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CAPITOLO XXX

1. Esercizi Spirituali del Santo ai sacerdoti e ai religiosi. 2. Con la Passione di Gesù innalza le anime all'unione divina. 3. Il tuo posto tra i grandi mistici.

 

PREDICATORE DI RITIRI SPIRITUALI

Il quadro che abbiamo tracciato dell'apostolato del nostro Santo, ci parrebbe incompleto se non dicessimo una parola dei suoi ritiri spirituali ai sacerdoti, alle vergini dei chiostri e della direzione forte e dolce che dava alle anime.

Non sapremmo contare il numero delle volte che predicò questi santi esercizi. All'ombra dei santuari, soprattutto, si apriva con tutta libertà. Non era più la lotta con le grandi miserie del mondo, lotta spesso dolorosa perché vi s'incontrano anime refrattarie alla divina bontà. Là egli si trovava nella regione della sua anima; respirava l'atmosfera del suo cuore, atmosfera di purezza, di luce, di amore. Sacerdote, parlava a sa­cerdoti; apostolo, ad apostoli; santo all'assemblea dei santi. Non aveva che a raccontare la sua anima, che a cantare il suo Dio, il suo Gesù Crocefisso.

Con quale rispetto si presentava davanti ad essi, lui che fin dalla gioventù, assistendo a una ordinazione fatta da Mons. Cavalieri di Troia, aveva giurato di star sempre in piedi alla presenza dei sacerdoti; lui che nei sacerdoti vedeva l'incarnazione permanente di Gesù Cristo, la partecipazione al suo eterno sacerdozio, alla sanguinosa immolazione del Calvario, alla redenzione delle anime!

Con quale ardore li esortava a rispondere alla sublimità della loro vocazione, essi che portavano, nel loro destino, il destino dei popoli; nella loro santità, la santità del loro gregge; nella loro eternità, l'eternità delle anime affidate alla loro sollecitudine paterna.

Un giorno a Latera, diocesi di Montefiascone, parlò al clero dell'obbligo del buon esempio e dello zelo ecclesiastico con tanto fervore, che sembrò risplendere di luce e si vide innalzarsi da terra e circolare nell'aria, come se avesse avuto le ali (1).

(1) S. 1. 826 § 26.

 

A quel soffio ardente i sacerdoti si sentirono infiammati da nuovo ardore per Iddio e per le anime; rianimati da nuovo coraggio per il sacri­ficio e la sacra dedizione. Se ne trovava qualcuno che avesse ricevuto dal contatto col mondo qualche malefica influenza, animato dalla carità di Cristo, se lo stringeva al cuore e si affrettava a far risplendere sulla sua fronte in tutto il suo splendore, la bella corona sacerdotale (2).

Alle sacre vergini, spose di Gesù Cristo, appariva come un angelo in presenza degli angeli. Non si saprebbe esprimere con quale sollecitudine egli coltivasse questo giardino dello sposo che imbalsamava col buon odore delle sue virtù. Avrebbe voluto assicurare a tutti i monasteri un'esatta osservanza, una pace costante, una tranquillità perfetta, lasciando ogni religiosa infiammata d'amore per lo Sposo celeste. Quelle pie figliuole ammiravano in lui grande zelo, intima unione con Dio, distacco totale da tutte le crea­ture e un talento superiore per la direzione delle anime. Ne portò un buon numero ad un grado sublime di perfezione. Era tale il concetto che esse avevano della sua santità, che gli chiedevano perfino dei miracoli.

Abbiamo già visto come dietro le insistenti preghiere delle religiose di Farnese, il Santo le avesse liberate dai rettili che erano entrati nel loro monastero. In quello stesso convento una novizia, Maria Cecilia del Cuor di Gesù, affetta da etisia, si avanzava verso la tomba. Aveva già passato sei o sette mesi di sofferenza e si desolava nel dubbio se fosse ammessa alla professione. I superiori pregarono P. Paolo a persuaderla di ritornare in famiglia. Il Santo le disse in confessionale: « Figlia, devo darvi una cattiva nuova: bisogna che ve ne andiate a casa vostra perché con questo male le religiose non vi possono ammettere alla processione ». La novizia ruppe in pianto ed esclamò: « 0 questo poi, no ». Paolo mosso a compassione « Orbene, disse, abbiate fede, che voglio benedirvi ». La benedì col suo Crocifisso, e dopo averle ordinato di segnarsi con l'olio della lampada di Gesù Sacramentato, l'assicurò che sarebbe guarita ed avrebbe fatto la professione.

