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CAPITOLO XIV

1. Preziosa conquista a Talamone. 2. Riceve da Clemente XII il titolo di Missionario. 3. Apostolo di Orbetello. 4. Gli viene indicato il luogo del primo Ritiro. 5. Altre Missioni.

(1730 - 1733)

MISSIONE A TALAMONE

L'apostolato del nostro Santo sta per rifulgere in tutto il suo splendore; fin qui non ne abbiamo visto che il preludio.

Paolo ha 36 anni; più di trent'anni ancora lavorerà alla conquista del­le anime. Egli predicherà Gesù Crocifisso da per tutto: in cima ai monti, in fondo alle valli, in mezzo ai mari, sulle rive dei fiumi, nelle grandi città, negli umili villaggi, negli ospedali, nelle prigioni, sui patiboli, sui campi di battaglia, in mezzo agli appestati, alle vergini spose di Gesù, ai sacerdoti di Dio, ovunque ci sarà il peccato da distruggere, Dio da far amare, un'anima da salvare. Nessuna cosa arresterà gli slanci del suo zelo, né i raggi cocenti del sole, né le brine, né le tempeste, né l'odio degli uomini, né la rabbia dell'inferno, né le infermità, né la tarda sua età. Spossato dalle fatiche delle penitenze, ma sempre rianimato da nuovo vigore, Paolo segnerà il suo passaggio con le traccie del suo sangue ed ogni suo passo sarà un beneficio per le anime, una gloria per Iddio, un trionfo per la Chiesa.

Per scrìvere la storia di quest'immensa mèsse di anime occorrerebbero numerosi volumi, ma noi diremo solo ciò che può illuminare sufficientemente la vita del grande apostolo.

Il Vescovo di Sovana, Mons- Palmieri gemeva nel vedere la sua diocesi contaminata da gente di cattiva vita e da malfattori di ogni specie che venivano dagli stati vicini per cercarvi l'impunità dei loro delitti. Chi potrebbe commuovere quei cuori induriti nel male? Chi potrebbe correggere i costumi e condurli a Dio? Gli apostoli del Monte Argentario... Fu per il prelato come un'ispirazione. Egli sapeva, del resto, per esperienza quanto essi fossero ripieni della scienza dei santi e dello spirito del Signore.

Alla chiamata del vescovo i due servi di Dio uscirono dalla solitudine per predicare, come Giovanni il Battista, la penitenza e, come il grande apostolo, Gesù Crocifisso. Il loro aspetto che già era una predica eloquente, il loro abito o piuttosto il loro cilizio, i loro piedi scalzi, l'austerità della loro vita, quella santità grave, ma dolce, quella parola ardente, quella carità a tutta prova, trionfarono dei peccatori più ostinati. Il vescovo ne benedisse il cielo e verso la fine del 1730 affidò ad essi la missione di Talamone, una volta porto famoso della repubblica di Siena, ora piccolo villaggio di circa un migliaio di abitanti.

Alla voce dolce e forte di Paolo accorsero da tutti i paesi vicini; tutti volevano udire, dicevano, il santo missionario del Monte Argentario. Slancio universale, impressioni profonde e durature, ammirabili ri­torni a Dio, grazie abbondanti del cielo: tale fu questa missione.

