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CAPITOLO XXVIII

1. Come per mezzo della Passione di G. Cristo il Santo è diventato uno dei più eminenti apostoli della Chiesa. 2. Sorgente del suo apostolato. 3. Suo metodo nelle missioni.

 

IL PREDICATORE DELLA PASSIONE DI GESU'

II nostro Santo già settuagenario che nelle sue infermità porta scolpite le nobili cicatrici delle mortificazioni e delle sofferenze di tutta la sua vita, chiuderà ben presto la sua lunga carriera d'apostolato. Il filo della storia, per maggior chiarezza, ci ha costretti a sospendere il racconto delle sue missioni che non furono mai interrotte se non dalle più gravi malattie. Noi considereremo ora il suo mirabile apostolato, raccogliendone i fatti più salienti.

Esaminiamo prima in questo capitolo la sorgente dell'apostolato del nostro Santo e il suo metodo. Nel capitolo seguente ne racconteremo i frutti e i più grandi miracoli. Il teatro del suo apostolato fu l'Italia; qui lavorò alla santificazione del popolo con le sue missioni, santificò il clero e le vergini consacrate a Dio nel chiostro, per mezzo di esercizi spirituali.

Qual'era la sorgente di questo apostolato che suscitava un indescrivibile entusiasmo tra le popolazioni e colpiva di meraviglia anche i più illuminati dottori, i sacerdoti, i vescovi, i cardinali e gli stessi Sommi Pontefici?

Paolo un giorno in uno slancio apostolico, scongiurava Gesù Crocifisso di salvare i peccatori ricordandogli che per le loro anime egli aveva versato il suo sangue prezioso. Penetrato da vivo sentimento di umiltà credette tutto a un tratto di vedersi egli stesso coperto di pec­cati e di ingratitudini. « Ab, esclamò, io prego per gli altri e la mia anima è nel più profondo dell'inferno! ».

Tanta umiltà e tanto timore commossero il Cuore dello sposo Crocifisso. « La tua anima, gli disse con ineffabile tenerezza, è nel mio Cuore » (1). Il Cuore del divino Maestro fu dunque il principio dell'apostolato di Paolo. In questo santuario, infatti, cominciò da allora a vivere della vita stessa del suo Dio; i pensieri e i sentimenti di Gesù Cristo furono i suoi sentimenti e i suoi pensieri; il suo zelo s'infiammò allo zelo che portò Gesù Cristo a morire sopra una croce. La carità di Gesù Cristo ha abbracciato l'universo per salvare tutti gli uomini; la carità di Paolo avrebbe voluto abbracciare il mondo intero.

(1) PAR. 2283.

 

Gesù nel giardino degli ulivi, alla vista dei peccati di tutti gli uomini, alla vista delle anime che malgrado la sua Passione si sarebbero miseramente perdute, fu colpito da un dolore così profondo, che cadde in agonia e dal suo corpo divino colò sudore di sangue. Vedendo il sangue di un Dio inutile per tante infelici vittime, che ogni giorno cadevano nell'inferno, Paolo si immedesimava talmente con le sofferenze del Salvatore, che si sarebbe creduto di vedere in lui la sua immagine. Pallido, disfatto, abbattuto fra le angosce dell'agonia sembrava vicino ad esalare l'ultimo respiro e piangendo, esclamava: « Ah, un Dio crocifisso...! Un Dio morto...! oh, carità...! oh, prodigio di amore...! oh, ingrate creature...! anche le pietre piangono... eh, che, il Sommo Sacerdote è morto e non si deve piangere...? Bisognerebbe aver perduto la fede per non piangere ama­ramente. Oh, mio Dio...! » (2).

Dinanzi all'immagine dell'Uomo dei dolori, Paolo prega e supplica di morire crocifisso con lui. Il Martire divino lo esaudisce ed ecco il nostro Santo che, associato al Redentore, partecipa abbondantemente ai dolori della Passione.

