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CAPITOLO XV

1. Prima missione di Paolo a Orbetello. 2. Proseguono i lavori del Ritiro. 3. La quaresima a Piombino. 4. Altre missioni. 5. Si sospende la costruzione del Ritiro. 6. Pellegrinaggio a Loreto.

(Febbraio - ottobre 1733)

PRIMA MISSIONE A ORBETELLO

L'infaticabile apostolo, malgrado la debolezza del suo corpo, si abbandonava a tutto l'ardore del suo zelo. Le sue fatiche accompagnate da segnalati prodigi, attiravano anche da lontano l'attenzione pubblica; se ne parlava ovunque, e i vescovi si affrettavano a chiamare il missionario del Monte Argentario per evangelizzare le loro popolazioni (1).

Il Cardinale Lorenzo Altieri fu uno dei primi ad affidargli una missione straordinaria per Orbetello, essendo cessati ormai i timori di guerra, perché la flotta spagnola si era diretta in Africa a combattere gl'infedeli.

Il servo di Dio accettò ben volentieri, tanto più che provava per questo popolo di Orbetello vive simpatie. Da parte sua il popolo desiderava grandemente di udire colui del quale aveva ammirato l'eroico spirito di sacri­ficio presso il letto degli appestati. La terra era dunque ben disposta a ricevere il seme della divina parola. I missionari furono Paolo e il P. Gian Battista; la missione incominciò nel mese di febbraio 1733; l'uditorio fu immenso: i cittadini di tutte le classi sociali, ufficiali e soldati della guarnigione, tutti l'ascoltarono con quel raccoglimento che lasciava vedere il loro grande affetto (2).

Le donne avevano la deplorevole abitudine di vestirsi in modo da offendere la decenza. L'apostolo riprovò quest'abuso con vigore, e da quel momento si videro rispettate le leggi della modestia cristiana. Soltanto una signora, di origine francese, si ostinò a vestire in quella moda deplorevole, mettendosi, senza arrossire, davanti al pulpito, quasi per sfidare il santo predicatore.

(1) Boll. 1929 p. 205.

(2) Durò dal 4 al 17 febbraio. S. 1. 91 § 45; Boll. 1922, 343.

 

Questi, sempre paziente, sperava che la luce divina avrebbe finalmente aperto gli occhi a quella povera anima, ma vedendo che non faceva alcun conto dei suoi consigli, gettò un giorno su lei uno di quegli sguardi che riflettono lo sdegno della giustizia di Dio... Dopo quello sguardo la donna vide il suo petto e le sue braccia diventati improvvisamente neri. Ebbe orrore di sé, e non potendo uscire a causa della folla, si copri alla meglio che potè. Nello stesso tempo però la grazia operò in lei mutandole il cuore. Dopo la predica, umiliata e pentita, andò a gettarsi ai piedi del missionario e promise di non essere più per l'avvenire oggetto di scandalo. Una volta riconciliata con Dio, ella supplicò il Santo di liberarla da quel castigo che la sua condotta le aveva attirato. Paolo, più pronto alla mise­ricordia, che alla giustizia, la benedisse e la guarì.

Questo miracolo fece gran rumore nella città. Da allora le donne di Orbetello furono ammirabili per la modestia; più di quaranta giovani di famiglie distinte si diedero alla pietà con tanto fervore, che divennero modelli di virtù e apostole che con l'esempio e con la parola eccitavano anche le altre al disprezzo delle vanità del mondo, portandole ad amare Gesù Crocifisso (3).

La miseria del corpo genera spesso tutte le miserie dell'anima. Tra la classe infima del popolo famiglie intere erano alloggiate in ridotti oscuri e ributtanti; padri e madri, fanciulli, tutti insieme riposavano sullo stesso giaciglio. Il Santo non poteva vedere uno spettacolo così nauseante senza avere il pensiero di portarvi rimedio. E perorò la causa di quegli sventurati con tanta eloquenza, che tutti i cuori dei ricchi si aprirono a una generosa carità. Potè così rialzare un gran numero di famiglie da questo stato di degradazione, rendendo all'anima la sua dignità, alla virtù il suo onore, all'innocenza la sua salvaguardia.

La missione volgeva al termine. Nessuna cosa è più adatta a dare l'idea del cielo come la chiusura di una missione. Le gioie dell'anima riconciliata col suo Dio, la pace nei cuori, la pace nelle famiglie, i sacri cantici di trionfo e di amore, l'allegrezza generale della città, quell'aria di festa che irradia tutte le fronti..., tale lo spettacolo che offriva Orbetello.

(3) S. 1. 133 § 55 seq.

