home  |  passionisti  |  links   |  contatti   |    
 
 
   
 

CAPITOLO XXVII

1. La Passione di Gesù lo trasforma. 2. Ferite e sete di amore. 3. Tutto gli serve per salire a Dio. 4. Impero sopra la natura.

(1761 - 1765)

LA PASSIONE DI GESU' LO TRASFORMA

Per dire o piuttosto per cantare le meraviglie che dobbiamo raccontare in questo capitolo ci vorrebbe la lira di un angelo, e il cuore di un serafino. Si abbia compassione di noi se dinanzi a queste altezze dell'amo­re divino non sappiamo che balbettare e se le nostre parole non sanno riscaldarsi a questo braciere ardente. O Gesù Crocifisso, quante sante e grandi cose operate nei vostri eletti!

Abbiamo visto il nostro Santo fin dalla sua gioventù infiammato di amore per il divin Redentore, ma nel succedersi degli anni il sacro fuoco si dilatò fino a formare un grande incendio che consumava la sua anima. Noi l'abbiamo visto, molto giovane ancora, che appena si metteva a con­siderare le sofferenze del Salvatore si inabissava in quel mare senza fondo e senza sponde. Poi versando lagrime, usciva in colloqui ardenti, riflesso di quell'ardente amore che gli trapassava il cuore. Ogni tanto esclamava:

« Ah, mio Bene! quando foste flagellato come stava il vostro SS.mo Cuore?... Quanto vi affliggeva la vista dei miei peccati e delle mie in­gratitudini...! Perché non muoio per voi? » (1).

Lo chiamava il suo Bene supremo..., il celeste sposo dell'anima sua...! Il dolore e l'amore trovavano di quelle espressioni che non si saprebbero ridire perché occorrerebbe l'inimitabile potenza che da alle parole ali di fuoco. Paolo allora si offriva in sacrificio: Soffrire e morire con Gesù Crocifisso! Tale desiderio andava in lui fino ai trasporti dell'ebrezza e dell'estasi.

Meditando la Passione , le sue potenze restavano sospese senza poter parlare. Quando aveva detto: Un Dio flagellato...! Un Dio Crocifisso...! Un Dio morto...! » (2), il suo spirito non formulava più alcun pensiero e il suo cuore si inabissava in quel silenzio intcriore che è la suprema espressione dell'amore divino. Allora il dolcissimo sposo attirava a sé l'anima del suo amatissimo Servo, gli comunicava in modo ineffabile i suoi dolori e lo faceva languire di un'altissima soavità immergendolo nelle profondità del suo Cuore divino. Senza dubbio secondo il modo ordinario della grazia, queste operazioni non duravano a lungo, ma i frutti ne erano abbondanti; egli sentiva un amore sempre più ardente per il Redentore, una insaziabile fame di sofferenze.

Cosi nelle desolazioni dello spirito non sapeva desiderarne il sollievo; temendo anzi di esserne liberato, supplicava il Signore di non rapirgli questo divino tesoro. Il freddo, il caldo, la fame, la sete, tutti i dolori del corpo gli sembravano così dolci e lo colmavano di tanta gioia, che li chia­mava pegni di amore del suo Dio, pietre preziose del suo cuore.

Non contento di flagellare, di martirizzare in ogni modo le sue membra innocenti, prese un giorno un ferro rovente e incise nel lato sinistro del suo petto una croce col santo Nome di Gesù, stigma immortale che lo seguì nell'eternità (3).

Paolo saliva di grado in grado nelle più alte regioni dell'amore.

Il divino sposo della sua anima, gli dava una sublime conoscenza dei più segreti misteri del cielo. Un giorno possedendo Gesù Eucaristia nel suo cuore e profondamente raccolto, sentì ad un tratto la sua anima rapita in Dio unita dal legame di amore della santissima Umanità di Gesù Cristo e nello stesso tempo, innalzata a una conoscenza altissima e molto sensibile della divinità....