Tra gli ardori divini del Cuore di Gesù, divenuto abituale dimora della sua anima, Paolo della Croce si consuma dal desiderio di veder distrutto il regno di Satana e le anime riconquistate a Dio.

Un giorno fu rapito in estasi. Gesù lo nascose nelle sue piaghe adorabili e dopo averlo investito con la sua luce celeste, gli svelò l'orribile trama dei peccati del genere umano.

Nel vedere quell'enorme malizia il suo cuore s'infiammò di zelo; Paolo divenne un vero apostolo (3). Ecco il segreto del suo meraviglioso apostolato; ecco lo stimolo che lo spronava a combattere con ardore sempre nuovo il peccato, il mondo e Satana. Così senza badare alle sue infermità, alle fatiche, alle sofferenze di ogni specie, tenendo continuamente le armi in mano, strappò all'inferno una moltitudine innumerevole di anime, infliggendo i più duri colpi al demonio che, in tante anime, già aveva calcolato di annullare il trionfo di Cristo.

Altro potente lievito del suo apostolato era la sua santità. Vittima di amore e di espiazione per i peccati del mondo, la sua vita era una continua crocifissione, un'eloquente predicazione del divin Crocifisso. Pri­ma dell'approvazione delle Regole, egli non prendeva anche in missione altro nutrimento che legumi e un pezzo di pane, altra bevanda che acqua. Qualche volta, soltanto per obbedire ai suoi ospiti, vi aggiungeva poche goccie di vino o accettava alimenti più sostanziosi. Ma ben presto l'eccessiva fatica gli toglieva l'appetito e non mangiava che con sforzo e ripugnanza. Fuori dei pasti osservava una rigorosa astinenza. Dopo aver lungamente predicato e ascoltato numerosissime confessioni, andava ad estinguere la sua sete ai piedi del SS. Sacramento, dove più di una volta trovò il più dolce refrigerio del corpo e dell'anima.

Diceva al Signore col santo ardire dell'amore: « Voi, caro Gesù, avete detto: Se qualcuno ha sete, venga a me, e beva; A Voi tocca darmi da bere. Davvero, davvero che Gesù me lo dava, e massime una volta mi saziò molto bene. Un benedetto medico mi disse poi che il tollerare quella gran sete, avrebbe potuto cagionare qualche gran feb­bre maligna, e m'indusse a bere dopo la predica. Ah, quel medico mi rovinò. Pazienza! » (4).

Di notte non trattava meglio il suo corpo già tanto sfinito: prendeva un breve riposo sulla nuda terra e spesso restava in ginocchio, scacciando il sonno con dure austerità. Qualche volta la curiosità dei suoi ospiti arrivò a scoprire nella sua camera spaventosi strumenti di penitenza. Dio ha permesso di poter sottrargliene qualcuno la cui sola vista fa orrore. E' la disciplina che si conserva a Gaeta della quale già abbiamo parlato; poi una disciplina di cinque battenti che recavano nelle loro estremità palline di piombo armate di punte di ferro; un cuore e un cilizio anche essi di ferro muniti di punte acute, due catene le cui estre­mità portavano stelle di speroni con uncini (5).

Si conserva nella camera che abitava a S. Angelo una croce di legno armata di 186 punte di ferro. Il buon Padre la portava sul petto per eccitarsi continuamente al ricordo delle sofferenze del Salvatore. Non paRliamo dei cilizi di pelo di caramello.

(2) S. 1. 235 § 333-335; 376 8 311.

(3) PAR. 2298.

(4) S. 1. 167 § 79.

(5) S. 1. 673 § 186.

