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CAPITOLO XXXI

1. Doloroso preavviso. 2. Confronto tra i due fratelli. 3. Morte del P. Gian Battista. 4. L'Ospizio del SS. Crocifisso. 5. L'ultima visita nella Provincia di Campagna. 6. Trionfi. 7. Prodigi.

(1765-1767)

UN DOLOROSO PREAVVISO

Siamo nel 1765. Il santo Fondatore ha 72 anni; di essi quasi 50 li ha trascorsi in opere di apostolato. Solo Iddio sa il bene che ha fatto alle anime e il numero delle pecorelle smarrite che ha ricondotto all'ovile. Ora le forze del corpo non l'assistono più per le fatiche apostoliche, l'anima però è sempre quella dell'apostolo, accesa cioè di tale zelo, che desidererebbe aver trent'anni di meno. E' facile comprendere il suo martirio; è il supplizio dello zelo vero ed ardente che si trova di fronte ad anime bisognose e non può intervenire. Iddio lo consolerà e, come vedremo, quando meno lo aspetta, quando sembrerà assolutamente impossibile, gli darà occasione di far sentire quale fuoco apostolico arda ancora nel suo cuore, nonostante la sua decrepita età.

Intanto all'inizio di questa nuova fase della sua vita, Paolo incontra una delle sue più dolorose prove. Un mattino del giugno del 1765, mentre offriva il divin sacrificio nel Ritiro di S. Angelo, sentì una voce interna che gli disse: «Preparati a uno dei più profondi dolori... » (1).

Al principio queste parole misteriose non gli fecero grande impressione; sentendole però risuonare più forti il giorno seguente, incominciò a pensare a quello che potessero significare. Ebbe il presentimento che Dio gli domandasse il sacrificio del suo fratello. Il P. Gian Battista...! Il fratello amato, il compagno fedele delle sue fatiche, delle sue penitenze, della sua vita; il potente sostegno della grande opera dell'Istituto, il consigliere illuminato della sua anima, il confidente di ogni segreto del suo cuore, più fratello per la fede che per la natura, Dio lo chiamava, Dio stava per rapirglielo. Fu un colpo terribile che trafisse il cuore e straziò l'anima del nostro Santo.

(1) S. 1. 606 § 83.

 

CONFRONTO TRA I DUE FRATELLI

L'unione tra i due fratelli era tale, che pareva avessero, per così dire, una sola anima in due corpi. L'uno viveva nell'altro più che in se stesso, e quanto passava nell'uno si rifletteva nell'altro. Le pene di Paolo, le tenebre, le luci, le persecuzioni di Satana, le consolazioni del cielo, tutto il suo essere si effondeva nell'anima di Gian Battista. Caratteri ben diversi, eppure ciò che avrebbe dovuto separarli fu il vincolo meraviglioso che maggiormente li unì.

Paolo, dolce e amabile, benché ardente e violento per temperamento; dolcezza oltre modo affettuosa e soave perché conquistata con la grazia. Gian Battista meno affabile, piuttosto austero, un po' rigido, benché temperasse questa rudezza naturale con un grande candore e carità. Nell'uno c'era più del serafino che dell'arcangelo; nell'altro più dell'arcangelo che del serafino.

Il primo sentimento che sorgeva nel cuore di Paolo alla vista di un difetto di qualcuno dei suoi figli, era una compassionevole bontà; nel P. Gian Battista, la severità, il rigore. Le azioni di Paolo stesso trovavano sempre nel fratello un censore pronto e formidabile. Era questo che glielo rendeva doppiamente caro; in lui c'era non solo un amico ed un fratello, ma una guida fedele e sicura nelle vie della perfezione.

Fatta eccezione di questa differenza di carattere, non c'era fra essi che ar­monia di sentimenti: lo stesso gusto di solitudine e di preghiera, la stessa generosità nel sacrificio, lo stesso zelo per la salute delle anime, lo stesso amore per Gesù Crocifisso.

La vita del P. Gian Battista fu strettamente legata a quella del suo santo fratello: egli partecipò a tutti i suoi lavori anche ai suoi favori celesti. Benché il P. Gian Battista ci si presenti con qualche asprezza, non era però meno santo come lo giudicò Paolo stesso.

« E' un sant'uomo, diceva questi a un religioso, uomo molto intcriore. V. P. conosce tutto senza dubbio. Io so che egli prega e piange continuamente. Io lo vedo talvolta sfuggirmi; egli ha il dono delle lagrime e i suoi colloqui con Dio sono continui... ».

« Si conserva tra noi, dice S. Vincenzo Strambi, il ricordo di molti tratti che rivelano la virtù del P. Gian Battista e che giustificano l'alto concetto in cui era tenuto dal servo di Dio... ».

