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CAPITOLO XXV

1. Ancora prove e sofferenze. 2. A Ceccano per consolare i suoi figli. 3. La voce del cielo. 4. Due potenti protettori. 5. Il Papa vuole che predichi il Giubileo. 6. Il processo finisce col trionfo. 7. Altre fondazioni. 8. In visita ai suoi conventi.

(1749 - 1758)

ANCORA PROVE E SOFFERENZE

IL grande protettore dei figli della Passione, Benedetto XIV, vedeva con pena abbandonato in balia di tutti i flutti quell'Istituto del quale egli stesso aveva detto dopo la prima approvazione delle Regole che era venu­to al mondo ultimo, mentre avrebbe dovuto essere il primo di tutti; Istituto che in ogni incontro egli aveva favorito e sostenuto. Per non la­sciarlo esposto ai colpi dell'astuzia e dell'ingiustizia, affidò il processo a una commissione di Cardinali che dovevano giudicare in ultima istanza. Ma l'audacia e l'ostinazione degli avversari fu tale che non temettero, anche davanti a questo tribunale supremo, di affrontare vescovi e comuni con frequenti dispute. Per due anni interi quante ingiustizie, quante pro­ve e dolorose vessazioni!

Arrivarono al punto di proibire ai religiosi di Ceccano di continuare la costruzione di un nuovo convento. Costretti a rimanere nell'antico edificio che male li riparava dal freddo, dall'umidità, e dalle intemperie, i poveri religiosi caddero quasi tutti ammalati (1) e il P. Tommaso Maria fu ridotto agli estremi. La triste notizia trafisse come una spada il cuore di Paolo; il suo dolore fu al colmo quando seppe che il P. Tommaso era vicino alla tomba (2). In lui perdeva non soltanto un dolce e fedele amico, ma il più potente sostegno dell'Istituto. Cosa veramente strana che non si spiega senza riconoscere una particolare disposizione del­ la Provvidenza che volle provare i figli del Calvario. In questo convento fondato nell'ambito del « Patrimonio di S. Pietro » e con l'autorità del Sommo Pontefice, i nostri religiosi ebbero a sopportare incredibili sofferenze; fu proibito ad essi perfino di chiedere alla carità dei fedeli lo stretto necessario.

(1) Boll. 1924 p. 113.

(2) Lt. II, 258.

 

VISITA DI PAOLO A CECCANO

II buon Padre, venuto a visitarli per recar qualche conforto con la sua presenza, li trovò in preda a tutte le angosce della miseria. Si adoperò per ispirar loro la confidenza nel Signore, ma la troppo lunga sofferenza li aveva così abbattuti, che le parole del Santo riuscivano a mala pena a rianimare il loro coraggio. Nella sua grande afflizione, si rivolse al Signore e, piangendo, gli chiese il pane per i suoi figli. La voce del suo pianto salì fino al trono di Dio. Mentre Paolo pregava ancora, si presentò alla porta un amabile vecchio con due muli carichi di olio e di pane.

Il nostro Padre gli andò incontro, e, salutatolo come un buon angelo del cielo, benedisse la divina bontà che aveva esaudita la sua preghiera. Poi chiamato un fratello, gli raccomandò di aver cura del buon vecchio. Ma il fratello rimase meravigliato non trovando davanti alla porta né l'uomo, né le bestie, né le traccie dei loro passi sulla neve che copriva la terra.

Un tale miracolo mostrava visibilmente la mano di Dio che nutre alle volte lui stesso coloro che hanno abbandonato tutto per suo amore.

 

LETTERE AMICHE

Vedendo le persecuzioni rinnovarsi continuamente, il lettore si sarà domandato più di una volta: come mai non intervengono i Cardinali Rezzonico e Crescenzi così affezionati a Paolo? Il primo era stato creato vescovo di Padova e il secondo, arcivescovo di Ferrara. Avendo saputo del­la guerra accanita che si faceva all'Istituto del loro santo amico, l'uno e l'altro gli scrissero lettere piene d'incoraggiamento: « Non temete, gli dicevano, quanta gloria di Dio uscirà da queste ingiuste persecuzioni! ». Ma il Signore si riservava di dare egli stesso al suo servo la più dolce consolazione. Un giorno dell'Invenzione della santa Croce Paolo, trovandosi a Roma per quegli affari ancora in controversia, aveva corso per la città tutta la mattina. Affranto dalla fatica, si ritirò nella sua camera per prendere un po' di riposo. Vi era da un'ora, quando il suo comcagno si avvicinò adagio adagio alla porta, ma non udendo alcun rumo­re e pensando che la stanchezza eccessiva l'avesse immerso nel sonno, si allontanò. Due ore dopo torna. Persuaso che Paolo ormai si fosse sve­gliato, lo chiama parecchie volte, ma nessuna risposta. Comincia a temere qualche grave incidente; apre la porta e gli sembra di entrare in paradiso, tanto è dolce la gioia che colpisce e trasporta la sua anima. Vede il Santo raggiante di luce come un sole, sicché rapito da tale prodigio, esclama con tutta semplicità: « Adesso capisco perché non mi chiamava... ». A queste parole l'estasi cessa. « Silenzio! » gli dice Paolo nella sua umiltà, « state attento a non dire nulla a chicchessia » (VS. p. 265).