 

PROSEGUONO I LAVORI DEL RITIRO

II santo missionario stava, dunque, per lasciarli. Nelle sue ultime raccomandazioni lasciò scivolare una parola sulla grande opera del Monte Argentario, aggiungendo con umiltà che la costruzione del convento era stata sospesa, senza dubbio, a causa dei suoi peccati, che egli adorava i disegni di Dio e si sottometteva alle disposizioni della sua Provvidenza. Poi benedisse la folla commossa fino alla lagrime e discese dal palco. Tutti si strinsero intorno a lui; ognuno voleva baciargli le mani o il mantello.

Apertosi con fatica il passaggio tra la folla, andava a nascondersi nella solitudine. Ma alla porta della città, sulla riva del lago, l'aspettavano i ministri del Re, gli ufficiali e le più alte personalità che gli si avvicinarono chiamandolo loro Padre, facendogli proteste di profonda venerazione e promettendogli di costruire al più presto il Ritiro. Il Santo manifestò loro la sua riconoscenza ed entrò nel battello che lo portò alla riva opposta, mentre tutta la popolazione lo seguiva con lo sguardo e col cuore (4).

Fedeli alle loro promesse, gli abitanti raccolsero i fondi necessari per gettare le fondamenta, impegnandosi a fornirne altri di mano in mano che i lavori avrebbero progredito. Si cominciò la fabbrica, avendo Paolo stesso tracciato il piano. L'edificio doveva essere un'intelligente armonia del decoro con la povertà religiosa.

Il 4 marzo 1733 fu collocata solennemente la prima pietra, presente una grande folla che esultava di gioia. Ma il santo Fondatore, lasciando al P. Gian Battista la cura di sorvegliare i lavori, era già partito per predicare la quaresima a Piombino (5).

 

QUARESIMA A PIOMBINO

A quel tempo per la triste influenza del secolo XVIII in cui tutto aveva degenerato, le stazioni di quaresima non erano che una vana e pomposa ostentazione di una eloquenza frivola e affettata. Questa eloquenza d'artificio poteva abbagliare il volgo, ma lasciava gli animi come li aveva trovati: il cuore freddo, lo spirito senza convinzione, la volontà indifferente. Ecco perché Paolo, anima di apostolo, aveva orrore di un genere così contrario alla semplicità del vangelo e all'eloquenza dei SS. Padri.

(4) Boll. 1922 p. 343.

(5) Lt. I, 393.

 

Così nelle sue Regole fece ai suoi missionari una legge dell'eloquenza apostolica, volendo che, dovunque essi predicassero, sia nelle città, che nei villaggi, parlassero di Gesù Crocifisso, non con parole che lusingano la sapienza umana, ma con quelle che mostrano lo spirito di Dio e la sua virtù.

Il santo missionario possedeva questa divina eloquenza in grado altissimo. Gli abitanti di Piombino, che avevano già potuto apprezzarlo in altra missione, domandavano di udirlo ancora. Per soddisfare il loro desiderio, Mons. Ciani, vescovo di Massa e Populonia, gli propose il quare­simale. Paolo accettò, ma restò sempre apostolo, non volendo attingere la sua eloquenza che dalle piaghe del Salvatore; saliva il pulpito tutto infiammato di amor divino che comunicava al suo numeroso uditorio.

La predicazione non bastava al suo zelo: spiegò la dottrina cristiana ai fanciulli e ne preparò parecchi alla Prima Comunione. Predicò anche gli esercizi spirituali alle religiose, molte delle quali fecero da questo momento tale progresso nella perfezione, che morirono in odor di santità. Una di esse, Sr. Maria Cherubina Bresciani, si distinse fra tutte le altre per le alte virtù che praticò sotto la guida del Servo di Dio che la diresse con le sue lettere per più di venticinque anni (6).

 

ACQUA DEL P. GIAN BATTISTA

Mentre Paolo costruiva il tempio delle anime, il sacro edificio del Ritiro s'innalzava sul Monte Argentario. Mancava però l'acqua e, costretti a doverla prendere troppo lontano, si moltiplicavano le spese e si ritardava il lavoro. Il P. Gian Battista ricorse al Signore ed ottenne di vedere scaturire una sorgente d'acqua. Un giorno, animato da viva fede e, per così dire, sicuro del miracolo, prese la croce e andò processionalmente verso il bosco con i suoi compagni e qualche operaio. Dopo un poco si fermò, messosi in ginocchio, pregò con gran fervore e, rialzatosi ordinò di scavare (7).

Si era appena ai primi colpi ed ecco zampillare una sorgente limpida ed abbondante. Grande beneficio di cui ringraziarono il Signore con cantici di lode e di amore.

(6) Lt. I, 436-526. Di questa direzione sono arrivate fino a noi 36 lettere.

