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CAPITOLO XVIII

1. Tentativo di far approvare le Regole. 2. Riceve il titolo di mis­sionario apostolico. 3. Difficoltà per l'approvazione delle Re­gole. 4. Missioni nella diocesi di Città della Pieve. 5. Cose prodigiose. 6. Continuano le dure prove.

(1738 - 1740)

TENTATIVO DI FARE APPROVARE LE REGOLE

II primo Ritiro della Passione era dunque fondato e il Santo vedeva con gioia aumentare di giorno in giorno la sua religiosa famiglia. Credè arrivato il momento in cui il suo Istituto sarebbe finalmente stabilito con l'autorità apostolica nella Chiesa.

Al principio dell'anno 1738 partì per Roma e, per tramite di Mons. Crescenzi presentò le Regole a Clemente XII per ottenere l'approvazione. Il Pontefice accolse la supplica con bontà e ne affidò l'esame a una Commissione di Cardinali.

 

RICEVE IL TITOLO DI MISSIONARIO APOSTOLICO

Mons. Crescenzi desiderando che il Santo predicasse nella primavera seguente le missioni nella Città della Pieve e nelle altre città di quella diocesi, ottenne a Paolo e a Gian Battista il titolo di missionari apostolici con un rescritto del 22 gennaio. Il Sommo Pontefice oltre quel titolo accordava la facoltà di dare ancora la benedizione papale alla fine delle missioni e un'indulgenza plenaria a tutti coloro che avessero seguito la missione (1).

(1) Lt. IV, 194.

 

DIFFICOLTA' PER L'APPROVAZIONE DELLA REGOLA

Nell'esaminare le Regole, i giudici le trovarono troppo rigide; nacquero perciò delle difficoltà, ma sperando che sarebbero state superate anche senza di lui, Paolo ne lasciò la cura a Mons. Crescenzi e riprese il cammino della sua solitudine.

Pregando, egli aspettava la notizia di un felice successo, invece ricevette dal prelato una lettera che reclamava la sua presenza a Roma (2). Altre complicazioni si erano presentate dopo la sua partenza, motivo per cui Paolo si rimise in cammino verso la fine di febbraio. Quei lunghi viaggi ripetuti in una stagione così rigida, gli cagionarono incredibili sofferenze: i suoi piedi furono piagati da geloni, ogni passo lasciava sul cammino traccie di sangue, il freddo tormentava crudelmente il suo corpo mal protetto dal ruvido saio. Un giorno in un luogo abbandonato fu colpito da un freddo così intenso, che senza una grazia del Signore avrebbe perduto la vita. Eppure tra tante sofferenze, non doveva raccogliere a Roma che amare delusioni. Trovò i commissari incaricati ad esaminare le Regole, contrari alla sua causa. Mettendo tutta la sua speranza nel Signore, gli rivolse ferventi preghiere.

Mentre un giorno nella chiesa di S. Carlo al Corso pregava, una voce divina gli disse chiaramente che l'ora di questa approvazione non era ancora venuta, ma era riservata ad altro tempo. Infatti, malgrado lo zelo del Crescenzi, la sua domanda fu respinta. Paolo con profonda umiltà adorò la volontà di Dio (3).

 

MISSIONI NELLA DIOCESI DI CITTA' DI PIEVE

Dopo parecchi giorni di solitudine e di preghiera al Monte Argentario, il coraggioso apostolo riprese il corso delle sue missioni. Ne predicò sette senza riposo nella diocesi di Città della Pieve, cominciando dalla cattedrale (4). Vi sopportò fatiche inenarrabili, ma sempre accompagnate anche da prodigi. Eccone qualcuno dei più sorprendenti operati in presenza di tutto il popolo.

A Piegare il missionario aveva visto con dolore che alcuni non solo resistevano alla parola di Dio, ma mormoravano contro la missione. Paolo scongiurava il Signore di trionfare di quei cuori induriti. Per sua consolazione Gesù gli rivelò i disegni della sua misericordia su quelle anime.

(2) Lt. I, 204.