 

Si flagellava anche con una catena formata da molti anelli, simile a quella dei forzati, servendosi di essa soprattutto in tempo di missione per offrirsi a Dio come ostia vivente di espiazione, obbedendo alla legge della sostituzione dell'innocente al colpevolene faceva una specie di mazzo e si batteva con tanta forza, che l'uditorio gettava grida di pietà. Un giorno mentre si flagellava, uno degli astanti salì sul palco, senza che il servo di Dio se ne avvedesse, per strappargli lo strumento dalle mani; ricevette un colpo così forte, che il suo braccio rimase ferito (6). Ma il Santo fece un segno di croce sopra di lui e lo guarì, come se il Signore avesse voluto ricompensare con un prodigio la mano che gli offriva tale sacrificio.

Avendo poi scoperto che queste catene si conservavano nel convento della Presentazione, sul Monte Argentario, Paolo le prese e le gettò in una cloaca, dicendo: « Giacché avete storpiato me, non voglio che stor­piate altri» (7).

Negli ultimi anni delle sue missioni usava la disciplina a cinque lame di acciaio arrotondate all'estremità e ben affilate da ogni parte come rasoi. Qualche volta, soprattutto quando predicava sull'inferno, compa­riva sul palco con la corda al collo e, portando sulla testa una corona di spine così calcata, che il sangue gli colava dalla fronte (8).

A tante sofferenze aggiungeva le fatiche di lunghi e frequenti viaggi, sempre scalzo, a capo scoperto e con la sola tunica, bagnato di sudore d'estate, tremante e quasi morto di freddo nell'inverno.

Non potendo il suo corpo sostenere sempre il peso di tali rigori, avveniva che spesso cadeva malato. Ma appena in piedi, riprendeva i suoi lavori apostolici, benché così pallido e così sfigurato che eccitava alla compassione.

Andando una volta con suo fratello Gian Battista a predicare una missione a Farnese, pregò un uomo che incontrò di avvertire il parroco e la popolazione del loro arrivo. Il messaggero partì e, fatta la sua com­missione, aggiunse: «Per uno dei missionari potete preparare una bara, perché ha più l'aspetto di un morto che dì un vivo » (9).

Nei tre periodi dell'anno, che chiamava « campagne apostoliche », il nostro Santo passava da una missione all'altra senza quasi respirare.

(6) S. 2. 120 § 84.

(7) S. 1. 654 '§ 65.

(8) S. 1. 673 §' 187.

(9) PAM. p. 24.

 

Si può dunque concludere, senza timore d'ingannarsi, che la vita di un tale apostolo fu un vero prodigio. Per comunicargli la potenza e la fecondità della Redenzione, Dio stesso con un aumento di sofferenze, lo abbandonava qualche volta, come il suo divin Figliuolo nella Passione, ai furori di Satana. Racconteremo più tardi qualcuno degli attacchi dell'inferno contro di lui (10).

Il buon Padre non esigeva dai suoi figli i lavori e le penitenze rigorose che imponeva a se stesso, soprattutto nei primi tempi. Voleva anzi che si usassero le moderazioni indicate dal Papa e che si seguisse il consiglio dato da Gesù Cristo ai suoi apostoli: « Mangiate quel che vi danno ». Non permetteva a questo riguardo nessuna singolarità, ma esigeva che ognuno si conformasse alla pratica comune.

Un giorno il P. Marco Aurelio del SS. Sacramento, avendogli chiesto quale sarebbe la sua condotta, se qualcuno dei loro volesse fare astinenza in tempo di missione, come un certo missionario di grande virtù e molto celebre, Paolo rispose: « Gli proibirei le missioni, atteso che la Regola su di questo è chiara, e se gli altri ciò fanno, la loro Regola niente su ciò prescrive, ma la nostra, sì. Regolandosi secondo il prescritto della santa Regola, si conserva con la sanità anche l'umiltà, in caso contrario si pone uno a pericolo di perdere l'una e l'altra » (11).

Aveva pure l'abitudine di raccomandare ai Padri che mandava in missione, di prendere la refezione necessaria: « Se il Signore, diceva loro, vorrà comunicarvi uno spirito straordinario, starete anche molti giorni senza cibo, ma non avendo tale spirito, bisogna regolarsi con santa prudenza, giacché le fatiche sono grandi ».