Un giorno mentre il Santo faceva il quadro dei tormenti eterni al suo uditorio spaventato vide entrare in chiesa una giovane. Paolo, ispirato dal cielo, senza che nessuno se ne accorga; l'apostrofa: « O tu che adesso non puoi quasi più reggere per un solo dolore di denti, come farai a soffrire nell'inferno un cumulo di acerbi dolori che ti sei pur meritati con le tue vanità? » (1). E precisamente questa giovane aveva sofferto tutta la notte mal di denti. Era venuta in chiesa per distrarsi dal suo male. Un'apostrofe così strana, quello sguardo che sembrava immer­gersi in fondo alla sua anima, la commossero e la turbarono profondamente. Terminata la predica, andò a gettarsi ai piedi del missionario, gli fece la confessione di tutta la sua vita, rinunciò alle vanità del secolo e si consacrò a Dio col voto perpetuo di verginità. La giovane mondana, Agnese Grazi, apparteneva a una famiglia di Orbetello delle più illustri per titoli e per ricchezza. Quantunque gelosa della sua virtù, era troppo affascinata dai piaceri e dalle pompe del mondo. Era venuta in questa sua casa di campagna per cercarvi frivole distrazioni; vi trovò invece le pure gioie di un cuore dato tutto a Dio. Era un'anima elevata, generosa, che il Signore chiamava ad alta perfezione. Da quel giorno ella considerò come Padre colui che l'aveva rigenerata in Cristo. Paolo l'adottò come sua figlia spirituale e non cessò di coltivare per il cielo questo fiore del Calvario. Noi la ritroveremo in questa storia, servirà di strumento alla Provvidenza per una delle più grandi opere del santo Fondatore. Tuttavia diremo qui per quale via egli la condusse a un tal grado di santità, che ne era rapito egli stesso; sentiremo l'elogio ch'egli fece di quest'anima bella dopo che lasciò la terra.

(1) Cfr. P. Francesco C. P. « Una Perla nascosta » p. 22. PO. 66.

 

La prima cura del saggio direttore fu di tracciarle semplicemente le grandi linee di una regola di vita che abbracciava tutte le ore del giorno. In questo regolamento destinato ad una giovane del gran mondo, la soavità, la discrezione, la libertà di spirito e, nello stesso tempo, qualche cosa di grave e di austero, tutto ricorda la scuola di S. Francesco di Sales. Lo trascriviamo, tornerà forse utile a qualche anima:

1) Alla mattina subito alzata faccia un'ora circa di orazione mentale; dopo la santa comunione spirituale.

2) Se può andare a Messa ci vada, se no, pazienza.

3) II resto del tempo sino a pranzo lavori, con la mente a Dio in santo silenzio; risponda però quando è interrogata, con ogni dolcezza, buona grazia e carità.

4) Mezz'ora prima di pranzo legga un poco e poi si trattenga ai piedi del Crocifisso, se può, per un quarto d'ora circa.

5) Pranzi in pace: attenda alla discreta mortificazione.

6) Dopo pranzo stia in ricreazione con gli altri, con ogni dolcez­za e canta e se fa bisogno riposi per un poco.

7) (Fino verso il tramonto del sole) lavori con la mente in Dio Poi si prepari per l'orazione mentale e ne faccia un'ora.

8) Ceni. Dopo pigli un po' di divertimento, Poi si ritiri, faccia l'esame di coscienza, la lezione spirituale, vada a riposo e dica le solite orazioni vocali della sera.... Le raccomando la presenza di Dio da cui nasce ogni bene. Dio la benedica» (2).

Questo regolamento trovava il suo commento nei colloqui spirituali che aveva con lui e nelle lettere che le mandava (3). Ben presto egli innalzò quest'anima, generosa e docile, alle più alte vette della divina contemplazione per le piaghe adorabili del Salvatore; il Calvario era per lui la via rapida di una santità perfetta.

(2) Lt. I, 105.

(3) Chi vuol conoscere quale fosse la direzione che il Santo dette a questa anima eletta legga le 165 lettere che ci sono state conservate (Lt. I, 96-353).

 

Si cominciò la fabbrica, avendo Paolo tracciato il piano. L'edificio doveva essere in armonia col decoro e con la povertà religiosa... - pag. 157.

 

« Il Santo andò processionalmente egli stesso a portare i suoi novizi e insediarli nella nuova casa, cui diede il nome di S. Giuseppe... » - pag. 247.

