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CAPITOLO XVI

1. Pericolosa situazione. 2. Le conquiste di Paolo. 3. Preparativi di guerra. 4. Cappellano militare. 5. Altre fruttuose missioni. 6. I nuovi compagni.

(1733 - 1736)

PERICOLOSA SITUAZIONE

Nel 1733 la Spagna, la Francia e la Sardegna si misero in lega per strappare all'imperatore d'Austria i suoi possedimenti in Italia (1). Nel mese di ottobre, mentre le armate francesi e sarde invadevano la Lombardia, gli Spagnoli, sbarcati alla Spezia, marciavano sulla Toscana. Il duca di Mantova, che le comandava, stabilì il suo quartiere generale a Siena. C'era dunque a temere l'assedio di Orbetello e delle altre fortezze del littorale. Intanto l'incursione di un distaccamento portò via tutto il bestiame dalle campagne e rovinò il paese.

L'infante Don Carlos, nominato generalissimo, aveva fretta di condurre il suo esercito a Napoli, scarso di truppe austriache per la imprevidenza dell'imperatore. L'attacco fu decisivo: Don Carlos fece la sua entrata trionfale in quella capitale; in poco tempo si rese padrone di tutto il regno e fu coronato a Palermo col nome di Carlo III.

Durante queste vicende di guerra, il viceré austriaco, Visconti, aveva intimato l'ordine assoluto a tutti i sudditi delle potenze nemiche di abbandonare entro un mese il territorio degli stati imperiali.

Fu un fulmine a ciel sereno per il nostro Santo. Sudditi, egli e i suoi compagni, del re di Sardegna, avrebbero dovuto al più presto dare un addio alla loro cara solitudine. La sua partenza sarebbe stata una grave sventura anche per gli abitanti di Orbetello. Paolo, loro padre e loro soste­gno in tutti gl'infortuni; lui che si era generosamente prodigato in mezzo agli appestati, ora nella guerra che li minacciava non ci sarebbe più? I soldati stessi non erano insensibili a questa perdita. Il generale austriaco, che tanto lo amava e stimava, non poteva risolversi a vederlo allontanarsi.

Trovò modo di esentare i servi di Dio da una legge così dura anzi diede perfino facoltà di circolare liberamente, di entrare anche nelle fortezze e di uscirne a piacimento.

(1) Lt. I, 438.

 

LE CONQUISTE DI PAOLO

Mentre gli ambiziosi conquistatori cercavano di guadagnare un po' di terra con la spada che uccide, Paolo, con la croce che salva, andava alla conquista delle anime. Malgrado il flagello della guerra, continuò le sue missioni ora nelle diocesi di Acquapendente e di Città della Pieve, ora in quelle di Sovana e dell'Abazia delle Tre Fontane.

Tra le conversioni e i prodigi che vi operò, ne riporteremo due nei quali l'apostolo fece risplendere in modo particolare il suo zelo e la sua carità.

A Scansano, diocesi di Sovana, un canonico per sfuggire alla morte che gli minacciava un suo parente, se ne stava tutto tremante nascosto in casa. Paolo andò a trovare l'uomo che minacciava quel delitto. Questi, vedendolo, si diede alla fuga. Il Santo lo inseguì per un pezzo nella cam­pagna, gridandogli di fermarsi. Siccome non poteva raggiungerlo, prese il Crocifisso che portava sul petto e, chiamando il fuggiasco per nome, gli rivolse queste parole: « Se tu non obbedisci alla voce di questo Cristo che per mia bocca ti comanda di far la pace col tuo cognato, al primo fosso che tu passerai, resterai morto » (2).

Spaventato da quella profetica minaccia, il colpevole si fermò un istante, ma riprese poi il suo cammino allontanandosi ancora da chi voleva salvarlo. Arrivato davanti ad un fosso, il sinistro presagio di Paolo si presentò più vivamente al suo spirito. Si fermò, riflette e, cambiando idea, ritornò sui propri passi per andare a cercare egli stesso l'uomo di Dio. Lo trovò che pregava; dopo avergli chiesto perdono, ascoltò le sue parole di pace. Paolo fece chiamare il canonico e i due cognati si gettarono l'uno nelle braccia dell'altro, riannodando un'amicizia che in seguito non fu più turbata.

Un certo Francesco Vivarelli di Magliano, nella stessa diocesi, aveva ricevuto ad imprestito da un sacerdote suo amico la somma di cento scudi. Quando pagò il suo debito, il creditore, avendo il biglietto in casa, gli promise che l'avrebbe distrutto appena rincasato.