Non intraprendeva mai una missione senza essersi assicurato della volontà di Dio. Ben lungi dall'ingerirsi in questo difficile ministero con uno zelo irregolare e capriccioso, non avrebbe fatto un passo senza essere chiamato dai Superiori e munito di un legittimo incarico. Voleva che la stessa regola fosse fedelmente osservata nella sua Congregazione. Se si reclamava il suo ministero o quello dei suoi religiosi, se ne rallegrava nel Signore; se non si ricercava, si rassegnava alle disposizioni divine con santa indifferenza.

(10) PAM. p. 123-126.

(11) VS. 119.

 

METODO DELLE SUE MISSIONI

In quanto al metodo il Ven. Padre incominciava col dare avviso ai parroci del giorno di arrivo dei missionari. In queste lettere si vedeva la delicatezza e il rispetto che il Santo aveva verso i sacri pastori, ma nello stesso tempo il fuoco del suo zelo ardente. Avvicinandosi il tempo stabilito, partiva con i suoi compagni a piedi nudi e, arrivato a una certa distanza dal luogo della missione, si faceva annunziare per disporre l'entrata solenne. Messo piede nel paese, al primo incontro col popolo, dava il suo saluto di pace e di perdono. Si ordinava poi la processione, aperta dal missionario che portava il crocifisso e, dietro a lui, il clero e il popolo, cantando inni sacri. Arrivati in chiesa, uno dei missionari faceva un fervente discorso per richiamare il fine della missione e il dovere di approfittarne. Il missionario portava pace e guerra: pace delle anime con Dio; guerra al peccato e all'inferno. Preso Gesù per mediatore e capitano, li assicurava che sotto il co­mando e la mediazione di tal Capo, il trionfo sui nemici della salute e la riconciliazione con Dio erano certi. Così la missione era iniziata (12).

Durante la santa missione si tenevano due corsi di catechismi, uno di buon mattino per non impedire alla povera gente i lavori di campagna; l'altro nel pomeriggio. Nel primo si spiegava per un'ora circa, con chiarezza, semplicità ed unzione, i Comandamenti di Dio; nel secondo, che durava circa mezz'ora, si parlava delle disposizioni che bisogna avere per ricevere bene i santi sacramenti.

Dopo il secondo catechismo saliva subito sul palco l'altro missionario e faceva la grande predica, prendendo per soggetto le massime eterne.

Nei primi tempi specialmente, organizzava alle volte processioni ed altre pie cerimonie, faceva svegliarini e oratori di penitenza. Il Santo dava grande importanza agli oratorii destinati a preparare gli uomini a fare buone e sante confessioni. In che cosa consistevano? Nel radunare i soli uomini in chiesa poco dopo l'Ave Maria e con sante riflessioni e forti motivi eccitarli al pentimento dei loro peccati. Da essi erano escluse le donne che Paolo voleva che rimanessero in casa a pregare, durante quel tempo, per la conversione dei loro mariti. Questo pio esercizio lo ripeteva cinque o sei volte durante la missione (13).

(12) Lt. III, 542; II, 59, 362

(13) S. 1. 115 § 20; S. 2. 108 § 17.

 

Voleva inoltre che ogni sera, un'ora dopo il tramonto del sole, le campane di tutte le parrocchie suonassero a morto. Quei lugubri rintocchi dovevano ricordare ai peccatori che, privi della grazia, erano morti davanti a Dio. A quel segno si doveva pregare per i peccatori recitando 5 Pater e 5 Ave alle piaghe di Gesù (14).

Il santo missionario aveva inoltre l'abitudine di scegliere quattro per­sone delle più ragguardevoli che lavorassero alla riconciliazione dei nemici ed a ristabilire la pace nelle famiglie (15).

La sua predica era preparata con lo studio e secondo i principii della sacra eloquenza, ma il frutto l'aspettava, l'apostolo del Crocifisso, principal­mente dalla preghiera. Perciò prima di salire sul palco si prostrava davanti al crocifisso pregandolo di trasfondere nella sua anima quella virtù che trionfa anche dei più ostinati (16).

