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CAPITOLO XXIV

1. Fondazione in Ceccano. 2. Fondazione in Tuscania. 3. Da ogni parte si vorrebbero fondazioni. 4. Furiosa tempesta contro l'Istituto.

(1748 - 1749)

 

FONDAZIONE IN CECCANO

La nuova milizia di Gesù Cristo dava frutti preziosi di eminenti virtù, diffondendo in ogni luogo un soave e celeste profumo.

Invidiando la fortuna del Monte Argentario, di S. Angelo e di S. Eutizio, Ceccano, a quel tempo grossa borgata, oggi cittadina fiorente del Lazio inferiore, fu presa dal desiderio di possedere esso pure un convento di religiosi della Passione. Il popolo offriva una casa ben scelta per la povertà e per la solitudine richiesta dallo spirito dell'Istituto, lontana circa 4 Km . dall'abitato, detta Badia, perché appartenente ai monaci Benedettini; al lato della quale sorgeva una piccola chiesa chiamata S. Ma­ria di Corniano per una divota immagine della gran Madre di Dio che vi si venera, trovata, secondo la tradizione, sopra una pianta di corniolo.

Ansiosi di aver presto in mezzo ad essi i religiosi, dopo aver fatto frettolosamente i più indispensabili preparativi, gli abitanti si rivolsero al loro vescovo, Mons. Borgia, pensando che la sua autorità li avrebbe fatti venire al più presto. Il pio prelato, che non cercava altro che il bene del suo gregge, dopo averlo incoraggiato alla santa opera con le offerte e con le esortazioni, scrisse al santo Fondatore pregandolo con le più vive istanze di accettare l'invito. Il Servo di Dio mandò il P. Tommaso Maria per trattare da vicino questa fondazione.

Il Padre andò e trovò che il luogo conveniva perfettamente ad uomini di studio e di preghiera. Ne diede avviso al Santo e questi decise di soddisfare subito i desideri di un popolo animato da soda pietà (1).

(1) Lt. Il, 632.

 

 

« Allora il SS. Crocifisso, avanti a cui orava, staccò le braccia dalla croce, lo abbracciò stretto stretto e lo mi­se nel suo SS. Costato, ove lo tenne per lo spazio di tre ore ». (Rosa Calabresi) - pag. 262 (Cappella del Santo in Roma).

«D. Maria Crocifissa non uscirà da Tarquinia, ma deve essere per un'opera che devo fare > -pag. 351.

«Nella demolizione si vide cadere un'immagine della S. Vergine, dipinta sopra un muro da tempo immemorabile... > - pagine 352.

Dopo aver celebrato le feste di Natale a S. Angelo, Paolo andò con sette religiosi a S. Eutizio dove ne scelse altri per la fondazione della famiglia religiosa che destinava al nuovo convento. Si era ai primi giorni del 1748, la stagione faceva sentire tutto il suo rigore. Al momento della partenza per animarli a sfidare tutte le fatiche, tutte le privazioni che li attendevano in quel lungo viaggio, il Santo parlò loro con tanto fuoco della Passione di Gesù Cristo e li infiammò di un sì grande desiderio di propagare la sua gloria, che inteneriti fino alle lagrime, lo seguirono con i trasporti del soldato che segue il suo valoroso capitano.

La confidenza in Dio era la loro unica provvista per il cammino, e nel loro fervore non vollero neppure mettere i sandali. Viaggiarono parecchi giorni per vie sconosciute in mezzo a incredibili sofferenze. Ma estasiati dalla dolcezza dei pii discorsi del loro Padre, il viaggio non perdette nulla della sua santa allegrezza.

Arrivati vicino a Ceccano, furono accolti dal popolo che li aspet­tava, con grandi dimostrazioni di gioia, e portati quasi in trionfo. A rendere poi più solenne l'accoglienza, era venuto da Ferentino anche il vescovo che li abbracciò fraternamente. Per quella notte, il piccolo drappello ricevette ospitalità in casa dei signori Angeletti. Il giorno seguente, 14 gennaio 1748, festa del SS. Nome di Gesù, tra la gioia universale, il Santo Fondatore prese possesso del nuovo convento. In quel giorno il Signore si compiacque di manifestare con un miracolo quanto questa fondazione fosse gradita al suo cuore (2).