Cessata all'istante la febbre, la novizia non ebbe più emottisi e si ristabilì così bene, che dopo venti anni depose questo fatto nei processi (3).

(2) PAM. p. 243-255.

(3) VS. p. 517; S. 1. 891 § 75.

 

Il convento del Carmelo a Vetralla, in un periodo di tempo fu come invaso dall'etisia. Malgrado tutte le precauzioni, ogni tanto qualche religiosa soccombeva così che in pochi anni ne morirono cinque o sei. Le monache erano al colmo dell'afflizione: temevano che il contagio avesse colpito anche le più giovani e caduto in discredito il monastero, avrebbero dovuto perdere la speranza di avere novizie. Nel 1753, venendo Paolo a predicare gli Esercizi Spirituali, lo pregarono di chiedere a Dio la liberazione da quel flagello. Il Santo, commosso dalle loro pene, fece violenza al cielo e ricorse a Maria, la tesoriera di ogni grazia.

Il 2 luglio, festa della Visitazione, benedisse un po' d'acqua con la reliquia della Madonna, ne bevette egli e ne fece bere a tutte le religiose: «.Adesso stiano pur riposate che questo male non vi sarà più in avvenire; altri mali, sì, ma questo, no ».

Benché il monastero, in seguito, sia stato sempre fiorente di vocazioni, fino a dover rifiutare delle postulanti, quanto all'etisia non si è mai più veduta. Il più meraviglioso è che al momento della predizione vi erano due religiose colpite da questo male fin dal marzo precedente: Sr. Teresa Mar­gherita della SS. Trinità e Sr. Maria del Cuor di Gesù. Quest'ultima godette per molto tempo salute eccellente; all'altra invece Paolo disse: «Morirete presto, ma la vostra morte sarà un dolce sonno ». Infatti il 31 dicembre dello stesso anno 1753, dopo aver ascoltato la Messa e ricevuto la santa Comunione, la buona Suora, tornando in cella, fu colpita, a giudizio dei medici, da tutt'altra malattia. La sera ricevette il viatico e l'estrema unzione; poi entrò in una pace così soave che non cessava di esclamare: « Canterò in eterno le lodi del Signore! Venite, Signore, e non tardate ». Pareva che godesse in anticipo la felicità del cielo.

Rivolgendosi alle consorelle diceva loro: « Ecco verificate le parole del P. Paolo, che la mia morte sarebbe stata un dolce sonno. Presto, presto, non posso più aspettare ». Ed entrò nella Patria, per continuare insieme al coro delle vergini che seguono l'Agnello immacolato, quell'inno di amore che già aveva incominciato a cantare sulla terra (4).

In quel momento il Santo che predicava gli Esercizi nel monastero di Sutri, disse a una Suora: « E' morta una monaca in Vetralla e già sta in paradiso ». Si scrisse subito e la risposta convinse sempre più le religiose che P. Paolo era un santo.

Non solo era ricercato da ogni parte per i ritiri spirituali, ma bastava che si conoscesse il suo passaggio in qualche paese perché fosse richiesto dei suoi santi ricordi. E Paolo ne approfittava per insinuare la devozione a Gesù Crocifisso.

(4) VS. p. 516.

 

CON LA PASSIONE DI GESU' PAOLO INNALZA LE ANIME ALL'UNIONE CON DIO

In una di queste circostanze, nel monastero delle carmelitane a Vetralla parlò dell'amore di Dio, prendendo per testo: « Se qualcuno ha sete, venga a me ». Il soggetto fu svolto con tanto fuoco, con espressioni così vive, che il Santo pareva fuori di sé. Per dilatare il cuore delle serafiche vergini del Carmelo disse che la comunione frequente era il mezzo più efficace per unirsi a Dio e le incoraggiò fortemente ad accostarsi senza timore al banchetto degli angeli. Questo discorso lasciò tutta la comunità così ben rianimata ed accesa di santo amore, che non lo dimenticarono più.

Ci piace ora inserire qui un fatto che non sarà senza una certa attrattiva. Si tratta di una vocazione religiosa predetta molti anni prima.