(7) Boll. 1922 p. 345.

 

Quest'acqua, guidata con un canale, servì per la costruzione. Da quell'epoca essa nutre due fonti, una per i religiosi nel­l'interno del convento e l'altra sulla piazza della chiesa per i viaggiatori. Questo pegno del favore divino rianimò i lavori. Già i muri si innalzavano sopra il suolo, quando il santo Fondatore ritornò da Piombino. Il suo cuore fu ripieno di santa gioia. Dopo aver gustato per qualche giorno le dolcezze della solitudine, ritornò alla mèsse delle anime, operando ovunque meravigliose conversioni e grandi prodigi.

 

CONTINUANO LE MISSIONI

A Saturnia, antico castello della diocesi di Sovana, il ritorno del popolo a Dio gli diede molta consolazione. Ma da un'altra parte la sua anima era nell'angoscia per la presenza di un peccatore pubblico e dei più per­versi: un capo di briganti che era il terrore del paese per la sua ferocia, per le sue rapine, per i suoi delitti e la rovina delle anime per lo scandalo di una vergognosa relazione. Quale rimedio portare a un male che si sarebbe detto incurabile in cuori abbrutiti dal vizio? Egli sicuramente non verrà ad ascoltare la parola che fulmina il delitto. Ma come avvicinare quest'uomo sanguinario, senza esporsi ai suoi colpi, forse alla stessa morte? Paolo si mette in preghiera; poi per divina ispirazione si dirige, malgrado che il popolo lo dissuadesse per timore della sua vita, verso la casa di quel miserabile. Questi venne ad incontrarlo tutto armato e in tono minaccioso gli dice: « Ebbene, che volete da me? ». Il Santo prendendo il Crocifisso che portava al petto: « Voglio, rispose, che mandiate via di casa quella donna... » « Ma, padre, non vi è niente di male ». « Manda­tela via, vi dico... ». La parola del Santo fu come un colpo di fulmine che debellò la fierezza di quell'uomo. « E quando l'ho da licenziare? » « Adesso subito », replicò l'apostolo.

Il Signore aveva toccato l'anima di quel povero peccatore. « Lo farò, ma poi mi confesserete? » « Sì, figlio caro, riprese il tenero Padre stringendolo tra le sue braccia e bagnandolo con le sue lagrime, sì vi confes­serò, vi consolerò e sarete felice ». Paolo d'accordo col parroco, mise la donna in un rifugio e, con grande meraviglia di tutti, il lupo fu cambiato in agnello; lo scandaloso in umile penitente (8).

(8) S. 1. 618 § 150.

 

Questa conversione fu un avvenimento nella contrada; produsse una soddisfazione generale che destava tuttavia un timore naturale: i briganti dei quali il convcrtito era il capo, non saranno sdegnati contro il santo missionario? non faranno scoppiare la loro vendetta? Paolo nulla teme; tutta la sua fiducia è in Dio.

Terminata la missione, Paolo si diresse verso Manciano per comin­ciare un'altra missione. Attraversava quelle campagne desolate quando improvvisamente il suo orecchio è colpito da un formidabile abbaiare di cani. Alza gli occhi e scorge non lontano, nell'attitudine di chi medita un sinistro progetto, una banda di briganti armati da capo a piedi e circondati da animali che avevano addestrati per il loro mestiere. Paolo credendo questa volta venuta la sua ultima ora, offre la sua vita a Dio. Era precisamente la truppa del brigante convcrtito; aveva saputo il cambiamento del suo capitano ed era venuta là espressamente per aspettare il missionario. Si avanzano tutti insieme davanti a lui e lo salutano con manife­stazioni di profondo rispetto. Essi che ben conoscevano la perversità del loro capo, erano stati più di tutti colpiti del suo ritorno a Dio e, non potendo attribuirlo che alla potenza di un santo, erano venuti ad incontrare Paolo per vederlo, conoscerlo e venerarlo.

Paolo incoraggiato da questa accoglienza inaspettata, parlò loro delle cose di Dio e dell'anima. Le sue parole penetrarono dolcemente quei cuori abituati a tutti i delitti. Vollero infine accompagnarlo a Manciano, dove si congedarono da lui.

Quest'incontro non fu inutile. Depose nei loro animi germi che, fecondati dalle sue preghiere, non tardarono a portare i loro frutti.

Quando egli tornò dalla sua missione, essi tornarono a lui; lo pregarono di ascoltare la loro confessione e di riconciliarli con Dio. Per assi­curare la loro perseveranza Paolo ottenne loro il perdono non soltanto delle vittime, ma anche della giustizia umana, la cui spada era sempre sospesa sulle loro teste. La giustizia umana, a quell'epoca, accordava facil­mente la grazia a quelle nature selvatiche che non avevano saputo dominare le proprie passioni, ma che erano state poi trasformate dalla dolcezza della religione e si erano riabilitate col pentimento.

