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CAPITOLO XVII

1. Va a Napoli, poi a Pisa. 2. Ostinate persecuzioni. 3. L'intervento di S. Michele Arcangelo. - 4. Si inaugura la prima chiesa dell' Istituto - 5. Un segnalato favore

(1736 - 1738)

A NAPOLI DAL RE CARLO III

Paolo soffriva di non poter meglio alloggiare la sua amata famiglia e di vedere la costruzione del convento sospesa per la guerra. Intanto aveva incaricato il fratel Marco di lavorarvi un po' tutti i giorni per non lasciar cadere in rovina i muri già costruiti; egli stesso nell'intervallo dei suoi la­vori apostolici, volentieri lo aiutava. Un giorno un sacerdote suo amico, vedendolo lavorare a quel modo, gli chiese come pensasse di poter terminare l'edificio.

«Non ho che tre paoli, rispose, se il Signore mi da dei fondi, come spero, lo porterò più avanti ».

Esaurite le prime offerte, benché abbondanti, per l'acquisto e il trasporto dei primi materiali, Paolo nella sua delicatezza non volle far nuovo appello alla carità degli Orbetellani, sapendo che la guerra aveva esaurito tutte le risorse. Il generale Las Minas che gli aveva già ottenuto dal nuovo Re il consenso per continuare la costruzione, gli consigliò di rivolgersi al Re stesso, la cui generosità, diceva, uguagliava la bontà.

Dopo la festa di S. Antonio, Paolo affidò la sua piccola comunità al P. Fulgenzio e, malgrado i rigori straordinari dell'inverno, partì per Napoli col P. Gian Battista. Appena arrivati, furono ammessi all'udienza del Re, il quale domandò loro col più vivo interesse quale fosse il motivo del viaggio. Paolo espose brevemente l'idea dell'Istituto, raccontò i principii della costruzione del convento, ringraziò S. Maestà dell'approvazione che si era degnato accordare, e concluse dicendo che per portare l'edificio a buon fine non gli restava che la fiducia e la munificenza del suo sovrano (1).

(1) Lt. I, 126.

 

Il Re ammirato di un'opera così santa, diede subito ordine di consegnargli cento doppie d'oro (2). Felici di un tale soccorso, i servi di Dio si affrettarono a tornare al Monte Argentario e da questo momento la costruzione s'innalza come per incanto. Per accelerare poi maggiormente i lavori gli stessi cenobiti diedero il loro aiuto agli operai ed ogni mattina, dopo la meditazione e la santa Messa, discesi dall'eremo, si mettevano all'opera. Anche Paolo portava il suo peso e animava tutti con l'esempio e con la voce. Ma pur costruendo questo tempio materiale egli lavorava a costruire l'edificio delle anime.

Con i suoi spirituali discorsi egli eccitava il capo mastro e i suoi operai all'odio del peccato, all'amore di Gesù Crocifisso e della santa Madre (3).

Chi potrebbe dire la santa gioia del Fondatore? « Mio Dio, esclamava, questo è il luogo del vostro amore preparato a coloro che vi amano! » Ma i demoni, considerando questo edificio come il terribile baluardo contro la loro potenza, cominciarono le loro macchinazioni per gettarlo a terra; di notte distruggevano il lavoro del giorno, così la costruzione non aumen­tava di un centimetro. Presto però una potenza superiore paralizzò i loro sforzi e, vinti dalle preghiere del Santo, si vendicarono sulla sua stessa persona tormentandolo nella maniera più atroce. Ma la pazienza invincibile di Paolo, che fu tenace nella sua opera, inflisse loro le più umilianti disfatte.

 

VIAGGIO PER PISA

Durante questo tempo il grosso dell'esercito spagnolo, al suo ritorno dalla spedizione di Lombardia, aveva messo il quartiere nelle città di Livorno e di Pisa ove pure aveva dovuto andare il generale Las Minas. Questi parlò senza dubbio al duca di Montmar, generale in capo, del bene che P. Paolo aveva fatto ai suoi soldati, e il duca ammirando l'eroica virtù del Santo, si affrettò ad invitarlo per una missione alle sue truppe e gli mandò una feluca sulla quale Paolo s'imbarcò a Porto S. Stefano. La feluca navigava con altre e già era al termine del viaggio quando, in faccia a Livorno, si levò all'improvviso una violenta tempesta. Le altre navi portate via dal turbine e diventate il giuoco dei flutti, perirono miseramente.