Si trovava S. Paolo della Croce a Civita Castellana ospite del Dott. Ercolani, nostro benefattore. Questi aveva una figliuola di 7-8 anni, Elisabetta, che Paolo soleva chiamare « la sua monachella ». Non avendo nessuna inclinazione per lo stato religioso, quella denominazione le dispiaceva e per protestare rispondeva: « Monaca non voglio essere ». Alla domanda perché non volesse esser monaca, rispondeva: « Perché voglio stare con la mamma ». « Sì, adesso ». « Ed io ci voglio star sempre », ripetendo queste pa­role con un'ostinazione che si sarebbe detta invincibile.

Partito il P. Paolo, Elisabetta che aveva certamente inteso dire che il Santo leggeva nell'avvenire, finì per temere che parlasse così per un'intuizione profetica e diceva piangendo: « Vedrete, P. Paolo parla così perché mi ho da far monaca ». La mamma accondiscendendo alla figliuola, per con­solarla rispondeva: « No» mi contento io, così tu non ti farai ». « Dite sempre così, che non vi contentate, perché così non mi potrò mai far monaca » .

Queste assicurazioni calmavano gli allarmi della fanciulla e la rendevano felice.

Una volta però il Servo di Dio sembrò toglierle ogni speranza di restare nella casa poiché chiamandola al solito, la monachella, la mamma gli disse: « Come volete si possa far monaca se sta sempre male? » « State tranquilla, replicò il Santo, la Madonna ci penserà ». All'udire queste parole Elisabetta esclamò molto inquieta: « No, non mi ci voglio fare, no ». E il Servo di Dio scherzando santamente con l'innocenza soggiunse: « Non aver paura che priora non ti ci faranno ».

La fanciulla crebbe conservando la sua estrema ripugnanza per la vita religiosa. All'età di diciannove anni il male di cui soffriva prese uno sviluppo preoccupante. Non sperando più nei rimedi umani, la mamma la condusse per venerare un'immagine della Vergine posta sotto l'arco di Costaguti, onorata sotto il titolo di nostra Signora del Carmelo. Là, mentre pregava, Elisabetta ricevette con la guarigione il dono sublime della voca­zione religiosa. Così si verificarono le parole del Santo: « La Madonna ci penserà ».

Per obbedire alla voce del cielo andò a presentarsi alle Carmelitane di Vetralla, ma queste facevano grande difficoltà ad accettarla per la sua costituzione troppo delicata. In quel momento Paolo trovandosi in monastero per la professione di una religiosa, fece chiamare Elisabetta: « Figlia mia, le disse, come state? Non temete; vivrete e morrete religiosa ». Poi battendo la mano sulla grata: « Sarete religiosa qui ». Infatti proprio un anno dopo la predizione, rivestì il sacro abito. Paolo l'aveva inoltre assicurata che avrebbe avuto sempre abbastanza salute per osservare tutta la regola, ed anche questo si è pienamente verificato.

« Suor Maria Vittoria dello Spirito Santo, (è il suo nome di religione), ha sempre potuto seguire gli esercizi in comune, malgrado il suo stato di debolezza, aggiunse S. Vincenzo Strambi che scrisse mentre ella viveva ancora: abito, nutrimento, assistenza al coro e altre osservanze, ha sopportato da sedici anni e ancora sopporta, quantunque un tal regime sembri al di sopra delle sue forze. E ancora: quando, causa un'indisposizione più grave, fece uso delle dispense che la carità accorda sempre in simili casi, mai non ricuperò la salute, che lasciando da parte tutti i rimedi per conformarsi alia vita comune » (5).

 

GUIDA DI ANIME

Non erano soltanto le spose di Gesù Cristo viventi all'ombra dei chiostri che si mettevano sotto la direzione del nostro Santo, ma anche anime che gemevano nel mondo come colombe fuori dell'arca; vergini, vedove, spose, uomini, sacerdoti.

Questo eccellente maestro della vita spirituale formò con l'orazione una scelta di anime pure consacrate al santo Amore. Pur conservandole fedeli ai doveri del loro stato, voleva che la loro conversazione fosse in cielo con gli angeli e con Dio.

(5) VS. p. 527-528.

