essere i suoi affetti nelle presenti contingenze. Or­sù, coraggio; cerchi d'imitare quella donna forte della Sapienza. La par­te inferiore si ritirerà dall'avere tanto peso, ma la parte ragionevole, la suprema porzione dello spirito si acquieterà al gusto di Dio, ne sono certo. Non guardi in faccia a travagli, a carichi di casa ed altre afflizioni, miri piuttosto al caro Crocifisso Gesù, che è Re dei dolori... e ci parrà tutto dolce. Il cuore in alto, in Dio.

Adesso non si potrà fare tanta orazione ed altri esercizi, è vero, ma io le darò una regola per fare sempre orazione: sempre ora chi fa bene. Dunque la prego a farsi familiare lo star con fede alla presenza di Dio in tutte le sue azioni, e questo Iddio ce lo farà acquistare a poco a poco... Non lasci però di svegliare il suo cuore... a ricordarsi dell'Amato Bene, Iddio, ma lo faccia soavemente e senza sforzo... e quando Iddio sparge nel suo cuore sentimenti di amore, si fermi come un'ape sul miele... Ah, quando penso che l'anima mia è il tempio di Dio, che Dio è in me, che vivo, respiro, opero... in Dio; oh, quanto si rallegra il mio cuore! Ogni afflizione mi par dolce e leggera... Questo è un modo di far continua orazione... è una grande sapienza che non s'impara se non dagli umili di cuore... Viva in pace... perseveri nei santi esercizi... Viva tutta nel santo Amore. Così sia» (10).

Simili accenti, se non sono sentiti, non s'inventano, chi non ama, non sa trovarli.

Il giovane Antonio, preso dalle virtù del Santo, e dalle attrattive della solitudine, non volle più lasciarli e decise di consacrarsi egli pure a Gesù Crocifisso. Poco dopo venne da Gaeta un canonico di rara dottrina D. Angelo Di Stefano a chiedere la livrea del Calvario. Consegnò a Paolo una lettera del suo antico direttore D. Erasmo Tuccinardi che annunciava il prossimo arrivo di un sacerdote e di un chierico che realmente vennero nel mese di settembre. Questi furono i principii dell'umile Congregazione. I solitari del Monte Argentario erano così sette: quattro sacerdoti, due chierici e un fratello laico. Essi camminavano pieni di fervore e di coraggio sulle orme di Gesù Crocifisso. Paolo ne godeva davanti a Dio; quella prima povera dimora si faceva sentire troppo angusta, ma formava le speranze del S. Fondatore.

« Il Ritiro è piccolo, ma Dio è grande per dilatarlo assai presto, come spero. Mettiamo giù le pietre vive, e massime pietre sacerdotali » (11).

Affinchè tutti fossero decentemente alloggiati, fece dividere con tende le due camere superiori in piccole celle, capaci appena di un saccone di paglia sostenuto da mattoni e da assi. Il piccolo ridotto inferiore vicino alla cappella servì da refettorio e da sala di studio; una capanna di paglia e di foglie, in faccia alla porta d'ingresso, era la cucina.

 

LA VITA DEI PRIMI PASSIONISTI

Questo luogo così adattato divenne il testimonio di grandi e sante cose. Presso le loro sorgenti, sui monti, i fiumi sono meno estesi e meno maestosi che nella pianura, però sono più vicini al cielo. Le origini monastiche, così umili e povere, sono quasi sempre il periodo eroico dell'ordine.

(10) Lt. I, 45.

(11) Lt. I, 83.