(2) Lt. I, 383; Boll. 1922 p. 346. La doppia era una moneta d'oro. A. Cis. 1932 p. 401.

(3) S. 1. 92 § 46.

 

Simile sorte minacciava la nave che portava il Santo, la quale faceva già acqua da ogni parte. I marinai ammainate le vele, afferrarono i remi, ma uno di essi si ruppe e non vi fu più mezzo di lottare contro la furia del vento e del mare. Tutti i marinai, pallidi come la morte, temevano ad ogni istante di essere travolti nell'abisso. Il Venerabile Padre invocò il soccorso della Stella del mare recitando le litanie della Santa Vergine e si abbandonò alla Provvidenza, incoraggiando i marinai. Questi con uno sforzo supremo, riuscirono finalmente a guadagnare il porto meravigliati essi stessi di vedere la nave sfuggire ad un'inevitabile pericolo (4).

Ringraziata la Madre di Dio, il Santo si accordò col duca per fissare l'apertura della missione dopo la Pasqua. Poi ritornò al Monte Argentario, portando abbondanti elemosine che aveva ricevuto dal generale e dagli altri ufficiali spagnoli.

Verso la fine della quaresima si rimise in cammino per Pisa, accompagnato dal P. Gian Battista. Ma la missione non potè aver luogo; da Madrid era venuto l'ordine di evacuare a poco a poco la Toscana. I due apostoli, dietro invito del Vicario Capitolare di Chiusi, andarono a evangelizzare quella diocesi.

 

OSTINATE PERSECUZIONI

Tornato alla sua santa solitudine, invece di un dolce riposo, il santo Fondatore non vi trovò che persecuzioni ed angosce. Per più di un anno fu talmente oppresso, che nessuno vi avrebbe potuto resistere senza una grazia speciale. I demoni e gli uomini avevano cospirato la rovina del nuovo Istituto e sembrava che il Signore avesse abbandonato il suo servo nelle loro mani. Ascoltiamo Paolo a questo proposito, ascoltiamo gli strazi crudeli della sua anima manifestati in una sua lettera.

« Oh, Dio, che rabbia dei demoni, che fracasso fanno le male lingue! Non so dove voltarmi; e sa Dio come mi trovo di dentro... » (5). Ed in un'altra: « Le tempeste seguitano, le tenebre si aumentano, i timori non svaniscono, i diavoli assaltano, gli uomini flagellano con la lingua: di dentro battaglie, di fuori timori e tenebre, stupidità, tedi e desola­zioni ecc. ecc. » (6).

(4) Lt. I, 132, 133; S. 1. 254 8 43; 299 8 156.

(5) Lt. I, 171.

(6) Lt. I, 163.

 

II primo segnale della tempesta venne da Portercole che riguardava la fondazione del convento, situato in territorio di Orbetello, come un'in­giuriosa preferenza. Dal malcontento si passò alle beffe ed agl'insulti contro il Santo e i suoi compagni. Ma ciò che maggiormente angustiò il osare di Paolo fu vedersi perseguitato anche in Orbetello. Da qualche campo, infatti, anche in questa città alcuni uomini abbastanza potenti per nuocere vedevano di mal occhio l'uomo di Dio, sia che si sentissero offesi per la sua libertà apostolica, sia per motivi che avrebbero arrossito a confessare. Non osavano, però, attaccarlo apertamente per la stima che ne aveva il popolo e il favore di cui lo circondavano le prime personalità del governo (7).

Ma quando il generale Las Minas si fu allontanato da Orbetello la loro audacia non ebbe più limiti. Stimolati dai demoni, cominciarono a screditarlo in pubblico, cercando tutti i mezzi per costringerlo ad abbandonare il convento. Inventarono le più nere calunnie e ne seppero ordire la trama con sì fine malizia, che l'Eminentissimo Abate vi si lasciò prendere, tanto più ch'egli era sotto l'impressione di altre false informazioni. Da qui nacque per il povero servo di Dio una serie di grandi tribolazioni. I suoi nemici arrivarono ad abusare del nome stesso del Cardinale, facendo correre la voce, con impudente menzogna, che avesse minacciato della sua indignazione, chiunque avesse dato elemosina ai missionari del Monte Argentario.