 

La sua corrispondenza soprattutto, mostra la grande abilità che aveva acquistato nella scienza dei santi, scienza che attingeva continuamente ai piedi di Gesù Crocifisso. Direttore illuminato, possedeva a fondo i grandi mistici; era soprattutto uomo di orazione, iniziato dallo Spirito Santo a tutte le vie della grazia. Con dolcezza e con forza sapeva dissipare i timori, guarire gli scrupoli, rialzare il coraggio, prevenire le illusioni, scoprire gl'inganni dello spirito maligno, trar profitto dalle colpe per l'interesse dell'anima, ispirandole umiltà, disprezzo di sé, diffidenza della propria debolezza, fiducia in Dio (6).

Sopra questo soggetto, del quale si potrebbero dire tante cose, faremo solo qualche rilievo parlando in modo generale delle sue qualità di direttore, dei suoi principii, e con qualche tratto delle sue lettere, vedremo come parlasse il vero linguaggio della spiritualità solida, pratica, lontana da artifici, asilo sicuro da ogni illusione, semplice e insieme sublime.

La prima qualità di un direttore di anime è il discernimento degli spiriti. Il discernimento degli spiriti, propriamente parlando, non è il dono della profezia, né quella penetrazione delle coscienze che scopre i segreti dei cuori, dono sublime che il Santo possedeva in grado sublime. Il discernimento degli spiriti, secondo il senso ordinario, è una luce speciale che fa distinguere da quale principio procedano i moti interni e giudicare sicu­ramente della direzione che si deve dare alla coscienza.

(6) Chi vuoi conoscere S. Paolo della Croce come Direttore spirituale delle anime, legga quello che ha scritto il P. Gaetano del Nome di Maria C. P. nell'opera «Doctrine de St. Paul de la Croix sur l'oraison et la mystique » chap. I p. 1-12; « St. Paul de la Croix Ap. et Missionnaire » p. 187-221. Come direttore spirituale, S. Paolo della Croce è stato definito « un degno emulo di S. Francesco di Sales » (St. Paul Ap. et Missionnaire...» p. 187). In « Vida Sobrenatural » 1927. XIII, 286, leggiamo che Paolo della Croce come Direttore e Maestro di spirito figura molto bene vicino a S. Giovanni della Croce, a S. Pietro di Alcantara e a Teresa di Gesù: nei suoi scritti si trovano i concetti più elevati della Teologia Mistica. Il P. Guibert S.J. in « Revue d'Ascetique e de Mystique » 1925 p. 26, lo colloca vicino a S. Alfonso de Liguori « au premier rang des maìtres de la vie spirituelle », mettendolo nelle questioni di mistica vicino a S. Giovanni della Croce. (Cfr. Theoloaia Sp. ed. 4 p. 154).

S. Paolo della Croce non ha scritto trattati di mistica; la sua dottrina noi l'ab­biamo « in lettere rapide e familiari dirette a corrispondenti assai diversi ». In esse il santo Direttore procede per allusioni e richiamo di principii, come un medico che scrive una ricetta. «Ma dimostra un'esperienza cosi propria e così vasta, che si rivela il più grande mistico e il più grande spirituale italiano del sec. XVIII. Il Santo e così illuminato, ha tanta benevolenza e tanta cordialità che, senza diminuire nulla delle esigenze della perfezione, verso la quale dirige con mano Sicura tutti quelli che si rivolgono a lui, è la più incoraggiante delle guide, il più dilatante dei maestri ». (P. M. Viller in Revue d'Asc... Myst... » 1951, p. 134).

Ora è in Dio che un direttore vede le anime, le sente, le indovina. E' dunque necessaria una luce superiore per discernere in esse o la fibbra umana o la suggestione satanica o l'impulso dello Spirito Santo. E' questo un punto capitale. Senza un profondo discernimento di spirito, si corre perico­lo di guidare le anime per vie errate e funeste.

Il nostro Santo possedeva lo spirito di Dio che penetra fino al fondo dei cuori e discerne i diversi movimenti. Spirito sempre ricco di eloquenza, d'insinuazione, di dolcezza e di grazia che, essendo uno e multiplo nei suoi ammirabili effetti, si fa tutto a tutti, ora innalzandosi con i perfetti all'apice della santità, ora abbassandosi come una tenera madre con i deboli. Sì, egli possedeva questo spirito che parla da maestro di ogni verità, che non ha per le anime che sussulti divini e parole di amore.

