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CAPITOLO XXVI

1. Morte di Benedetto XIV. 2. Clemente XIII. 3. Fa costruire la chiesa ad Ischia. 4. Fondazione del noviziato sull'Argen­tario. 5. Richiesta di Propaganda Fide. 6. Paolo e l'In­ghilterra.

(1758 - 1761)

MORTE DI BENEDETTO XIV

II 3 maggio 1758, giorno dell'Invenzione della Santa Croce, la Chiesa era in lutto: era morto Benedetto XIV. La S. Sede perdeva in lui uno dei suoi più illustri Pontefici e la fede cattolica una delle sue luci più risplendenti.

Evento doloroso che il nostro Paolo sentiva fino in fondo all'anima. Egli vedeva la Chiesa vedova di un sì grande Pastore, e la sua povera Congregazione orfana di un Padre così generosamente affezionato. Alla sua mente si presentavano i benefici dei quali questo Pontefice l'aveva colmato; tutte le case del nuovo Istituto, eccetto la prima, erano state innalzate con la sua sovrana protezione; la giovane milizia di Gesù Cristo era uscita trionfante da tante lotte perché difesa dal suo braccio vigoroso; e lui, Paolo, il più povero tra i figli della Chiesa, sempre accolto da S. Santità con affetto paterno, mai licenziato senza aver ricevuto qualche favore.

Se la riconoscenza è la virtù delle anime nobili e, soprattutto, dei santi, non bisogna meravigliarsi del profondo dolore di Paolo, sempre così sensibile al più leggero segno d'interesse per i suoi.

Egli e i suoi figli innalzarono al cielo molte preghiere per il riposo di quest'anima grande, malgrado la loro intima fiducia che già fosse entrata nel gaudio del Signore, fiducia ispirata dalle gloriose e sante opere della sua vita e dalla serenità della sua ultima ora, avvenuta il giorno stesso del trionfo della Croce.

L'afflizione e le lagrime del nostro Santo non avevano altra origine che un vivo e nobile sentimento di gratitudine, perché una luce divina già gli aveva rivelato il nuovo eletto, il forte e generoso Pontefice che avrebbe sostenuto l'onore della Sede Apostolica e protetto, con la ma della sua ombra tutelare, il nascente Istituto.

 

CLEMENTE XIII

Un giorno i religiosi parlavano della futura elezione. Paolo era preSente; gli chiesero familiarmente chi, secondo lui, sarebbe stato il succes­sore del Pontefice defunto. Siccome il Santo taceva, ognuno indicò il proprio candidato. Allora Paolo, certamente ispirato, interruppe: « E che direste se il nuovo Papa fosse il cardinal Rezzonico? ». Tutti a una voce esclamarono che una tale elezione era impossibile perché, essendo il Rez­zonico veneziano e non essendo quella repubblica in buon'armonia con Roma, il S. Collegio non avrebbe scelto un cardinale di quella città. La ragione pareva perentoria. Fattosi un momento di silenzio, ognuno aspet­tava che il Santo dimostrasse di aver errato, ma egli restò muto e tutto riconcentrato. Si sapeva per esperienza il significato di un tale atteggiamento. Allorché era sfuggita alla sua umiltà qualche cosa dei favori che aveva ricevuto dal cielo, si affrettava a gettarvi il velo del silenzio, ripiegandosi in se stesso.

I religiosi furono unanimi nel giudicare che Paolo aveva fatto una profezia che non tardò a verificarsi. Il 6 luglio, con meraviglia di tutti, il proclamato successore di S. Pietro fu Rezzonico. Tutte le difficoltà che si opponevano a quell'elezione erano state vinte dal grande concetto che si aveva della sua santità e dello zelo dimostrato soprattutto a Padova, dove era stato vescovo.

L'anima di Paolo fu ripiena di santa gioia ed ordinò ai suoi figli di rendere ferventi azioni di grazie al Signore che si era degnato, in tempi così tempestosi, di affidare la Chiesa ad un sì esperto Pilota.