Questi infami artifici raffreddarono la devozione del popolo a loro riguardo e chi per timore, chi per rispetto umano, chi scosso da queste calunnie, tutti cessarono dal mandare le loro offerte, prima così abbondanti, all'eremo di S. Antonio.

I poveri servi di Dio che avevano speso tutte le loro misere risorse nei lavori di costruzione, furono ridotti a tale miseria, che per nutrirsi non ebbero che le erbe selvatiche e l'acqua della fontana. In tali angosce, privo di ogni soccorso sensibile del cielo, come fosse abbandonato da Dio e crudelmente tormentato dai demoni, il Santo esclamava:

«Oh, se lei sapesse in che acque si trova il povero Paolo!...». «Sono... sempre più miserabile, combattuto dai demoni e dagli uomini, sferzato dal flagello delle lingue con calunnie ecc..., oltre le battaglie di dentro.... ».

(7) Boll. 1923 p. 148-150.

 

« Vedo che Dio è assai sdegnato con me ingratissimo...; le mie cose vanno sempre più di male in peggio.... Vorrei seppellirmi agli occhi di tutti, per dispormi meglio alla morte, che temo assai, assai » (8).

A queste prove spaventose si aggiunse la privazione di quelle dolci consolazioni che davano al missionario le anime conquistate al Signore. Predicando col P. Gian Battista a Pitigliano, ebbe il dolore di vedere quasi tutto il popolo, per effetto di un'indegna manovra, opporre alla divina parola la più ostinata resistenza. I due apostoli, oppressi dalla tristezza, abbandonarono questa città ingrata, scuotendo, come dice il vangelo, la polvere dai loro calzari. Per colmo di afflizione tutta la piccola comunità, e Paolo stesso, si ammalò e in sì deplorevole stato l'estrema miseria li privava perfino del necessario.

Paolo ne moriva di dolore, ma attingendo forza e coraggio in Gesù Crocifisso, animava gli altri alla sofferenza e alzandosi penosamente dal suo giaciglio, serviva tutti con la più grande carità.

Però, dopo aver provato la loro virtù, Dio mostrò con quanto amore vegliasse su di essi. Da Porto Longone, isola d'Elba, venne un pio sacerdote, Pietro Cavalieri, desideroso di abbracciare il nuovo Istituto. Non si lasciò scoraggiare per tutto ciò che vi riscontrò di miseria e di sofferenza, ma come inviato da Dio in questo momento supremo, prodigò loro i soccorsi della sua carità. Quando li vide tutti completamente ristabiliti, andò in famiglia per regolare i suoi affari, poi ritornò al Monte Argentario e rivestì dalle mani del Fondatore il santo abito della Passione. Di più la bontà divina sollevò l'indigenza dei suoi servi suscitando nelle anime devote slanci di carità a loro riguardo. Ecco infatti una pia persona della diocesi di Acquapendente che mandò ad essi una grande quantità di legumi e le religiose di Piombino che fecero una colletta in loro favore. Paolo, vedendo sollevate le sofferenze dei suoi figli, sentiva raddolcirsi le sue pene e pieno di riconoscenza benediceva il Signore.

 

L'INTERVENTO DI S. MICHELE ARCANGELO

Ma l'odio non gli lasciava tregua e con maggior furore si scatenava contro di lui. Lo scopo cui miravano i suoi nemici era di costringere il Santo e la sua famiglia religiosa ad abbandonare il Monte Argentario. Irritati dall'impotenza delle loro calunnie, ricorsero alla violenza e formarono il progetto, tentato già dal demonio, di abbattere il convento, ormai quasi terminato.

(8) Lt. I. 178, 170, 176; Boll. 1923 p. 151.

 

Favoriti dalle tenebre della notte, mentre tutto era silenzio intorno al nuovo edificio, e Paolo e i suoi figli riposavano tranquilli nel loro lontano romitorio, quei disgraziati, spinti da cieca pas­sione, vennero per compiere il loro iniquo progetto. Già si avvicinavano; già si disponevano a far saltare quei sacri muri..., quando la stessa potenza misteriosa che li aveva difesi contro i demoni, colpì questi fanatici di spavento e di terrore... e chi da una parte, chi dall'altra presero la fuga senza sapere dove andassero (9).