Come infatti non credere che egli fosse animato da questo spirito? I suoi insegnamenti che erano sempre così opportuni e così saggi, la facilità con la quale entrava nelle diverse situazioni delle anime per applicare a ciascuna il soccorso conveniente; la facilità, la chiarezza con cui esponeva i più segreti misteri che Dio opera nel santuario dell'anima, tutto ciò non poteva essere il prodotto dello spirito umano che è così incapace, con i suoi occhi oscuri, di vedere la luce delle sublimi verità e che è così debole, così incostante nei suoi pensieri.

Il suo principio di vita spirituale, di purificazione, di progresso e di perfezione, era la Passione di Gesù Cristo. Via la più breve, secondo lui, la più semplice, la più sicura per arrivare allo spogliamento di sé e al rivestimento di Dio. La Passione di Gesù Cristo era la porta che da nei pa­scoli deliziosi dell'anima.

« Ego sum ostium » diceva con grande affetto; « Ego sum ostium ». Un'anima che entra per questa porta va sicura. Nella Passione non c'è inganno, no, non c'è inganno (7).

Nella contemplazione delle sofferenze del Salvatore vedeva dunque il mezzo più efficace per correggersi dei propri difetti e di spogliarsi dei propri peccati. «Pensando ad un Dio che ha patito per me, a un Dio flagellato, coronato di spine, sputacchiato per me, in croce per me, come è possibile che penetrato oggi e domani da queste verità di fede, si abbia ad offendere?... » (8).

(7) VS. p. 348.

(8) S. 2. 14, § 27; Lt. II, 511.

 

Da direttore prudente, il Santo dava i consigli più opportuni per l'acquisto della virtù. Scrivendo ad un maestro di novizi, dice:

«.....Sebbene NN. cominci ad aver dono di orazione, conviene stare

in guardia che non si addormenti nell'esercizio delle virtù e dell'imitazione di Gesù Cristo, portando sempre all'orazione qualche mistero della Passione, senza però mai forzarsi per meditare; ma a modo di dolci colloqui e solilo­qui e quando poi Iddio tira al silenzio di fede e di amore in sinu Dei, che è l'orazione che dice V. R., non bisogna allora disturbare l'anima con riflessioni esplicite da tal riposo e quiete ecc; ma soprattutto fondi bene tutti nella profonda umiltà, odio di se stessi ecc. perché questo non è mai abbastanza.....» (9).

« Ringrazio la divina misericordia, scriveva a Sr. Chiara di S. Filippo, che il di lei spirito non si allontani mai dalla memoria delle pene dello Sposo celeste. Vorrei però che si lasciasse tutta penetrare dall'amore con cui egli le ha patite; la via corta però è di perdersi tutta nel mare di queste pene, giacché, come dice il profeta, la Passione di Gesù è un mare di amore e di dolore.

Ah, figliuola, questo è un gran segreto scoperto solo agli umili di cuore. In questo gran mare l'anima pesca le perle delle virtù, e si fa sue le pene dell'Amato Bene. Ho viva fiducia che lo Sposo le insegnerà questa divina pesca, e le sarà insegnata stando nella solitudine interna, sgombra da tutte le immagini, sola da ogni affetto terreno, astratta da ogni cosa creata, in pura fede e santo amore... » (10).

Scrive ad un Religioso:

« Non dubito che lei non se ne stia in sinu Dei intus, nel nihilo passi­vo modo, via curia per perdersi ed abissarsi nell'Infinito tutto, passando però per la porta deifica che è Cristo Crocifisso, facendosi proprie le di lui pene amarissime. L'amore insegna tutto, giacché la SS. Passione è opera d'infinito amore ecc...» (11).

Man mano che l'anima camminava per le vie dell'orazione e della virtù, dava con discrezione, gli avvisi più propri per farla progredire. Scrive a Sr. Cherubina Bresciani:

« Le sue lettere mi rallegrano molto in Dio, e mi danno motivo di benedire quella sovrana Bontà che usa tanta misericordia a quella figliuola che la sua altissima Provvidenza mi ha confidato; e desidero una sopragrande fedeltà al Sommo Bene, in corrispondere ai benefici tanto eccelsi, i quali preparano l'anima a grazie più grandi, a lumi più alti e sublimi, per i quali l'anima s'innamorerà più di Dio, acquisterà più virtù, l'eserciterà in modo più eroico perché quando l'anima è più illuminata in santa fede nella santa orazione, resta più intimamente unita con Dio; e per mezzo di quésta unione col Sommo Bene, vengono all'anima tutti i beni, ed opera alla grande, con vera umiltà ed annichilamento di se stessa, e quest'annichilamento dispone la medesima anima ad essere tutta assorbita in Dio nella santa contemplazione.....