«Farsi un mazzetto delle pene di Gesù e tenerle nel seno dell'anima, come già ho detto. Qualche volta se ne può fare una memoria dolorosa, parlandone dolcemente col Salvatore: Oh, caro Gesù! Come vedo il vostro volto livido, gonfio, sputacchiato! Oh, amor mio, che vi miro tutte le piaghe..., che vi vedo le ossa spolpate... quante pene... quanti affanni... Ah, piaghe care, vi voglio sempre tenere nel mio cuore.. » (4).

Insegnandole come il cristiano deve rinunziare a se stesso per seguire fedelmente Gesù, il Santo dice:

« Fortunata quell'anima che si stacca dal suo proprio godere, dal proprio sentire, e dal proprio intendere. Altissima lezione è questa; Dio gliela farà imparare, se lei metterà il suo contento nella Croce di Gesù nel morire a tutto quello che non è Dio, su la Croce del Salvatore » (5).

Insegnandole ad amare i nemici in Gesù, dopo averle raccomandato di dar loro testimonianza della più dolce cordialità, aggiunge:

« Faccia nel medesimo tempo qualche atto interno di carità, ma soavemente; per esempio: O care anime di Gesù, vi amo nel Cuore di Gesù, che brucia di amore per voi; o anime benedette! amate l'amore Gesù per me ecc. » (6).

Nella settimana santa le scriveva: « Mia dilettissima figliuola in Gesù Crocifisso, la invito al Calvario per assistere al funerale del nostro amoroso Gesù. Ah, vorrei che una volta restassimo tanto feriti dalla divina carità, da morire d'amore e dolore per la Passione e Morte del nostro vero Bene. Io celebrerò i divini misteri in questi santi giorni, e metterò sempre il cuore di quella figlia che Dio mi ha dato nel Cuore purissimo addolorato di Gesù e Maria. Così faccia lei per il povero Padre datole dalla divina Provvidenza. Addio, mia figlia. Gesù la benedica e bruci d'amore» (7).

La pia vergine di Gesù, fedele fino alla morte, fu uno dei frutti più preziosi di questa prima missione, tenuta da Paolo a Talamone (8).

 

RICEVE DA CLEMENTE XII IL TITOLO DI MISSIONARIO

II suo apostolato nella diocesi di Sovana ebbe una tale eco, che Mons. Crescenzi ne fu informato a Roma. Abbiamo già detto che alla loro uscita da S. Gallicano i due fratelli, non avendo titoli ecclesiastici, avevano ricevuto la facoltà di celebrare la Messa solo per un anno. Da una lettera di Mons. Crescenzi sappiamo che il Cardinal Corradini voleva investirli di un beneficio; egli lo poteva in quanto che sotto Benedetto XIII era Prefetto della Dataria Apostolica. Ma Paolo non voleva altro beneficio che quello della solitudine e delle anime. Con amabile condiscendenza Mons.

(4) Lt. I, 108.

(5) Lt. I, 107.

(6) Lt. I, 108.

(7) Lt. I, 184.

(8) Qualcuno vorrebbe che la Grazi sia stata conquistata alla grazia nella mis­sione di Orbetello. Facciamo notare che S. Paolo fin dal 30 dicembre 1730 scrive ad Agnese come ad una persona ben conosciuta. (Lt. I, 96).

 

Crescenzi faceva ogni anno prorogare l'indulto (9). Quando seppe i prodigi dell'apostolato dei due religiosi, capì quale fosse il vero titolo che Dio voleva per i suoi servi. Pregò il vescovo di Sovana di mandare un attestato del loro lavoro apostolico al Cardinal Corradini, e questi ottenne loro da Clemente XII il titolo di Missionario con un rescritto del 23 febbraio 1731 (10).

Il 18 luglio dello stesso anno, sempre per mezzo di Mons. Crescenzi, il Sommo Pontefice volle mandare a Mons. Palmieri un Breve nel quale, dando la benedizione apostolica ai fratelli Danei, missionari, S. Santità accordava l'indulgenza plenaria e la remissione di tutti i peccati a chiun­que seguisse le loro missioni (11).