Che cosa avevano visto? In piedi, sopra un globo di fuoco e tenendo in mano la spada scintillante, l'Arcangelo Michele proteggeva il santo edificio... Così l'aveva visto un'anima pia. Quando il venerabile Fondatore seppe il pericolo e il soccorso, dedicò nella nuova chiesa un altare al glorioso Arcangelo, difensore della nascente Congregazione (10).

A segni così manifesti della protezione del cielo, il Santo credette essere suo dovere dissipare le calunnie dei suoi avversari presso l'Eminen­tissimo Abate. Fece due viaggi a Roma (11); scrisse molte lettere e, dopo pene infinite, riuscì a mettere in chiaro la cattiva fede dei calunniatori (12).

Ma il Cardinale, temendo che questi religiosi poveri e perseguitati, non avessero abbastanza risorse per mantenere convenientemente gli altari, non volle autorizzare l'esercizio del culto nella nuova chiesa e per­mise soltanto di risiedere nel Ritiro. Questa determinazione mise il colmo al dolore di Paolo, il quale aspettò pazientemente che il Signore cambiasse il cuore del prelato. Intanto i calori dell'estate 1737, veramente eccessivi, non permettevano di restare più a lungo all'eremo senza esporsi a qualche grave malattia e il Santo venne con i suoi figli ad abitare nel nuovo edificio.

Ma quei poveri sacerdoti pur nello stato di debolezza in cui li aveva lasciati la malattia, dovevano fare ogni mattina oltre due Km a piedi nudi, per sentieri sassosi, per offrire il divin sacrificio nella chiesa di S. Antonio, mentre a prezzo di tanti sudori ne avevano costruita una magnifica. Era questo per essi un aumento di dolore (13).

(9) S. 1. 217 § 279.

(10) S.2. 524 '§ 171.

(11) Lt. I, 170,' 171.

(12) Lt. I, 365, 170; II, 50.

(13) Lt. I, 367.

 

Paolo, non avendo il coraggio di veder soffrire più a lungo i suoi discepoli, scrisse all'Eminentissimo Abate, dicendo che pur rassegnandosi a non aver nella nuova chiesa che un oratorio privato, pregava, a nome dei suoi compagni, di potervi almeno celebrare la Messa:

«Così avremo campo di starcene più lungamente ai piedi del Crocifisso, giacché ci è chiuso l'adito d'aiutare i poverelli con l'amministrare, come finora abbiamo fatto, i santissimi sacramenti della confessione e comunione, e solamente a suo tempo ce ne usciremo in altre diocesi, ove saremo chiamati a fare le sante missioni. Speriamo che la misericordia di Dio avrà pietà di questi poverelli, che desiderano servirlo con tutto il cuore e che disporrà ci sia spedito presto il Sacro Breve apostolico, giacché vede che non sappiamo più come fare... e che non ci è possibile il durarla per varie cause. In questa Bontà infinita sono tutte le nostre speranze, e rendiamo al nostro Amor Crocifisso le grazie, che ci abbia chiuso le vie degli uomini, acciò più confidiamo nella sua paterna Provvidenza » (14).

 

INAUGURAZIONE DELLA PRIMA CHIESA DELL'ISTITUTO

La fiducia del paziente servo di Gesù Cristo non fu vana. Ben presto, in modo insperato, i suoi lunghi dolori si cambiarono in gioia. Non era ancora arrivata la lettera a Roma che già, per ordine di Clemente XII era stato spedito in data 31 agosto 1737, un Breve nel quale era data all'Eminentissimo Abate la facoltà di delegare qualcuno per benedire so­lennemente, come oratorio pubblico, la nuova chiesa innalzata dai due sacerdoti Danei del Monte Argentario, nella quale chiesa, senza pregiudizio dei diritti parrocchiali, sarebbero amministrati i sacramenti e si farebbe ogni altra funzione ecclesiastica.