(9) Lt. III, 150.

(10) Lt. III, 459.

(11) Lt. III, 156; VS. p. 350.

 

Le raccomando di non perdere di vista la SS. Passione e Morte di Gesù, nostra Vita. Avverta, figlia mia, che adesso non deve meditare come al principio, ma secondo le sante regole che le ho date...

L'amore è virtù unitiva e fa sue le pene dell'Amato Bene» (12).

Dopo aver indicato la via che consiste nel far proprie le sofferenze dell'Amato Bene, il saggio direttore sorvegliava l'azione divina nelle anime raccomandando di lasciarsi guidare da Dio. Ecco come scriveva ad Agnese Grazi:

« ...Bisogna annichilarsi sempre più e sprezzarsi sempre più e buttarsi sotto i piedi di tutti, lasciando l'anima in santa libertà di fare gran voli al Sommo Bene come Dio la porta, e far come la farfalletta che gira intorno al lume e poi si brucia in esso. Così l'anima giri pure intorno, anzi dentro a quel lume divino e tutta s'incenerisca in esso e massime in questa grande e dolcissima ottava dell'Amor Sacramentato... » (13).

Dirigendole sempre verso l'umiltà e gli atti di virtù, questo grande maestro vedeva le anime, affidate alle sue cure, innalzarsi di grado in grado ai più alti stati dell'orazione, raccoglimento, silenzio spirituale, riposo, unione, trasformazione divina.

Ci si permetta qualche altra citazione, nella quale ci guarderemo dal portare lo scalpello di una rigida analisi per non guastare l'attrattiva e l'unzione celeste che il nostro Santo ha saputo dare alle sue parole.

« Dopo che vi sarete ben annichilata, sprezzata ed abissata nel niente, scrive a Suor Bresciani, domandate licenza a Gesù di entrare nel suo Cuore divino e subito l'otterrete. Poi volate in spirito in quel bel Cuore ed ivi met­tetevi come una vittima sopra quell'Altare divino, nel quale arde sempre il fuoco del S. Amore, e lasciatevi penetrare fino al midollo delle ossa da quelle sacre fiamme, anzi lasciatevi tutta incenerire e se il vento soavissimo dello Spirito Santo innalza questa cenere alla contemplazione dei divini Misteri, date libertà all'anima d'ingolfarsi tutta in questa sacra contemplazione... 3» (14).

(12) Lt, I, 487-489-

(13) Lt. I, 251-252.

(14) Lt. I, 473.

 

Per farsi meglio comprendere illustrava i suoi insegnamenti con graziosi paragoni:

«Il bambino dopo aver fatto molte carezze e scherzi amorosi intorno al collo della madre, si riposa nel seno della medesima e si addormenta, senza lasciare di muovere le piccole labbra succhiando il latte.

Così l'anima, stanca già dagli affetti, sol deve prender riposo nel seno del Celeste Padre e non risvegliarsi da quella dolce attenzione amorosa e di fede, senza licenza del Sommo Bene...» (15).

A Suor Chiara di S. Filippo scrive:

« ...Se lo Sposo Divino vi facesse prender sonno, dormite pure in pace, e non vi svegliate senza sua licenza.

Questo sonno divino è un'eredità che da il divin Padre ai suoi diletti. In questo sonno di fede e di amore s'impara la scienza dei santi e si digeriscono tutti i bocconi amari delle avversità ecc . Oh silenzio! Oh sonno santo! O solitudine preziosa! Lei si umilii sempre più; stia sempre in vera povertà di spirito; si spogli, come le dissi, di tutti i doni giacché restano imbrattati dal suo fango, e ne faccia un sacrificio di lode, di onore, di benedizione all'Altissimo, restandosene nella sua nudità. Tal sacrificio si deve fare nel fuoco dell'amore, senza mai uscire dal sacro deserto... », ecc. (16).