Questi favori apostolici furono un nuovo stimolo per lo zelo dei due solitari che, come Mosè, ora innalzavano le loro supplici mani verso il cielo, ora, come Giosuè, discendevano al piano per combattere corag­giosamente le battaglie del Signore.

 

APOSTOLO DI ORBETELLO

Spesse volte poi il profumo della loro santità attirava le anime alla loro solitudine. La pia vergine, quella pura conquista della grazia durante la missione di Talamone, tornata a Orbetello presso la sua famiglia, non potendo, come la Samaritana dopo che ebbe trovato Gesù, comprimere i felici trasporti della sua anima, contribuì non poco a rendere anche più venerato il nome del suo santo maestro in quella città ove, del resto, già si parlava dei solitari del Monte Argentario come di uno spettacolo di santità che mai si era vista in quei luoghi.

Da Orbetello molti pellegrini cominciarono a salire la Montagna; vicino al Santo la pietà andava a cercare un incoraggiamento; la lotta un trionfo; il dolore un conforto. Tra essi venne un certo Curzio Petri, la cui moglie, abbandonata dai medici, era in fin di vita. Trovò i servi di Dio in preghiera nella piccola chiesa. Quando ebbero finito, si avvicinò e dopo aver raccomandato, con le lagrime agli occhi, lo stato di sua moglie, li pregò istantemente di ottenere la guarigione dal Signore.

(9) Lt. IV, 191-192.

(10) Lt. IV, 193.

(11) A. Cis. 1931 p. 254. E' concessa solo per 7 anni. Si spiega così il rescritto del 1738 (cfr. Lt. IV, 194).

 

Presi da compassione, si rimisero a pregare. Dopo qualche istante Paolo si alzò e con tono sicuro: « Andate, disse, il Signore mi da la certezza che vostra moglie sarà guarita ». A queste parole il Petri non dubitando della grazia, riprese il suo cammino. Appena passato il lago, gli vennero incontro per dirgli che sua moglie per un miglioramento inaspettato, era fuori pericolo. Presto infatti ella ricuperò la perfetta salute (12).

Questa guarigione commosse gli abitanti di Orbetello, il cui amore per il Santo andò sempre crescendo. Un tale entusiasmo poteva essere di grande utilità per le anime. Il vicario generale Bausani ne informò l'E.mo Abate, il Cardinal Lorenzo Altieri che si affrettò a dar giurisdi­zione nella sua diocesi ai due apostoli di Gesù Crocifisso. Un nuovo campo evangelico si apriva così al loro zelo. Per fecondarlo nulla sarà risparmiato: fatiche, sudori, lagrime, anche il sangue. E il cielo si compiacerà di diffondervi torrenti di grazie come vedremo in seguito.

Le primizie di questo ministero a Orbetello furono senza splendore. Paolo scendeva umilmente in città, confessava, visitava e confortava i malati, assisteva i moribondi. Vedendolo spesso in mezzo ad essi, sempre pieno di sollecitudine per il loro bene, gli abitanti che già ammiravano da lontano la sua eminente virtù, furono presi per lui da singolare affetto e lo chiamavano il loro santo Padre (13).

La divina Provvidenza preparava così le vie alla prima fondazione del nuovo Istituto nel territorio di questa città, idea costante che seguiva Paolo nelle fatiche del suo apostolato e nelle preghiere della sua solitudine. Dopo la dolorosa perdita dei suoi primi compagni aveva la sicurezza che altri sarebbero venuti guidati dallo spirito di Dio. Pensava, dunque, a costruire sul suo caro Monte, un Ritiro spazioso e una chiesa ove si sarebbero celebrati con decoro i divini Misteri.

