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CAPITOLO XX

1. Grandi missioni per i soldati. 2. Ad Orbetello. 3. A Portercole e a Piombino. 4. Il difensore dei militari.

(1741 - 1742)

L'APOSTOLO DEI SOLDATI

Gli Ordini religiosi, come le anime, hanno ciascuno la loro grazia speciale in rapporto alla missione a cui Dio li destina. L'Istituto della Passione ha ricevuto dalla Chiesa il mandato ufficiale di predicare Gesù Crocifisso. E' facile intravedere i frutti copiosi che dovrà raccogliere predicando la Passione di Gesù. Ed ecco Paolo discendere dall'Argentario per cominciare un ciclo di apostolato che infiammerà tante anime di amore verso Dio. E' nei suoi 47 anni, l'età che unendo vigore ed esperienza, meglio garantisce, umanamente, la buona riuscita del ministero apostolico. Di natura sana e tempra robusta, egli ha ricevuto una di quelle costituzioni, il cui vigore, rinnovandosi di continuo, porterà la sua fiamma fino all'età più avanzata.

Siamo di nuovo sul teatro della guerra. Mentre i conquistatori bagnano di sangue umano qualche angolo di terra, non mai abbastanza grande per la loro cupidigia, Dio fa rivolgere la loro ambizione alla sua gloria, al trionfo della sua Chiesa e alla salute delle anime.

La morte dell'imperatore Carlo VI apriva, contro l'Austria, la famosa guerra di Successione , guerra immortalata dal grido sublime nell'Ungheria: « Moriamo per il nostro Re, Maria Teresa». Una folla di pretendenti si disputavano i diversi lembi dell'impero. I re di Spa­gna e delle Due Sicilie, reclamando per l'Infante D. Filippo la Lombardia, Parma, Piacenza, avevano considerevolmente rinforzate le guarnigioni del littorale della Toscana. Da parte loro, le truppe austriiche avanzavano concentrando le loro forze. Tutto faceva prevedere vicino lo scoppio della guerra.

Il comandante generale delle armate della lega, il duca di Sangro, tesserando che i suoi soldati si preparassero alla battaglia da soldati cristiani, invitò il Santo del Monte Argentario a predicare ad essi grandi missioni, prima a Orbetello, poi a Portercole e finalmente a Pisa (1).

 

MISSIONE A ORBETELLO

II nostro apostolo discese a Orbetello accompagnato dal P. Angelo Di Stefano, ancora novizio. In una vasta piazza era stato inalzato un palco dal quale rivolgeva la santa parola a una moltitudine immensa e a parecchie migliaia di soldati di diverse lingue e nazioni: Italiani, Spagnoli. Francesi e Svizzeri. Il Signore rinnovò i prodigi della Chiesa nascente: Paolo predicava in Italiano ed i soldati stranieri lo comprendevano come se avesse parlato le proprie lingue, senza perdere una sillaba di quei commoventi discorsi. E quella parola, come una spada a doppio taglio, penetrava i cuori più induriti nel male.

Agli accenti della sua voce, ora minacciosa e terribile come la Giustizia, ora carezzevole e dolce come la Misericordia, le lagrime, i singhiozzi, il terrore o la speranza, producevano nell'uditorio una scena inde­scrivibile. La commozione arrivava al colmo quando il Santo, armato di una pesante catena di ferro, straziava le sue spalle fino al sangue, e non desisteva finché qualche ufficiale dello stato maggiore, più vicino al palco, non corresse a strappargli di mano quel terribile flagello, tutto intriso di sangue. Il commovente spettacolo provoca grida e pianto nel­la moltitudine: « basta, Padre...; siamo convenuti... » (2).

Uomini, donne, soldati, anche personalità che vivevano nell'inimicizia, dice un ufficiale, testimonio oculare, si riconciliavano sulla piazza pubblica e si domandavano reciprocamente perdono. Si portarono sul palco, ai piedi del predicatore, libri osceni ed empi, le carte, i dadi ecc. Paolo diede tutto alle fiamme (3).

Sceso il predicatore dal palco, tutti, ufficiali e soldati, affollavano il confessionale. Ascoltiamo ancora una deposizione semplice e franca, come la parola militare: « Quanto spargeva di terrore il P. Paolo nel predicare, altrettanto usava di dolcezza nel fine della predica, ammollendo i cuori, animando tutti a confidare nel Signore ed a sperarne sicuramente il perdono... » (4).

