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CAPITOLO XXIII.

Paolo nel suo governo è: 1. Prudente. 2. Semplice. 3. Fidente in Dio. 4. Uguale con tutti. 5. Paziente. 6. Caritatevole.

UNA PREMESSA

Prima di esporre il governo del Santo e di farne risaltare il carattere distintivo, premettiamo alcune osservazioni generali.

La bontà è lo splendore della bellezza morale che si chiama santità. Se ci fossero dei gradi nelle perfezioni di Dio, si potrebbe dire che la bontà è il primo degli attributi divini, poiché è la grande attrazione che unisce tutti gli esseri a lui. La sua grandezza, la sua potenza, la sua giustizia, la sua immensità, la sua eternità colpiscono il mio pensiero, ma la sua bontà commuove il mio cuore e avvince la mia anima. La bontà è una giusta e armoniosa unione di dolcezza e di forza. La forza senza la dolcezza sarebbe rigore inflessibile; la dolcezza senza la forza sarebbe debolezza. Nulla di più dolce che la forza; nulla di più forte che la dolcezza. La sapienza raggiunge tutto da una estremità all'altra del mondo con una forza infinita, e dispone tutto con uguale dolcezza.

Infatti quanta forza e quanta dolcezza in tutte le opere di Dio! La Creazione , la Redenzione , la Santificazione in Gesù Cristo, la Chiesa , i Santi...!

La felice unione di queste due virtù che già abbiamo ammirato nella vita di Paolo, ora brillerà ai nostri occhi di un nuovo splendore. Penetriamo nel chiostro e seguiamolo nel governo del suo piccolo gregge.

LA SUA PRUDENZA

Dio che aveva ispirato al nostro Santo il piano di un nuovo ordine religioso e che l'aveva rivestito del vigore e della costanza necessaria Per fondarlo e stabilirlo nella sua Chiesa, sembra nello stesso tempo aver impresso nel suo spirito la maniera di governarlo. Anche qui, infatti, il Santo si mostra ammirabile; si direbbe che in ogni cosa sia diretto dall'opera invisibile della grazia. Completamente estraneo alla stolta prudenza del secolo, egli in tutto e sempre mette la volontà e la gloria di Dio al di sopra degli interessi temporali del suo Istituto.

Assicurato che un'opera era secondo il Cuore divino, vi si dedicava ardore, ma senza precipitazione, dopo aver molto riflettuto e avere scelto i mezzi più adatti alla buona riuscita.

Presentandosi l'occasione opportuna, agiva immediatamente, per il timore che tardando, avrebbero potuto sopraggiungere ostacoli, sia perché l'esperienza fatta in altre opere gli aveva insegnato che la prontezza e la sollecitudine molte volte erano state un prezioso aiuto in tante imprese. Ma, padrone in ogni caso di se stesso, faceva conoscere che col suo spirito era unito a Dio.

Da uomo saggio, nelle cose di maggior importanza, non fidandosi del suo giudizio, dopo aver chiesto lumi a Dio con lunghe e ferventi preghiere, domandava umilmente consiglio ad altri, secondo l'insegnamento divino: « Figlio mio, non fare niente senza consiglio ». Fedele a questa norma, appena sentiva un parere giusto si arrendeva, senza guardare a chi l'avesse dato (1).

 

LA SUA AMABILE SEMPLICITA'

Ricordando però il comando del divino Maestro, non separò mai la semplicità dalla prudenza. Sì, prudenza in ogni azione, ma che abbia per inseparabile compagna la più innocente semplicità. E nulla di più attraente che vederlo agire. La semplicità cristiana era l'anima di tutta la sua politica, la molla di quell'alta sapienza che sventò tutte le mene dei suoi persecutori. « Nel trattare tanti negozi, diceva, mi hanno fatto perdere quella santa semplicità che ho portato dal seno di mia madre » (2). E voleva che tutti i suoi religiosi fossero immuni da ogni simulazione. « lo sono lombardo, alle volte esclamava; quello che ho nel cuore, ho anche sulla lingua ». Se accadeva che un suo religioso con qualche risposta evasiva gli avesse fatto credere finito un lavoro che ancora era in corso, qualunque fosse stato il motivo di un tale linguaggio, ne restava meravigliato e afflitto. Se poi qualcuno avesse osato mentire apertamente, chi può esprimere la pena del suo cuore? In questi casi Iddio stesso alle volte interveniva a fargli conoscere la verità che gli si voleva nascondere Suo fratello Antonio depose nel processo di canonizzazione che essendo uscito un mattino dal romitorio, aveva mangiato di nascosto cinque o sei fichi.