 

PREDICA IL GIUBILEO

Dio e il Vicario di Gesù Cristo sembravano accordarsi per sollevare le angosce del nostro Santo. Il Sommo Pontefice infatti volle dare pubblica testimonianza di onore e di stima all'Istituto perseguitato. Si avvicinava l'anno del Giubileo 1750. Desiderando che gli abitanti di Roma fossero un modello di virtù per i fedeli che sarebbero accorsi alla città santa da ogni parte del mondo, il Papa indisse missioni in quattordici chiese, e affidò questo onorevole incarico ad apostoli che si distinguevano per santità di vita e per ardore di zelo. Paolo fu del numero. Questa scelta in un tale momento era la prova luminosa che le calunnie e le fiere lotte che duravano ancora, non avevano menomato nel Capo della Chiesa l'affetto per i figli della Passione. La chiesa affidata a Paolo fu il vasto e magnifico tempio di S. Giovanni dei Fiorentini. Spaventato da tanto onore, non si credeva abbastanza eloquente per annuziare la santa parola nella metropoli del mondo cattolico, in una circostanza così solenne.

Affidò al P. Tommaso Maria la predicazione sulle verità della fede, nominandolo superiore della missione, perché voleva dipendere in ogni cosa da lui; il P. Marco Aurelio lo incaricò delle istruzioni catechistiche e non riservò per sé che qualche breve istruzione sulla Passione del Sal­vatore.

Ma più si abbassava e più il Signore si compiaceva di innalzarlo. Al terzo giorno il P. Tommaso si ammalò; Paolo dovette prendere il suo posto e portare quasi solo il peso di questa campagna apostolica. Cinque cardinali assistettero costantemente ai suoi discorsi e più di una volta furono commossi fino alle lagrime. Fu un entusiasmo generale; tutti volevano udire la parola del Santo e i frutti di salute furono immensi. Si diceva ovunque che era impossibile sentir parlare il P. Paolo delle sofferenze di Gesù Cristo senza versai lagrime amare, senza tornare a Dio (3).

Le consolazioni che il Signore gli diede in questo Giubileo furono il preludio del trionfo completo sui nemici della Congregazione nascente. Nello stesso anno i cardinali commissari pronunziarono all'unanimità la sentenza definitiva in favore dei vescovi e dei comuni che avevano sostenuto con tanto ardore i diritti dei figli della Passione.

Da allora i religiosi poterono abitare in pace nei conventi che già possedevano e intraprendere tre nuove fondazioni rimaste sospese nei due anni di controversia.

 

FONDAZIONE A FALVATERRA

La prima che ebbe luogo fu quella di Falvaterra nei confini degli Stati Pontifici. A circa due Km. dal paese sorgeva un antico e pio santuario dedicato a S. Sosio Martire. Grazie singolari e numerosi prodigi vi attiravano folle di pellegrini. Dopo una missione predicata dal P. Tommaso, gli abitanti fin dal 1748 avevano risoluto di costruire vicino a que­sto santuario un convento per gli apostoli di Gesù Crocifisso. Avendo lavorato di buona lena per quest'impresa, aiutati efficacemente dal loro vescovo, Mons. Lorenzo Tartagni, che si mostrò felicissimo di avere nella sua diocesi i religiosi della Passione, il Fondatore nella quaresima del 1751 vi condusse da Ceccano dodici dei suoi figli (4).

I religiosi con i loro esempi e con la parola incominciarono ad operare un gran bene in mezzo a questo popolo e ai numerosi fedeli che vi si recavano per venerare le reliquie del glorioso martire.

 

FONDAZIONE A TERRACINA

La seconda di queste fondazioni si fece presso Terracina, pure negli Stati Pontifici, ai confini del regno di Napoli. Ne faremo la storia a grandi tratti.

(3) Boll. 1926 p. 76; S. 2. 144 § 42. La missione cominciò il 7 dicembre (Lt. I, 588). Di essa S. Paolo scrisse: «Qui le missioni sono state molto benedette da Dio ». (Lt. II, 746).

(4) Boll. 1924 p. 209-217. Avvenne il 2 Aprile, festa dei 7 dolori di Maria SS. (Lt. I, 598).