 

La vita ammirabile di Paolo cominciò ben presto a riprodursi in ciascuno dei suoi figli. Lo Spirito Santo rinnovava sul Monte Argentario le meraviglie della Tebaide. Vestiti come il loro santo Fondatore di una semplice tunica di stoffa nera della più grossolana, andavano scalzi e a capo scoperto; il loro cibo era dei più comuni: legumi, erbe e un po' di pesce quando lo ricevevano in dono. Spesso la quantità di quei poveri alimenti neppure era sufficiente e, ad aumentar la mortificazione, mancava alle volte perfino il sale. Tuttavia i nostri solitari non chiedevano nulla a nessuno, sempre contenti delle offerte spontanee della carità. Il digiuno non era interrotto che la Domenica e nelle feste principali; la rigida astinenza non era temperata che nelle grandi solennità: Natale, Pasqua, Assunzione ecc! in questi giorni le uova e i latticini erano il gran banchetto.

Raccogliamo i particolari di questa vita angelica dalla bocca stessa di un compagno di Paolo, un semplice fratello laico; la sua testimonianza ingenua, confermata con giuramento, porta tutti i caratteri della verità: « Alla mezza notte ci alzavamo e si andava in chiesa, dove il P. Paolo e gli altri due fratelli recitavano il mattutino, ed io con l'altro compagno laico dicevamo la corona o altre preci. Terminato il mattutino, tutti insieme facevamo un'ora di orazione mentale, alla fine della quale per quattro volte la settimana si faceva la disciplina. Terminato poi il coro, chi voleva ritornare a riposare ritornava, chi no, si occupava o nello studio o in altro lodevole esercizio. La mattina avanti giorno conveniva di nuovo alzarsi e tornare alla chiesa per Prima e Ter­za dell'ufficio divino e successivamente si faceva un'altra ora di orazione mentale. I PP. celebravano poi la santa Messa. Fatto il ringraziamento, si trattenevano per qualche tempo nella stanza inferiore in leggere o scrivere. Di poi il P. Paolo ed il P. Gian Battista pigliavano i loro scrit­ti e separatamente se ne andavano nella macchia; il che faceva ancora alcune volte il P. Antonio, e noi due laici restavamo ad impiegarci in altre cose, come far qualche lavoro nel piccolo orticello che vi era, far legna e cuocere qualche poco di erbe o legumi in una capannella che stava di faccia alla porta del romitorio, che serviva di cucina.

Un'ora circa prima di mezzo giorno ritornavano tutti al romitorio e si portavano in chiesa a dire Sesta e Nona e dopo si andava a pren­dere la refezione... Dopo la refezione... si trattenevano per breve tempo in ricreazione, poi ripigliava ognuno i suoi scritti e andavano a nascondersi secondo il solito, avendo prima recitato Vespro. Tornavano verso sera a recitare Compieta dopo la quale tutti facevamo un'ora di orazione mentale e poi si recitava il santo Rosario. Nel tempo d'inverno si trattenevano qualche ora nello studio e dopo si faceva la cola­zione, mentre ogni giorno si osservava il digiuno a riserva delle feste. La vita che menava il P. Paolo lo faceva comparire agli occhi dei suoi compagni un angelo in carne» (12).

Questo testimonio che prese allora l'abito non potè per la salute troppo debole sopportare quel genere di vita. Il Santo, sempre guidato dallo spirito di sapienza gli disse: « Figlio si conosce che voi non potete reggere a questa vita, sarà bene che torniate a casa e se guarirete vi riabbraccerò, ma non tornerete. Abbiate però il timor santo di Dio, conservatevi nella sua grazia e ricordatevi sempre di quello che ora vi dico: avrete una buona croce, portatela con pazienza che il paradiso sarà vostro ».

E il testimonio aggiunge: « me ne tornai dunque a casa mia in Orbetello e quanto il P. Paolo nella partenza mi disse, tutto si verificò e tuttora si va verificando» (13).

Anima di questa piccola famiglia era il santo Fondatore che, supe­riore a tutti per il fervore della sua vita, li accendeva con le sue parole e soprattutto con i suoi esempi; era come il quadro di un sommo artista che sorpassa in bellezza e perfezione le copie dei discepoli. Cercava, sì, l'umile servo della croce di nascondere ciò che praticava oltre i limiti della Regola, ma alle volte traspariva qualche cosa che aveva del prodigioso. Spesso alla sera invece di andare a dormire, usciva di nascosto e si ritirava in una grotta formata da due roccie; vi passava buona parte della notte fino all'ora del mattutino che lo trovava sempre il primo in cappella.