(1) VS. p. 374.

(2) S. 1. 499

 

Si credeva perfettamente sicuro, tanto più che in quel momento P. Paolo faceva orazione e non poteva averlo visto. Ma appena s'incontrarono sente dirsi dal Santo: «Avete mangiato i fichi senza per. messo, eh? ». Il colpevole avrebbe voluto negare, ma si trovò così sconcertato, che confessò il suo fallo, a Bene, aggiunse Paolo, vi verrà la feb­bre fra pochi giorni per castigo della disubbidienza » (3). Infatti fu attaccato da tante febbri, quanti fichi aveva mangiato.

Un altro giorno, viaggiando insieme, Paolo gli fece una domanda alla quale Antonio rispose con una bugia. Il Santo lo riprese con tono severo, dicendogli: «Affinchè vi guardiate dal mentire allo Spirito Santo, vi dirò che io so che voi ora pensate la tal cosa, alla tal persona e al tal luogo » (4). Antonio, sentendo rivelarsi il suo pensiero con tutte le circostanze, rimase non solo stupito, ma spaventato.

Sembrava che il nostro Santo non sapesse pensare male di nessuno; credendo tutti migliori di sé, portava a tutti il più profondo rispetto e in ogni incontro lo manifestava con le più sincere espressioni.

 

CONFIDENZA IN DIO

Effetto della sua semplicità era il vivere abbandonato nelle braccia della divina Provvidenza come un fanciullo sul seno della madre. Tanto nelle cose che riguardavano la sua persona, quanto negli affari della Congregazione, dopo aver usato i mezzi più opportuni affidava il successo unicamente a Dio. Né approvava le preoccupazioni esagerate dei Superiori per i bisogni delle loro case, solendo dire pieno di fiducia che la divina Provvidenza non abbandona mai chi si affida ad essa, aggiungendo: «Quando eravamo tre, il Signore ci provvedeva per tre, quando dieci per dieci. Adesso poi che siamo molti, ci provvede per molti. Basta che noi siamo buoni ed osservanti delle sante Regole, non ci mancherà mai niente secondo il nostro povero stato » (5).

(3) S. 1. 821 § 7.

(4) S. 1. 821 6.

(5) S. 1. 260 g 58.

 

Le parole del Santo hanno avuto in ogni tempo la conferma pratica. I suoi figli, infatti, sono stati sempre provvisti, non solo del necessario, ma anche da poter fare abbondanti elemosine in tempi di care­stia generale. Proprio in una di queste circostanze il Servo di Dio scriveva:

«La gelata ha rovinato le vigne in più luoghi. La raccolta del grano è scarsissima e si teme la carestia. I granai e le cantine del Sovrano Pa­drone non possono andar fallite... » (6).

Il Signore, da parte sua, pareva gareggiare con Paolo per mantenere viva nei suoi figli questa confidenza, operando alle volte perfino dei prodigi. Un giorno infatti alcuni cacciatori, dopo aver corso le foreste del Monte Argentario, spinti dalla fame, si presentarono al convento. Il Santo volle che si servissero prontamente con quel po' di pane e di vino che avevano in casa. Rifocillati i cacciatori, rimase per il desinare dei religiosi solo poche fave che Paolo fece mettere a cuocere. Quei pochi legumi insufficienti anche per uno solo, si moltiplicarono al punto, che ognuno potè avere la solita porzione. Ma non fu tutto; la divina bontà, prima che i suoi servi si levassero da tavola, si compiacque di provvederli prodigiosamente anche di altri alimenti.