Il lettore ricorda, senza dubbio, i legami che univano Paolo e la sua Congregazione al novello Pontefice: la sua bontà, la sua dedizione senza limiti all'Istituto, le sue lettere così affabili, affettuose, indirizzategli, la cordiale ospitalità data ai due fratelli, l'efficace influsso che aveva esercitato in loro favore presso Benedetto XIV.

Se tale fu la benevolenza da Cardinale, quale non sarà quella da Capo supremo della Chiesa? Paolo concepì la speranza di vedere la sua Congregazione affermarsi sempre più: « Vi annunzio, scriveva al maestro dei novizi, che il Cardinal Rezzonico è eletto Papa. Il P. Battista ed io andiamo a Roma a baciare i piedi di sua Santità; tenteremo di intavolare la questione dei voti solenni e il nostro stanziamento a Roma... ».

I due fratelli ebbero pronta udienza e furono accolti dal nuovo Vicario di Gesù Cristo con suprema affabilità. L'intrattenne lungamente e si compiacque di ricordare la consolazione che aveva provato quando, prima di esser promosso alla diocesi di Padova, conferiva intimamen­te con essi intorno alle cose di Dio.

Incoraggiati da queste testimonianze di affetto, i due servi di Dio gli parlarono dei voti solenni e del desiderio di aprire una casa a Roma. Il Sommo Pontefice li ascoltò affabilmente e per mostrare quanto fosse felice di esaudirli, indicò egli stesso i mezzi più convenienti per riuscire nel progetto.

Paolo e Gian Battista, dopo aver ricevuto la benedizione apostolica, si ritirarono commossi di tanta benevolenza.

Ritornato nella solitudine, il santo Fondatore preparò immediatamente i documenti necessari per ottenere i voti solenni nell'Istituto e, dietro consiglio del Papa, li mandò al Cardinal Crescenzi che il conclave aveva chiamato da Ferrara a Roma, ove prolungava il suo soggiorno. Il Cardinale si affrettò a presentare la domanda del Santo a Clemente XIII che, nel febbraio del 1760, secondo il costume della S. Sede, ne affidò il giu­dizio a una congregazione di cinque Cardinali (1).

Paolo che in ogni cosa cercava unicamente la volontà di Dio, aspettava la decisione con santa indifferenza. Tuttavia, per non mancare a nessuno dei suoi doveri, quantunque già la sua vita incominciasse a declinare e spesso si trovasse sotto il peso di gravi malattie, moltiplicò i suoi viaggi, scrisse lettere e, senza appoggiarsi agli uomini anche più affezionati, rac­comandava soprattutto quest'affare a Dio.

«E' verissimo, scriveva, che l'assunzione al sommo Pontificato nella persona del Signor Cardinale Rezzonico può esserci propizia, se Dio benedetto farà piovere come spero, l'abbondanza delle sue divine grazie, (però) molto conviene esclamare con assidue orazioni, come si va facendo da tutta la nostra povera Congregazione e da altre anime piissime... (per ottenere la) solennità dei voti... » (2).

(1) Lt. I, 715. Furono: Spinelli, Erba-Odescalchi, Portocarrero, Paolucci, Conti (Par. 513).

(2) Lt. III, 118.

 

Scriveva ancora il 28 agosto 1760:

«Le cose della nostra Congregazione sono ben incamminate in Roma... per innalzarla a vero Ordine con voti solenni; sarà, però, se succede, una grazia miracolosa in questi tempi tanto deplorevoli » (3).

Provava, tuttavia, a questo riguardo, molta oscurità e grande incertezza:

« Io mi trovo in grandi contraddizioni interne, fra dubbiezze e timori e grande svogliamento d'interpormi in questo affare; cosa sia non lo so, ma molto temo. Per carità, mi dica il suo sentimento... » (4).