Albero dalla corteccia un po' ruvida, è vero, ma dalla linfa abbondante e feconda; uomo d'orazione, di mortificazione, di regola; più amico delle amarezze della croce che della sua soave unzione; anima sempre grande e magnanima nelle più dure prove; sempre costante, non si smentiva mai; apostolo tutto fuoco nel suo zelo, di un'umiltà profonda, di un amore ardente per il suo Dio; tale fu il P. Gian Battista di Michele Arcangelo.

La terra per lui non era che un miserabile luogo di esilio in cui egli viveva col timore continuo di perdere il suo Dio. Le sue lagrime colavano abbondanti sui disordini del mondo. « Egli era già maturo per l'eternità », dice S. Vincenzo Strambi. Era una di quelle pietre levigate e artisticamente lavorate che meritano di trovar posto nel santuario del cielo.

 

MORTE DEL P. GIAN BATTISTA

Un giorno il P. Gian Battista fu colpito da una leggera febbre terzana. Benché anche i medici la giudicassero tale, il nostro Santo disse subito: Il P. Gian Battista se ne muore, ed io so quel che dico: lo vedrete . La febbre infatti, anziché cessare o diminuire, persisteva e lo consumava. Con­sapevole anche il malato della sua prossima fine, non aveva nessuna preoccupazione e trascorreva i suoi giorni in continuo raccoglimento.

Era di conforto per i due fratelli stare uno vicino all'altro. Ma Dio, perché meglio rassomigliassero a Gesù Crocifisso, partecipando all'abbandono del Calvario, permise che proprio in quel tempo Paolo avesse una forte crisi di gotta che lo costrinse a rimanere a letto. Rimasero così privi di quel reciproco incoraggiamento che tanto avrebbe sollevato le loro anime.

Dopo alcuni giorni di separazione, Paolo ebbe un leggero miglioramen­to e, appoggiato alle grucce, potè trascinarsi fino alla camera del suo caro malato, ormai già vicino alla tomba. Con accento pietoso gli domandò: Come state? Ispirandosi alle parole e all'eroismo di Giuda Maccabeo, il P. Gian Battista rispose: « Se il nostro tempo è venuto, moriamo con coraggio! ».

Paolo si sedette vicino a lui e, per disporlo sempre meglio al divino amplesso col Redentore, gli parlò delle eterne bellezze del cielo, per eccitarlo a vivi sentimenti di fede, di speranza, di amore, e al perfetto abbandono nelle mani di Dio. Lo visitava tutti i giorni, aiutandolo e servendolo con le proprie mani. Benché pienamente rassegnato al divino volere, in quelle cure affettuose si rivelava, suo malgrado, il profondo dolore dell'anima di Paolo. Il P. Gian Battista, a sua volta, continuando l'Ufficio di Direttore, animava il santo fratello alla più perfetta rassegnazione al volere di Dio:

« Non cerchiamo che la gloria di Gesù Crocifisso, gli diceva, pascete il piccolo gregge che vi ha affidato il Padre celeste ». Poi lasciandogli consigli di grande sapienza, gli diceva: « Andate adagio nell'accettate i soggetti; andate adagio nel farli ordinare, perché così facendo, sarete pochi, è vero, ma sarete un drappello scelto a promuovere la gloria divina» (2).

Paolo, per rendere quell'anima più forte, gli dette più volte l'assoluzione sacramentale. Alla domanda che gli rivolgeva, se avesse nulla che l'agitava, il malato rispondeva tranquillo: « Nulla! ».

Ma ormai si avvicinava l'ora suprema che doveva separarli. Paolo lo supplicò che si ricordasse di lui in cielo. Il malato rispose affabilmente che l'avrebbe ricordato e, ricevuti con fervore angelico gli ultimi sacramenti, entrò in agonia.

Paolo, secondo l'uso dell'Istituto, fece chiamare tutti i religiosi nella cella del moribondo e cominciò le preghiere della raccomandazione dell'anima con tanta unzione e pietà, che tutti avrebbero voluto essere assistiti così nell'ora estrema. Poi, interpretando il desiderio del morente, quasi abbia visto sulla sua fronte le prime trasfigurazioni del cielo, intonò con voce dolce, ma piena d'entusiasmo, la Salve Regina, che i religiosi continuarono in pianto. Durante quest'ineffabile melodia che è come un sospiro di speranza che manda l'esule dall'esilio alla patria, il P. Gian Battista spirò placidamente tra le braccia del suo santo fratello. Era il venerdì 30 agosto 1765, aveva settant'anni e qualche mese.