 

GLI VIENE INDICATO DALLA MADONNA IL LUOGO DEL PRIMO RITIRO

Passeggiando un giorno col P. Gian Battista, arrivarono in un luogo chiamato « tenuta di S. Antonio », costituita da un vasto piano orizzontale rivestito di verdeggiante prateria. Da qui si gode la magnifica vista del lago e della città di Orbetello che sembra galleggiare in mezzo ad esso.

(12) S. 1. 27 XII.

(13) S.2. 54 § 247.

 

Si prostrarono per adorare il divin Sacramento in tutte le chiese della città, era la loro abitudine quando scorgevano da lontano qualche campanile. Poi nel momento in cui recitavano le litanie della Madonna, Paolo fu rapito in dolce estasi. La Regina del cielo gli apparve e gli rivelò che in quello stesso luogo doveva essere costruito il primo Ritiro sotto il titolo della Presentazione: questa era la volontà del Signore (14).

Tornato in sé, partecipò la sua visione al P. Gian Battista e insieme resero ferventi azioni di grazie a Dio. Nelle sue imprese il Santo prendeva sempre come regola la volontà del Signore e sapeva aspettarla con pazienza instancabile, ma, venuta l'ora, metteva senza dilazione la mano all'opera. Parlò del suo progetto di costruzione al capitano Marc'Antonio Grazi, padre della pia Agnese e a suo fratello D. Giacomo, sacerdote di santa vita. Dopo l'ammirabile conversione della giovane Paolo aveva in quella famiglia i suoi più affezionati benefattori. Rivolse poi un'umile supplica alle autorità di Orbetello (15). I magistrati riunirono il consiglio e tutti, all'unanimità, approvarono la spesa necessaria alla fondazione. Per l'acquisto della « Tenuta S. Antonio » venne stabilita una rendita perpetua sui beni comunali equivalente alla prebenda del priorato della collegiale a cui apparteneva la tenuta stessa. Questa seduta ebbe luogo il 15 luglio 1731. Essi scrissero al Cardinal Abate, Lorenzo Altieri, pregandolo di dare il suo consenso a questa deliberazione; nello stesso tempo mandarono un memoriale alla Congregazione dei Vescovi e Regolari per avere dalla S. Sede la facoltà di permutare questo fondo ecclesiastico (16).

Ma qui l'opera di Dio incontrò il primo ostacolo. Il Cardinale, senza tuttavia dare segno di opposizione, trascinò lungamente l'affare. Quale la causa? Non la conosciamo. Eppure stimava molto i missionari del Mon­te Argentario che sempre adoperò per il bene spirituale del suo gregge. La Provvidenza voleva senza dubbio dare un nuovo splendore alla fedeltà dei suoi servi e santificarli con la pazienza. Così il tempo passava senza nulla concludere con grande dispiacere degli abitanti di Orbetello.

L'anno seguente, 1732, si esaminò con maggiore attenzione il posto ove il santo Fondatore voleva erigere il suo Ritiro e si trovò che era oltre i confini della Tenuta, sopra un terreno appartenente al Re.

(14) S. 1. 91 § 45.

(15) Lt. I, 355.

(16) S. 1. 91 § 45; A. Cis. 1931 p. 255 Lt. I, 356.

 

Allora i ministri del Re e soprattutto il generale Espejo, che desideravano grandemente quest'opera, ottennero il consenso del viceré di Napoli. Senza più tardare, nei mesi d'inverno, mentre Paolo predicava nella diocesi di Sovana, gli abitanti si affrettarono a far trasportare lassù, presso la Tenuta S. Antonio, la maggior parte del materiale necessario alla costruzione.

Si credeva dunque venuto il tempo di veder innalzato il sacro edificio. Ma nuovi eventi sopraggiunsero e sembrarono farne svanire per sempre la speranza.

Una formidabile flotta si armava nella Spagna. Si suppose, non senza fondamento, che sarebbe stata diretta contro i possedimenti dell'imperatore d'Austria in Italia. Si rinforzarono le guarnigioni, si approvigionarono le piazze e si misero in buono stato di difesa. Tutto annunziava la guerra con i mali che l'accompagnano (17).