Come mai questo mutamento di cose? Il giorno dell'Assunta, festa che il Santo celebrò in tutta la sua vita con la più tenera devozione, aveva scritto a Mons. Crescenzi e, aprendogli il cuore, come un amico ad un amico, gli raccontava le tribolazioni che l'opprimevano. Il pio prelato, d'accordo col Cardinal Corradini, si affrettò ad ottenere dalla Sede Apo­stolica l'insigne favore (15).

In quel Breve l'Eminentissimo Abate, la cui rettitudine, del resto non cercava che la gloria di Dio, riconobbe un segno evidente della volontà divina e per adempierla mandò immediatamente l'ordine al suo Vicario Generale, Moretti, di benedire la nuova chiesa.

(14) Lt. I, 375.

(15) Boll. 1923 p. 215-218.

 

Il Cardinale che, in fondo aveva sempre avuto molta stima ed affetto per i missionari del Monte Argentario, da quel momento non cessò più di circondarli di tutta la sua benevolenza. Era, si direbbe, una specie di riparazione per le sofferenze che involontariamente, aveva loro cagionato, lasciandosi ingannare dalle calunnie dei cattivi (16).

Ben presto a Orbetello e in tutti i paesi le cose cambiarono aspetto. Il comando delle guarnigioni era stato affidato al generale Carlo Blom, fervente cattolico che si mostrò zelante difensore del santo perseguitato. Gli avversari, intimiditi, non misero più la stessa audacia nei loro attacchi. I popoli, tornati all'antico affetto, desideravano ardentemente vedere l'inaugurazione solenne di quella chiesa che, adagiata sul fianco del monte, sembrava volersi staccare dal folto degli alberi per invitare da lontano le anime alla preghiera e ad innalzarsi a Dio.

Il 14 settembre 1737, festa dell'Esaltazione della Santa Croce, fu il giorno destinato dalla Provvidenza per questa grande solennità. Dal mattino sotto un sole radioso una moltitudine di barche solcava il lago portando da Orbetello alla riva opposta, gli abitanti della città. Poi salendo per i sentieri ombrosi del monte, a gruppi in abito da festa, si dirigevano verso il santo edificio intorno al quale si raccoglieva una folla già venuta dai paesi vicini per aspettare l'ora della cerimonia. Ad aumentare lo splendore della festa vennero in seguito i magistrati, gli ufficiali spagnoli e in testa il generale Blom con i suoi soldati. La musica militare fece risuonare il monte delle sue allegre fanfare a gloria del Dio degli eserciti. Arrivato poi il Vicario Generale col clero, entrò in chiesa e vestì i paramenti sacri. Il santo Fondatore con la corda al collo, innalzò il glorioso stendardo della croce, uscì dal convento seguito dai suoi compagni in numero di otto, quattro sacerdoti e quattro laici, a piedi nudi, gravi e modesti con gli occhi bassi (17).

Portavano sul volto l'impronta delle loro austerità, ma anche di una gioia celeste, cantavano devotamente lodi al Signore. Ricevuti alla porta dal clero, furono introdotti in chiesa. Si procedette poi alla benedizione solenne del santuario sotto il titolo della Presentazione. La Messa fu ce­lebrata con tutto lo splendore del culto e Paolo vi fece un commovente discorso appropriato alla memorabile circostanza (18).

(16) A. Cis. 1932 p. 322-329; Lt. I, 372.

(17) S. 1. 92 § 47.

(18) Boll. 1923 p. 218; Lt. I, 455.

 

La festa lasciò viva impressione nel cuore di tutti; ma nell'anima del Fondatore si stampò uno di quei ricordi che, pieni d'interesse per la terra e per il cielo, non si cancellano più. Il Signore però serbava al nostro Santo nuove consolazioni. Il lettore ricorderà certamente il memoriale mandato alla congregazione dei Vescovi e Regolari per ottenere la fa­coltà di permutare il fondo ecclesiastico attiguo al convento; non avrà neppure dimenticato il silenzio dell'Eminentissimo Abate a questo proposito. Ma oggi, diventato benefattore insigne dei religiosi della Passione, è il primo a fornire i documenti necessari facendo di essi gli elogi più onorevoli e chiamandoli sacerdoti pieni di zelo che da molti anni con continue e grandi fatiche lavorano al servizio di Dio e al bene delle anime. Portò la sua benevolenza fino a voler essere presente al contratto col comune di Orbetello al quale volle assistere anche il tesoriere del Re. Quest'ultimo fece leggere un decreto reale, che aveva ottenuto segretamente, con il quale veniva concesso a Paolo e Gian Battista Danei come ai loro compagni, il diritto di far legna in tutta l'estensione del monte appar­tenente al Re. Alcuni mesi prima il generale aveva fatto loro concedere un pezzo di terra che col fondo della Tenuta S. Antonio, forma sull'alto piano e sui fianchi del monte, un bel recinto circondato da boschi e un bel giardino innaffiato da una sorgente di acqua.