Però se in questo riposo inferiore Iddio invita l'anima ad alcuni atti, bisogna seguire quei moti interni. Il Santo infatti continua:

« Quando l'anima sta in quella dolce solitudine, in quel sacro silenzio di fede e di amore, se sente qualche tocco interno o svegliamento di carità di esclamare per i bisogni della Chiesa e del mondo o particolari o generali, conviene farlo subito, ma cessata quella dolce esclamazione inferiore, bisogna subito ripigliare il sacro riposo in Dio; che se si convertisse in sonno d'amore e di fede ecc, sarà meglio. Spero che Dio le farà intendere quanto dico, se sarà ben umile e buttata nel niente... ».

Ecco come egli parla dei contatti divini che provocano l'anima a uscire da tutto e da se stessa per inabissarsi in Dio:

« Gl'impeti del santo amore con cui Sua Divina Maestà assalta il suo cuore, non li deve lasciar uscire dall'interno, poiché quel dolce Gesù Sacramentato con cui l'impeto la porta ad unirsi, già lo tiene seco; né potrebbe amarlo, se non avesse seco il fonte vivissimo del santo e puro amore. Onde quando è assalita da tali impeti, che sono grazie singolari del santo, puro e netto amore divino, li lasci sparire in quell'infinito Bene, a cui di già è unito il suo spirito per grazia, ed ivi la faccia da bambina e si addormenti con sonno di fede e di santo amore nel seno del Celeste Sposo....

(15) Lt. II, 810.

(16) Lt. III, 459.

 

L'amore lascia parlar poco. Osservi però se questa sovrana grazia di orazione che le dona l'Altissimo, produce in lei maggior cognizione del suo vero orribile niente, di essere segreta a tutte le creature e scoperta solo a Dio, con vivo desiderio della svia maggior gloria e proprio disprezzo di se stessa, con l'accompagnamento di tutte le virtù, massime dell'umiltà, pa­zienza, mansuetudine, tranquillità di cuore e perfetta carità uguale col prossimo... » (17).

Ascoltiamolo nel suo insegnamento come l'anima si perda in Dio per non più ritrovare se stessa:

« ...Lei deve starsene tutta abissata in Dio e lasciar perdere codesta goccia del povero suo spirito in quel mare immenso di carità, ed ivi riposarsi e ricevere ciò che Dio le comunica, senza perdere di vista il suo niente. In quella divina solitudine intcriore s'impara tutto....

In questa divina scuola inferiore s'impara più con tacere che col parlare. S. Maria Maddalena cadeva d'amore ai piedi di Gesù; ivi taceva, ascoltava, amava, anzi si liquefaceva d'amore. Questa orazione e raccoglimento inferiore lo porti sempre seco alla ruota del suo ufficio, ed in ogni luogo esca da se stessa e si perda in Dio; esca dal tempo e si perda nell'eternità: in Dio non v'è temporale, ma tutto è eterno... » (18).

Io, per esempio, mi trovo alla spiaggia del mare, tengo una goccia d'acqua pendente da un dito di mia mano, parlo a questa goccia di acqua: O povera piccola goccia, dove vorresti essere? Sentite la risposta: al mare, al mare, dice essa. Ed io che fo? Scuoto il dito e lascio cadere questa povera piccola goccia nel mare.

Or domando io: vi è questa goccia nel mare, è vero? Certamente vi è; ma trovala, se ti da l'animo. E' abissata in quel gran mare suo centro. Oh, se potesse parlare, che direbbe? Faccia la conseguenza ed applichi la similitudine.

Perda di vista e cielo e terra e mare e arene ed ogni cosa creata e lasci che codesta goccia di spirito che Dio le ha dato si perda nella sua origine che è Dio, ed ivi, nascosta nella divinità, lasci operare l'amore e sia più passiva che attiva. Lei m'intenderà: per fare questo bel volo d'amore, biso­gna passare per la porta che è Cristo... » (19).

Quale linguaggio! Per parlare così, bisogna essere sotto l'ispirazione dello Spirito Santo. Ma saliamo, saliamo ancora. Ecco l'annientamento com­pleto dell'io umano, la sommità della croce, la morte mistica col Dio del Calvario, per arrivare alla vita divina; poi l'anima potrà esclamare: « Non sono io che vivo, ma è Gesù Cristo che vive in me ».

(17) Lt. IV, 55-56.

(18) Lt. II, 503.

(19) Lt. III, 748.