Dopo la cerimonia, un numeroso gruppo di popolo restò per consumare allegramente le proprie provviste. Deposero ciò che avevano sopra un tappeto di verdura e cominciarono il pasto con quella allegria che tutti possono immaginare. Ma, venuto presto a mancare il vino, come è naturale, la comune allegria cominciava a diminuire. Paolo, risaputolo, venne a trovarli. Scorgendo in un angolo un bariletto, domandò a quella gente perché non bevessero. La risposta unanime fu che era vuoto. E ne dettero la prova capovolgendolo. Paolo insistè che bevessero in quel bariletto. Uno dei presenti più docile avvicinò le sue labbra al barile; il vino veniva a fiotti come se fosse pieno. Dopo il primo bevettero anche gli altri e ce ne fu per tutti. Pieni di stupore, tutti guardavano il Santo con meraviglia e venerazione.

Questo fatto ha grande importanza; è Dio stesso che presenta alle anime la potenza di un apostolo col dono dei miracoli (3).

(2) Lt. II, 647.

(3) S. 2. 812 § 41; Lt. II, 132.

 

Quando Paolo aveva alzato in mezzo a un popolo le tende dei suoi soldati, non tardava a lanciare questi campioni della fede alle battaglie del Signore. Dopo alcuni giorni, infatti, mandò nei paesi vicini per evangelizzarli, il P. Tommaso Maria con altri Padri, i più abili nel maneggiare la spada della parola di Dio. Egli stesso aprì la missione a Ceccano, ma dopo tre giorni si ammalò (4). Il popolo temette di perdere un uomo così santo, dopo averlo appena conosciuto; e i signori Angeletti gli prodigarono nel loro palazzo le cure più affettuose. Paolo, che amava più la povertà che la sua vita, e che desiderava anche nelle malattie le privazioni di Gesù sulla Croce, si affrettò appena le forze glielo permisero, di ritornare presso i suoi figli. Ma sia per la fatica del cammino, sia per la mancanza di ricostituenti, dopo un poco ebbe una ricaduta. Da vero apostolo anche in mezzo alle sofferenze, s'informava intorno alla missione di Ceccano e provò grande consolazione nel sentire che le anime accorrevano in folla ai piedi dei confessori.

Giacendo Paolo sul letto del dolore, il P. Gian Battista a S. Angelo, quasi avvertito dal cielo della malattia del fratello, lo raccomandava vivamente alle preghiere dei suoi religiosi. Il Signore l'esaudì e il nostro malato, ristabilitosi, di lì a pochi giorni potè intraprendere il viaggio per Roma, dovendo chiedere al Sommo Pontefice il titolo di mensa co­mune per un buon numero di chierici.

Ammesso alla presenza del Vicario di Gesù Cristo, si sentì l'animo commosso da riconoscenza e pianse dolcemente. Il S. Padre gli fece coraggio, rallegrandosi del suo zelo apostolico, manifestandogli la sua soddisfazione per la nuova fondazione, e accordandogli la grazia che doman­dava; poi aggiunse con ineffabile bontà, che per risparmiarsi le fatiche di un lungo viaggio, avrebbe potuto in avvenire, ricorrere a lui per mezzo di un intermediario.

Quella benevola accoglienza fu di grande consolazione per il cuore di Paolo che venerava Gesù Cristo nel suo Vicario e accettò quel suggerimento come uscito dalle labbra stesse del Salvatore (5).

Il suo ritorno a S. Angelo colmò di felicità i suoi figli che dopo il racconto del felice successo della nuova fondazione, benedisse il Signore. Il nostro Santo però stette poco con loro perché desiderava rivedere il Ritiro della Presentazione.

(4) Lt. II, 648.

(5) Lt. II, 133.