Nel Bene sommo, infinito gustò un istante le inenarrabili attrattive del santo amore. Questa unione e questa conoscenza arricchirono la sua anima di sapienza celeste; comprese tra le altre cose che il divin Crocifisso è la porta per la quale l'anima entra nel tempio del santo amore, arriva alla trasformazione in Dio e si perde nell'Infinito. Comprese anche come dal puro amore di Dio l'anima, per così esprimersi, ritorna a Gesù Crocifisso. Questo segreto lo penetrò con tale profondità, che ne seppe parlare con linguaggio divino (4).

(1) Lt. I, 3. § 99.

(2) S. 2. 320 § 5; 316 § 80; OAM. p. 167.

(4) Lt. I, 17.

 

« L'anima tutta immersa nell'amore puro, senza immagini in purissima e nuda fede, in un momento si trova pure immersa nel mare delle pene del Salvatore, e in un'occhiata di fede le intende tutte, senza intenderle, poiché la Passione di Gesù è opera tutta d'amore, e stando l'anima tutta perduta in Dio che è carità, che è tutto amore, si fa un misto di amore e dolore, perché lo spirito ne resta penetrato tutto e sta tutto immerso in un amore doloroso e in un dolore amoroso... » (5).

L'amore per Gesù Crocifisso investì talmente il nostro Santo, da riportarne segni sensibili anche nel corpo. Il suo volto era alle volte così acceso che pareva tramandasse raggi di luce; il cuore era tanto infuocato, da lasciare abbrustoliti, come se fossero stati avvicinati al fuoco, gl'indumenti che vi stavano a contatto (6).

Se questo era, diciamo così, il focolaio del suo amore, quale sarà stata la sua intensità? E' ben documentato il fatto di quella misteriosa palpitazione che, specialmente il venerdì, si manifestava con particolare violenza (7).

Crescendo con l'amore la violenza dei palpiti, il suo cuore non potè più contenersi entro i suoi limiti e nel punto dove Paolo aveva inciso il Nome di Gesù, si curvarono tre costole. Lo stesso medico curante si meravigliò di quel fenomeno che non poteva spiegarsi naturalmente, ma solo con un amore di violenza eccezionale.

Lo attestarono nei processi anche due testimoni che l'avevano conosciuto, il primo dal P. Gian Battista, l'altro direttamente dal Santo (8).

Tra le sue devozioni il Servo di Dio aveva quella di passare la notte dal giovedì al venerdì santo davanti a Gesù Sacramentato per tutto il tempo che restava esposto nel Sepolcro, rimanendo sempre in ginocchio, immobile, meditando le sofferenze e la morte del Salvatore. Un venerdì santo, mentre davanti al sepolcro effondeva il suo amore con abbondanti lagrime, fu rapito in estasi piena di dolori e di gioie. Gesù gl'impresse nel cuore un segno simile a quello che portava sul petto, con gli strumenti della Passione e insieme i dolori della Madonna. Da quel momento gli si sollevarono anche le costole (9).

(5) Lt. III, 149.

(6) OAM. p. 108-111.

(7) OAM. p. 171-172.

(8) S. 2. 316 § 79.

(9) PAR. 2297 v.; OAM. 167-172.

 

FERITE E SETE DI AMORE

La vita di Paolo divenne così un continuo prodigio. Quel vasto incendio di amore, troppo forte per un vaso d'argilla, l'avrebbe ben presto fatto scoppiare, se una virtù divina non ne avesse protetto la fragilità. Il corpo divenne per lui una pesante catena che teneva schiava la sua anima. Oh, come avrebbe voluto spezzarla e spiccare il volo verso l'unico centro della sua vita, Gesù Cristo, al quale lo sospingeva una forza irresistibile!

Trattenuto dai legami del corpo, cadeva alle volte in deliquio; in quei momenti investito dal torrente delle gioie celesti, esclamava:

«Vorrei incenerirmi d'amore... Ah, mio grande Iddio! Insegnatemi voi come ho da dire. Vorrei esser tutto fuoco d'amore, più più, vorrei saper cantare nel fuoco dell'amore e magnificare le grandi misericordie che l'Increato Amore comparte all'anima » (10).