Così scriveva al suo confessore, il P. Giovanni Maria di S. Ignazio.

Per assicurarsi della volontà di Dio fa raddoppiare le preghiere, fa offrire il santo sacrificio. La luce rischiara la sua anima e il mattino stesso in cui i Cardinali incaricati tennero la loro ultima seduta, 23 novembre 1760, disse a un suo religioso: « Non se ne farà niente, lo vedrete ». Le sue parole furono profetiche.

Viene spontanea la domanda: per qual motivo quegli eminenti personaggi pieni di prudenza e di buon senso, abituati a non pronunciare una sentenza senza lungo e maturo giudizio, respinsero la richiesta? Possiamo intravederlo dalle parole del nostro Santo: « In tempi tanto deplorevoli ». Si era al tempo che si cospirava un po' da per tutto: Francia, Portogallo, Spagna, Austria e nella stessa Italia, alla rovina degli ordini religiosi; e l'onda della rivoluzione sollevata dai nemici di Dio e dell'umanità, avanzava sempre più. Se ne aveva già un segno evidente nella lotta contro la Compagnia di Gesù: era una guerra diabolica con la quale si perseguitavano in uno tutti gli ordini religiosi; prima il più potente, poi gli altri; dopo le colonne, l'intero edificio, la Chiesa ; dopo la Chiesa , i troni e finalmente tutta la società sarebbe stata travolta nel sangue e nel fango.

Ecco, senza dubbio, ciò che presentivano i Cardinali nei lugubri sintomi dell'uragano.

In tali circostanze la fondazione di un nuovo Istituto era già un miracolo. Il santo Fondatore adorò le disposizioni dell'Altissimo e lo ringraziò di cuore per avergli manifestato l'unico oggetto dei suoi desideri: la sua divina volontà.

(3) Lt. III, 122.

(4) VS. p. 140.

 

Si comprende così perché Clemente XIII, illuminato dall'alto, rispettasse, malgrado il suo profondo affetto per Paolo e per il suo Istituto, la decisione dei Cardinali. Il Servo di Dio se ne rallegrò e il sommo Pontefice colse quest'occasione per accordargli spontaneamente numerose grazie e segnalati privilegi (5).

Clemente XIII continuò col nostro Santo nelle affabilità che ebbe per lui da Cardinale. Voleva spesso le sue notizie, si raccomandava alle sue preghiere e, siccome il governo della Chiesa non gli lasciava il tempo di scrivere egli stesso a Paolo, incaricava spesso suo nipote, il Card. Gian Battista Rezzonico, che lo facesse a nome suo. Un giorno però gli fece pervenire una lettera scritta interamente di sua mano. E' difficile dire che si debba ammirare, se la condiscendenza della dignità che si abbassa o l'umiltà di Paolo che si vede così onorato.

Il Servo di Dio, ricevendo quel prezioso documento, versò lagrime di gioia. Sappiamo quale profonda venerazione gl'ispirava la fede per il Vicario di Gesù Cristo. Tra l'Augusto Pontefice e lui vi era una distanza infinita; non poteva comprendere, perciò, come il Capo della Chiesa avesse potuto abbassarsi tanto. Prima di far leggere questa lettera ai suoi figliuoli, li esortò ad ascoltarla con quel rispetto che si deve alla lettura delle sacre pagine. Fu tale la sua commozione che, invitato durante il pranzo a mangiare, rispose: « Non ho fame, sono sazio di felicità » (6).

Ecco un altro fatto che testimonia di quale stima e di quale affetto godesse il nostro Santo presso il sommo Pontefice.

 

UNA CHIESA AD ISCHIA

Ischia, paese della diocesi di Acquapendente, non aveva una chiesa corrispondente ai bisogni del popolo. Invano il vescovo aveva tentato tutte le vie per indurre gli abitanti a costruirne una che fosse di gloria di Dio e di onore per essi. Nulla aveva potuto vincere la loro ostinazione. Il Prelato ricorse a Paolo e, nel mandarlo a predicare una missione, lo pregò di svolgere tutto il suo zelo per un'opera così santa.