(1) Lt. II, 331.

(2) S. 1. 110 § 6.

(3) S. 1. 112 § 12.

(4) S. 1. 112 § 10.

 

Tutto il popolo commosso e contrito, versava abbondantissime lagrime quanto il P. Paolo seminava nella predicazione, altrettanto raccoglieva poi nella confessione, nella quale usava tanta carità, che parecchi soldati, risoluti a non confessarsi scoraggiati per i loro gravi peccati, vi erano indotti incoraggiati dai loro compagni che già si erano rivolti a lui. Questi infatti l'avevano trovato di una affabilità, di una carità e. di una dolcezza straordinaria verso i peccatori, soprattutto verso i più colpevoli ed infelici. Era voce comune, tra i soldati stessi. Quella predi­cazione produsse grandi conversioni (5).

Nel reggimento Svizzero c'era un buon numero di luterani e calvinisti. Testimoni di uno spettacolo che non avevano mai visto nelle loro sette, colpiti dalla carità dell'apostolo, dalla potenza e dalla santità della sua parola e illuminati dalla grazia, esclamavano: « Un tale predi­catore non può essere che il predicatore della verità! ». E riconoscendo nel vero apostolo, la vera Chiesa, si slanciavano in folla sul palco e ad alta voce dichiaravano di voler abiurare gli errori dell'eresia (6). Tra essi un giovane dai modi distinti esclamò in buon italiano: Io abiuro, detesto ed abomino la setta a cui sono stato aggregato finora, come falsa; riconosco, credo e confesso che la Chiesa cattolica romana sia la vera Chiesa istituita da Gesù Cristo » (7).

Chi potrebbe dire con quanta tenerezza Paolo li stringeva al suo cuore? Metteva una sollecitudine tutta paterna a istruirli nelle verità della fede, preparando egli stesso il ritorno alla Chiesa.

Il numero delle abiure che si contarono in quella circostanza salì a 70 (8). E' tale la potenza del Santo, che basta vederlo e sentirlo per riscontrare in lui una convincente dimostrazione delle verità cattoliche. Ma non basta, Dio accompagna la predicazione del suo apostolo con i più strepitosi prodigi. Ne ricordiamo solo alcuni dei più straordinari attinti alle sorgenti più autentiche, i processi di canonizzazione.

Innanzi tutto un fatto che rivela la potenza del Santo sull'inferno. Una notte mentre Paolo, dopo le grandi fatiche del giorno prendeva un po' di riposo, viene a battere affannosamente alla sua porta il sergente del reggimento di Namur. «P. Paolo, presto venite, fate presto, che il diavolo si porta via un soldato nel quartiere ».

(5) S. 1. 111 s 7.

(6) S. 1. no 8 6

(7) S. 1. 479 § 522.

(8) S. 1, 479 § 521.

 

II santo missionario balza frettolosamente dal letto ed eccolo col suo Crocifisso al quartiere Trova militari e civili spaventati intorno a un soldato che trascinato da una forza invisibile, gridava « Aiuto, aiuto, che il diavolo mi porta via » Paolo innanzi tutto fa coraggio al povero infelice, dicendogli: «Non temere, figliuolo, sono qui per te; basta che ti pentì dei tuoi peccati », Poi alza il suo Crocifisso e comanda al demonio di partire. Intanto ripe, te al soldato: « Tu... fai atti di vera contrizione, confida nella divina mi­sericordia e nei meriti di nostro Signore Gesù Cristo ».

Ma lo spirito maligno non parte. Paolo ripete il suo comando e il soldato rimane libero. Sfinito e pallido come un morto, si getta ai piedi del suo liberatore e domanda di confessarsi subito. E Paolo: « Lo vedi più il demonio? » « No, P. Paolo ». « Orbene, fatti coraggio, figliuol mio, ecco ti metto al collo questa corona della Madonna, non temere, perché in questa tu hai indosso un'arma potentissima: domattina poi verrò subito a confessarti; ora vattene a riposare e Dio ti benedica » (9). Il soldato non mancò all'appuntamento, ma non parlando bene l'italiano perché era francese, il P. Paolo lo condusse dal cappellano del reggimento. Si può immaginare la gioia del povero soldato! Per tutta la sua vita si mostrò riconoscente di un tale beneficio. Un giorno a Roma incontrò un nostro religioso, il P. Filippo del SS. Salvatore, e gli disse: « Sono il soldato che P. Paolo strappò dalle mani del demonio durante la missione di Orbetello ».