Felice di tutte queste conquiste, l'apostolo tornò ad attingere nuove forze ai piedi del suo Crocifisso.

 

SI SOSPENDE LA COSTRUZIONE DEL RITIRO

Salendo il Monte Argentario, cercava con lo sguardo il nuovo edificio per scoprirne i progressi, ma era abbandonato. I suoi compagni, scoraggiati, gli dissero che i lavori erano stati sospesi per ordine dei ministri del Re. Afflitto per questo contrattempo, passò tutta la notte in preghiera. All'indomani discese in Orbetello per conoscerne il motivo. Gli si rispose che il viceré era stato trasferito a Napoli e non si potevano continuare i lavori senza l'approvazione del successore.

Per evitare i lunghi ritardi che le formalità esigono in simili casi, il santo Fondatore risolvette di andare egli stesso a Napoli a perorare la causa, e, malgrado i cocenti calori dell'estate, intraprese a piedi questo lungo viaggio (9).

La sua domanda non fu accolta; dovette ritornare al Monte Argen­tario, ove l'aspettavano nuove prove. Sopravvennero infatti eventi che, non soltanto estinsero la debole speranza che si era conservata di poter terminare l'opera incominciata, ma fecero temere ancora che dovesse abbat­tersi anche ciò che era stato costruito. Dolore pungente per il santo Fondatore, tanto più che l'orizzonte oscuro pareva presagire ai popoli di quella contrada grandi calamità. Si preparò ad addolcire i rigori con la dedizione della sua carità che ci rapirà di ammirazione come presto diremo.

 

IN PELLEGRINAGGIO A LORETO

Nelle angosce della sua anima Paolo si rivolse alla Vergine e fece il pellegrinaggio a Loreto. Vedere quella povera casetta dove il Verbo di Dio degnò incarnarsi nel seno immacolato della più pura delle Vergini e baciare quei sacri muri, era il suo più vivo desiderio; vi si sarebbe trasci­nato, diceva, in ginocchio. Due miracoli hanno segnalato questo santo viaggio.

A Pitigliano il dottor Gherardini, molto affezionato all'uomo di Dio, gli diede una lettera per un sacerdote di Perugia, suo parente, D. Pietro Bianchi e lo fece accompagnare da un suo domestico fino a Cetona perché non si smarrisse per quei luoghi solitari. Ora arrivati in un luogo chiamato la Croce di S. Cassiano, ebbero a temere la pioggia. Paolo s'inginocchio e fece una breve preghiera. Cosa meravigliosa!

(9) Lt. I, 89, 382.

 

La pioggia cadde tutt'intorno, ma neppure una goccia sul cammino ch'essi seguivano. La sua guida, meravigliata, lo prese per un mago, e si confermò in questo ridicolo pensiero, ma nel ritorno osservò che da Cetona alla Croce di S. Cas­siano la via era asciutta e al di là tutta inondata come il resto della campagna. Raccontando il fatto al suo padrone, questi gli disse che non un mago, ma aveva accompagnato un santo.

A Perugia D. Pietro Bianchi, vedendo un uomo scalzo, sì poveramente vestito, suppose fosse un vagabondo e a gran fatica lo alloggiò. Dopo averlo messo a tavola col domestico, aveva pensato di farlo dormire con lui. Ma la sorella gli fece osservare che sarebbe una mancanza di riguardo per il loro parente. Allora si decise di dargli una camera a parte. Volendo tuttavia assicurarsi del viaggiatore, chiuse la porta a doppio giro di chiave e l'assicurò con un grosso catenaccio; la finestra era difesa da una fitta inferriata di ferro.

Queste minuziose precauzioni non destarono in Paolo alcun lamento, neppure se ne mostrò menomamente offeso; soltanto chiese che gli si aprisse un po' presto la mattina, dovendo fare un lungo viaggio. Il parroco, senza più pensare a questa richiesta, riposò tranquillamente al mat­tino, ben persuaso che il povero forestiero non avrebbe potuto uscire senza di lui. Sua sorella venne a rimproverarlo di tenere il suo ospite prigio­niero per sì lungo tempo. Egli rispose: «Ma sai tu che cosa può accadere, se non si agisse con prudenza? ». Nello stesso tempo le diede la chiave. Va ad aprire la camera e, con sua grande sorpresa, vede che Paolo non c'era più.

Senza dubbio, dice S. Vincenzo Strambi, era stato portato via dalla mano del Signore che, quando vuole, sa operare cose mirabili.

 

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