Spesso la sua preparazione prossima la faceva inginocchiato sopra una tavoletta armata di punte di ferro. Predicando la Santa missione a Bassano di Sutri, fu richiesto d'urgenza mentre il Servo di Dio era ritirato in camera a prepararsi la predica. Il benefattore che lo alloggiava, Nicola Cappelli, si permise di andare ad avvertirlo. Paolo sorpreso da quella visita inattesa cercò di nascondere destramente lo strumento di penitenza e poi per distogliere meglio l'attenzione esclamò: « Ecco dove io studio la predica, ai piedi del Crocifisso » (17).

Terminata la preghiera, andava a prostrarsi davanti al SS. Sacramento e recitava il simbolo di S. Atanasio per ravvivare la fede. Poi alzandosi diceva: « Ecco il momento, Signore, di glorificare le vostre misericordie »! E saliva sul palco (18).

Dati alcuni avvisi pratici, secondo l'ispirazione o la necessità degli uditori, incominciava la predica. Stava a quello che aveva preparato, alle volte, però, sotto l'impulso di un lume superiore, si lasciava condurre dallo spirito di Dio, e senza perdere di vista il soggetto principale, faceva delle digressioni, i cui mirabili effetti mostravano chiaramente che venivano da Dio (19).

(14) S. 1. 445 § 381.

(15) S. 1. 473 § 499.

(16) PAM. p. 99-121.

(17) S. 1. 611 § 113.

(18) VS. p. 117.

(19) PAM. p. 72-74; S. 1. § 453 410; S. 2. 107 § 9.

 

Appena salito sul palco pareva che si operasse in lui una trasformazione; si sarebbe detto che non avesse più nulla di terreno, che fosse diventato un essere sovrumano. Si diceva: « Basta che il P. Paolo com­paia sul palco, perché la missione sia già fatta» (20).

La sua eloquenza ora forte e ora dolce, chiara e facile, ma vibrante di zelo apostolico, aveva tale potenza, che non le si poteva resistere. E si diceva: « E' impossibile ascoltare il P. Paolo e non amare il Signore ». Le sue parole spiranti amore e zelo, facevano conoscere chiaramente che il nostro Apostolo non cercava altro che la gloria di Dio e la salvezza delle anime.

Acceso da questo duplice desiderio di vedere amato Iddio e salve le anime, ora sembrava lanciare scintille dagli occhi, ora impallidiva di or­rore dinanzi al peccato, ora gemeva per le anime in pericolo di perdersi ed ora scoppiava in pianto per quelle perdute.

Quando trattava soggetti terribili, bastava guardarlo per essere atter­riti: il suo sguardo, il suo gesto, la sua voce, tutto esprimeva il terrore da cui era preso. « Si vedeva tremare in tutte le membra », disse un testi­monio oculare. « Spaventava perché era spaventato ».

Un bandito gli disse un giorno: « Io tremo da capo a piedi, P. Paolo, quando vi vedo sul palco ». Un ufficiale che fu suo penitente gli diceva: « Padre, io sono stato in guerra viva, sono stato sotto il cannone, non ho mai tremato, e voi mi fate tremare da capo a piedi» (21).

Predicava sull'inferno? Gli si drizzavano i capelli sulla testa e pareva che partissero lampi dai suoi occhi quando esclamava: « Mai vedrete Id­dio...; sempre senza Dio... ». « Oh, dura necessità di odiare in eterno chi ab eterno ci amò... ». E ripeteva: « Sempre... mai... » con grida di spavento come se il suo cuore si spezzasse... Tremava, fremeva, piangeva e tutto il suo uditorio piangeva, fremeva, tremava con lui (22).