Ma quasi non abbia trovato l'espressione che corrisponde al suo pensiero, continua:

« Non sarebbe meglio, che a guisa di una farfalletta, mi slanciassi tutto nelle amorose fiamme, ed ivi in silenzio d'amore restassi incenerito, sparito, perso in quel Divino Tutto? ».

Più e meglio di così non si potrebbe dire. Paolo però non è ancora contento. La sete di amore divino gli ha disseccato talmente le viscere, che per dissetare la sua arsura ci vogliono i fiumi. Ma quali fiumi? Ce lo dice il caro Santo:

« Ormai le mie viscere sono tanto inaridite, che i fiumi non bastano a dissetarmi; se non bevo ai mari, non mi levo la sete, ma voglio bere ai mari di fuoco d'amore» (11).

Quest'infuocata preghiera che il Servo di Dio avrà rivolta chi sa quante volte a Colui che disse: Chi ha sete, venga a me... poteva non essere esaudita? E Gesù l'esaudì più di quanto Paolo desiderava. Un giorno, avendo ricevuto una partecipazione più abbondante delle soffe­renze della Passione, sentì quei palpiti più violenti del solito e la sua sete ancora più ardente. Torrenti di lagrime non furono più sufficienti a refrigerarlo. Pensando che non avrebbe più la forza di sopportare lungamente questo martirio, cercò un ristoro ai suoi ardori, un sostegno ai suoi languori mortali. Cadde in ginocchio davanti a un grande Crocifisso e, non potendo resistere alle sue angosce, supplicò lo sposo divino di nasconderlo nelle sue piaghe adorabili. O Dio d'amore, che non fate voi per l'amore?

(10) Lt. I, 296.

(11) Lt. I, 296-297.

 

In quell'istante la santa immagine si trasfigura...! Al suo posto appare Colui che essa rappresenta, Gesù Crocifisso, che stacca le sue braccia dalla croce, le abbassa verso Paolo che gli va incontro estatico, lo stringe alla piaga del S. Costato e lo disseta a quella sorgente di vita, inebriando la sua anima delle più segrete delizie del cielo. Il Santo stette in estasi tre ore e, per tutto quel tempo, confidò a un'anima pia, gli parve di essere in paradiso (12).

Ma l'amore infiamma l'amore, come il fuoco aggiunto al fuoco, raddoppia d'intensità. Questi slanci divini, lungi dal calmare la sete di Paolo, non facevano che aumentarla, attivando maggiormente la fiamma che bruciava nel suo cuore. La sua vita fu vita d'amore per il suo Dio; tutto in lui era amore; in tutte le cose non vedeva che amore. Credendosene però egli solo sprovvisto, sospirava la felicità di possedere quel sacro fuoco ed esclamava: « Quando arderemo da serafini? Quando bruceremo d'amore? ». E, quasi non sapesse come manifestarlo, domandava:

« Come faremo ad esser grati al nostro soavissimo Gesù? Ah, che vorrei che venisse in noi tanto fuoco di carità fino... a bruciare chi ci passa vicino! e non solamente chi ci passa vicino, ma anche i popoli lontani..., le nazioni, le tribù, in una parola, tutte le creature, affinchè tutte conoscessero ed amassero il Sommo Bene » (13).

 

TUTTO LO INNALZA A DIO

Durante i suoi viaggi apostolici o quando andava a visitare i conventi, gli sembrava che tutte le creature fossero altrettante voci che l'invitavano ad amare Iddio. Alla vista dei fiori che smaltano i prati e i campi, il suo volto s'infiammava e, come se non avesse potuto sopportare gl'inebrianti trasporti che il loro canto d'amore eccitava in lui, tocava quei fiorellini col suo bastone e diceva: « Tacete, tacete ».

(12) OAM. p. 169 PAR. 2297.

(13) Lt. I, 315. Altre volte esclamava: «Ah, vorrei, se fosse possibile, attaccar fuoco a tutto il mondo, acciò tutti amassero Iddio » (S. 2. 320, § 100). - M. Viller in « Revue d'Ascetique et de Mystique » 1951, p. 134, dice che S. Paolo della Croce è « il più grande mistico e il più grande spirituale italiano del secolo XVIII » Le infuocate espressioni che abbiamo riportato attestano autorevolmente quanto si fosse innalzato il nostro Santo nell'unione con Dio.