 

FONDAZIONE A TUSCANIA

Ma ben presto il santo Fondatore dovette scegliere un'altra fervente colonia; un'altra fondazione lo reclamava da tanto tempo. Nel 1743 Paolo aveva predicato una missione a Toscanella, oggi Tuscania. I frutti furono così numerosi, che la città desiderò possedere i nuovi apostoli di Gesù Crocifisso. L'affare era andato per le lunghe, ma Benedetto XIV tolse ogni ostacolo con la sua suprema autorità quando nel mese di aprile del 1747, essendo andato a Civitavecchia per vedere i lavori dovuti alla sua munificenza, accordò il permesso di questa fondazione al vescovo di Tuscania, Mons. Abbati. L'anno seguente, 1748, il venerabile Fon­datore partiva dal Monte Argentario con un bel numero di suoi figli. Questo viaggio, per le dure prove che lo accompagnarono, fu più penoso degli altri. Seguì una giornata opprimente: partiti da Montalto dove avevano passato la notte, prima di arrivare a Tuscania, Paolo cadde svenuto. Ritornato ai sensi, giunse al paese trascinandosi con fatica, soste­nuto dai religiosi. Ma qui, anziché riposo e consolazione, non trovò che amarezze e accrescimento di dolori. Nulla era preparato per la fonda­zione; vi era solo un piccolo santuario chiamato S. Maria del Certo, ombreggiato da un bosco. Da un lato si alzava un piccolo romitorio mezzo rovinato che quei buoni abitanti non avevano pensato né a restau­rare, né a provvederlo delle cose più necessarie alla vita (6).

La sola vista di quell'edificio opprimeva il cuore. Il nostro Santo che voleva la povertà per i suoi figli, ma non la rovina della loro salu­te, anziché lasciarli in quel luogo umido e malsano, esposti i pericolo di morire, decise di ricondurli a S. Angelo.

Ma il pio vescovo vi si oppose e alloggiò provvisoriamente i religiosi in una casa del paese; poi dopo aver convocati i principali personaggi, aprì una sottoscrizione e alla loro presenza contò cinquecento scudi in onore, diceva, delle cinque Piaghe di Gesù Cristo. Quell'esempio rianimò il primitivo fervore, così nello spazio di un mese il locale si trovò convenientemente preparato. Il 27 marzo, in mezzo a una folla immensa accorsa anche dai paesi vicini, con le cerimonie commoventi che il lettore già conosce, presiedute dal veneranco prelato, i figli della Passione fissarono il loro soggiorno in quel romitorio. Così anche da esso incominciò a salire al cielo il concento delle lodi di Dio.

(6) Boll. 1924 p. 175-183.

 

Dire quanto dolore sia costato al nostro Santo questa fondazione è cosa difficile. Ascoltiamo ciò che scrive al P. Fulgenzio egli stesso, con la semplicità e il candore che lo caratterizzano:

« Oltre i disagi..., fui assalito anche nel viaggio da orrendi travagli di spirito, segni molto cattivi per me, oltre le contraddizioni in questa fondazione che seguì ieri.

Ritiro fondato in tanta povertà non s'è fatto ancora; né io ho trovato negli altri tali pene interne; non ne sono esente negli altri..., ma qui: Deus scit...; io voglio sperarne bene. I religiosi sono contenti, ilari... Spero altresì gran bene nei prossimi... » (7).

Ma le prove erano appena al principio. Per una segreta disposi­zione della sua Provvidenza, Iddio li lasciò languire in tale indigenza, che alle volte non avevano per cibarsi in quel giorno che pochi legumi o un pezzo di pane e solo raramente poterono avere una minestra di pasta. Un giorno mancando quasi di tutto, Paolo disse ai figli: « A mezzo giorno, siccome è digiuno, facciamo un po' di colazione, per questa sera Iddio provvederà ». Infatti prima di notte, si presentò una persona sconosciuta portando una cesta di pasta (8).

Paolo che aveva viscere di carità, soprattutto per i giovani, comandò subito che si facesse una buona minestra. Non avendo né cucchiai, né forchette dovettero fabbricarli con piccoli pezzi di legno. Non si poteva essere più poveri di così, eppure quei religiosi si mostravano alle­gri e pieni di fervore.

Il buon Padre però ne soffriva e nella sua umiltà credeva di esserne la causa.