(2) P. Gio. Maria di S. Ignaro «Vita», p. 218. 20. - s. Paolo della Croce

 

Sarebbe un grande inganno credere che la santità sia insensibile. No, la grazia non distrugge la natura, al contrario la innalza e la nobilita. Ecco perché i santi, più degli altri, sono dotati di delicata e ardente sensibilità. Sì, confessiamolo, profonda fu la ferita nel cuore tenerissimo del no­stro Santo! Ed egli non pretendeva di dissimulare che era uomo. Il dolore che la sua fede e il suo amore avevano fino allora contenuto, lo lascia scoppiare e, come S. Bernardo alla morte di un amatissimo fratello lasciò libero sfogo alle lagrime: « Uscite, uscite, lagrime mie, così desiderose di sgorgare! Colui che vi tratteneva non c'è più... Ma non è lui che è morto, sono io che non vivo che per morire ». Quasi volesse far eco a queste parole il nostro Paolo esclamava: « Ora che è morto mio fratello, chi mi mortificherà? chi mi correggerà? » (3). Ho ben motivo di piangere, ho perduto il custode vigilante della mia anima.

Ma dopo il giusto tributo di lagrime, alzando lo sguardo all'adorabile volontà di Dio, depose il suo dolore nelle piaghe di Gesù Cristo.

Dopo quel piccolo tributo di lagrime lo seguì nell'eternità con la preghiera. O religione del Calvario, quanto sei consolante e bella! A quale potenza tu innalzi l'uomo, divinizzando il dolore!

Il santo vecchio si reggeva a stento, eppure volle fare egli stesso i funerali. Durante la cerimonia fu un'insieme di lagrime di rassegnazione, di speranza e d'amore. Al P. Gio. Maria, suo nuovo confessore, che gli aveva chiesto come stesse la sua anima, rispose: « Io sono rassegnatissimo al divin volere, il dolore però lo sento. Se il Signore mi dicesse: Vuoi, o Paolo, che io ti resusciti il fratello? Lo farò tornare a vivere, ma avverti però che vi è un po' di gusto mio che sia defunto, lo subito all'istante direi: Signore, lo voglio defunto, perché non altro voglio, bramo e desidero che il vostro maggior gusto e piacere » (4).

Una virtù così eroica ricevette ben preto la sua ricompensa. Qualche tempo dopo, mentre il Santo meditava quelle parole: Regem cui omnia vivunt... e contemplava in Dio il principio di tutti gli esseri, una luce del cielo gli diede la certezza che suo fratello godeva in seno a Dio la beatitudine eterna. Il suo volto risplendette di pura gioia e se parlava del fratello esclamava: « Il P. Gian Battista non è morto, no, ma vive in Dio ».

Aveva perduto nel fratello un valido sostegno, ma aveva la certezza che sarebbe stato aiutato più efficacemente presso il trono di Dio. Trovava così sempre nuovo coraggio per lavorare al progresso dell'Istituto.

 

FONDAZIONE DELL'OSPIZIO A ROMA

Da molto tempo Paolo desiderava fondare una casa a Roma, ma ve­dendo che l'ora provvidenziale non era ancora venuta, ebbe il pensiero di aprirvi provvisoriamente un ospizio, cioè un piccolo Ritiro, nel quale avrebbero potuto abitare alcuni religiosi e trovarvi alloggio tutti gli altri quando, per affari importanti, fossero venuti a Roma. Il Santo vi si recò l'anno dopo e, dietro il consenso di Clemente XIII , scelse una modesta casa con un piccolo giardino situata nella via che conduce dalla basilica del Laterano al Colosseo. Poi tornò a S. Angelo.

(3) S. 1. 768 § 63; Vita scritta dal P. Gio. M. Goni ed. 1934 p. 215-221.

(4) Cfr. « Vita », pag. 222, 227 (P. Gio. Maria Goni). S. 1. 322 § 91. Quale concetto avesse S. Paolo del suo fratello possiamo desumerlo dalle seguenti espressioni : II P. Gian Battista « è tanto di continuo assiduo all'orazione, che non vi e il pari in Congregazione » (Lt. Ili, 202). « Ha fatto una morte veramente santa corrispondente alla sua santa vita » (Lt. III, 508). « Fu tanto il concorso del popolo, che bisognò porre le guardie al suo cadavere» (Lt. I, 762). Afferma inoltre che con le sue reliquie molti hanno ottenuto grazie (Lt. III, 590, 738, 779).

 

Un suo benefattore, il Signor Antonio Frattini, nobile romano, si era incaricato delle formalità e delle spese di acquisto. Alcune pie persone vollero contribuire a questa sant'opera. Quando Paolo seppe che tutto era convenientemente disposto, disse con soddisfazione che questo piccolo gra­no di senapa, seminato dalla mano della Provvidenza, sarebbe diventato un grande albero. Vedremo come questa profezia si compisse. Chiamò questa piccola casa: Ospizio del SS.mo Crocifisso. Vi mandò il P. Gio. Maria di S. Ignazio con due religiosi sacerdoti e un fratello laico, tutti di provata virtù. In mezzo alla grande città, come nel deserto, essi cominciarono una vita di solitudine e di orazione (5).