Volendo comunicare anche ad altri i suoi sentimenti, insegnava: « Se andate in giardino e vedete dei fiori, domandate ad uno di essi: Chi sei tu? Non vi risponderà certamente: sono un fiore, no, ma vi dirà: sono un predicatore; predico la potenza, la sapienza, la bontà, la pru­denza del nostro grande Iddio. Immaginatevi che vi dia tale risposta e lasciate che il vostro cuore rimanga penetrato e imbevuto interamente ». Avendo predicato la missione a Fabrica, andava a Corchiano per incominciarne un'altra ed era accompagnato da alcune persone principali del paese. Paolo si mostrava santamente giulivo. Arrivati ad una località detta « Le Cinque Querce », vedendo la campagna coperta di verde e di fiori, cominciò a parlare delle bellezze e degli incanti di quel meraviglioso spettacolo, e dalle creature innalzandosi al Creatore: « Oh, grande Iddio! Oh, grandezza di Dio! » esclamò. Lo slancio del suo cuore fu tale che sollevò in aria anche il corpo per circa due palmi e rimase in estasi con le braccia tese verso il cielo (14). Quelli che l'accompagnavano furono presi da grande meraviglia e rimasero commossi. Il Servo di Dio, uscito dall'estasi, riprese il suo discorso, come se nulla fosse stato, cercando di dissimulare ciò che era accaduto.

Recandosi un giorno al convento di S. Eutizio, si rivolse improvvisa­mente al suo compagno: « A chi appartengono queste campagne? » « Sono i campi di Gallese ». E di nuovo: « A chi appartengono queste campagne? ». Il compagno che non comprese il senso di quella domanda diede la stessa risposta. Dopo alcuni passi Paolo col volto risplendente e con parole che vibravano di fervore, domanda ancora: « A chi apparten­gono queste campagne? Ah, voi non capite?... Esse appartengono al nostro grande Iddio...! » e trasportato dall'amore, spicca un volo di alcuni passi. Un'altra volta andava da Terracina a Ceccano. Arrivato al bosco di Fossanova, lasciò la strada per visitare la chiesa del monastero ove morì l'Angelico Dottore S. Tommaso. Mentre camminava per un sentiero, disse al suo compagno con un fervore straordinario: « Oh, non sentite che questi alberi, queste foglie ci gridano: amate Iddio...! Amate Iddio!? » e gli ordinò di precederlo. Dopo qualche istante il compagno si fermò per osservarlo e lo vide ancora risplendente come il sole. Il Santo camminava ripetendogli: « E come non amereste voi il Signore...? Come non amereste il Signore...? ». E pareva che volesse gettare nel cuore del suo compagno i carboni ardenti del vasto incendio d'amore che consumava l'anima sua.

(14) S. 1. 335 § 164.

 

Ripresa la via romana, quasi volesse infiammare di amore tutti gli uomini dell'universo, diceva a coloro che incontrava: « Fratelli, amate Iddio, amate Iddio che lo merita tanto! Non sentite che anche le foglie degli alberi vi dicono di amare Dio? O amore di Dio! 0 amore di Dio!» (15).

Il compagno e coloro che l'udivano rimanevano rapiti dall'accento vibrato delle sue parole. Si vedeva fuori di sé, colpito da una celeste carezza, dalla follia del santo amore, che solo l'amore comprende, investito da quelle ineffabili delizie che formano, fin dall'esilio di questa vita, quell'anticipata ricompensa che Dio gli dava per le sue fatiche. Dalle altezze della santità Paolo vedeva nella sublime bellezza delle creature un riflesso della divina bellezza del loro Autore; comprendeva il loro armonioso concento d'amore che lo faceva risalire alla sorgente eterna di ogni armonia e di ogni bellezza.