Compiuta la fondazione, doveva tornare a S. Angelo. Quest'annunzio cambiò in tristezza la gioia dei suoi figli, ai quali sembrava che con la sua partenza avrebbero perduto anche ogni sostegno. Ma il buon Padre restò tra essi con lo spirito e col cuore e, benché lontano, ottenne ad essi da Dio quella abbondanza che, lui presente, era sempre mancata. Una pia vergine di Piansano, Lucia Burlini, grande serva di Dio, diretta da parecchi anni nella via della perfezione da Paolo, spinta da interno impulso, venne al mattino seguente al nuovo convento. Viste le necessità di quei poveri religiosi che le erano stati tanto raccomandati dal Santo prima di partire, ritornata nel suo paese, si fece mendicante per essi e, benché povera tessitrice, essendo in grande fama di santità, raccolse ogni sorta di viveri che fece arrivare al convento con due giumenti.

(7) Lt. II, 135.

(8) S. 1. 245 § 11; VS. p. 130.

 

Da quel giorno si risvegliò negli abitanti di Tuscania l'antico affet­to per i nuovi missionari e non mancò più nulla di ciò che è necessario a poveri religiosi (9).

 

ALTRE RICHIESTE DI FONDAZIONE

Propagandosi il nuovo Istituto con il numero delle fondazioni, si au­mentavano i ministeri dei suoi figli. Ovunque avessero una casa, ovunque annunciassero la divina parola si vedevano migliorare i costumi, scom­parire gli scandali, ravvivare lo spirito cristiano, rifiorire la pietà, accendersi l'amore per Gesù Crocifisso. Nella provincia di Campagna (10) il P. Tommaso Maria e i suoi confratelli facevano grandi e fruttuose missioni, combattevano fortemente contro l'inferno, e la mèsse di anime era così abbondante, che popoli e vescovi presi da venerazione ed amo­re per la nuova Congregazione, sollecitavano con le più vive istanze per avere la fondazione di qualche convento (11).

Paolo condiscendendo come poteva a qualcuna di queste domande, si rallegrava nel Signore di questo pio entusiasmo nel quale ravvisava l'opera della divina Provvidenza che voleva santificare le anime, dando maggior splendore e più grande estensione all'Istituto nascente.

 

FURIOSA TEMPESTA CONTRO L'ISTITUTO

Ma ecco levarsi la più furiosa tempesta che minaccia di rovina tutto l'Istituto. Satana freme per tante sconfitte; Iddio vuol segnare col suo sigillo caratteristico, il dolore, Paolo e la sua Congregazione. E' un'ora terribile che farà agonizzare il nostro Santo; è l'ultimo sforzo di Satana che vuol tentare di abbattere una grande opera di Dio.

(9) Lt. II, 716.

(10) Oggi corrisponde alla provincia di Frosinone, Caserta, Latina.

(11) Benché effettuate più tardi risalgono al 1748 le prime trattative di fondazione dei Ritiri di Terracina, di Falvaterra e di Paliano. (Cf. Boll. 1924 p. 210, 244; 1925 p. 41-47).

 

Furono presentati al Vicario di Gesù Cristo libelli infamatorii nei quali si attribuivano ai Figli della Passione delitti così gravi, che, secondo i calunniatori, correva serio pericolo non solo la fede, ma la stessa Chiesa. Bisognava dunque sopprimerli immediatamente (12).

E' doloroso dover ricordare che caddero nel tranello anche persone di eminente santità, le quali in buona fede perorarono la causa del male, credendo di favorire la religione (13).

Benedetto XIV però non prestò fede a quelle menzogne e disse che non avrebbe mai distrutto l'edificio da lui già. approvato. Tuttavia, da Pastore vigilante che vuoi adempiere tutto il suo dovere, deputò una commissione segreta di cardinali, incaricandoli di sorvegliare da vicino il Fondatore e il suo Istituto; di spiare col più grande rigore i costumi dei nuovi missionari, la loro dottrina e il loro insegnamento (14).

Questa terribile persecuzione, pur affliggendo profondamente il cuore del Santo, non potè togliergli la difesa del giusto; né quella serena tranquillità di cui gode anche in mezzo alla tempesta chi nelle sue opere non ha di mira che la gloria di Dio. Paolo non domanda nessun attestato della sua innocenza, benché molti vescovi sarebbero stati pronti a farlo per difendere la causa dell'Istituto calunniato.

