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CAPITOLO XXI

1. Missione a Vetralla. 2. Due soggetti che lasciano l'Istituto. 3. Ne arrivano molti altri. 4. Fervore dei nuovi novizi. 5. Fondazione a Vetralla e a Soriano. 6. Inaugurazione dei due Ritiri.

(1742 - 1745)

MISSIONE A VETRALLA

La vita di un soldato di Gesù Cristo non è che la storia delle sue campagne; quelle del nostro Santo sono sempre gloriose e coronate d'immortali vittorie. Si è appena arruolata la nuova milizia per mezzo dei san­ti voti ed ecco il vescovo di Viterbo richiederla di una missione per Vetralla (1).

Il generoso apostolo, quantunque ancora debole per le febbri che aveva contratto evangelizzando Piombino, accettò e ne fece l'apertura la Domenica in Albis 1742.

Quando si tratta di anime, il suo zelo pare gli ridia le forze. Anche questa missione fu accompagnata da splendidi trionfi. In Vetralla vi era un uomo che per la sua violenza e per i suoi delitti spargeva in tutti il terrore. La voce del santo missionario scosse anche lui e penetrò così profondamente nel suo cuore, che dall'abisso del male lo elevò a un alto grado di soda virtù e di austera penitenza. Il neo convertito dopo aver lavato con le lagrime la sua vita passata, e pubblicamente riparato i suoi scandali, si diede agli esercizi di pietà e ad opere della più eroica carità, interamente votato a colui che l'aveva rigenerato a Cristo e non sapendo più staccarsene, volle accompagnarlo in tutte le sue peregrinazioni apostoliche, felice di poter rendergli qualche servigio. Così in questi viaggi, pur lasciando credere che prendeva il cavallo per suo proprio uso, non lo prendeva in realtà che per sollevare il Santo. Quando lo vedeva stanco, lo pregava insistentemente di montare la sua cavalcatura.

(1) Di questa missione il Santo scrisse il 25 aprile 1742: «La missione di Vetralla è stata tanto fruttuosa, che niente più, tanto nel clero che nel popolo » (Lt. I, 280).

Siccome Paolo vi si rifiutava, egli ne rimaneva profondamente addolorato. Paolo per non vederlo così contristato finiva allora per piegarsi. Più tardi quest'uomo si consacrò alla cura dei malati nell'ospedale di Vetralla ove dopo aver dato i più begli esempi di virtù cristiane, finì santamente i suoi giorni tra le braccia del suo venerabilissimo padre (2).

Questa missione benedetta da Dio operò nella città grande bene spirituale nelle anime. Nel loro entusiasmo gli abitanti avrebbero desiderato di tener sempre con sé il santo missionario che loro aveva procurato tante gioie celesti richiamandoli alla virtù. Ma l'apostolo era reclamato altrove. Allora concepirono il progetto di fondare vicino alla città un convento simile a quello del Monte Argentario. Il 20 maggio 1742 venne convocato il consiglio generale ed uno dei principali membri arringò gli assistenti con queste parole: « Essendo a ciascuno di noi ben noto il beneficio spirituale che ha arrecato a questo nostro popolo la missione fatta in questo mese di aprile dal P. Paolo della Croce, ce­lebre missionario, ed essendo più certo che maggior beneficio causerebbe la sua permanenza con i suoi Padri in questo nostro eremo di S. Angelo (qualora) detto eremo fosse... destinato per uno dei suoi Ritiri... perciò sarei di parere che gli ill.mi Sig.ri Priori facessero giungere a notizia del suddetto Padre il desiderio spirituale di questo, ed insieme cercassero ogni mezzo opportuno che il predetto Padre facesse la determinazione di venire con i suoi religiosi nell'eremo » (3).