Per evitare ogni singolarità prendeva come i suoi discepoli il suo riposo sopra un pagliericcio che si distingueva dagli altri perché più duro. Simulava il guanciale con una enorme pietra e credeva, nella sua semplicità, che nessuno se ne accorgesse, eccetto il confidente della sua anima ed emulo delle sue virtù, il P. Gian Battista.

Durante il giorno il Santo andava nella foresta, si nascondeva nei posti più deserti e più inaccessibili, ove potesse, senza altro testimonio che Dio, effondere il suo cuore e imprimere nella sua carne i tratti di Gesù Crocifisso.

(12) S. 1. 73 § 1; VS. p. 65-66.

(13) S. 1. 75 § 2.

 

Vi fu scoperto da pastori che lo videro ora pregare in ginocchio ai piedi di una quercia, ora macerare il suo corpo. Uno di essi, sentendo una volta rumore di catene agitate, rimase al princi­pio spaventato; poi avvicinatosi pian piano per conoscere la causa, vide il Santo che con una grossa catena si batteva fortemente le spalle nude. Questa formidabile disciplina, come si seppe più tardi, era nelle abitu­dini del Santo. Nei suoi ultimi giorni la gettò in un posto dove nessuno l'avrebbe potuta ritrovare, perché non venisse in mente, diceva, ad alcuno dei suoi di adoperarla per lo stesso uso. In realtà era per distrug­gere quel monumento delle sue penitenze eroiche (14).

Un'altra volta un cacciatore notò del rumore in un cespuglio, come se in mezzo ad esso si dibattesse qualche animale. Sperando una buona caccia, puntò il fucile pronto a sparare. Si avvicinò pian piano e vide, meravigliato, il Santo che si avvoltolava tutto insanguinato tra le spine.

Paolo, ce ne assicura il P. Fulgenzio, praticava nella solitudine molte altre penitenze che non saranno mai conosciute. L'eroismo della sua penitenza gareggiava con la sua umiltà; si credeva sinceramente l'ultimo di tutti. « Qui, scriveva, si loda Iddio giorno e notte, ma io però vir pol­lutus labiis sum. Ah, mi dispiace assai per amor del mio Dio» (15).

Questo basso concetto di sé era così profondamente scolpito nel suo cuore, che spesso, in ginocchio, ai piedi dei suoi religiosi, implorava con lagrime le loro preghiere, accusandosi come un grande e miserabile peccatore, oppure si buttava a terra sulla porta del convento per essere cal­pestato come la creatura più vile dell'universo.

Mentre il Santo aspettava da Dio con tranquilla fiducia le risorse che gli avrebbero permesso di ampliare il piccolo romitorio, un benefattore di Portercole si offrì di fare le spese necessarie. Paolo ne provò grande consolazione nel Signore; da molto tempo aveva sperato di vedere la stretta e povera abitazione cambiata in grande Ritiro che fosse seminario fecondo di uomini apostolici. Fu questo per lui un nuovo incoraggiamento a proseguire la sant'opera del nuovo Istituto. Già auto­rizzato a riunire compagni da Benedetto XIII morto il 21 febbraio dello stesso anno 1730, sperando che il suo Successore Clemente XII non gli sarebbe stato meno favorevole, si preparò per ottenere da questo

(14) S. 1. 654

(15) Lt. I, 83.

 

Pontefice l'approvazione delle Regole. Ne scrisse a Mons. Crescenzi che gli manifestò nella sua lettera tutta la gioia che provava per l'aumento della sua famiglia: «Sappiate, aggiungeva, che io sarò sempre felice di servirvi e di prestare il mio appoggio a una opera che amo infinitamente. Ho comunicato la vostra lettera al Cardinale Corradini che ne è rimasto grandemente edificato e contento. Anche sua Eminenza è di­sposta ad assistervi con tutto il suo potere... ».