I religiosi di un altro convento, durante una spaventosa giornata di freddo e di neve, si trovavano senza pane e senza speranza di poterlo procurare: la strada era attraversata da un torrente così grosso ed impetuoso, che tentare di passarlo, sarebbe stato esporsi ai più gravi pericoli. Arrivata l'ora del desinare, il Santo ordina tranquillamente ai suoi figli di an­dare a refettorio, sicuro che il Signore non avrebbe mancato di provvederli. Passano alcuni momenti e viene chiamato il portinaio. Un uomo che non si era mai visto, senza proferir parola, gli consegna una cesta di pane bianchissimo. Pieno di gioia, il buon fratello porta in refettorio l'inaspettata elemosina e torna subito per ringraziare il benefattore. Ma questi era già scomparso. Si guardò, si cercò da ogni parte, non se ne scorse neppure la traccia sulla neve che imbiancava tutta la campagna (7).

Questi ed altri fatti simili, mentre facevano risaltare la prudenza e la semplicità del Servo di Dio, davano al suo governo quella soave attrattiva, che rendeva facile e amabile il suo peso. Severo con se stesso e indulgente con gli altri, Paolo non solo non si permetteva mai una cosa che non fosse permessa ai suoi religiosi, ma spesso si privava di ciò che a loro veniva concesso. Più che comandare, pareva che pregasse.

(6) Lt. I, 760.

(7) Boll. 1924 p. 114.

 

E' GIUSTO CON TUTTI

II governo di Paolo fu sempre secondo giustizia. Voleva che ai re­ligiosi non mancasse nulla di tutto ciò che accordavano le sante Regole. Avendo saputo che un Superiore per provvedere di acqua l'orto, lesinava sul nutrimento e sul vestiario dei religiosi, gli fece un forte rimprovero. Nel Monte Argentario il P. Fulgenzio, trascinato dal fervore, faceva alzare la comunità un quarto d'ora prima del tempo sta­bilito. Il Santo, venutone a conoscenza, lo riprese pubblicamente, con proibizione, da quel giorno in poi, di togliere ai suoi figli un solo istante di riposo che loro era dovuto (8).

Sapendo che le cariche non sono titoli di esenzione e sedie di riposo, ma uffici di responsabilità nei quali il Superiore deve affrontare strapazzi e patimenti per il bene della Congregazione, voleva che si eleggesse il pìu degno tra gli abili, sia perché dalla maggior prudenza, virtù e buon esempio del Superiore ne sarebbe venuto maggior vantaggio per il Ritiro, sia perché così richiedeva la giustizia.

Accadde qualche volta che proponesse per Superiore chi, pur essendo capace per quell'ufficio, non avrebbe accettato. A chi faceva osservare l'inutilità della prova, il Santo rispondeva: «Non importa, io vo­glio fare l'obbligo mio perché lo meritai) (9).

 

INVITTA PAZIENZA

Alla giustizia il Santo univa un'invitta pazienza. Di qualunque spe­cie fossero i difetti dei suoi religiosi, non si udì mai riprendere con voce alterata da sdegno o da collera. Diceva che gli avvertimenti dati con dolcezza guariscono tutte le piaghe; dati aspramente, invece di guarirne una, ne aprono dieci (10). Sapendo che un Rettore faceva diversamente, gli scrisse:

(8) VS. p. 391.

(9) VS. p. 393.

(10) Lt. IV, 274.

 

«Non sia precipitoso nel correggere subito, massime se sentisse qualche principio di passione d'irascibile, ma passato un po' di tempo, quando sente che il cuore è in calma, chiami in cella il colpevole e con cuore di padre e di madre lo corregga...» (11).

Ma prima d'insegnarlo ad altri, lo praticava egli stesso. Avendo avvertito dolcemente un fratello, questi se l'ebbe tanto a male, che gli rispose con parole risentite. Paolo chinò il capo e abbracciando il colpevole gli disse: « Compatitemi, fratello; abbiate pazienza ». Il colpevole si vergognò di se stesso e cadde pentito ai piedi del Santo (12).