La proposta piacque e fu votata all'unanimità. La casa che si voleva dare a Paolo era un antico monastero di Benedettini dedicato a S. Mi­chele, a 5 Km. dalla città, in mezzo a una vasta foresta sul Monte Fogliano. Quel soggiorno piacque al santo Fondatore e, quantunque il numero dei suoi figli fosse ancora ristretto, mettendo la sua confidenza in Dio, accettò l'offerta. Senza più tardare, gli abitanti di Vetralla fecero le pratiche necessarie per ottenere dalla congregazione del Buon Governo la facoltà di cedere quel fondo al nuovo Istituto.

(2) S. 1. 390 § 67-70.

(3) VS. p. 84; 'Boll. 1923 p. 272.

 

DUE DEFEZIONI

Ma tutte le opere di Dio devono portare il sigillo della Croce. Il Signore si compiacque di comporre, la vita dei santi di una meravigliosa alternativa di consolazioni e di pene; le consolazioni per sostenere la debolezza umana, le prove per arricchire la loro anima col tesoro delle virtù e dei meriti. Nell'inverno la malattia aveva di nuovo strappato al cuore di Paolo il novizio D. Angelo Di Stefano che tornò al secolo. Fu un vero dolore per il Santo che lo considerava come un appoggio della Congregazione nascente (4). Ma non bastò. Dovette ancora fare il sacrificio di un'altra separazione. Da qualche tempo il P. Antonio dava segni di un grande rilassamento. Il Santo con quella dolcezza che temperava così bene la discreta severità dei suoi consigli, aveva usato ogni mezzo per richiamarlo all'antico fervore; ma tutto fu vano! Paolo amava teneramente questo fratello già sacerdote e missionario; però in lui gli interessi di Dio parlavano più alto della carne e del sangue e quantunque con dolore lo rimandò preferendo alla tiepidezza il dolore amaro di vedere la Congregazione ridurre i soggetti (5).

Fu un duro colpo per l'Istituto che vide compromessa la progettata fondazione. Una certa comunità infatti colse l'occasione per far valere un preteso diritto e ottenne da Roma, dalla Congregazione del Buon Governo la proibizione al comune di Vetralla di cedere a Paolo l'eremo di S. Angelo.

Quante prove! Privo della protezione del Cardinal Corradini, che era morto l'8 febbraio; nella sua anima profondi abbandoni di spirito; nel corpo i più crudeli tormenti da parte del demonio.

Era tutto avvolto da queste tenebre, quando il 14 luglio 1742 una lettera del Cardinal Rezzonico venne a portargli un raggio consolatorc: « Mi piace assai intendere dall'ultima sua la buona disposizione di cui è di accettare il Ritiro offertogli dalla comunità di Vetralla. Quando anche non potesse aprirlo che con tre o quattro soli soggetti, ella non lo abbandoni, perché io spero nella Provvidenza che saprà trovar modo di popolarlo. Non tema le opposizioni del comun nemico che le fa guerra, mentre spero le supererà a di lui confusione. Io non lascio di pregare il Signore che le dia forza e coraggio.

(4) Lt. II, 274, 222

(5) Lt. II, 283; IV, 300.

 

La ringrazio della carità che usa meco nelle sue sante orazioni, e le desidero la copia delle celesti benedizioni» (6).

 

NUOVE RECLUTE

Queste parole più che una speranza, pare contenessero una profezia. Infatti dal Piemonte, dalla Toscana, dallo Stato della chiesa accorsero ben presto al Monte Argentario, chiedendo di arruolarsi nella milizia della Passione, sacerdoti, chierici, laici; e in sì gran numero che non una cella rimase inabitata (7).

Tutti portavano un'anima ardente e un cuore generoso. Paolo benedisse il cielo di questa fecondità insperata. Tra essi il P. Marco Aurelio Pastorelli e Francesco Appiani, preti di santa vita.