Mancava ancora però al cuore di Paolo una gioia dolcissima, la facoltà di conservare nella nuova chiesa il SS. Sacramento. Ascoltiamo gli ardenti sospiri del suo cuore. Scriveva a un suo penitente che abbracciò il suo Istituto e vi morì in odore di santità:

«Orsù, carissimo, già il Ritiro è terminato; sono finite le celle, non vi è altro da fare che aggiustare un poco la chiesa per renderla più disposta a porvi il divinissimo Sacramento.

« Oh! vero Dio, che mi pare un'ora mille di vedere il mio Salvatore Sacramentato nella nostra chiesa, affine di trattenermi nelle ore più solitàrie ai piedi del sacro altare » (19).

Ma doveva languire parecchi anni nell'attesa di questa suprema felicità; non perdette però la speranza di possedere finalmente sotto il suo tetto il Dio del tabernacolo e a questo scopo prodigava tutte le sue cure all'abbellimento del sacro luogo. Non potendo per la sua povertà aspirare a ricchi ornamenti, la munificenza del Cardinale Abate venne in suo aiuto regalandogli un grande e magnifico quadro che rappresenta la Presentazione di Maria Vergine al Tempio.

(19) Lt. I, 408.

 

LA NOVENA DELLA PRESENTAZIONE

Questa attenzione piacque infinitamente a Paolo; era d'altronde, toccare la fibbra più sensibile del suo cuore, perché non si saprebbe dire quanto gli fosse caro il ricordo di Maria che fugge il mondo per consacrarsi interamente al servizio di Dio. E cominciò a celebrare solennemente in questa chiesa la festa della Presentazione che faceva precedere da una fervorosa novena. In quei giorni benedetti provava un aumento di fervore e prostrato davanti all'altare intonava con forza un Salmo del Re Profeta che i suoi figli continuavano dividendo lo slancio della sua anima. Questo cantico ci è parso in così perfetta armonia con le sue lotte e con i suoi trionfi, che ne trascriviamo qualche passo: «... Acclamate a Dio, o mondo intero, inneggiate alla maestà del suo Nome; .... Date a lui lodi grandiose. Dite a Dio..... Tutto il mondo ti adori, a Te inneggi, ....Inneggino al tuo Nome.... ».

Nel pensiero del Santo le vie per le quali Iddio l'aveva misericordiosamente condotto, si presentavano riprodotte in queste parole del sacro cantico: « E' lui il Signore, che ha sostenuto l'anima mia nella vita e non ha permesso che i miei piedi vacillassero... Ma voi ci avete provato, o Dio, voi ci avete fatto passare per il fuoco, come l'oro nel crogiuolo... Noi abbiamo camminato attraverso il fuoco e le acque e voi ci avete finalmente condotto in luogo di frescura.... ».

Ma qual'era l'effusione dell'anima sua quando arrivava a quelle parole del profeta: « Entrerò nella vostra casa con olocausti, adempirò i voti che le mie labbra hanno pronunziato, quando era al colmo delle mie tristezze...! Sia benedetto il Signore che non ha respinto la mia preghiera, né ha allontanato da me la sua misericordia...! ».

Il Santo fu sempre fedele a celebrare così questa festa, anche nei suoi anni più avanzati e qualunque fossero le sue fatiche, le sue infermità e la distanza, saliva al Monte Argentario per essere presente a questa novena e a questa solennità. Questo grande giorno della Presentazione lo considerava come uno dei più celebri e dei più solenni (20).

(20) S. 1. 171 § 92.