Un altro militare volendo riconciliarsi con Dio, era andato a con­fessarsi dal P. Angelo. Or mentre accusava le sue colpe, si sentì tirare con violenza da una mano invisibile. Si attaccò al confessionale con tutte le forze, ma quella potenza misteriosa si trascinava via e penitente e confessore e confessionale. I testimoni di quella strana scena andarono subito dal P. Paolo. Il Santo accorse, mise il suo Rosario al collo del penitente, e comandò allo spirito maligno che partisse. Poi, preso il soldato sotto il suo mantello, lo condusse in sacrestia e lo confessò, liberandolo per sempre dalle persecuzioni del maligno.

Il soldato provò tanta calma nell'anima e tale felicità, che preso dal desiderio ardente di morire in grazia di Dio, tornato in chiesa, sollevò una pietra sepolcrale e si gettò nella fossa credendo in buona fede, che per assicurarsi la gloria del cielo, gli fosse permesso di seppellirsi vivo.

(9) S.l. 458 g 436; 111 § 7.

 

Paolo gli comandò di uscirne, ma il soldato non voleva arrendersi e furono necessari ripetuti comandi. Il nostro Santo nel raccontare il fatto a sacerdote, gli diceva sorridendo, che gli era costato più il trarlo fuoridalla sepoltura, che liberarlo dalle mani dello stesso diavolo (10).

Una sera mentre il Servo di Dio predicava nella chiesa di S. Croce (ora non esiste più), interruppe improvvisamente il suo discorso ed esclamò: « Poveri miei fratelli, poveri miei fratelli! » e disceso dal palco, si diresse verso la porta accompagnato da tutto il popolo. Che era suc­cesso? Un grande incendio bruciava la foresta tutto intorno al convento della Presentazione. Il Santo fece un segno di croce e le fiamme si spen­sero; si alzò nell'aria una densa nuvola di fumo e tutto sparì.

Verso la fine della missione ordinò una solenne processione di penitenza. Precedeva una lunga schiera di alcune migliaia di militari modesti e raccolti che recitavano preghiere; seguiva il clero col capo sco­perto, cosparso di cenere; veniva poi il santo missionario a piedi nudi, con fune e catena al collo, corona di spine in capo e una pesante croce sulle spalle. Dietro a lui le autorità civili e militari e una grande folla di popolo. Di tanto in tanto la processione si fermava, e allora il missionario faceva delle allocuzioni piene di fuoco, ispirando a tutti il timore del peccato, l'amore a Gesù Crocifisso, e una ferma risoluzione di essere fedele a Dio fino alla morte (11).

La chiusura della missione fu per tutti giorno di gioia e di trionfo. Dopo il suo discorso e le sue ultime raccomandazioni l'apostolo diede la benedizione papale, benedizione feconda, divina perché il Vicario di Gesù Cristo, Gesù Cristo stesso, benedice le anime. E il Signore con un prodigio di misericordia ne diede la prova in questa circostanza. Un soldato, malgrado gli esempi dei suoi compagni, era rimasto inflessibile nella sua ostinazione fino al momento solenne della benedizione apostolica; e mentre tutte le fronti si chinavano, egli solo, superbo, se ne stava con la testa alta. In quel momento vide il grande Crocifisso che teneva il missionario staccare la mano destra e dare la benedizione al popolo, Profondamente commosso, pianse, e quella pecorella che da molto tempo era smarrita, a tal prodigio tornò anch'essa all'ovile (12).

(10) VS. p. 99 (11) S.l. 110 6

(12) VS. p. 98.