 

SUA CARITA' VERSO I SUDDITI

Ma il fascino più potente che gli guadagnava il cuore dei suoi figli, era la sua tenera carità. Nessuno fece ricorso a lui senza sentirsi con­solato nelle pene, rialzato negli abbattimenti, rassicurato nelle perplessità. Il buon padre aveva balsamo per ogni ferita, consolazione per tutti i dolori. Né aspettava che i sudditi venissero a lui; il suo cuore indovinava, presentiva e preveniva i loro bisogni; si studiava perfino di conoscere i loro desideri per soddisfarli. Vegliava intorno alla salute dei religiosi perché potessero attendere all'osservanza e al ministero apostolico.

Sì, voleva che i cibi fossero poveri, ma preparati con diligenza ed alle volte egli stesso insegnava il modo di renderli più gustosi.

Quando qualcuno doveva mettersi in viaggio, il Santo esaminava minutamente se nulla mancasse di ciò che conveniva a poveri viaggiatori. Non solo voleva che portassero sufficienti provviste, ma le sceglieva tra le migliori del convento. Se il viaggio era lungo insegnava la via e indicava i posti dove avrebbero potuto trovare ristoro e riposo. Quando poi tornavano, li accoglieva con grande allegrezza, li abbracciava, s'informava dei più piccoli avvenimenti con una grazia e con un amore, che era un incanto.

Se vedeva qualcuno soffrire più di quanto comportava l'osservanza, mosso a compassione, cercava con ogni mezzo di sollevarlo, privandosi egli stesso del cibo per darlo ai suoi figli.

(11) Lt. III, 762.

(12) S. 1. 783 § 149.

 

TENIREZZA MATERNA CON I MALATI

Ma verso i malati la carità del buon Padre era ancora più tenera e più affettuosa. Raccomandava ai superiori di non risparmiare nulla per alleviare le loro sofferenze. In questo non voleva che si guardasse a risparmio; in mancanza di risorse,potevano vendersi i vasi sacri. Era tutto compassione, tutto amore per i suoi cari malati. Benché oppresso dai suoi numerosi affari, li visitava parecchie volte al giorno, li serviva con le proprie mani, preparava e sonministrava loro i rimedi, li consolava con impareggiabile affabilità.

Per arricchire la loro anima del gran tesoro della sofferenza, li esortava ad imitare la rassegnazione del Figlio di Dio sulla Croce e non sapeva staccarsi da essi se non li v:deva santamente allegri e interamente abbandonati alla divina volontà. Se il male si aggravava, non permetteva che il malato venisse lasciato solo; voleva che si assistesse notte e giorno, affinchè non mancasse di alcun soccorso spirituale, né di alcun conforto corporale.

Quando egli stesso giaceva nel suo» letto di dolore, pareva sentisse più le sofferenze altrui che le sue. Appena poteva alzarsi, appoggiato al bastone o portato a braccio dai suoi figli, si recava alla camera dei malati per visitarli. Era uno spettacolo veramente commovente. Quando poi non poteva in alcun modo, mandava qualcuno per chiedere come stessero, per vedere se erano trattati con carità, per sentire se avessero bisogno di qualche cosa.

Ai malati degli altri conventi che non poteva assistere con la sua presenza, era vicino con lo spirito e col cuore (13). Scriveva ai Rettori lettere di tenera sollecitudine, raccomandando caldamente la cura dei malati. « La povertà è buona, diceva spesso, la carità è migliore ». Oppure: « Per i malati ci vuole una madre o un santo ». Ed egli aveva il cuore di una madre perché aveva la carità di un santo (14).

 

CARITA' VERSO I GIOVANI

Per i religiosi giovani aveva una tenerezza indicibile. Voleva che si coltivassero come piante delicate e si circondassero di sollecitudini. Non permetteva che s'imponessero loro, come penitenza, digiuni di pane ed acqua, né che si trattassero con rigore, ripetendo spesso che dal man­tenere le forze, specialmente nella gioventù, dipende il conservare una più esatta osservanza (15).