(3) Lt. I, 456. E' S. Paolo stesso che, dopo molti anni, andando al palazzo del Papa in ben altre condizioni, disse al suo confessore, alludendo ai primi temoi : « Sopra queste scale vi lasciavo impresse le orme del sangue » (S. 1. 93 § 48).

(4) Lt. II, 59; I, 416-417.

 

Parecchie volte, ma soprattutto alla fine della missione, l'apostolo ripetè queste memorabili parole: « Vi sono molti ai quali pare mille anni che io parta e termini la missione; ma io lascio un altro che farà la missione meglio di me » (5). Indicando un Crocifisso che si venerava sopra un altare di quella chiesa aggiunse: « Quando sarò partito, questo Crocifisso farà la missione per me ». Diede la benedizione papale e di­sceso dal palco, partì, seguito da una gran folla di popolo per andare a predicare a Monteleone. Molte persone erano ancora in chiesa, quando il Crocifisso scolpito in legno, cominciò a spargere abbondante sudore soprattutto dalle piaghe delle mani, dei piedi e del S. Costato. Altamente meravigliati, tutti gli spettatori gridarono al miracolo. Accorse una gran folla intorno al venerato simulacro per osservare il fenomeno. Il parroco D. Antonio Felici, salì sull'altare e asciugando con un candido lino quel misterioso sudore, esclamava tra la commozione generale: « Ah, tutto questo è l'effetto dei mìei peccatiti. Altri corsero a riferire il pro­digio al Santo, il quale al sentire la notizia: « Già lo sapevo » disse. Poi continuò: « Di qual colore è il sudore? » « Ceruleo », « Buon se­gno » esclamò, e proseguì il suo cammino.

Buon segno, infatti, segno della divina misericordia. Non un peccatore resistette alla grazia; questo miracolo trionfò di coloro stessi che la parola dell'apostolo aveva appena commosso. Si rese in seguito un culto speciale a quell'immagine, costruendo una cappella per mettervi il Cristo miracoloso e si incisero su lastre di marmo le seguenti iscrizioni a destra e a sinistra dell'altare:

D. O. M.

Questa Immagine di Gesù Crocifisso Dopo una santa missione di P. Paolo della Croce

Del Monte Argentario

Alla vista del popolo di Piegaro gemente e piangente Ha diffuso un sudore di color ceruleo L'11 maggio 1738 (6).

Si diedero senza dubbio, dice S. Vincenzo Strambi, altre notizie su questo prodigio al Servo di Dio. Ecco infatti ciò che egli scrive in una sua lettera: « Già avevo notizia del fatto di Civitavecchia ». Di quale fatto si tratta? Noi propriamente lo ignoriamo, però è chiaro che si allude a un altro fatto miracoloso.

(5) S. 1. 121 § 35.

(6) Omesse altre iscrizioni.

 

« In una nostra missione nell'Umbria, molti anni sono, seguì un prodigio non inferiore, che un SS. Cristo di rilievo sudò in abbondanza e se ne fece processo e fu mandato a Roma, ed ora è in grande ve­ nerazione per aver operato Iddio miracoli ».

Così il Santo in una lettera scritta da S. Angelo il 28 giugno 1749 indirizzata al Dott. Domenico Antonio Ercolani di Civita Castellana (7).

S. Vincenzo Strambi aggiunge: Ha poi sempre continuato il po­polo di Piegaro a venerare con singolare devozione quella santa imma­gine, la quale al solo mirarsi invita a compunzione e rinnova la memoria del grande prodigio, conservando ancora visibile l'impressione dei rivi formati da capo a piedi per mezzo del miracoloso sudore, come io medesimo ho veduto con i miei occhi nella missione dell'anno 1777 (8).

Per non ripeterci, ci accontenteremo di dire che fino alla primavera del 1740 l'infaticabile apostolo fece un gran numero di missioni in pa­recchie diocesi, specialmente in quella di Todi nell'Umbria e ovunque sia nelle città che nelle campagne riconduceva a Dio i peccatori più ostinati, andando a predicare Gesù Crocifisso ai pastori che stavano in mezzo al gregge, ai contadini nei campi, e non trascurando i monasteri dove an­dava a rianimare il fervore delle spose di Gesù Cristo.