Però, qualunque soggetto trattasse, verso la fine della predica pren­deva sempre un altro tono di voce; la sua anima e le sue parole non erano più allora che dolcezza e tenerezza. Dilatava talmente i cuori con la confidenza e l'amore che anche i più duri erano inteneriti.

Predicava sul paradiso? Insieme con lui si abbandonava la terra; sembrava che si vedessero già gli splendori eterni, che si gustassero le inenarrabili delizie del paradiso. «Il P. Paolo, dicevano dottori sapienti, parla di teologia molto meglio di noi...; gusta le delizie del cielo; ecco perché ne parla così bene ».

(20) S. 2. 648 § 55; S. 1. 411 § 19 r >

(21) VS. p. 117; PAM. p. 66.

(22) VS. p. 277.

 

Predicava sull'Eucaristia? Ah! L'Eucaristia era un canto di amore, un inno da serafini. Spesso era rapito in estasi; spesso circondato da una luce radiosa (23).

Predicava sulla Passione di Gesù Cristo? Oh, allora la sua anima usciva in sospiri, in lagrime. Si diceva: « Questo Padre qualche giorno nel predicare la Passione di Gesù Cristo resterà morto sul palco » (24). Ripeteva spesso con indicibile emozione: « Un Dio incatenato per me...! Un Dio flagellato per me...! Un Dio morto per me...! ». Dall'espressione che dava alle sue parole, si vedeva che egli era penetrato nel santuario della divinità; in questo oceano di bontà e di perfezioni infinite, l'amore lo portava fuori di sé; nessuno sapeva parlare della Passione di Gesù Cristo come il P. Paolo (25).

Questa eloquenza attinta al Calvario, produceva frutti incancellabili di salute. Spesso i suoi discorsi erano interrotti dai singhiozzi, dai gemiti dei peccatori che si battevano il petto e facevano confessioni pubbliche... ed egli andava a strapparli fin dalle braccia di Satana (26).

Si accorreva da ogni parte per ascoltarlo e tutti volevano ad ogni costo confessarsi da lui. Erano persone del popolo e persone ragguarde­voli, verso le quali il Santo prodigava senza distinzione la più tenera ca­rità. Ma come il medico usa una cura particolare per coloro che sono più ammalati, così il nostro Apostolo raddoppiava il suo zelo quando si trat­tava di ricondurre a Dio persone che ne erano più lontane.

Tra i peccatori S. Paolo della Croce amò, si direbbe di un amore di predilezione, i banditi, arrivando perfino a dire che essi erano i suoi migliori amici. Questi, da parte loro, accortisi della sincerità di quell'af­fetto, lo riamarono sinceramente e si misero con illimitata fiducia nelle sue mani.

Per guadagnarli il Servo di Dio usava le sue migliori risorse della dolcezza e dell'insinuazione: compativa le loro pene, li accarezzava, li abbracciava; si faceva loro padre per liberarli dalle catene del peccato.

(23) PAM. p. 118-121. C24) VS. p. 268.

(25) Vs. 346.

(26) PAM. p. 181.

 

Aveva tale attrattiva, che difficilmente si poteva resistere al suo zelo. Davanti a un peccatore ostinato si diceva per proverbio: « Per te ci vorrebbe il P. Paolo ». Quanti volumi si riempirebbero se si volessero raccontare le mirabili conversioni che Dio operò in questa classe di persone per il ministero del suo apostolo. Ne abbiamo già riportata qualcuna e ne ve­dremo altre nel capitolo seguente. Il buon Padre dilatava il loro cuore, li eccitava a un perfetto pentimento, e li assicurava del perdono. Con pa­role che manifestavano la sua sollecitudine per essi ispirava confidenza: « Abbiate ora molto coraggio; siate senza timore, senza inquietudine; io prendo sopra di me i peccati che avete commesso fin qui; pensate all'av­venire: io m'incarico del passato ».

A questo proposito il demonio tentò un giorno di turbarlo. Mentre Paolo era davanti al SS. Sacramento, gli suggerì questa riflessione: Mise­rabile! Tu ti carichi dei peccati degli altri: io te li ricorderò al giudizio!»