Quando il nostro Santo si trovava nel Ritiro del noviziato, nel gior­no della vestizione il suo volto raggiava di consolazione, facendo trasparire la sua felicità nel vedere quei giovani che dal mare tempestoso del mondo erano arrivati al porto sicuro dell'osservanza regolare. Da quel momento faceva loro gustare tutte le dolcezze della sua tenera carità; li seguiva quando passavano alla casa di studio e non cessava di dare a ciascuno i segni del suo più tenero affetto paterno. Voleva che ogni tanto prendessero qualche innocente ricreazione; per quanto poteva, li dirigeva egli stesso, eccitandoli a progredire nella scienza e nell'amore a Gesù Crocifisso.

Ci si permetta di citare un fatto che dipinge a meraviglia quanto Paolo amasse la gioventù. Alcuni studenti dovevano andare in altro Ritiro per gli studi filosofici. Presentatisi al santo Fondatore per avere la sua benedizione, nel dare a ciascuno un'immaginetta della Madonna sulla quale aveva scritto: « Ecce Mater tua dulcissima » e il suo nome, Paolo disse: « Questa è la vostra cara Madre. Voi non avete più madre, né padre: Questa tenete per madre ». E piangendo di commozione, prima di benedire quei cari figli, volle dare dei ricordi:

« Sentite, cari miei figli, forse non ci rivedremo più, perché io la posso durare poco. Voglio darvi tre ricordi, acciò li teniate a memoria. Vi raccomando la purità d'intenzione in tutte le cose... che converte (tutto) in oro. Perciò, purità d'intenzione nello studio e studiare per dar gloria a Dio e per aiutare i poveri prossimi.

« Vi raccomando che vi facciate un tabernacolo interno e ve ne stiate amorosamente a trattare con quel sommo Bene che sta dentro di noi, come c'insegna la fede... Quando studiate, di tanto in tanto prendete un poco di respiro, e rinnovando la fede, dite fra voi stessi: Oh, bontà infinita e lasciatevi inzuppare lo spirito da questa massima giaculatoria, come (da) balsamo. La mattina fatevi un fascetto delle pene di Gesù, come faceva S. Bernardo, e fra giorno (compatendolo) dite: Oh, pene di Gesù!

« Dovendo voi andare in uno dei nostri Ritiri dove vi è gran concorso di persone di ogni sesso..., vi raccomando la modestia degli occhi... ».

Dopo queste raccomandazioni li benedì affettuosamente (16).

(13) Lt. II, 780.

(14) S. 1. 464 8 463.

(15) Lt. Ili, 204.

(16) S. 1. 469 § 487.

 

INCROLLABILE NELLA FERMEZZA

Ma per quanto dolce il governo del nostro Santo era anche forte e animato da zelo. Il suo occhio vigile osservava la condotta dei suoi religiosi. Trovandone qualcuno duro e incorreggibile, dopo aver esaurito tutte le vie della dolcezza, prendeva un contegno, da far tremare anche i più arditi. Se qualcuno abbandonavi la Congregazione , lo lasciava partire, dicendo: « Mi sta più a cuore l'osservanza che tutti i soggetti del mondo. Dio non ha bisogno degli uomini; pochi soggetti, ma buoni» (17).

Correggeva con la più grande sollecitudine anche i più leggeri difetti, volendo che nei suoi figli tutto spirasse santità. Un religioso, recitando l'ufficio divino, teneva la testa appoggiati al muro. Paolo lo riprese per quell'irriverenza e volle che in seguito cantasse le lodi divine in una posizione più conveniente e più raccolta. In altra circostanza, senza esi­tare, mandò un fratello in un altro convento perché aveva fatto uno sgarbo che poteva essere un'offesa alla santa carità. Un altro religioso aveva guardato sorridendo alcune pie benefattóri andate al Ritiro di S. Angelo per visitare il Santo. Paolo l'ammonì severamente, dicendogli che per l'avvenire avesse usato quella modestia e quella gravità religiosa che conviene a un figlio della Passione (18).