 

La consacrazione di Maria al Tempio non era la sola attrattiva che gli offriva questa festa, quanti pii ricordi gli richiamava allo spirito! Non era forse in quel giorno, nel 1720, che aveva dato il suo ultimo addio al mondo per andare il giorno seguente, venerdì, a ricevere dal suo vescovo il santo abito della Passione e consacrarsi intieramente a Gesù Crocifisso? Ma c'è anche un motivo segreto della sua predilezione per questa solennità; vi fece vagamente allusione allorché parlando un giorno con i suoi religiosi di questa novena, esclamò con accento pene­trante: « So io...! So io...! ». Confidò apertamente il suo segreto a qualcuno che non seppe custodirlo.

 

SULLE VETTE DELLA MISTICA

In questa festa della Presentazione, non sappiamo di quale anno, il beato servo di Gesù Cristo ricevette dal divino sposo delle anime un pegno sovrano d'amore.

Prima di raccontare questo tratto, innalziamo a Dio i nostri spiriti e i nostri cuori. Per esprimere la sua unione con l'anima fedele, il Signore prende spesso nella sacra Scrittura il nome di sposo. « Io ti sposerò per sempre.... in fede », egli dice. E il Verbo divino ha realizzato questa pro­messa sposando l'umanità con l'incarnazione.

Gesù Cristo diviene sposo di tutte le anime giuste per la fede e la carità che lo Spirito Santo diffonde nei loro cuori. Nelle anime elette però quest'unione è ancora più intima ed elevata. Ad esse che gli appartengono interamente nella più alta purezza, Gesù si compiace aprire tutti i tesori del suo amore. Il Verbo divino con l'infusione della sua eterna luce, innalza l'anima alla più alta contemplazione e la riempie dello Spi­rito Santo.

Questo nella vita presente è uno dei più alti gradi dell'unione dell'anima con Dio. L'anima così unita a Dio, si trasforma in lui e for­mando con lui quasi un solo spirito esclama: « Non sono più io che vivo, ma è Gesù Cristo che vive in me ». Rinvenuta dall'estasi l'anima conserva un'impressione profonda delle alte cognizioni che ella vi ha ricevuto e delle pure gioie che l'hanno inebriata, ma non trova né immagini, né espressioni per raccontarle.

Ella ha visto e udito in cielo, può dire col grande Apostolo, cose così misteriose ed alte, che non è permesso a lingua umana di ridire alla

Qualche volta Iddio per adattarsi alla condizione delle nostre facoltà che per loro natura s'innalzano dal visibile all'invisibile, da all'anima privilegiata un segno simbolico dello sposalizio contratto. E' ciò che accadde a S Paolo della Croce in un giorno della Presentazione. Pregava egli tutto assorto in Dio quando fu colpito da una luce abbagliante: in mezzo agli splendori della gloria immortale, gli apparve la Regina del cielo con Gesù bambino tra le braccia, circondata da un luminoso corteo di angeli e di santi.

Colpito da un profondo rispetto, Paolo si prostrò nella più alta ado­razione. Una voce d'ineffabile dolcezza l'invitò a celebrare la sua mistica unione col Verbo divino. Ma per rispondere a questo invito l'umile servo di Dio non trovò parole. Inabissato nel suo nulla, pensava solo quanto fosse indegno di un sì alto favore. Allora alcuni di quei santi si avvici­narono, lo rialzarono e lo presentarono all'Augusta Vergine Maria, che gettò sopra di lui uno sguardo di materno affetto, gli diede un preziosissimo anello che portava scolpiti gli strumenti della Passione e gli disse che quelle nozze divine dovevano sempre ricordargli quanto Gesù Crocifisso avesse sofferto e quanto la sua anima fosse amata da lui.

Gesù bambino, confermando le parole della sua SS. Madre, gli mise egli stesso al dito il sacro anello (21).

La visione disparve, ma lasciò nell'animo del Santo un'impressione così viva, che raccontandola negli ultimi anni di vita, aveva ancora parole rotte dai singhiozzi e infiammate d'amore. Chi potrebbe dire i tesori di grazia di cui fu arricchita l'anima del nostro Santo per questa unione spi­rituale col Verbo di Dio? Fu il pegno di altri segnalati favori che gli diede questo tenero sposo il cui nome si mostra con affetti inauditi che noi racconteremo nel seguito di questa storia.

(21) PAR. 2321; OAM. p. 85-93.

 

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