 

II vescovo di questa città, Mons. Oidi dell'ordine del Carmelo, avendo saputo che il P. Tommaso al quale era legato da antica amicizia, aveva il governo della casa di Cecano, gli mandò una provvista di legumi accompagnandola con una gentilissima lettera. Il prelato pregava il religioso di gradire la modesta offerta come un piccolo soccorso per la re­cente fondazione.

All'arrivo di quel messaggio il P. Tommaso si trovava in missione e il Santo, essendo malato a letto, stava sul punto di dare ad un reli­gioso l'incarico di ringraziare il vescovo, quando una voce interna gli disse: « Alzati; scrivi tu stesso al vescovo intorno alla fondazione di un convento ». Queste parole furono uno sprazzo di luce che gli ricordò una circostanza che risaliva a ventinove anni addietro. Andando per la prima volta a Gaeta con suo fratello Gian Battista e passando lungo il mare sotto la montagna che domina Terracina, aveva istintivamente fissato lo sguardo su quelle alture. Ad un tratto per la virtù divina che rivela il futuro, aveva visto innalzarsi su quell'altura un convento di quella Congregazione che aveva in animo di fondare.

Non poteva più dubitare iella volontà del cielo. Si alza, scrive e dopo aver ringraziato il caritatevole vescovo, aggiunge che secondo lui sarebbe stato procurare molta gloria a Dio e un gran bene alle anime se S. Ecc. avesse permesso di fondare lassù una casa del nuovo Istituto (5). Il degno prelato gli rispose subito: « Il posto che voi mi avete pro­posto è veramente adatto al vostro disegno e offre molti vantaggi: vi è l'area per un bel giardino e vi sono materiali per la costruzione; ed io, perché si possa mettere mano a un'opera che mi è sì gradita, vi darò in onore delle cinque Piaghe del Salvatore cinquecento scudi. Non è che un primo acconto... ». Fece poi un appello alla generosità dei fedeli e ben presto una casa di preghiera consacrò quella montagna (6).

Qui sopravvennero i violenti attacchi di cui abbiamo parlato. Il santo vescovo, uno dei più forti iella resistenza, si mostrò come un muro di acciaio per la difesa della casa del Signore e comandò di continuare i lavori prodigando tutti i doni della sua munificenza. Ma nel novem­bre 1749 andò in cielo a ricevere il premio dei suoi meriti e lasciò la gloria di compiere l'opera santa al suo degno successore.

(6) Là esisteva una volta un palazzo dell'imperatore Sergio Galba. Vi si vedono ancóra rovine che attestano la magnificenza di quell'edificio. II convento venne costruito sulle antiche mura del palazzo. I sotterranei sono intatti. «Cosi, dice S Vincenzo Strambi, sul luogo stesso ove una volta si innalzava il palazzo di un im­peratore pagano, Dio volle che si costruisse in suo onore una chiesa con un convento di religiosi che lodassero giorno e notte la divina bontà » (Vs. p. 1^8}.

 

Mons. Palombella che alla pietà del vescovo univa lo zelo dell'apostolo, appartenendo all'ordine dei Servi di Maria, dedicò il convento ai Dolori della Madonna Addolorata. Sotto la sua presidenza e tra l'entusiasmo generale, Paolo ne prese possesso con undici religiosi, la Domenica di sessagesima, 6 febbraio 1752. Benché stanco per il lungo e faticoso viaggio, da S. Angelo a Terracina l'apostolo si diede a santificare le anime con gli esercizi spirituali. Il popolo profondamente cristiano, ne conservò una così santa e felice impressione, che diede sempre in se­guito ai religiosi prove di generosa carità (7).

 

FONDAZIONE DI PALIANO

Paolo aveva anche accettato una fondazione a cinque Km. da Paliano, ma molti ostacoli non permisero di realizzarla che il 23 novembre 1755. Gli abitanti colpiti durante una missione dalla santità e dallo zelo degli apostoli di Gesù Crocifisso, desiderarono vivamente averne alcuni tra essi. Pregarono il loro venerando Pastore, il Cardinal Gentili, vescovo di Palestrina, di offrire al Fondatore un antico santuario, situato sopra una pittoresca e graziosa collina denominata S. Maria di Pugliano dove si venera un'antica immagine della Madre di Dio, alla quale la leggenda attribuisce un'origine miracolosa.

Questo principe della chiesa che aveva per il Santo grande stima ed amicizia, si era affrettato a comunicargli il pio desiderio del suo gregge. Calmato l'uragano e preparata la casa, Paolo mandò il P. Tommaso, di­venuto allora Provinciale, a prendere possesso con undici religiosi (8). Le loro virtù e la loro dedizione per le anime aggiunsero attrattiva e profumo a quella collina che la Regina del cielo già ricopriva con la sua augusta protezione.