 

Il nostro Santo propone Gesù Crocifisso a modello di questa morte con le sue angoscie e la sua sete di amore:

« Stia sul suo letto come sulla croce. Gesù (pregò) tre ore sulla croce, fu un'orazione veramente crocifissa, senza conforto né di dentro, né di fuori. Oh Dio! che grande insegnamento! Preghi Gesù che me l'imprima nel cuore. Oh, quanto vi è da meditare sopra ciò!

Io ho letto che quando Gesù era agonizzante sulla croce dopo le tre prime fiamme d'amore, cioè dopo le tre prime parole, stette in silenzio tutto il resto fino all'ora nona, e in questo tempo pregò. Le lascio considerare che orazione penosa fosse quella... » (20).

Si riposi sulla nuda croce del dolce Gesù, e non faccia altro lamento che questo gemito da bambina: Padre mio, Padre mio, sia fatta la vostra volontà e poi zitta, e seguiti il suo riposo sulla croce, sin tanto che arrivi il prezioso tempo della vera morte mistica, poiché in tal preziosa morte più desiderabile della stessa vita, si troverà tutta nascosta, come dice S. Paolo, con Gesù Cristo in Dio, e si troverà in quell'altissima solitudine che brama, con totale spogliamento di ogni cosa creata.

Ora è tempo di silente e tranquilla pazienza, soffrendo con alta rasse­gnazione l'agonia in cui si trova, che la porta alla mistica morte...» (21).

Ma se l'anima muore, muore per ricevere una nuova vita; se essa è spoglia, si riveste dei tesori celesti. Citiamo alcune parole del nostro Santo su questa trasformazione divina:

« ...Con questi sentimenti di totale annientamento e spogliamento si butti con ogni fiducia in quell'abisso di ogni bene e lasci la cura a quel­l'infinita bontà... di trapassarla con i raggi della sua divina luce, di trasfor­marla tutta in sé per amore, di farla vivere del suo Divinissimo Spirito, di vivere vita d'amore, vita divina, vita santa. Lasci che la povera farfalletta, dopo aver girato attorno a questo lume divino con le ali degli affetti delle umili azioni, e soprattutto di viva fede e carità, si slanci in questo lume divinissimo, che è lo stesso Dio, ed ivi resti incenerita che è più che morta, che così vivrà vita non sua, ma nella vita e della vita del Sommo Bene.

Queste sono le opere eccelse, che fa Sua Divina Maestà nelle anime che si annichilano, che si impiccoliscono, che danno tutta la gloria a Dio dei suoi doni, e li rimandano con umile ed amorosa offerta al suo Divino Cospetto, come un odoroso incenso. Legga con attenzione tutti questi sentimenti, ma li legga con un cuore umile, semplice ed aperto come una ma­drcperla che riceve la rugiada del cielo. poi si serra forte, se ne va al fondo del mare ed ivi genera la sua cara perla... » (22).

(20) Lt. I. 155.

(21) Lt. IV, 63.

(22) Lt. I, 216.

 

Il pio lettore ha dovuto notare come il Santo, per non lasciar l'anima smarrirsi nel vuoto, nell'illusione o nella sterilità, da come pietra fondamentale l'orazione e i frutti che deve produrre: la pratica delle virtù, l'umiltà soprattutto, e il disprezzo di se stessi.

Noi non abbiamo preteso dare un ritratto completo di S. Paolo della Croce come direttore delle anime, ma un semplice tratto, il grande tratto della sua predestinazione: la parte che riguarda la Passione di Gesù Cristo. Noi non abbiamo voluto che indicare come egli abbia saputo fare della Passione del Salvatore la potente leva che, per mezzo delle ascenzioni del cuore innalza gradatamente le anime alla più alta contemplazione. Noi lasciamo con dispiacere questi preziosi tesori spirituali, usciti dalla sua bocca e dal suo cuore: e tutto ciò, detto nell'armoniosa e ricca lingua italiana, così adatta per esprimere gli affetti dell'anima.

Tuttavia, questo semplice cenno basterà, spero, per far capire che non si parla di cose così sublimi, con tanta luce e con tanta facilità, se non quando si vive in queste regioni superiori di amore e di fede. Il nostro Santo può dunque prender posto vicino ai grandi maestri della vita spirituale.

Ed ora riprendiamo il racconto storico.

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