 

Come sempre l'umile apostolo s'involò alle dimostrazioni trionfa della folla e andò a nascondersi nella sua modesta cella, imitando gli angeli che, compita la loro missione in terra, si affrettano a ritornare gli cielo. Ma ahimè! La festa di questo giorno fu turbata da una catastrofe imprevista che gettò una famiglia nel lutto. Mentre il popolo si ritirava dopo la benedizione, un fanciullo Benetti Vincenzo, giuocando sul balcone, cadde nella via sottostante e non dava più segni di vita. Tutti, anche i medici lo dichiararono morto. La povera madre gettava grida cosi strazianti, che strappavano le lagrime e spezzavano i cuori. « Il santo mis­sionario, il santo missionario! » diceva con singhiozzi. Si corre immediatamente in cerca di Paolo che stava sul punto di salire sulla barca per attraversare il lago. Ritornato indietro e vista la famiglia in pianto, prende il fanciullo nelle sue braccia come per riscaldarlo col suo alito... La vita ritorna! Il fanciullo si slancia tutto giulivo nelle braccia della ma­dre che non può credere alla sua felicità (13).

 

MISSIONE A PORTERCOLE E PIOMBINO

Dopo due giorni di riposo e di preghiera ai piedi del Crocifisso, il Santo fece successivamente le missioni a Portercole e a Piombino. E' inutile dire che si ebbero gli stessi trionfi, gli stessi frutti di salute, e gli stessi interventi divini che a Orbetello.

Queste tre missioni lasciarono traccie così profonde, che il tempo non potè distruggere. Il suggello divino di una missione si manifesta nella perseveranza; in essa si vede come l'apostolo non ha solamente agitato la superficie con emozioni effimere, ma ha scavato nelle profon­dita dell'anima per gettare i fondamenti della fede sopra una convinzione vera e incrollabile.

«Nel tempo che ho dimorato in Orbetello, dice un testimonio, gli abitanti vivevano onestamente e dediti alla pietà. Ciò nasceva dalle fatiche continue del P. Paolo che vi predicava con grande zelo e confes­sava.

«Molti degli ufficiali che vi stavano di guarnigione mutarono vita, mossi dalle sue prediche, e dopo essersi confessati da lui, perseverarono negli esercizi di pietà e nella religione cristiana... ».

(13) S.2. 815 § 57.

 

Fu tanto il profitto che il P. Paolo fece in Orbetello..., che si vi-dero riformati i costumi della guarnigione e questa riforma durò per molti mesi, talmente che ufficiali, soldati e popolo si astennero dai passatempi e divertimenti anche leciti, come io stesso ho osservato » (14).

Questi soldati conservarono sempre la più affettuosa venerazione per il santo missionario. Quando passava davanti alle caserme, gli rendevano gli onori militari, quantunque l'umile servo di Dio li pregasse di astenersi da dimostrazioni alle quali, diceva, non aveva alcun diritto. Parecchi e specialmente gli ufficiali che avevano ricevuto da lui una piccola croce in ricordo della Passione di Gesù Cristo, appesero al collo la preziosa reliquia e alcuni ebbero la felicità di portarla con essi anche nella tomba.

 

IL DIFENSORE DEI SOLDATI

Paolo non cessò di stendere sopra di loro la sollecitudine del suo zelo; ed essi qualche volta dai quartieri e dalle fortezze alzavano il loro sguardo sopra il convento del Monte Argentario, da dove sembrava che il Santo, l'amatissimo padre, come un angelo del cielo, li coprisse con le sue ali per proteggerli e consolarli.

Ecco qualche fatto che dimostra il suo potente influsso sullo spirito dei militari.

Due ufficiali spagnoli si odiavano mortalmente e uno di essi aveva già colpito l'altro con la sua spada. Toccato sul punto di onore, il ferito decise di lavare l'ingiuria nel sangue. Appena Paolo ne fu informato, volò a salvarli. Missione delicata e difficile, perché si trovava di fronte non soltanto all'odio più profondo, ma ancora al falso punto d'onore di cui è così geloso l'amor proprio del soldato. Però la sua carità seppe insinuarsi così bene nei loro cuori irritati, che riuscì a riconciliarli e a riannodare tra essi una sincera amicizia.

Se qualche soldato era condannato a morte, l'apostolo era là con il suo Crocifisso tra le mani; l'eccitava al pentimento e purificando la sua anima nel sangue del Redentore, gli addolciva gli orrori della morte, schiudendogli così le porte del cielo.