(7) Lt. I, 611.

(8) Avvenne il 23 novembre 1755 (Boll. 1922 p. 78, 232).

 

FONDAZIONE A MONTE CAVO

Siamo in un periodo nel quale il Signore non lascia passare molto senza dare al suo Servo di tanto in tanto la dolce consolazione di tempo aprire alla sua famiglia un nuovo asilo di pace e di preghiera.

In cima a un'altissima montagna, oggi chiamata Monte Cavo, ma anticamente Monte Albano, il paganesimo aveva innalzato, in onore di Giove, un tempio che per la sua fama divenne oggetto di cieca vene­jazione. I Romani e i popoli del Lazio venivano a celebrarvi i falsi onori latini, rendendo a quella vergognosa divinità il culto di vittime umane e di delitti senza nome.

Quando quel tempio cadde col vecchio mondo, il cristianesimo trion­fante innalzò sulle sue rovine una chiesa in onore della SS. Trinità. Allora i sacerdoti di Gesù vi fecero per molto tempo salire al cielo il cele­ste profumo della vittima che purifica ogni sozzura. Però quella solitudine dovette essere abbandonata. I frequenti uragani che si scatenavano su quelle alture con la più impetuosa violenza avevano scosso la chiesa e la casa.

Restaurate per la munificenza dell'illustre famiglia Colonna, la Domenica delle Palme, 19 marzo 1758, un gruppo di dodici figli di Paolo venne ad abitarvi, riannodando così la catena interrotta della preghiera e dell'espiazione. Da quel giorno, su quelle alte cime, cominciarono a cantare con gli angeli le immortali vittorie della Croce (9).

Paolo non aveva potuto assistere alla presa di possesso, ma vi aveva presenziato col cuore. I religiosi vi soffrirono per qualche tempo un'estrema povertà; si mancava di tutto, ma non della fiducia in Dio. Il Padre li incoraggiava con lettere piene di carità:

« Gl'incomodi che la sua piissima comunità prova tanto nella povertà che per il resto sono preziosi regali che Dio le comparte affinchè, come vive pietre di tal fondazione, siano più profondamente e fortemente (inserite) nell'anello d'oro della fede e della carità, acciò siano vittime sacrificate in olocausto, nel fuoco del prezioso patire a gloria dell'Altissimo, e tale sacrificio renda sempre un odore soavissimo di ogni virtù a tutti i popoli vicini e lontani

Spero che da codesta fondazione in faccia a Roma ne debba ridondare molto onore al Signore e gran vantaggio alla Congregazione » (10).

(9) Boll. 1925 p. 234-244.

(10) Lt. III 510.

 

IN VISITA AI SUOI CONVENTI

E' difficile fondare, ma non è meno difficile conservare e perfezionare. Per questo il Santo portava alle nuove fondazioni la vigilanza del suo sguardo e le sollecitudini del suo cuore. Simile ad un solerte giardiniere, osservava le giovani piantagioni che aveva fatto con tanti sudori, per sorvegliarne il germe, il fiore e il frutto. Visitava spesso or l'una or l'altra, benché fosse innanzi negli anni, sfinito per le austerità e le fatiche dell'apostolato e dovesse viaggiare a piedi con indicibili sofferenze e privazioni di ogni genere.

Non si può negare, però, che tante sofferenze spesso erano addolcite da quelle trasfigurazioni di luce e di estasi che sono sempre proporzionate alla generosità del sacrificio.

Si può immaginare quali fossero le visite del Santo così penetrato dallo spirito di Dio! Con quanta tenerezza, ascoltava le confidenze dei suoi religiosi, le ambascie delle loro prove, l'eroismo dei loro combattimenti, i segreti delle loro vittorie! Quale delicatezza per allontanare dalla sua cara famiglia la più piccola nube che avrebbe potuto offuscarne la bel­lezza spirituale! Quale dolce consolazione per il suo cuore, vedere i figli nell'allegrezza della santa povertà, nella semplicità dell'anima, nelle pure gioie del fervore!

Chi potrebbe dire la soavità e la potenza dei suoi colloqui con essi? Da vero apostolo, li animava alle conquiste spirituali; da religioso santo, li teneva stretti alla disciplina regolare; serafico per i suoi ardori, li infiammava d'amore per il divin Crocifisso!

Basilica e Casa dei SS. Giovanni e Paolo, dono mu­nìfico di Clemente XIV ai Passionisti. « Qui ho da venire a stare io » - pag. 368.

 

Altare sul quale celebrava il Santo negli ultimi tem­pi della sua vita. Un giorno... mentre faceva ringraziamento, gli apparve l'Addolorata col cuore trafitto e gli parlo dei suoi dolori... - pag. 390.

 

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