L'affetto che essi non cessavano di manifestare a suo riguardo gli era sicura garanzia e invece di turbarlo quella tribolazione accendeva maggiormente la sua carità. Era per lui pegno del santo amore la speranza dei tesori incomparabili che i suoi figli vi avrebbero trovato. Un giorno in ricreazione, parlando ai suoi religiosi di questa tempesta, diceva in un trasporto di gioia:

« Alle volte accade che scagliandosi dalle nuvole un gran fulmine, colpisce in un monte spogliato ed ecco che scopre una miniera d'oro. Vedrete che questo fulmine scoprirà per noi questa miniera; il Signore caverà da questo travaglio un gran bene » (15).

Come è ammirabile il Signore nelle sue vie! Con questa prova infatti voleva mettere in gran luce le virtù che si nascondevano nell'ombra. Tutto quell'apparato di accuse menzognere, tutte quelle rigorose perqui­sizioni di Cardinali non servirono che a rivelare nel nuovo Istituto un ricco tesoro di santità, una purezza senza macchia di dottrina e d'insegnamento, uno zelo veramente apostolico.

(12) VS. p. 133; Boll. 1924 p. 106-115.

(13) S. 1. 642 § 272.

(14) Lt. II, 143, 148, 154.

(15) S. 1. 598 § 49.

 

Benedetto XIV che aveva dato alla Congregazione nascente il diritto di vivere, vedendola uscire dalla tempesta, più bella e più gloriosa, se ne rallegrò grandemente nel Signore e le dimostrò, più che mai, la sua paterna sollecitudine. La vittoria non potè, tuttavia, assicurare una pace completa né a Paolo, né ai suoi figli; rimanevano ancora lunghi combattimenti da sostenere e altre tempeste da superare.

Insieme alle calunnie diffuse contro il Santo e il suo Istituto, i nemici avevano invocato anche le leggi pubbliche contro le fondazioni della provincia di Campagna. Con quella manovra si cercava non solo di far morire la fondazione di Ceccano, ma d'impedire tutte a altre richieste da altri popoli e da altri vescovi. Il colpo era ben tirato e guai se fosse riuscito! Vi era da temere che, stroncando i rami di un albero che era ancora così tenero, la nuova Congregazione sarebbe ridotta ad un mortale languore (16).

Il Servo di Dio che l'aveva irrorata con un mare di lagrime, fecon­data con tante fatiche e tante preghiere, ne era preoccupto, tanto più perché il Signore gli negava in quel tempo i lumi e le consolazioni che avrebbero certamente rianimato il suo coraggio. Geloso tuttavia della perfetta osservanza dei consigli evangelici e sicuro che per dissipare l'uragano era necessario riposare unicamente nella protezione lei cielo, non volle intentare processo.

Ma i vescovi e i comuni assunsero la sua causa e con inflessibile energia sostennero i diritti del perseguitato Istituto. Sapendo le spese gravissime che dovevano sostenere, egli li pregava continuamente a desistere dall'impresa.

« Ho scritto e riscritto per impedire tal lite... Mi sono protestato che non voglio Ritiri con liti, ma in pace... Bisogna prosegure le orazioni assai... » (17).

Nel suo cuore non fu mai né sdegno, né rancore corno i suoi nemici, conservò anzi per essi un affetto speciale, scusando la loro malizia con la buona intenzione. La sua pazienza e la sua dolcezza lo spinsero al punto d'intimare ai suoi religiosi di Ceccano di cedere agli avversari e di abbandonare il convento non appena avessero ricevuto una sua lettera.

(16) Lt. II, 166. (17) Lt. II, 158.

 

Gli abitanti segretamente informati di questa decitone, rimasero profondamente addolorati e decisero d'impedire l'esecuzione. Un giorno usciti i religiosi per una passeggiata, si sparse la notizia che i Padri partivano da S. Maria. Si adunò in poco tempo una folla di uomini che armati di ciò che prima poterono avere tra le mani, corsero ad incontrare i Padri, risoluti di ricondurli al convento e di trattenerveli con la forza. E' facile immaginare lo spavento dei religiosi che si calmarono solo quando conobbero il motivo di quella sollevazione. Il difficile fu tranquillizzarli, persuadendoli che non c'era alcun pericolo di partenza ed indurii a tornare alle loro case (18). I religiosi, rinunziando al sollievo della passeggiata, dovettero riprendere il cammino del convento, riservandosi di dar­ne avviso al loro santo Fondatore.

(18) St. Ad. p. 22.

 

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