Un giorno il missionario dopo la predica, fece una breve, ma vibran­te esortazione. Seppe insinuarsi così bene nei cuori, che si prese la risoluzione di costruire la nuova chiesa. Con la sua partenza l'opposizione, purtroppo, rialzò la testa. Paolo lo seppe, ed eccolo con lettere di fuoco riaccendere l'entusiasmo per quell'opera.

(5) VS. p. 141.

(6) S. 1. 174 § 101.

 

« Si facciano cuore con l'esempio del santo sacerdote Neemia... che volò in Gerusalemme per riedificare il tempio del vero Dio... (ordinando) a tutta la sua gente... che con una mano (attendessero) al lavoro e con l'altra al combattimento... » (7).

E continuava, dirigendosi al Can. Scarsella:

« Prenda da esse maggior coraggio a somiglianza di S. Teresa che... allora si invogliava più... alle imprese per la gloria di Dio, quando maggiori scorgeva in esse difficoltà... » (8).

Sostenuto da tali parole, il Can. stette fermo. Un giorno trovandosi a Roma per quest'affare, ricevette una lettera nella quale Paolo difendeva la causa della Chiesa. Egli la presentò al Cardinale Orsini che volle conservarla come un prezioso monumento per mostrarlo ai suoi amici. Quella lettera di mano in mano arrivò fino a Clemente XIII, il quale, informato di tutto, fece cessare ogni contestazione e contribuì all'ornamento della casa di Dio col dono spontaneo di cento monete d'oro. L'opera ebbe così il suo coronamento.

Il vescovo ne fu così felice che non sapeva come manifestare la sua riconoscenza al Servo di Dio. « Non ho parole, gli scriveva, per ringraziarla del gran bene ch'ella ha fatto ad Ischia con la sua missione. Vi ha ristabilito la pace e l'unione... ha determinato il popolo ad intraprendere la costruzione della chiesa. Vi devo eterna riconoscenza; sono incapace di rispondere a tanti servigi resi al mio gregge, ma Dio lo farà a suo tempo con sovrabbondanza. Da lui solo, lo so, aspetta il premio dei suoi lavori apostolici. Voglia raccomandarmi a Dio nelle sue preghiere; glielo domando in carità... ».

 

COSTRUZIONE DEL NOVIZIATO SULL'ARGENTARIO

Ma vi era un'altr'opera che il santo Fondatore desiderava compiere. Visto che nella prima casa del Monte Argentario i novizi non potevano avere tutte quelle cose richieste per la loro formazione e per la loro sa­lute, aveva deciso di costruire una casa per loro più in alto, che offrisse all'anima maggiore raccoglimento, al cuore maggiore silenzio, maggior libertà allo spirito e al corpo un'aria più pura e più sana. Così i giovani, come tenere pianticelle, avrebbero potuto mettere meglio radici per il cielo.

(7) Lt. III ,506.

(8) Lt. III, 502, S. 1. 512 § 146.

 

L'area l'aveva ottenuta dal re di Napoli fin dall'anno 1753. Paolo stesso col suo bastoncello aveva tracciato il disegno sul terreno. Cominciò la costruzione senza denaro, ma il Signore, nel quale metteva tutta la sua fiducia, non lasciò mancare i soccorsi. Nel 1761, a un Km. e mezzo dal convento della Presentazione, si vedeva innalzarsi un'altra chiesa e un altro Ritiro di piccole dimensioni, è vero, ma di forma graziosa e grave nello stesso tempo; con tutte le attrattive che fanno di un Ritiro un santuario chiuso ai vari rumori del mondo, unicamente aperto alla voce che scende dal cielo.