(2) S. 1. 130 § 50.

 

« ... all'improvviso si vide come da mono invisibile trasportato al luogo che era la mèla del suo cammino ». (Rosa Calabresi) - pag. 288.

 

« ... sentivo benissimo che il P. Paolo non ripeteva se non quelle parole che sentivo prima che egli pronunziasse al popolo... » - pag. 284.

 

Ma non ci pensò più e di lì a pochi giorni morì. Gli eredi, trovato il biglietto, reclamarono i cento scudi. Il Vivarelli alla vista del biglietto si turbò; assicurò che aveva pagato il debito, allegò le circostanze, invocò il testimonio della sua coscienza e di Dio...

Non se ne tenne alcun conto e fu citato davanti al giudice. Proprio in questo tempo Paolo venne a predicare la missione. Il Vivarelli ricorse a lui, sperando che l'avrebbe liberato da quella persecuzione. Sentito il caso, il Santo rispose che avrebbe consultato il Signore, e siccome stava per cele­brare la Messa, salì all'altare. Poi disse a Vivarelli di seguirlo in casa. Dopo aver pregato, mandò a chiamare gli eredi del defunto. S'impegnò allora tra gl'interessati una viva discussione che non concluse nulla. Paolo, levando dalla sua manica un biglietto, disse ai pretesi creditori: « Figliuoli, guardate se questa è la ricevuta del vostro signor zio; osservatela bene se è suo carattere ». Sì, risposero, sorpresi, dopo averla esaminata, è veramente la scrittura del nostro zio. Se il Vivarelli l'avesse mostrata prima, non l'avrebbero molestato. Dopo ciò, strapparono l'obbligazione. Paolo riprese la ricevuta, la mise nella sua manica e non si vide più (3).

 

PREPARATIVI DI GUERRA

Mentre il santo missionario innaffiava con i suoi sudori il campo evangelico, gli Spagnoli si avvicinavano al Monte Argentario. Dopo la conquista di Napoli e della Sicilia, il duca di Montmar aveva cominciato nel febbraio del 1735 a concentrare in Toscana le sue forze di terra e di mare: l'attacco era imminente. Il generale austriaco Espejo y Vera, vedendo che il piccolo numero delle sue truppe non avrebbe potuto impedire al nemico di avanzare, si preparò a fare dall'alto delle fortezze una valida e ostinata difesa.

Orbetello e i paesi vicini erano in allarme e in grande terrore. Paolo scende in mezzo al popolo, va da una parte e dall'altra e consola, rianima, rivolge i cuori verso il cielo. Penetra nelle fortezze, istruisce i soldati, ascolta le loro confessioni e comunica quell'invincibile coraggio degli eroi cristiani che non temono la morte perché non temono l'eternità.

Un giorno un'opera di carità lo condusse a S. Fiora. Il viaggio era pieno di pericoli, ma Paolo, quando si trattava della gloria di Dio, non indietreggiava mai. Al suo ritorno fu arrestato dai soldati spagnoli che lo condussero come una spia degli imperiali davanti al loro generale, il marchese Las Minas, valente capitano, ma anche buon cattolico.

(3) S. 1. 895 § 91.

 

Quan­do il generale vide quel religioso e lo sentì parlare, si accorse subito che non era una spia, ma un santo sacerdote. Lo prese così a ben volere, che quel giorno stesso lo volle alla sua mensa. Paolo congedatosi dal generale tra segni di rispetto da parte dei soldati, tornò alla solitudine. Dio aveva preparato quest'incidente, affinchè l'apostolo fosse libero di portare a tutti, in quelle sanguinose lotte, Spagnoli e Imperiali, i soccorsi della fede che accende la sua carità per tutti, senza distinzione di partiti (4).

Nel mese di aprile del 1735 si videro comparire le bandiere nemiche. Montmar, dopo aver formato il blocco di Orbetello, lasciò il comando di questa spedizione al generale Las Minas con l'ordine d'impadronirsi del Monte Argentario, di dove avrebbe potuto colpire il forte di Monte Filippo. Il generale senza opposizione da parte degli imperiali, venne a insediarvisi per farne la base delle operazioni di assedio.

Non lontano di là si trovava l'eremo di S. Antonio. Il generale volle rivedere il santo sacerdote e in segno di grande amicizia lo invitava spesso alla sua mensa, rimanendo sempre edificato e dell'umiltà e della mortifi­cazione di Paolo. Siccome poi si era nel tempo pasquale, lo fece il confidente della sua coscienza.