Di più al principio dell'estate scoppiò in Orbetello una spaventosa epidemia; le truppe straniere che ingombravano le caserme facevano te­mere il contagio. La mortalità fu così grande, che gettò lo spavento tra i poveri abitanti.

Paolo ritemprava nella solitudine le sue forze esauste, quando appre­se la calamità che desolava quel popolo. Accorse subito e giorno e notte, nelle case, nelle caserme, nelle prigioni, là ove il flagello infieriva maggiormente, prodigò i tesori della sua carità, portò i soccorsi della religione, confessò i moribondi, rendendo i servizi più umili, e specialmente ai più poveri e ai più abbandonati. Poco mancò però che il Santo non soccombesse, vittima della sua carità. Colpito egli stesso, ebbe appena la forza di trascinarsi nella sua solitudine ove continui accessi di febbre lo ridussero a tale stato di debolezza, che non poteva sopportare altro alimento che acqua panata mescolata ad olio (18).

 

ALTRE MISSIONI

II Santo languì in queste condizioni fino verso novembre. Ricuperate sufficientemente le forze, riprese il corso delle missioni nella diocesi di Sovana, però era ancora così sciupato, che faceva pietà in chi lo vedeva.

(17) S. 1. 92 § 45.

(18) S. 1. 599 § 55.

 

Per circa due anni alternò la vita tra sofferenze, riposo in solitudine, e apostolato.

Spirito apostolico destinato a far del bene al prossimo, pare che il Signore stesso gli mandasse le occasioni per operare il bene, dandogli anche il potere di far prodigi.

Vi era a Portercole un uomo di grande fortuna, Giovanni Fontana, che da molto tempo subiva l'umiliazione di vedere il suo corpo e specialmente le mani e il volto ricoperti di un erpete maligno. Il suo aspetto era così ributtante, che non si poteva rimirare senza provare orrore e, naturalmente, il popolo lo fuggiva come se fosse un lebbroso.

Riusciti vani tutti i soccorsi dell'arte, il povero paziente mise tutta la sua speranza nel Santo del Monte Argentario. Andò a gettarsi ai suoi piedi e, piangendo, lo supplicò di liberarlo da quella terribile malattia. Il Servo di Dio, mosso a compassione, consolò il povero malato, animandolo a sperare e raccomandatolo a Dio, lo benedisse e lo licenziò. Il Fontana, ripieno di una gioia che non aveva mai provato, tornò a casa, dormì tranquillamente tutta la notte e al mattino, svegliandosi, gli pareva di essere guarito. E' realtà o allucinazione? Chiama i servi, fa aprire le finestre e, con una gioia facile a comprendersi, vede che è perfettamente guarito (19).

Felice di aver ricuperato la sua sanità, raduna all'istante tutti i domestici, comanda che si mettano in ginocchio insieme a lui e ringrazino il Signore che, per mezzo del suo Servo, ha operato tale prodigio.

Sono di questo tempo le missioni che il nostro Santo predica a Porto S. Stefano, a Piombino e a Monte Orgiali. A proposito di questo ultimo paese, leggiamo che al sentir che venivano i missionari, tutto il popolo si mosse per andare loro incontro. Nel vederli però scalzi, a capo scoperto e così poveramente vestiti, rimasero talmente delusi, che li accolsero con urla, con fischi ed altre insolenze.

Il santo missionario non si sconcertò e tutto fiducioso in Dio cominciò la missione. Il suo aspetto, le sue parole e la sua voce rivelarono subito che in quel missionario vi era qualche cosa di straordinario. Il popolo, cambiati sentimenti, si mostrò così rispettoso ed entusiasta, che quella missione fu tra le più ricche di frutti spirituali (20).

(19) S. 1. 893 § 84.

(20) S. 1. 28, XVI.

 

 

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