Con l'approvazione del Cardinal Colonna, abate commendatario, il Santo andò processionalmente egli stesso a portare i suoi novizi e ad insediarli nella nuova casa cui diede il nome di S. Giuseppe, sposo purissimo della Vergine. Era felice di affidare i suoi cari figli alla protezione di questo grande Maestro della vita intcriore, formato alla scuola di Gesù e di Maria (9).

Il santo Fondatore, vedendo fiorire e fruttificare nel campo della Chiesa la piccola vigna del Signore, ne benediceva il cielo. In un tempo non lontano anche il suo Istituto si sarebbe esteso per il mondo, realizzando l'ardente desiderio che aveva sempre avuto di far conoscere ed amar sempre più Gesù Crocifisso. «Preghi anche lei, scriveva il santo apostolo all'amico della sua gioventù, Paolo Sardi, affinchè si dilati ( la Congregazione ) in tutto l'orbe cristiano ed anche tra gli infedeli » (10).

 

UNA RICHIESTA DI PROPAGANDA FIDE

La Propaganda Fide che pareva avesse compreso le segrete aspirazioni dell'anima sua, gli domandò missionari per portare la fiaccola della fede nei paesi lontani. Il cuore di Paolo trasalì di gioia e ringraziò Iddio del favore insigne che accordava alla sua Congregazione, prendendo nel suo seno apostoli generosi ed ardenti che sulle ali della fede e dell'amore, solcando i mari, sfidando gli scogli e le tempeste, sarebbero andati a conquistare le anime alla Chiesa e al cielo; a dilatare sulla terra il regno di Dio e della Croce, a costo di fatiche e di sofferenze infinite, a costo anche del loro sangue (11).

(9) Boll. 1925 p. 313-317.

(10) Lt. III, 118.

(11) Lt. III, 519-523.

 

Già egli credeva di vedere il suo Istituto adorno della porpora reale del martirio. E non potè trattenersi dall'esclamare: « Benedetto sia il Signore, Dio d'Israele; egli solo opera cose ammirabili! ». Avendo dato annunzio ai suoi figli dell'onore che gli era stato fatto, molti chiesero di partire e attendevano con ansia simili a quegli eroi che nella battaglia reclamavano la posizione più vicina alla morte, perché più vicina alla gloria.

Il Santo dovette limitare la sua scelta e suscitare gelosia. « Non aspettano più, scriveva, che un ultimo appello della Propaganda Fide ».

Ma rumori di guerre e un blocco generale chiusero ogni via ai missionari. Mentre si aspettavano tempi più felici, la morte venne a fare dei vuoti nelle schiere della santa milizia e tolse al buon Padre i più an­tichi dei suoi compagni, tutti apostoli di grande virtù e di zelo ardente II P. Tommaso Maria del Costato di Gesù, come abbiamo visto, era appena partito per la Corsica con Mons. De Angelis. Queste perdite privarono Paolo della consolazione che avrebbe gustato dal racconto dell'apo­stolato dei suoi figli se fossero andati a rischiarare con la luce del vangelo i popoli immersi nelle tenebre.

 

PAOLO E L'INGHILTERRA

Fra questi regni uno, soprattutto, occupava il pensiero del nostro Santo, l'Inghilterra. Dopo il suo ritiro di quaranta giorni in S. Carlo, come già abbiamo visto, quante lagrime sparse, quanti sospiri ed ardenti voti non rivolse al cielo per il ritorno dell'Inghilterra alla S. Chiesa cattolica! Diceva spesso che l'Inghilterra gli pesava sul cuore! « Ah, l'Inghil­terra, l'Inghilterra »/ ripeteva con profondo dolore. Ed esortando a pregare esclamava: « lo non ne posso fare a meno, benché non volessi farlo, poiché subito che mi metto in orazione, mi si affaccia questo povero regno e sono ormai più di cinquantanni che prego per la conversione dell'Inghilterra alla santa Chiesa, facendolo anche ogni mattina alla santa Messa, ». Non sapendo egli stesso come spiegare questo fenomeno, si domandava: « Che cosa voglia fare Iddio di questo regno, io non lo so. Gli vor­rà forse usare misericordia? Vorrà un giorno per sua pietà ricondurlo alla vera fede? Basta; noi preghiamo per questo e poi lasciamo fare a Dio ».