 

IL SUO DOMINIO SULLA NATURA

E' avvenuto alle volte che dinanzi ad uomini che avevano distrutto in sé completamente il peccato e ristabilito le leggi armoniche che li legano a Dio, le creature hanno riconosciuto quel primitivo impero che li costituiva loro re. Pare insomma che gli animali e le creature inani­mate abbiano avuto il discernimento per riconoscere il sigillo degli eletti del Signore: il fuoco diviene una fresca rugiada, l'acqua solida come cristallo, gli animali più feroci docili e carezzevoli come agnelli.

Chi non ha visto, col cuore pieno di commozione, nella storia dei martiri le tigri, i leoni, gli orsi lambire rispettosamente i piedi dei santi? Chi non ricorda il corvo di Paolo primo eremita e i leoni che vennero ad assistere ai suoi funerali? La iena di S. Macario, il lupo di S. Francesco d'Assisi?

Quanto al nostro Santo abbiamo già visto i flutti e le tempeste obbedire alla sua voce, l'acqua della pioggia, rispettarlo. Tali fatti si sono spesso ripetuti nella sua vita.

(15) S. 2. 331 § 156.

 

Un giorno che Paolo, ammalato, si faceva trasportare da Fianello a Borghetto, fu sorpreso dalla pioggia. Dio in vista dei meriti del suo Servo e in ricompensa della carità di coloro che lo portavano, non solo li preservò, ma dovendo attraversare diversi fossati, entrarono calzati nel­l'acque senza che ne rimanessero bagnati. Paolo per eccitarli alla riconoscenza verso Dio, cammin facendo, chiese loro se fossero bagnati; gli risposero pieni di meraviglia alla vista del prodigio che non lo erano affatto (16).

Mentre predicava una missione il suo zelo di apostolo irritava alcuni libertini perché strappava la preda che essi inseguivano, quasi lupi voraci. Risolvettero di vendicarsene e gli misero il veleno nella minestra. Il Servo di Dio la mangiò senza il minimo sospetto; ma il veleno rispettò una vita consacrata al Signore e il santo missionario raddoppiò il coraggio per spezzare i ferri dei poveri schiavi del peccato (17).

Paolo in una circostanza doveva recarsi da Fullonica a Porto Ferraio, ma non c'era che una barca sfasciata dalla tempesta, insabbiata da quattro giorni. Il capitano disse che volentieri lo avrebbe condotto se la sua nave fosse stata in buono stato, ma che non era possibile lanciarla in alto mare. Paolo gli disse di non temere; lo imbarcasse e nel nome di Dio mettesse in mare il bastimento. Capitano e marinai si mettono all'opera per liberarla dall'insabbiamento. Ma tutto inutile, la nave non si muove. Allora venne in aiuto il P. Paolo che tenendo il suo Crocifisso nella mano sinistra, spinge la nave con la destra. In un istante è in mare. La traversata fu felice, ma subito dopo l'arrivo, quando tutti furo­no a terra, la nave si aperse e calò a fondo (18).

Il Signore ha operato più di un miracolo in favore delle persone che mettevano la loro fiducia nei meriti del suo Servo.

Mattia Mairè di Sutri era stato incaricato dal Vicario Generale, Picciotti, di portare una lettera molto urgente al P. Paolo che faceva allora la missione a Monte Romano. Arrivato al torrente Biedano, lo trovò talmente ingrossato dalle pioggie, che non era possibile di passarlo senza pericolo; gli stessi vetturali non osavano tentarne il passaggio.

Mentre Mattia pensava al partito da prendersi, arrivò un guardiano a cavallo. Questi, avendo saputo il motivo per cui andava a Monte Romano, gli disse con semplicità e confidenza: « Vediamo se il P. Paolo è un santo ». E, preso il cavallo di Mattia per la briglia, attraversarono il fiume. I due cavalli erano immersi nell'acqua fino al collo, e i due cavalieri, naturalmente, erano bagnati fino alla cintura. Ciò nonostante, raggiunsero felicemente l'altra sponda. Arrivato a Monte Romano, Mattia consegnò la lettera a Paolo, facendo meraviglia a tutti che in quel giorno avesse potuto attraversare il Biedano. Ma la meraviglia cessò quando sep­pero a chi sì era affidato.

(16) S. 1. 433 § 315.

(17) S. 1. 479 § 519.