Non bisogna però credere che fosse inesorabile. Se vedeva i suoi figli umiliati e pentiti, era come se li avesse visti rifugiati in un tem­pio sacro e inviolabile. Impossibile allori al buon Padre usare il rigore. Una volta, dice S. Vincenzo Srambi, alcuni chierici, non so per quale mancanza, ripresi dal buon padre, si posero subito in ginocchio; ed egli allora, tutto sereno e gioviale, col sorriso sul volto, disse: « Oh, adesso va a gridare, se puoi! Che volete che vi faccia? Al­zatevi che l'avete vinta », e con la solita giovialità e dolcezza si trattenne in mezzo a loro, come amorevolissimo padre (19).

Mai in lui quei capricci che alterano e inaspriscono il carattere. Con sapienza ammirabile regolava la correzione secondo il grado di virtù, secondo i diversi temperamenti. Non varcava mai il limite, oltre il quale si spezza, invece di raddrizzare; imitava l'esempio del Salvatore che non spense mai il lumicino che ancora fumava. Così spesso nel buon Padre, sapendo come il cuore umano deve essere maneggiato con delicatezza e rispetto per arrivare più facilmente al trionfo, la compassione e la tene­rezza prendevano il posto del rimprovero.

(17) S. 1. 297 § 152.

(18) S. 2. 446 § 66; Lt. III, 711. Qualche volta ha esclamato: «Non sapete che fortezza Iddio ha messo in questo petto? Non è buon Superiore chi non sa dir di no» (S. 1. 643 § 280).

(19) S. 1. 588 § 304; VS. p. 334.

 

Ma nulla diede più vivo splendore al suo zelo quanto la sua sollecitudine che dimostrò per imprimere nell'animo dei suoi religiosi le tre virtù che aveva messo a fondamento del suo Istituto: Povertà, Preghiera, Solitudine.

La povertà! Per farla apprezzare dai suoi figli e renderla più amabile, la chiamava ora « il glorioso stendardo », ora « la trincea inespugnabile » del suo Istituto. « Vi raccomando, diceva loro, la santa povertà; se sarete poveri, sarete santi; ma se cercherete di impinguarvi, perderete lo spirito religioso, e non si vedrà più in voi la regolare osservanza » (20). E ancora: « I figli della Passione di Gesù Cristo devono essere distaccati da tutto il creato e la nostra Congregazione deve esser povera di spirito e nuda di tutto; finché sarà tale si manterrà sempre nel suo vigore » (21).

Altamente geloso della pratica di questa celeste virtù, voleva povero l'abito dei religiosi, povero il nutrimento, povere le celle, povero l'edificio dei conventi. Sapeva che dalla santa povertà nasce la perfezione della vita comune che gli stava grandemente a cuore. Per ispirarne l'amo­re scriveva: « Oh che felicità è la vita comune! Nella vita comune perfetta, oh, il gran tesoro che sta rinchiuso! » (22).

Ed alle parole corrispondevano le opere. Non ebbe mai come proprio nessun oggetto e voleva che anche tra i suoi figli tutte le cose fossero in comune. Per avere l'immagine vivente della povertà, bastava guardare P. Paolo e la sua cella: un tavolino di legno, due o tre sedie di paglia, un pagliericcio sopra tavole e cavalietti di legno, una coperta di lana, un Crocifisso, una piletta di terracotta per l'acqua benedetta, qualche immagine di carta ordinaria: ecco il prezioso mobilio di questo povero di Gesù Cristo. Poteva dirsi con tutta verità il più povero tra i poveri (23).

(20) Costituzioni n. Ili, 93.

(21) S. 1. 707 § 161.

(22) Lt. III, 287, 611.

(23) S. 1. 706 § 149.

 

Non fu minore l'impegno del Santo per la preghiera. Diceva ai suoi figli: «5V saremo uomini di orazione e veri umili, sollevandoci con grande confidenza in Dio in ogni tempo e in ogni cosa, Iddio si ser­virà di noi, benché poverelli e miserabili, per fare cose grandi di sua gloria; altrimenti non faremo mai niente di buono ». Veniva per con­seguenza che avesse grande stima dei religiosi dediti all'orazione, e nei suoi bisogni li richiedesse dei loro consigli.