ANCORA PENOSE PROVE

La più bella ricompensa ai suoi immensi lavori, era la croce... sempre la croce!.... perché senza di questa, l'apostolo non può essere associato a Cristo e alla redenzione delle anime. Ma questa volta fu delle più pesanti e il suo calice dei più amari; il nostro Santo si vide immerso in un oceano di tribolazioni interne ed esterne. Abbracciamo con lo sguardo tutta la trama di quest'ammirabile vita; all'estremità della via dolorosa per la quale Iddio fa passare il suo Servo, noi vediamo apparire con « lumi del cielo, le pure gioie della carità. Ma in questo momento tutto avvolto nelle tenebre, Paolo non scopriva neppure un raggio di luce che temperasse l'eccesso delle sue sofferenze. Tutto quel che faceva per ottenere da Clemente XII l'approvazione delle Regole tutto era respinto, tutto annientato.

(7) Lt.II, 743.

(8) VS. p. 114.

 

E' a giusto titolo che la Chiesa paragoni al miracolo la fondazione di un nuovo Istituto: quante prove, quante angosce da parte degli uomini, di Satana, e di Dio stesso!

Quale incrollabile costanza è necessaria! Si può dirlo con tutta sicurezza: se l'opera non viene da Dio, non tarderà a cadere. Ma se è necessaria tanta forza alla pietra angolare, non ne occorre meno a quelli che devono entrare nelle fondamenta per il sostegno di un edificio che salirà fino al cielo. Dio non ha fretta nelle sue opere, ha per sé l'eternità, ma gli uomini, a meno che non abbiano una confidenza senza limiti, e una rara tempra d'animo, si scoraggiano molto presto e indietreggiano con facilità.

Al Fondatore, dunque, sono necessari, come prima pietra della gran­de opera, eroi di fede e di amore. Aspettate il Signore, aspettatelo an­cora; aspettatelo sempre. Queste parole profonde del profeta ci danno la chiave delle impenetrabili vie del Signore.

Questa lunga attesa scoraggiò due compagni di Paolo, due rispettabili sacerdoti, sui quali egli aveva riposto le sue più belle speranze perché li vedeva camminare mirabilmente nella via della perfezione. Ma chi non sa morire, non sa vivere; in ogni sacrificio c'è morte e poi risurrezione. Questi ritornarono al secolo. Fu il principio di una nuova tem­pesta contro il nuovo Istituto. I suoi nemici che spiavano ogni minimo pretesto, colsero l'occasione per denigrarlo con quell'esagerazione di lin­guaggio che ispira la passione. « Non è, dicevano, che un ammasso assurdo di austerità impossibili; ecco perché Roma l'ha riprovato, ben pre­sto il convento sarà deserto ». Il punto di mira della loro acredine era soprattutto il santo Fondatore. A questo proposito fu tramato il più terribile complotto per distruggere l'umile congregazione. Un giovane fio­rentino di nobile e potente famiglia, venne al Monte Argentario, domandando di consacrarsi a Gesù Crocifisso. La sua aria pia decise il Venerabile Padre a rivestirlo del santo abito. Ma non era che un traditore mandato da uomini perversi quanto lui per seminare la zizzania tra i servi di Gesù Cristo. L'occhio penetrante del Santo non tardò a scoprire sotto il suo manto d'ipocrisia la malizia del suo cuore; ed elevandosi al di sopra di ogni considerazione umana, scacciò il lupo dall'ovile.

Quest'atto di santa energia servì di pretesto alle calunnie più atroci che ripetute dagli amici di quel libertino in tutta la Toscana, intaccaro­no l'onore di Paolo e dei suoi fratelli.