(18) S. 2. 830 § 116.

 

Il nostro Santo l'accolse con molta carità e dopo averlo fatto ristorare gli diede la risposta, dicendogli di ripartire immediatamente per Sutri. La risoluzione era tutt'altro che piacevole per Mattia il quale faceva le sue difficoltà. Anche i presenti facevano osservare che, non essendo cessata la pioggia, il fiume doveva essere ancora più pericoloso e l'ora era tarda; non conveniva quindi esporre il povero uomo ad un nuovo pericolo.

Pure rendendosi conto di tante difficoltà e pericoli, Paolo insistette che bisognava partire, altrimenti il Vicario Generale avrebbe spedito un secondo messaggero, trattandosi di un affare urgentissimo. « Partite, gli disse, vi assicuro della divina protezione ». Dato il caso estremamente rischioso, si credette in dovere d'intervenire anche il P. Gian Batti­sta, suo fratello: « Ma voi gli assicurate che passerà il Biedano senza pericolo? » « Sì, che l'assicuro, rispose Paolo, ancorché le acque giun­gessero alla cima degli alberi, passi pure e non abbia timore di niente ». Mattia incoraggiato da assicurazioni così formali, si mise in cammino e, giunto al Biedano, fidandosi della parola del Santo, vi entrò senza esitare. Questa volta il cavallo cammina addirittura sull'acqua come se fosse sulla terra ferma, tanto che i vetturali che stavano sulla riva oppo­sta, vedendolo muovere liberamente i piedi, gridano sbalorditi: « Bisogna che il diavolo lo porti; si vedono perfino i ferri del cavallo ».

Arrivato Mattia sano e salvo a Sutri ad un'ora di notte, trovò il Vicario Generale che, preoccupato di qualche eventuale incidente, stava si­gillando una lettera per farla recapitare da un altro inviato, come aveva predetto il nostro Santo (19).

Ed ara vediamo come gli stessi animali obbedissero al Santo. Predicava un giorno sulla pubblica piazza di Orbetello, quando due bufali si staccarono improvvisamente da un carro carico di legna, diretto ai magazzini militari e correvano furiosi per la via che conduce alla piazza ove quasi tutta la popolazione era riunita per udire la predica. Vedendoli arrivare, si produsse tale scompiglio nella folla, che cominciarono a fuggire da ogni parte. Il Servo di Dio, accorgendosi della manovra del demonio, comandò con impero che nessuno lasciasse il suo posto perché non era che un artificio di Satana per impedire il frutto della divina parola. Prese poi il suo Crocifisso e voltatosi dalla parte dei bufali che sta­vano per entrare nella piazza, comandò di retrocedere.

Quasi avessero sentito la voce del Creatore nella voce del suo mini­stro, i bufali ritornarono sui loro passi, prendendo il « Vicolo del Ma­cello » che conduceva alla porta della città (20).

Viaggiando un giorno per la campagna romana, s'incontrò con un contadino che, arrabbiato contro due buoi ricalcitranti, bestemmiava orribilmente. Paolo lo avvertì con dolcezza e carità per farlo rientrare in se stesso, ma quegli, anziché pentirsi, si irritò maggiormente, e proferendo bestemmie più orribili di prima, preso il fucile, lo spianò contro di lui. Paolo, acceso di zelo per l'onore di Dio, alzando il suo Crocifisso, esclamò: « Giacché tu non vuoi rispettare questo Cristo, lo rispetteranno i tuoi buoi ». All'istante quegli animali, quasi volessero riparare l'offesa fatta al loro Creatore, piegarono le ginocchia davanti alla sacra immagine (21).

Il contadino a tal vista abbassa la sua arma, si getta ai piedi del Santo, gli domanda perdono e lo segue fino al luogo dove andava in mis­sione, per confessarsi da lui e riconciliarsi con Dio.