Una volta, stando in camera malato, va il fratello infermiere a portargli un piccolo ristoro. Trovatolo fuori di sé, lo scuote una prima e una seconda volta, ma il Servo di Dio non rinviene. Lo scuote una terza volta e tornato in sé, esclama

« Oh! dove mi trovavo adesso! Con lo spirito in Inghilterra; consi­deravo i grandi martiri passati e pregavo Iddio per quel regno » (12).

Un altro giorno, mentre offriva il divin sacrificio e pregava per l'Inghilterra, il Signore sollevò davanti ai suoi occhi il velo dell'avvenire e gli mostrò l'Inghilterra nei tempi futuri. La vide sempre coperta dalle ombre dell'errore o brillante della luce indefettibile della verità? Non lo sappiamo, però sappiamo con certezza che su quella terra bagnata dal sangue dei martiri contemplò con gioia i suoi futuri figli. Lo disse espressamente un giorno dopo la santa Messa: « Oh, che cosa ho visto io questa mattina! 1 miei figli, i Passionisti in Inghilterra»! E versava lagrime di consolazione (13).

O Inghilterra, le lagrime e le preghiere di S. Paolo della Croce, gli apostolici sudori dei suoi figli non saranno sterili; faranno germogliare ancora nel tuo seno l'albero fecondo della verità. Sì, tu ritornerai l'isola dei santi.

La profezia del Santo si è verificata nel 1841 per mezzo del Ven. P. Domenico della Madre di Dio. Oggi Inghilterra, Irlanda e Scòzia hanno numerose case di Passionisti (14).

(12) S. 1. 219 § 287; VS. p. 206.

(13) La conferma di questa consolante visione l'abbiamo dal Ven. P. Domenico della madre di Dio, il quale nella prefazione che scrisse il 21 settembre 1847 per la traduzione inglese della Vita di S. Paolo della Croce, composta da S. Vincenzo Strambi, dice : « II fatto è stato riferito dal confessore del Ven. Padre. Un giorno mentre stava celebrando la Messa in una delle nostre chiese, situata nella diocesi di Viterbo, sotto l'invocazione di S. Michele Arcangelo, sul Monte Fogliano, egli rimase all'altare più a lungo del solito e restò immobile al tempo della comunione per circa mezz'ora.

Durante questo tempo egli fu osservato dal P. Giammaria di S. Ignazio, suo confessore, con il volto raggiante e pieno di luce celeste. Terminata la Messa , lo stesso P. Giammaria disse al Venerabile Padre in modo scherzevole: Questa mattina è piovuto bene, è vero? Era questa una frase familiarissima al Ven. Servo di Dio per esprimere un'abbondanza di divina unzione o altri favori celesti nella preghiera. La faccia del Ven. P. Paolo era rosseggiarne, e con le lagrime agli occhi e con voce interrotta da singhiozzi disse: Oh, che cosa ho visto io questa mattina! I miei figli, i Passionisti, in Inghilterra! I miei figli in Inghilterra! II suo confessore era ansioso di sapere qualche cosa di più da lui sopra questa materia, ma non potè avere che questa risposta: I miei figli in Inghilterra! (Cfr. in « Acta Cong.nis » 1936 p. 19 la fotografia dell'autografo del Ven. P. Do­menico).

(14) Cfr. Il bel libro del P. Federico C. P. intitolato: «Il Ven. P. Domenico della Madre di Dio passionista, Apostolo, Mistico, Scrittore.

 

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