Ma il buon Padre, ricordando che Gesù Cristo è la vittima di pro­piziazione dei nostri peccati, cercò subito di scaricarsene sul Salvatore, dicendogli dal fondo del cuore con semplicità tutta filiale: « Signore, ec­comi qui, io mi sono caricato dei peccati altrui per amor vostro: dunque a voi li dò e pensateci voi perché io me ne scarico; e facevo anche l'atto con le spalle, come uno che si scarica di qualche peso... » (27).

Se Gesù Crocifisso era il principio del suo apostolato, ne era anche il mezzo potente. Tutti i giorni dopo la grande predica, consacrava una meditazione sulla Passione del Signore. Spesso nel corso della sua predicazione metteva Gesù Crocifisso sotto gli occhi dei suoi uditori e mostrandone le piaghe, rialzava, con l'infinita misericordia, coloro che erano rimasti colpiti per la eterna giustizia. Verso la fine della missione, faceva un discorso più solenne sulla Passione di Gesù; lo riservava come lo sforzo supremo per trionfare sulle anime che avevano fino allora resistito alla voce di Dio.

Il Santo Aposiolo era rapito dai prodigi di grazia che otteneva con un metodo così potente.

« Si tocca sempre più con mano, diceva in una sua lettera, che il mezzo più efficace per convertire le anime più ostinate è la SS. Passione di Gesù Cristo, predicata secondo il metodo che l'Ineffabile Increata Pietà divina ha fatto approvare dal suo Vicario in terra» (28).

Quantunque il Servo di Dio moltiplicasse gli esercizi, prescriveva tuttavia, la discrezione così necessaria per condurre a buon fine un'impresa qualsiasi e soprattutto quelle che richiedevano fatica. Quando le sue forze cominciarono a mancare, dovette moderare il suo ardore. Impiegava dunque la mattina ad ascoltare le confessioni fino a mezzo giorno; le riprendeva alla sera, quando poteva, dopo la predica e qualche momento di riposo o, per dir meglio, dopo essersi raccolto per raccomandare a Dio il successo della predicazione.

(27) S. 1. 264 § 64.

(28) Lt. II, 234.

 

Per lui il mezzo più efficace ad assicurare il frutto della missione era la Passione di Gesù Cristo. Esortava, perciò, tutti a meditare le crudeli sofferenze del Redentore o almeno a richiamarle spesso al pen­siero:

« Come è possibile, diceva, che si offenda un Dio flaggellato, un Dio coronato di spine per noi, un Dio inchiodato in croce per noi? E come è possibile che penetrati oggi e domani da queste massime e verità di fede si abbia ad offendere? Non è possibile.

Io con questi sentimenti ho convcrtito i più ostinati peccatori, banditi ed ogni sorta di persone, che poi con il tempo, sentendoli in confessione, tanta era stata la mutazione di vita, che non trovavo materia d'assolverli. Erano stati puntuali nel meditare davvero le pene amarissime di Cristo» (29).

Per quelli che non avevano ancora sperimentato quanto sia dolce avvicinarsi alle piaghe del Salvatore, queste fontane di dolcezza e di vita, si adattava alla loro debolezza e dava per consiglio:

«Non lasci passar giorno senza meditare qualche mistero della SS. Passione per mezz'ora o almeno un quarto... Con questo mezzo conserverà l'anima sua monda da ogni peccato e ricca di virtù... » (30).

La missione durava un tempo conveniente. Paolo ne fissava la durata con quella prudenza che sa discernere i bisogni del popolo e il profitto che gliene deriva dagli esercizi.

Terminata partiva, ma portava con sé un ardore, sempre uguale, per il bene delle anime che aveva aiutato nel cammino della perfezione (31).

(29) S. 2 141 § 26; VS. p. 349.

(30) Lt. IV, 140.

(31) PAM. p. 121.

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