Simili voci rianimarono l'ardire ai suoi nemici di Orbetello che rin­novarono contro il Santo i più violenti attacchi. Le cose si inasprirono al punto, che il servo di Dio umile come era, giudicò prudente, per non dare loro occasione di peccare, di non farsi più vedere di giorno in nella città (9). Quando il dovere l'obbligava ad andarvi, entrava e uscisegretamente come un criminale degno della pubblica avversione. E' strana questa persecuzione! Meraviglia certamente chi non conosce l'oscu­ro abisso del cuore umano. E' difficile infatti conciliarla con le grandi virtù del Santo e con i prodigi che egli operava. Ma per comprendere questo primo religioso della Passione non bisogna cessare un istante di vedere Gesù Cristo in lui, perché in lui viveva il martire del Calvario. Il Salvatore non aveva forse reso la vista ai ciechi e risuscitato i morti..., e il popolo che era stato testimonio dei suoi miracoli non era venuto al punto di gridare che era degno di morte? Ma come il Re dei do­lori passò dagli obbrobri alla gloria, così il suo Servo fedele risplenderà a Orbetello stessa, teatro delle sue umiliazioni, della più bella gloria che possa coronare la fronte dell'apostolo. Per il momento bisogna che egli beva il calice fino al fondo. Dio sommamente geloso delle sue ope­re alle volte lascia che al principio tutto cada in rovina; poi, perché si veda meglio che egli solo agisce, rialza tutto mettendo meglio in rilievo la sua gloria e togliendo all'umana debolezza le illusioni dell'amor proprio. Più è grande l'opera che egli vuoi costruire per mezzo dell'uomo, e più gli deve far sentire la sua impotenza e la sua miseria. Allora ap­parirà sola dal principio alla fine la potente mano di Dio. Come un navigante vedendo la sua piccola barca battuta dalla tempesta e non avendo più nulla da aspettare dalla terra, rivolge il suo sguardo verso il cielo, ma non ne riceve per risposta che lampi e fulmini, così Paolo vedendo la sua umile Congregazione tormentata da tutte le cospirazioni dell'odio, e del tradimento degli uomini, si rivolge a Dio, ma Dio sembra respingerlo quasi non voglia sapere né di lui, né della sua opera.

Nella cappella della SS. Trinità a Gaeta, un angelo si era presentato a Paolo con una croce d'oro e il Signore gli aveva detto internamente: «ti voglio fare un altro Giobbe» (10). Infatti lo stato del nostro Santo, le grida strazianti della sua anima, ci richiamano il patriarca dell'Idumea:

(9) Lt. I, 210.

(10) S. l. 319 § 76.

 

« Per i miei gravissimi peccati sono in uno stato di tali angustie, desolazioni e abbandono, che mai in tutta la mia vita sono stato in tal misero stato; e sebbene la mia vita è stata tutta piena di tenebre, cala­mità ed altri moltissimi flagelli, ora però sono in uno stato, che mai è stato simile.

...Al di fuori, persecuzioni, mormorazioni e dicerie degli uomini che abbraccio volentieri per umiliare la mia superbia, ma più per le batterie tremende dei demoni e quel che è più orribile il tremendissimo fla­gello del gran Dio sdegnato, che è sopra di me, per cui provo un pezzo d'inferno in vita. Sospiro una buona morte, per i meriti della Passione SS. di Gesù Cristo...».

Notiamo queste ultime parole, ma questo non è, nella notte, che un raggio di speranza; ben presto tutto rientra nelle tenebre. Lo sentiamo infatti continuare:

« Son persuaso e più che certo, Sua D. Maestà non vuole altro dell'opera che mi credevo dovesse farsi, e me ne da segni troppo palpabili, e questo sebbene mi aiuti ad accrescere le mie desolazioni, non ostante, però, mi aiuta ancor più a rassegnarmi e ad accettare tutto in castigo della mia gran superbia e incorrispondenza ai benefici di Dio.

« Prevedo che in breve il Ritiro resterà, desolato e che cresceranno di tal maniera i flagelli, che resterò oppresso e morto sotto la gran soma, che già sono in via... Preghi S.D.M. che si plachi e mi dia lume per conoscere bene i miei gran mali, gran contrizione per piangerli e così dispormi a morire sotto la sferza della misericordia di Dio... » (11).