Il primo, eccellente soggetto della Congregazione della Dottrina Cristiana e superiore del collegio di Civitavecchia, aveva visto Paolo e seguito le sue predicazioni mentre teneva la missione in quella città. Sotto l'impulso divino e col consenso del suo generale, veniva a chiedere di seguire Gesù Crocifisso nel sentiero del Calvario. Brillava in lui una rara pietà unita a una vasta coltura; e quantunque di complessione delicata, possedeva un grande spirito di penitenza. Il P. Paolo diceva di lui: « Credetemi che è un grande operaio, atto alle missioni e a tutto. Oh, che gran provvidenza! » (8).

Il secondo, ultimo rampollo degli Appiani, già principi di Piombino (9), fin dal 1735 desiderava rivestire il santo abito della Passione. La sua pia madre si era rassegnata al sacrificio, ma il padre, malgrado il suo affetto per il santo Fondatore, non sapendo risolversi, si adoperava per incatenare il figlio al secolo mediante il matrimonio. Davanti a questi ostacoli, il pio giovane scriveva a Paolo le angosce della sua anima. «Se qualcheduno, gli rispondeva il Santo, le propone d'accasarsi..., gli dia la negativa... con dirgli che lei non può fare ingiuria a una gran Signora a cui ha già dato la parola, e Lei l'ha già accettato e per figlio e per sposo» (10).

Nella sua profonda umiltà il nobile giovane desiderava essere fratello laico. E il Santo: «Lei non pensi né di servir per laico, né altro; farà la santa obbedienza, e se Dio lo vuol sacerdote bisogna obbedire ». Più tardi, dietro consiglio del saggio direttore, il giovane principe aveva ottenuto dal padre che almeno gli permettesse di essere sacerdote nel secolo. Morto il padre voleva consacrare a Dio il suo ricco patrimonio fondando un convento di Passionisti nell'isola d'Elba; ma non potendo eseguire il suo santo progetto, venne al Monte Argentario a consacrare tutta la sua vita alla Congregazione.

(6) VS. p. 121.

(7) S.2. 95 § 7.

(8) VS. p. 83.

(9) Cfr. le lettere inviategli dal Santo (Lt. I, 393-435).

(10) Lt. I, 397.

 

 

FERVORE DI QUEI PRIMI NOVIZI

Incoraggiati dai discorsi e più ancora dagli esempi del santo Fondatore, questi novizi vivevano con tanto fervore e tanta mortificazione in una solitudine e in un Ritiro così perfetti, che facevano rifiorire il deserto. L'Argentario pareva diventato una nuova Tebaide. Era tra essi una santa emulazione a chi si fosse maggiormente umiliato, abbassato, mortificato. Amavano soprattutto l'orazione alla quale dedicavano parecchie ore del giorno e della notte. In questo tempo il fratello del Santo, Antonio Danei triste e pentito, venne a battere alla porta del convento, chiedendo istantemente di esservi di nuovo accettato. Paolo che già in parecchie lettere gli aveva espresso il suo rifiuto, rimase inflessibile. I religiosi commossi alle lagrime dell'umile supplicante scongiurarono il Fondatore di riceverlo ancora nella Congregazione. Antonio buono, ma incostante, dovette uscirne una seconda volta e visse da prete esemplare nel secolo. Dopo la morte del suo santo fratello rese gloriosa testimonianza delle sue virtù e dei suoi miracoli nel processo di canonizzazione al tribunale di Alessandria.

 

FONDAZIONE A VETRALLA

Intanto Benedetto XIV in una solenne promozione di Cardinali decorò della sacra porpora Prospero Colonna di Sciarra, nominandolo Abate Commendatario delle Tre Fontane. Questo prelato, venuto a conoscenza delle grandi opere di Paolo per la santificazione delle anime sottoposte alla sua giurisdizione spirituale, concepì grande stima per il servo di Dio e il suo umile Istituto.