 

CAPPELLANO MILITARE

Il 16 aprile, sabato dopo Pasqua, cominciò l'attacco. Si vide allora quanto può la carità di un santo. Ai primi colpi dell'artiglieria Paolo prende il Crocifisso e appare in mezzo a quelle scene di orrore, come un angelo di pace. Dalla fortezza nemica arrivano da ogni parte colpi di cannone e di mitraglia. L'apostolo che vede solo anime da salvare, non pensa alla sua vita. Va presso i feriti, i moribondi e prodiga a ciascuno tutte le consolazioni del cielo, purificando le loro coscienze nel sangue di Gesù Cristo. Una bomba gli scoppia così vicino, che rimane coperto di terra; i soldati gli cadono a fianco feriti e morti. La sua carità cresce col pericolo; egli si moltiplica, accorre ovunque sia un'anima da salvare (5).

(4) POR. 1696.

(5) S. 1. 482 § 541.

 

Col coraggio di un eroe, per confessare un povero soldato moribondo, si spinge fin dove l'artiglieria fa maggiore strage. Il generale, testimonio della santa audacia del suo venerabile amico, non potendo moderare lo slancio della sua carità, lo fece accompagnare da un soldato che, al primo bagliore dell'artiglieria imperiale, l'avvertisse di gettarsi a terra. Se non restò sul campo di battaglia fu per visibile protezione di Dio che si com­piace vedere i suoi servi sfidare la morte per salvare le anime (6).

Ma ancora non bastava al nostro generoso apostolo. Benché sfinito, discendeva, sotto un cielo di fuoco, all'altro campo che bloccava Orbetello. Qui una febbre mortale decimava l'esercito. Grazie al suo zelo, tutti morivano nella pace di Cristo: i suoi modi avevano tanta dolcezza, che i sol­dati si sentivano attirati a lui e venivano in flotta a reclamare i soccorsi del suo ministero. I primi giorni si sentiva eccessivamente stanco, perché molti di essi non sapevano l'italiano e lui non conosceva lo spagnolo, ma ben presto imparò quanto era necessario a farsi capire (7).

Cosa strana e che da sola può spiegare l'ascendente della santità: i due accampamenti nemici offrivano nello stesso tempo libero accesso alla sua carità. Dagli assedianti passava agli assediati; questi al suo arrivo sospendevano il fuoco dell'artiglieria, gli aprivano le porte e lo ricevevano come un amico e come un padre. Mai, né da una parte, né dall'altra, fece nascere l'ombra del più leggero sospetto, tanto la sua condotta fu prudente, tanto era grande la venerazione che ispirava a tutti (8).

L'assedio di Monte Filippo durò ventinove giorni. Scoppiata per una bomba la polveriera, la guarnigione si arrese e Portercole cadde in mano degli Spagnoli (9).

Per completare la conquista non mancava che Orbetello ben protetto contro gli assalti dal lago che ne difende le vicinanze. Credendo per qualche falso rapporto che gli abitanti fossero caldi partigiani degli imperiali, il generale Las Minas, irritato, comandò che devastate le loro vigne e i loro campi, si bombardasse la città. Già si era cominciato a eseguire questo ordine rigoroso innalzando i terrapiani per preparare le batterie, quando Paolo, venuto a sapere ciò che aveva provocato la collera del generale, accorse a lui e lo supplicò di risparmiare quel povero popolo di cui egli conosceva le nobili qualità. Aggiunse che la resa della città non poteva farsi aspettare a lungo, e che la sua indulgenza guadagnerebbe al nuovo principe il cuore e la fedeltà di tutti i cittadini.

(6) PAR. 646.

(7) S. 1. 508 § 125; 408 § 185.

(8) S. 1. 478 § 515.

(9) Boll. 1922 p. 346; « S. Paul. Ap. et Missionaire », p. 148.

 

Il generale al principio teneva fermo, poi vinto dalle umili suppliche e dalle lagrime del servo di Dio: « E per voi, P. Paolo, che lo faccio », disse, e revocò gli ordini dati.

La resa della piazza non tardò, come aveva previsto il Santo, ad arrendersi, capitolando. Il generale Las Minas fece la sua entrata in città con le sue truppe, e non ebbe che lodarsi del contegno degli abitanti. Così la prima volta che rivide il suo santo amico: « Avete ragione, P. Paolo, gli disse: io sono molto contento di Orbetello e vi resto obbligato di ciò che mi avete fatto fare » (10).