S. 1. 111 § 92; 112 § 12.

 

Mentre il Santo predicava la missione a Porto Longone, nell'Isola d'Elba, un soldato condannato a morte, stava per essere condotto al supplizio. Alcuni ufficiali corsero a dirgli che questo povero soldato era più infelice che colpevole; la severità del codice militare aveva obbligato, sì, alla pena capitale, ma che soltanto per leggerezza egli aveva tentato di disertare, e lo pregavano di ottenergli grazia dal governatore. Paolo corse al palazzo e sollecitò una pronta udienza. Gli fu risposto che quando il governatore aveva segnato una sentenza di morte, non riceveva che dopo l'esecuzione. Era questo un ordine formale, assoluto, inviolabile; non potevano introdurlo senza compromettersi. Paolo prega, scongiura per amor di Dio di dire soltanto al governatore che doveva parlargli di un affare che non ammetteva la minima dilazione. I servi si lasciano piegare; il governatore ordina di lasciarlo passare. Il generale ritirato nei suoi appartamenti stava seduto col mento appoggiato sul pomo della spada pun­tata a terra, aspettando immobile che gli si annunziasse l'esecuzione della sentenza. Senza scomporsi, egli di solito così affabile con l'uomo di Dio, l'accolse con tono asciutto « Ebbene P. Paolo, che volete? » « Eccellenza, rispose, che si liberi il condannato dalla morte. « Non posso » soggiunse il governatore. Paolo allora gli mise in vista quei motivi, che potevano piegarlo alla clemenza, e nuovamente con maggiore efficacia lo pregò a voler fare la grazia a quel povero condannato. Ma il governatore inflessibile: « Non posso » rispondeva sempre. « Non posso». Il Servo di Dio vedendo che non poteva dagli uomini ottenere la grazia, fatto animoso dalla sua carità, confidò di ottenerla da Dio, e tutto acceso di zelo: «Bene, disse, giacché V. E. non vuol fare la grazia, la faccia Iddio » e con la palma della mano percuote il muro. A quel gesto il palazzo trema come se fosse scosso da un violento terremo­to. Il governatore spaventato: « P. Paolo, la grazia è fatta ».

Così fu liberato dalla morte quel soldato che stava per essere giustiziato (15).

Poiché parliamo dell'apostolato del Santo tra i soldati, ci si permetta di ricordare ancora un fatto quantunque accaduto più tardi nel 1748.

Un mattino allo spuntare del giorno, il maggiore della guarnigione di Orbetello, diede un biglietto ad un barcaiuolo di nome Diapozza, raccomandandogli di portarlo in tutta fretta a P. Paolo nel suo convento della Presentazione e di condurre il Padre stesso al quartiere di S. Barbara dove c'era un soldato posseduto dal demonio. Salendo il monte, Diapozza incontrò il Servo di Dio che discendeva con un compagno recitando le litanie della Vergine. Gli consegnò il biglietto e Paolo senza leggerlo, lo mise in tasca dicendo: « Andiamo, andiamo, so tutto » e continuò la sua preghiera. Arrivati al lago entrarono nella barca. Il Santo disse allora al latore: « Venivate a cercarmi per il soldato, non è vero? » II barcaiuolo meravigliato, gli chiese chi glielo avesse detto. « Lo so, lo so », rispose Paolo.

Durante questo tempo al quartiere tutto era spavento e tumulto.

Il demonio sollevava in aria l'infelice soldato e non era possibile paralizzare quella forza satanica. Invano i suoi più robusti compagni spiegavano tutte le loro forze per trattenerlo. Paolo cominciò con lo scongiurare lo spirito infernale che gridò con voce rabbiosa: « Quest'uomo mi ha venduta la sua anima per danaro ». «Tu non hai mai coniato moneta, disse il Santo, tu non puoi avere che denaro rubato; di più il contratto è ingiusto perché questo disgraziato deve rendere la sua anima a colui che gliel'ha data». E continuò gli esorcismi. Il demonio non potè resistere a lungo, e presa la fuga, il soldato cadde a terra svenuto. Tornato in sé, si confessò all'istante con segni straordinari di pentimento. Tutti i suoi compagni sotto quelle impressioni spaventose e pur tanto salutari, vollero essi pure deporre il fardello che pesava sulla loro coscienza. Il Servo di Dio passò tutto il giorno a confessarli.

(15) SI, 424 § 269.

 

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