Appena seppe le difficoltà sollevate contro la fondazione di Vetralla svolse tutta la sua influenza presso il Cardinal Riviera, prefetto della Congregazione del Buon Governo. Il Cardinale si arrese, sì, all'autorità di quell'eminente personaggio, volle però conoscere il pensiero del Sommo Pontefice. Sua Santità diede la sua alta approvazione al progetto del popolo di Vetralla e l'ordine di fare spedire senza ritardo, tutte le facoltà necessarie. Come fa osservare S. Vincenzo Strambi in questa fondazione portò un prezioso contributo l'Abate Garagni col suo influsso su Benedetto XIV. Scriveva infatti a Paolo il 12 ottobre 1743: «Le posso dire per sua consolazione che si aprono grandi strade per la propagazione di codesta sua Congregazione; perciò non cessi di pregare e far pregare perché pare che Iddio vi voglia in più di un luogo vicino a Roma» (11).

 

FONDAZIONE A SORIANO

Il 29 dicembre tutte le autorizzazioni richieste erano accordate. Mentre si trattava della fondazione di S. Angelo P. Paolo fu pregato di farne un'altra presso la confessione di S. Eutizio (12). Prima di parlare della presa di possesso di questi due conventi, diamo un rapido sguardo a quest'ultimo; non sarà senza interesse per il lettore.

Il viaggiatore che da Vetralla sale alla vetta dei monti Cimini e scende per il versante opposto, attraversa boschi fitti di castagni; poi si stende al suo sguardo il territorio di Soriano, uno dei migliori possedimenti dei Principi Albani. In fondo alla valle che poi si estende in vasta pianura fino alle rive del Tevere, sorge una chiesetta costruita sopra una cripta che racchiude il corpo di S. Eutizio. Di là una galleria di catacombe conduce a una larga caverna scavata nel tufo, in mezzo alla quale vi è un bacino che riceve l'acqua che cola dalla volta: è la fonta­na di S. Corona vergine e martire, meravigliosamente potente contro le malattie. In questo pio asilo, al tempo di Claudio II, il santo Martire, sacerdote della chiesa di Ferento, celebrava i divini misteri, seppelliva quelli che erano morti nella pace del Signore, o che avevano gloriosamente versato il loro sangue per la fede. Caduto egli stesso nelle mani dei persecutori, soffrì orribili torture a Ferento; poi la spada del carnefice lo coronò dell'aureola dei martiri. Il vescovo, S. Dionigi, circondò di onori il suo sepolcro in quella grotta doppiamente consacrata dall'impronta del sangue di un Dio e dal sangue di un suo martire.

(11) VS. p. 122; Boll. 1923 p. 275.

(12) Si chiama Confessione il luogo della sepoltura dei martiri perché hanno confessato il nome di Gesù Cristo.

 

«Le sue sante reliquie che là riposano, dice S. Vincenzo Strambi, distillano visibilmente goccie di manra» (13).

Nel momento in cui questo santuario era abbandonato dai pii sacerdoti, il cui zelo procurava un gran bene alle anime delle popolazioni vicine, il nostro Santo predicava la nissione a Vetralla, e il Cardinale Alessandro Albani si trovava in villeggiatura a Soriano. L'Albani, sentendo i magnifici elogi dei nuovi apostoli della Croce, Paolo e i suoi compagni, credette vedere in essi degli inviati dal cielo per continuare in questo santo luogo l'opera degli apostoli. Tornato a Roma, il Cardinale prese le più ampie informazioni presa l'abate Garagni, comunicò il suo disegno al fratello Annibale, Cardinale anch'esso e camerlengo di S.R.C., che applaudì alla scelta. Tornò dall'abite Garagni e decise la fondazione all'insaputa dello stesso Paolo.

I due Cardinali ottennero da Benedetto XIV quanto desideravano. In data 11 dicembre 1743, il Card. /alenti, dopo avere già scritto al Governatore di Soriano, scrisse pure a Mons. Varrò, vescovo di Orte e Civita Castellana, dicendogli che nella chiesa di S. Eutizio, essendo partiti i preti secolari che avevano fatto tanto bene, vi fossero stabiliti, a nome di S. Santità, i sacerdoti della nuova Congregazione della Passione di nostro Signore.