 

ALTRI PUBBLICI MINISTERI

Dal teatro della guerra, il soldato di Gesù Cristo aveva spesso portato il suo apostolato sopra campi più pacifici, prima nell'isola d'Elba e poi in quella di Capraia. Il vescovo che l'aveva chiamato annunzio il suo arrivo con una pastorale al popolo e al clero di quelle due isole. Il prelato faceva il più bell'elogio del missionario Paolo Danei; lo riguardava come un dono fatto alla terra dalla misericordia del Signore, e raccomandava ai sacerdoti di seguire gli esercizi spirituali sotto la sua direzione. Il Santo per tre mesi continui sostenne fatiche incredibili che furono ricompensate da frutti ab­bondanti di salute e accompagnate da prodigi.

Nel paese di Rio una povera donna era crudelmente maltrattata da suo marito. La causa era l'odio mortale di una sua vicina che non faceva che calunniarla presso di lui sul punto più delicato per l'onore di una donna. L'accusata tutta in lacrime, andò a gettarsi ai piedi del santo missionario. Questi fece chiamare la calunniatrice e le parlò così bene, che sembrò decisa a ritrattarsi. Approfittando di una così buona disposizione, Paolo fece venire subito il marito e, lui presente, si rivolse alla colpevole dicendole: « Ecco il momento di fare la riparazione, su, confessa che ciò che hai detto a quest'uomo sul conto di sua moglie, non è vero ».

La miserabile, dominata dall'orgoglio, sentì tanta difficoltà che non seppe vincersi e maliziosamente disse:

« E' vero, tutto vero ciò che ho detto ».

(10) S. 1. 467 § 477; 395 § 103.

 

Allora il difensore dell'oppresso, così ispirato da Dio, le disse:

« Ebbene, se voi persistete nell'accusa, venite in chiesa con me, là confermerete davanti al SS. Sacramento ».

Andati insieme in chiesa, là davanti al tabernacolo, in presenza di un altro sacerdote, sotto gli stessi occhi della vittima e del marito, la donna con esecrabile spergiuro, sostenne le sue calunnie. Ma in punizione di questa audace empietà, fu invasa dal demonio il quale la sollevò in alto mentre dalla sua bocca spumante usciva una lingua schifosa. I presenti a questa scena spaventosa rimasero terrorizzati; ma Paolo messosi in preghiera, con­tinuava gli esorcismi.

Dopo qualche tempo, il maligno spirito lasciò cadere a terra la miserabile come morta. Il Santo, presa dal tabernacolo la S. Pisside, l'avvicinò alla testa della donna; la virtù del Divin Sacramento la fece tornare in sé, e con cuore lacerato da rimorso, ritrattò tutte le sue calunnie (11).

Mentre il missionario predicava nello stesso paese, all'improvviso la sua voce come fosse indirizzata a un peccatore ostinato, prese un tono so­lenne e terribile: «Ah tu solo, esclama, tu solo vuoi rimanere ostinato? Verrò, verrò io a convertirti ». E abbracciato il Crocifisso del palco, fu visto in un trasporto estatico, sollevarsi e volare al di sopra dell'uditorio, immo­bile per la sorpresa, andare fino alla porta e ritornare poi sul palco.

Quando Paolo arrivò nell'isola d'Elba ai primi di giugno, la trovò colpita da una lunga siccità. Venne il tempo della mietitura senza che cadesse una goccia di acqua. Le campagne erano bruciate, i grani inariditi, gli abitanti dell'isola non volevano darsi la pena di raccogliere qualche filo di paglia. Ma il Santo che aveva implorato le benedizioni del Padre celeste, diceva loro: « Fiducia in Dio; mietete, miei cari fratelli, vedrete come il Signore è buono ». Essi ascoltarono la sua voce, poiché tutti lo ritenevano come un gran taumaturgo, e la mèsse fu veramente così abbondante che nel­l'isola si diceva come per proverbio: « L'anno e il raccolto di P. Paolo » (12).

Dopo alcuni giorni di riposo al Monte Argentario, egli riprese per due mesi i suoi lavori apostolici. Orbetello e Portercole vollero ancora sentire la sua voce. Dopo i furori della guerra, la calma era tornata nella contrada e lasciava a tutti la libertà necessaria per le cose dell'anima e del cielo. In queste due missioni, i soldati spagnoli furono ammirabili per la fede. Quantunque la maggior parte di essi non comprendesse che poco la lingua italiana, la parola del missionario penetrava i loro cuori e li faceva effondere in lagrime.

(11) Cfr. Vita ed. 1821 p. 191-192.