Nel monastero delle religiose di Farnese si erano introdotti rettili velenosi. S'immagini la paura di quelle povere religiose e il turbamento che ne veniva alla vita di osservanza! La visita del Santo parve provviden­ziale, e infatti ricorsero a lui, pregandolo che le liberasse. Ma Paolo nella sua umiltà, non credendosi degno di essere ascoltato da Dio, si rifiutò di intervenire. Le religiose si rivolsero al loro protettore. Dopo pochi giorni, ecco una lettera del cardinal Rezzonico nella quale Sua Eminenza dopo aver detto che sarebbe rimasto dispiacente se quella sua lettera non l'avesse trovato a Farnese, lo pregava di consolare quelle povere figlie, dandogli tutte le facoltà necessarie per entrare in clausura.

Il Santo si rimise volentieri ai desideri delle religiose e del loro protettore e il Signore esaudì la loro preghiera così visibilmente, che all'istante stesso, i rettili fuggirono dal monastero e non apparvero mai più nel recinto del chiostro.

(19) S. 1. 885 § 53.

(20) S. 1. 227 § 308.

(21) VS. p. 269; S. 1. 346 § 16.

 

I miracoli che Iddio operava col ministero del suo Servo l'umiliavano profondamente e talvolta dalla sua stessa umiltà nasceva un nuovo miracolo.

Predicava gli Esercizi Spirituali nel convento di S. Anna a Ronciglione. Un giorno durante la refezione alcuni personaggi della città, tra cui un ecclesiastico, vennero a fargli visita. Nell'appartamento c'era gran quantità di mosche e siccome erano molto importune, quei signori si affaticavano a scacciarle. Il buon Padre vedendo il disturbo che essi ne avevano disse: « lo sono un gran peccatore, ma se fossi un santo, scaccerei queste mosche, lo conosco, aggiunse, un santo uomo che in questo modo (e tracciò nello stesso tempo un segno di croce) le fece sparire all'istante ».

Appena ebbe cosi parlato, le mosche in battaglione serrato, fuggirono e cessarono d'importunare per il rimanente del soggiorno. Il povero Padre che non si aspettava questo prodigio, restò così confuso, che non ebbe più il coraggio di parlare. I presenti dal canto loro, non meno sorpresi del miracolo, rimasero edificati del suo silenzio (22).

II Santo si trovava malato in casa Ercolani, nostro benefattore, a Ci­vita Castellana. Due canarini cantavano deliziosamente in una camera vicina. Per meglio godere della loro dolce melodia, il Santo pregò il suo ospite di portarglieli. Costui gli rispose che i canarini, intimiditi, cesse­rebbero dal cantare. « Portateli, portateli », replicò Paolo. Appena quelle bestioline furono vicine al Santo, voltando la loro graziosa testina, fissarono un istante su lui il loro sguardo e come se avessero conosciuto il suo desiderio, battendo le ali, incominciarono a modulare cinguettii così armoniosi, così soavi, così nuovi, che i loro padroni li ascoltarono estasiati. Il Santo rapito dall'estasi, proruppe in espressioni del più tenero amore per il suo Dio. Si disse che tanto lui, che quei graziosi uccelli cantassero all'amore infinito un inno non mai sentito (23).

Passata l'estasi che si era svolta in un profluvio di lagrime, Paolo, accorgendosi che i presenti lo guardavano con religiosa sorpresa, pregò il suo ospite che portasse via i canarini. Ma i graziosi uccelletti, anche lontani, continuarono per molto tempo il loro meraviglioso canto.

Benedetto sii, o Gesù Crocifisso, per i prodigi d'amore che operi nei tuoi santi, per le tue piaghe adorabili, per la tua santa Passione.

(22) S. 1. 788 § 177.

(23) S. 2. 328 '8 142.

 

 

Torna all' INDICE TEMATICO

 
 
 
 



LA BIOGRAFIA


LA MISTICA


REGOLE E COSTITUZIONI


LETTERE AI FIGLI SPIRITUALI


IL DIARIO SPIRITUALE


IL PASSIONISTA SECONDO S.PAOLO


MASSIME SPIRITUALI


LA VITA DI S.PAOLO IN IMMAGINI


PREGHIERE A S.PAOLO DELLA CROCE

 

 

 
 

home  | passionisti  | links  |  contatti   |  
Copyright ? No Grazie : diffondete, stampate e utilizzate il contenuto di questo sito