In adempimento di questa sovrana determinazione, S. E. doveva sup­plire con « la suprema apostolica autorità, a tutti quei consensi che si pretendessero necessari, (dando) prone esecuzione alla volontà di Sua Beatitudine » (14).

L'abate Garagni, sempre affezionar, si affrettò a scrivere al santo Fondatore, pregandolo di venire al più presto a Roma per affari importanti. Paolo partì dopo aver celebrato li festa di Natale con i suoi figli. E mentre si aspettava di trovare altre difficoltà ai suoi progetti di fondazione, apprese con riconoscente meiavigiia le favorevoli disposizioni dei Cardinali Albani per la fondazione di S. Eutizio.

Credendo che Iddio la volesse invece di quella di Vetralla, manifestò la sua gratitudine ai due fratelli così benevoli verso di lui e tornò al monte Argentario, portando la lieta notizia che riempì di gioia anche il cuore dei figli.

(13) E" una specie di liquore misterioso che esce ancora oggi dalla tomba alla quale si attribuisce un'efficacia soprannaturale (VS. p. 124; Lt. I, 494).

(14) VS. p. 123.

 

Non passa molto tempo, ed ecco arrivare la lettera del Cardinal Riviera che gli notifica, a nome del S. Padre, di procedere senza ritardo alla fondazione di Vetralla. Che fare? I soggetti non sono né pronti, né sufficientemente numerosi per due fondazioni insieme. Ma è il Capo della Chiesa, il Vicario di Gesù Cristo che spinge, lanciando a piene vele Paolo e la sua navicella.

Il santo Fondatore non esita più e dopo aver consultato i PP. Gian Battista e Fulgenzio, decise che si sarebbe preso possesso dei due conventi, la Provvidenza che dà le case, darà anche i soggetti. Giudicò tuttavia che sarebbe stato bene ottenere dal Pontefice la dispensa di anticipare la professione dei novizi e, per quelli che ancora non erano sacerdoti, il favore di ordinarli col titolo di mensa comune.

Il Santo andò immediatamente a Viterbo per concertare col vescovo l'opportunità della fondazione di Vetralla. Di là corse a Roma, dove si fermò due giorni. Era il 27 gennaio 1744 (15). Il Cardinale Albani si incaricò di ottenergli dal Sommo Pontefice le grazie che erano venuti a chiedergli e lo mandò a Soriano perché incominciasse subito una missione, finita la quale si eseguirebbe la fondazione.

L'apostolo partì immediatamente, passando da Orte per chiedere al vescovo la necessaria autorizzazione. Il prelato vedendolo intirizzito dal freddo e spossato dalla fatica, lo trattenne ospite nel suo palazzo, trattandolo come un angelo del Signore. Appena ebbe ripreso le forze, Paolo andò ad aprire la missione che fu « terminata con molto frutto » (16).

Stando ancora a Soriano, il nostro Santo ricevette da S. Em.za Annibale Albani una lettera con due Rescritti Apostolici: il primo gli accordava la facoltà di anticipare la professione di dodici novizi, secondo avesse giudicato opportuno; l'altro gli concedeva il titolo ài mensa co­mune per un certo numero di chierici.

 

INAUGURAZIONE DEI DUE RITIRI

II 15 febbraio 1744 Paolo, chiusa la missione, benedì il popolo e volò al Monte Argentario. Fu al colmo della gioia nel vedere i suoi novizi che facevano prodigi di fervore e di mortificazione. Ne ammise dodici alla professione; poi senza perder tempo, prese con sé nove Religiosi e andò a fondare i due conventi.

(15) Lt. II, 435.

(16) Lt. II, 241.