(12) S. 1, 261 § 61.

 

Accompagnato dai suoi ufficiali, fu sempre presente alle prediche anche il generale Las Minas che, guidato nell'anima dal nostro apostolo e istruito nella meditazione della Passione di Gesù, fece grandi progressi nella vita cristiana.

Il pio generale consacrava ogni mattina due ore alla preghiera, si accostava spesso ai sacramenti, e aveva frequenti colloqui spirituali col suo santo direttore di cui seguiva i suoi consigli con tutta semplicità.

Verso quest'epoca l'uomo di Dio, per convertire un grande peccatore si apprese a un mezzo eroico, poiché egli era sempre pronto a sacrificare tutto, anche la vita, per la salvezza delle anime. Una sera d'inverno era venuto al romitorio un bandito armato secondo il costume delle persone della sua classe. Paolo lo accolse con la sua abituale affabilità e avendo conosciuto che non si confessava da trent'anni, tentò tutte le vie di ricon­durlo a Dio, ma inutilmente. Gli offerse infine l'ospitalità per la notte. Il peccatore ostinato accettò. Ma all'indomani, di buon mattino, non osando rivedere il Santo, prese le sue armi e partì. Discendeva la montagna, quando passando presso un serbatoio di acqua gelata, scorse nel mezzo del ghiaccio il servo di Dio con le braccia alzate a forma di croce. « Che fate P. Paolo?, esclamò tutto sorpreso; Sono qui, rispose il Santo con accento di dolore, sono qui a fare penitenza per voi» (13)-

Queste parole scossero finalmente il cuore inflessibile; il bandito si affrettò di stendere la mano a Paolo per aiutarlo a uscire dall'acqua ghiacciata e volle anche accompagnarlo alla sua solitudine. La sua conversione era completa; otto giorni di ritiro sotto la direzione del caritatevole Padre lo formarono alla penitenza e alla vita cristiana.

 

I NUOVI COMPAGNI

Queste numerose vittorie, facevano dimenticare all'apostolo le sue incessanti fatiche. Quasi compenso di tanto zelo, Gesù accrebbe il suo piccolo gregge che il Santo si formava alla scuola della croce, per lanciarlo poi alle lotte per il Signore. Suo fratello Antonio, il sabato delle quattro tempora di avvento del 1735, fu ordinato sacerdote dal vescovo di Sovana e celebrò la sua prima Messa nella piccola chiesa dell'eremo, assistito da Paolo e da Gian Battista che piangevano di gioia.

Qualche giorno dopo, venne un sacerdote che nel fiore della giovinezza si consacrava al Signore vestendo le livree della Passione. Era di Pereta, diocesi di Sovana e si chiamava Fulgenzio Pastorelli. Mentre era ancora chierico, assistendo a una Messa di Paolo, aveva concepito il progetto d'imitare la sua vita e l'avrebbe anche realizzato, se non vi fossero stati gli ostacoli. Ma il suo affetto per il venerabile Padre non gli permetteva di stare troppo tempo senza rivederlo e andava a trovarlo anche nelle sue missioni. In una di queste circostanze, ordinato appena sacerdote, gli servì da catechista. Spesso poi saliva il Monte Argentario per passare un po' di giorni con i buoni solitari (14).

A questo proposito ecco un fatto che dimostra come quei servi di Gesù Cristo vivessero per il cielo dimentichi della terra e dei bisogni del corpo. La prima volta che D. Fulgenzio venne in quella solitudine, il Santo e i suoi compagni, volendo far festa al loro amabile ospite, accesero il fuoco e misero a cuocere delle fave. Nell'attesa cominciarono a parlare delle gran­dezze di Dio e del regno celeste. Immersi in questi santi e sublimi pen­sieri, sazi delle dolcezze spirituali, dimenticarono e il fuoco e le fave e la cena. Quando vollero prendere il loro povero pasto, trovarono sul fuoco la pentola già fredda e le fave bruciate.

Dopo D. Fulgenzio altri postulanti vennero a presentarsi e ben presto il santo Fondatore ebbe la consolazione di vedere moltiplicato il numero dei suoi figli fino a nove. Non potendo tutti alloggiarli nello stretto romi­torio, costruirono una capanna di foglie e di paglia, ove dormivano quattro di essi. Erano poveri, ma la povertà non toglieva nulla alle gioie dell'anima, anzi accresceva il loro fervore conducendo sempre la stessa vita austera di cui già abbiamo tracciato il quadro.

(14) S. 1. 90 § 44.

(13) S. 1. 131 § 51

 

 

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