 

ALCUNE DEFEZIONI

Belle speranze... ahimè, troppo presto svanite...! Il Signore stava per mettere la fede del Santo a dura prova. Incominciava ad avverarsi la predizione di Mons. Pignatelli che aveva rassomigliato Paolo ad Abramo. Al santo Patriarca Iddio aveva promesso una numerosa posterità, e in­tanto Isacco, il figlio delle speranze, doveva essere immolato. Anche Paolo aveva ricevuto la promessa, ed ora anche lui deve fare il sacrificio dei suoi primi compagni, fondamento dell'Istituto! Nel salire il Monte, Paolo riveste un nuovo tratto di rassomiglianza col suo Maestro, l'abbandono dei suoi discepoli. Avevano abbracciato con fervore le au­sterità di quella vita, ma non ebbero poi il coraggio di perseverarvi.

Confessiamolo, un Istituto nascente che non ha ancora il prestigio del passato, né le risorse del presente, esige un'incrollabile fede nell'avvenire, un eroismo di abnegazione. O si retrocede o si diviene grandi santi, par­tecipando alla gloria del Fondatore. Ecco perché intorno a Domenico, a Francesco di Assisi, ad Ignazio, a tutti i grandi fondatori, noi vedia­mo risplendere una pleiade di santi. Anche Paolo avrà i suoi (16).

Per il momento restò solo con i suoi due fratelli. Questa tristezza dell'isolamento fu aumentata dall'abbandono del benefattore che, cedendo a perfide suggestioni, aveva ritirato l'impegno preso d'ingrandire lo eremo.

Paolo sostenne il colpo senza piegare, sempre appoggiato alla croce. Confidata la sua pena a Mons. Crescenzi, ebbe in risposta che non doveva scoraggiarsi, non essendo venuta ancora l'ora di Dio. Egli finalmente, quando lo esigeranno gl'interessi della sua gloria, aprirà la via alla fon­dazione di un'opera così bella. Nell'attesa egli e i suoi compagni dove.

(16) S. 1. 90 § 44.

 

vano amare ardentemente l'Istituto cominciato. Paolo si abbandonò in­teramente nelle braccia della Provvidenza.

« La nave è in mare senza vele e senza remi, scriveva al Tuccinardi, è però guidata dal gran Nocchiero, che senz'altro la porterà a porto sicuro, è combattuta dalle tempeste, e dai venti perché così risplenda più la Potenza e Sapienza di quel gran Pilota che la guida.

Viva sempre Gesù Cristo che ci da forza di soffrire ogni travaglio per suo amore. Le opere di Dio sono sempre combattute, acciò risplenda la divina Magnificenza. Quando le cose paiono più a terra, è quando più si vedono sorgere in alto... Preghino tutti per noi, acciò trionfiamo dei nostri nemici, molto armati contro noi, acciò ci dia vittoria per Ge­sù nostro Signore... Si faccia sempre la santissima e adorabilissima volontà di Dio, perché qui sta il punto principale della vita divota: disprezzo di noi stessi ed unione perfetta alla divina volontà » (17).

Come si vede nelle tribolazioni il linguaggio dei santi! Essi si prostrano e adorano, non vedono gli uomini, ma unicamente Iddio. I nemici di Paolo sono i demoni: la sua carità non ne conosce altri, i demoni che stimolano i suoi persecutori, che spesso pieni di rabbia, gli apparivano sotto orribili forme e lo percuotevano con fierissimi colpi.

Nella sua umiltà egli attribuiva la causa di quell'abbandono dei discepoli ai suoi peccati. Ma questa nuova prova eroicamente sopportata, doveva essere feconda; il Signore avrebbe ben presto dato nuovi figli alle sue preghiere e alle sue lagrime.

(17) Lt. I, 86.

 

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