 

Appena arrivarono a Vetralla, preceduti dal clero, dalle autorità e dal popolo che erano venuti ad incontrarli alle porte della città, si recarono alla collegiata. Dopo l'adorazione al SS. Sacramento, furono portati quasi in trionfo alla casa del Gonfaloniere. Qui i canonici della collegiata, poi le principali personalità, malgrado le resistenze di Paolo e dei suoi figli, vollero lavar loro i piedi. La presa di possesso, fatta il giorno seguente, 6 marzo, fu devota e commovente. Al suono festoso delle campane, si riunirono tutti in cattedrale. Il P. Paolo seguito dai suoi figli si presentò con una corda al collo e una corona di spine sulla testa. Presa poi la croce, al canto delle litanie dei santi, sfilò la processione, formata da tutta la città che, raggiante di gioia, li accompagnava al nuovo convento.

Arrivati, il notaio diede lettura dell'atto di possesso e il Fondatore cantò solennemente la Messa.

Sull'altare maggiore, un quadro antico, opera di un eccellente artista, offriva a tutti gli sguardi Gesù Crocifisso, mistero che ricordava l'idea del nuovo Istituto e sembrava dare un nuovo slancio alla pietà. Tutti i presenti rimasero molto edificati di quella cerimonia che spirava raccoglimento e devozione (17).

La comunità in questo convento fu costituita al principio da quattro religiosi che avevano il P. Gian Battista per Superiore. Il Ritiro di S. Angelo fu sempre la delizia del P. Paolo che vi andava per godere la soli­tudine, così ricercata da tutti i santi. Lontano dal paese circa 5 Km. e nascosto in mezzo al bosco, quel convento invita alla preghiera e favorisce gli esercizi della vita religiosa.

Dopo un giorno di riposo, con la stessa solennità e con gli stessi trasporti di gioia, il venerabile Fondatore accompagna tre dei suoi figli al santuario di S. Eutizio, affidandone la direzione al P. Marco Aurelio, di cui già conosciamo la virtù.

(17) Boll. 1923 p. 309.

 

Nel momento in cui Paolo venerava la tomba del glorioso Martire, la pietra sulla quale l'Eroe della fede offriva ordinariamente il divin sacrificio, stillò in abbondanza la manna prodigiosa e nello spazio toccato dalla mano del nostro Servo di Dio se ne videro scaturire cinque goccie di straordinaria grossezza, brillanti come perle (18).

Con questo prodigio il santo Martire pareva volesse fare festosa accoglienza a coloro che venivano a stabilire la loro dimora vicino a lui per prepararsi a predicare quella fede ch'egli aveva suggellato col sangue.

11 Signore benedì la fondazione. Anche la famiglia Albani ne rimase soddisfatta e fu tanta la benevolenza e l'affetto per la Congregazione dei Passionisti, che non cessò più di colmarla di benefici. Ecco come il Principe D. Orazio scrisse al P. Paolo dopo la fondazione: « Fra le moltissime obbligazioni che per tanti titoli mi corrono con i Signori zii Car­dinali, conto per una delle più rilevanti quella di avermi procurato il gran vantaggio della santa missione fatta da V. R. in Soriano, mio feudo, con tanto frutto di quei sudditi, ed in seguito la destinazione e permanenza dei Religiosi del suo nuovo esemplarissimo Istituto nel Ritiro di S. Eutizio.

E siccome io da principio ne provai una singoiar consolazione, così ora questa mi si accresce a dismisura sul riflesso di dovervi fra breve scorgere vieppiù risvegliato dal vivo zelo di essi lo spirito di una vera cristiana pietà. Ringrazio ben di cuore V. R. di essersi compia­ciuto di farsene il principal promotore...

E qui nel raccomandarmi efficacemente alle loro sante orazioni in cui tanto confido, per sempre mi protesto» (19).

(18) Boll. 1923 p. 336.

(19) VS. p. 124; Boll. 1923 p. 333-338.

 

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