O Paolo, dove sono le belle promesse di Gesù e di Maria? Non ricordate più quelle celesti apparizioni che vi hanno dato tanta sicurezza?

Paolo non le ha dimenticate, crede soltanto non esserne degno per i suoi peccati; crede vederne la prova sensibile in quell'orribile abbandono di Dio, abbandono d'amore che a lui sembra abbandono di collera. Non è la fiducia che se ne va; è l'umiltà che risplende.

(11) Lt. I, 245-246. Giustamente è stato rilevato che «il fondo più origi­nale della spiritualità (di S. Paolo della Croce) è la partecipazione alla Passione di nostro Signore e l'unione al Cristo sofferente ». (M. Viller in « Revue d'Ascetique et de Mystique» 1951 p. 133).

 

Crediamo che in nessuna lettera, meglio che in questa, apparisca quanto il nostro Santo abbia partecipato ai dolori di Gesù.

Fa certo meraviglia la terribile prova del Santo, specialmente quando si rifletta che durò circa 45 anni. Il P. Garrigou-Lagrange nell'articolo « Nuit de l'esprit réparatrice en saint Paul de la Croix », da una buona spiegazione, dicendo che nei mistici, oltre la prova purificatrice, vi è quella espiatrice. S. Paolo, più che per purifi­arsi, soffre per espiare, insieme a Gesù, le colpe altrui. (Cfr. « Nuit Mystique », p. 287-293).

Ouando il Signore lascia che il fumo dei bassi fondi della natura decaduta salga fino alla parte superiore dell'essere, anche l'anima dei santi ne è oscurata e come tutta avviluppata. Essa non vede e non sente che le piaghe della prima caduta. E' pura come la luce e si crede coerta di tutte le sozzure; è il vecchio Adamo che si agita perché egli muore mai completamente sulla terra, anche nei santi. La sola differenza tra essi e i peccatori è che questi lasciano crescere in loro il germe originale di morte, mentre i santi non cessano di combatterne lo sviluppo e di tagliarne i germogli. Senza questa conoscenza della natura umana, ci acca­drebbe molte volte di non comprendere né il linguaggio dei santi, né gli stessi apprezzamenti che fanno di sé stessi quando, malgrado la santità della loro vita, li sentiamo dirsi e credersi grandi peccatori. Tuttavia in mezzo a queste apparenti crisi di disperazione c'è nella profondità della loro anima, quasi un santuario in cui si conserva sempre, spesso a loro insa­puta, l'ultimo e unico luogo di fiducia. Così Paolo, quando tutto sem­brava sfuggirgli, si riattacca alla speranza, terminando con questo senti­mento i desolati accenti che abbiamo udito: « Ma spero che (Gesù) mi salverà per i meriti infiniti della sua SS. Passione-».

Eppure queste crudeli agonie della sua anima rimanevano un segreto per tutti, tenendole tutte per sé, nascoste con cura ai suoi figli dei quali rialzava il coraggio con queste parole: «Cari fratelli, facciamo il bene e poi abbandoniamoci nelle braccia della divina Provvidenza: Dio è nostro Padre» (12).

Ad accrescere il suo dolore venne la notizia che il più potente ap­poggio a Roma, l'affezionato Mons. Crescenzi, stava per mancargli. Restava, è vero il Cardinal Corradini, ma S. Em.za perdeva egli pure in questo prelato il ministro attivo dell'influenza che esercitava in favore del Santo perché viveva, per la sua età avanzata, ritirato da ogni affare.

Il 6 febbraio 1740 morì Clemente XII; la vacanza della S. Sede durò circa sette mesi e con questo si prolungavano le prove del santo Fondatore. Per colmare la misura, anche la salute di Paolo, fortemente scossa da tutte queste commozioni, spossata dalle fatiche eccessive del­l'apostolato, deperiva ogni giorno; i frequenti accessi di una lenta feb­bre lo conducevano alla tomba (13).

(12) Cfr. M. Viller. « La volonté de Dieu dans les Lettres de St. Paul de la . Revue d'Ascetique et de Mystique 1951 p. 132-174.

(13) Lt. I, 247.

 

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