Desiderando vedere lo spirito d'orazione profondamente radicato nelle anime dei suoi religiosi, non cessava di esortarli a conservare il raccoglimento e a ricordarsi della, presenza di Dio, perché con questa pratica, diceva, si fa continua e mai interrotta orazione. E proseguiva: « Vi sono di quelli che hanno una gran devozione di andare a visitare i luoghi santi e i templi magnifici. Non disapprovo una tal devozione; la fede, però, ci dice che il nostro interno è un gran santuario, è il tempio vivo di Dio, dove risiede la SS. Trinità. Entriamo spesso in questo tempio ed in spirito e verità adoriamo... Oh, questa, sì, che è una devozione assai sublime! » (24).

Con questi richiami e con tali esortazioni, che meraviglia che i suoi religiosi rimanessero infiammati di santo amore verso Dio ed acquistassero lo spirito e il gusto dell'orazione?

Però bisognava rimuovere anche gli ostacoli che impediscono la preghiera. E il nostro Santo a guardia della solitudine interna, metteva la solitudine esterna. Volle perciò che le case dell'Istituto si chiamassero Ritiri, perché il nome stesso richiamasse in tutti l'amore alla solitudine, e fossero fondate lontane dai luoghi abitati. Desiderava che i suoi religiosi, dopo le fatiche apostoliche, potessero trovare nell'aria pura e calma della solitudine il riposo dello spirito e del corpo.

Quando i suoi figli uscivano dal Ritiro era sempre in attesa per il loro ritorno e contava ad una ad una le ore della loro assenza. Non permetteva poi che raccontassero gli avvenimenti profani del mondo, non volendo che il mondo entrasse nella solitudine.

Ma siccome nel suo Istituto lo spirito di solitudine deve essere unito ad un infaticabile spirito di apostolato, anche per questo ispirava il più profondo amore. Per il nostro Santo un missionario « per il bene che fa nelle anime vale più che un Ritiro », ed arrivò a dire: «E' meglio perdere un Ritiro che un missionario ». Quando i nostri andavano ad annuntiare ai popoli Gesù Crocifisso egli si sentiva inondato di una gioia sovrumana e prodigava loro le cure più affettuose. Abbracciandoli col volto raggiante e gli occhi in lagrime, esclamava: « Oh, se avessi trentanni meno! Vorrei andare per il mondo a predicare la Divina gloria; vorrei attendere alla salute dei nostri prossimi...! » (25).

Quando tornavano dalla missione sfiniti per le fatiche li venerava come vittime della carità, segnati dalle gloriose stimmate del sacrificio. Il suo cuore si effondeva in santo affetto; li stringeva tra le sue braccia, li baciava in fronte, faceva loro mille carezze, comandava che si trattassero con onore ed egli stesso, vecchio venerando, li serviva a tavola. Così con una grazia che rapiva, rivelava tutto il pregio del ministero apostolico.

Era felicissimo di veder regnare tra i suoi figli la più dolce, la più amabile, la più cordiale fraternità. Per lui la vita religiosa era una scuola di rispetto e di carità. Esigeva dai padri la più grande bontà per i fratelli; dai fratelli, il più grande rispetto per i padri, in vista del divino carattere del sacerdozio. Voleva che tutti fossero affezionati tra loro. Con l'immolazione costante e con l'interna dedizione di se stesso ai suoi figli, egli dopo avere spezzato l'egoismo che è la peste e la morte delle comunità, insegnava a far dono di sé agli altri.

Volendolo dipingere in pochi tratti, nella sua caratteristica e con le sue sfumature, potremmo dirlo: fu governo di somma dolcezza entro i limiti della santa Regola e di incrollabile fermezza. E' ciò che salva gli ordini religiosi e li preserva da ogni rilassamento.

Il governo di Paolo fu governo di prudenza e di semplicità; di dolcezza senza debolezza; di forza senza rigidità; governo che impegnava i suoi figli a vivere in sì grande fervore di spirito e in così fedele osser­vanza che spesso il buon Padre versava lagrime di ineffabile consolazione.

Che meraviglia se potè assicurare che più di sessanta tra essi, vale a dire tutti quelli che erano già morti, godevano in cielo gli splendori dell'eterna gloria?

(25) S. 1. 422 § 256.

 

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