Come avvenne la conoscenza del Signor Frattini, divenuto in seguito sindaco dell'Istituto, col nostro Santo? Ogni anno Antonio col suo vecchio babbo andava a visitare due sorelle religiose che si trovavano una a Sutri e l'altra a Vetralla. Le due figliuole, parlando di Paolo, gli dissero cose così grandi e meravigliose, che gl'ispirarono il desiderio di conoscerlo. Antonio andò a S. Angelo di Vetralla ed ebbe con l'uomo di Dio un lungo colloquio. Da quel momento furono uniti dai vincoli della più intima amicizia. Ogni anno, dopo la visita alle sorelle, andava immancabilmente a ritemprare la sua anima in quella del suo santo amico. Spesso anche per lettera gli chiedeva consiglio e conforto. Ammalatosi gravemente il suo vecchio padre, Antonio scrisse al Servo di Dio, sollecitando il soccorso delle sue preghiere per il caro vegliardo. Paolo gli rispose: « Farò volentieri questa preghiera, quan­tunque non vi sia nulla a temere per il malato; la sua ora non è ancora venuta... ». Infatti il malato ricuperò improvvisamente la più perfetta salute.

(5) S. 2. 5 12; 26; Boll. 1926, p. 74-88; Lt. II, 764.

 

Qualche tempo dopo, però, fu attaccato un'altra volta dal male; il figlio scrisse di nuovo; Paolo rispose che avrebbe pregato per lui, ma non aggiunse nulla che desse qualche speranza. Il Frattini temette per la vita del padre; ebbe poi la dolorosa certezza di perderlo, quando seppe da un religioso che il Santo, raccomandando il malato alle preghiere della sua comunità, aveva più volte assicurato che era maturo per il cielo. Il figlio si preparò a ricevere con rassegnazione il colpo che non tardò a venire (6).

In un'altra critica circostanza, per le preghiere del Santo fu liberato da un pericolo imminente e lo stesso Signor Antonio e la sua Signora quasi miracolosamente guariti.

Testimonio dei favori celesti che aveva ricevuto da Dio, lo venerò come un Santo, dimostrandogli un'illimitata devozione.

 

ULTIMA VISITA ALLA PROVINCIA DI CAMPAGNA

Il santo Fondatore era ormai carico di anni, ma animato da quello zelo che trionfa anche della debolezza fisica, credette di fare cosa utile e gradita ai suoi religiosi della Provincia di Campagna, se li avesse visitati ancora una volta e avesse portato ad essi un'ultima benedizione. Dandone notizia, scriveva:

« Siccome mi vedo vicina la morte per i miei acciacchi di età decrepita, così ho risoluto in Domino di venire a dare l'ultimo addio ed abbraccio ai miei carissimi fratelli che sono in codesti Ritiri di Campagna... » (7).

E, accompagnato dalle lagrime dei religiosi che temevano per i disagi di un sì lungo e penoso viaggio, il tenero Padre partì nel novembre del 1766 da S. Angelo, sostando a Montecavo. Discese poi a Terracina, ma qui sentì tale recrudescenza delle sue infermità, che credette morire.

All'avvicinarsi della primavera, dopo quattro mesi di sofferenze, potè continuare il suo viaggio. Poi celebrate le feste di Pasqua a S. Sosio, di là si recò a Ceccano e finalmente a Paliano (8).

 

MANIFESTAZIONI POPOLARI

Ora che conosciamo l'itinerario del nostro Santo, seguiamolo; cammineremo di trionfo in trionfo. Dio pare voglia già coronare sulla terra con una gloria immortale la sua lunga vita di umiltà. Partecipiamo prima alla gloria che riceve da parte dei suoi figli.

Essi accorrevano anche da lontano per incontrarlo e nel ricevere il loro amatissimo Padre apparivano nei loro volti i sentimenti di gioia, di venerazione, di amore, di pietà filiale. Abbiamo già visto con quale tenerezza li ascoltasse, li consolasse, li incoraggiasse a camminare nella via della perfezione, nella via del Calvario.

(6) Lt. III, 688.

(7) Lt. III, 304; II, 518.

(8) Lt. II, 763.

 

Ma questa visita, ch'egli presentiva essere l'ultima, e nella quale, causa il suo stato di debolezza, egli dava udienza steso sul suo lettuccio, prese il più commovente carattere. Erano fiotti di tene­rezza che uscivano dal suo cuore nelle ultime raccomandazioni, nell'addio supremo di un padre alla sua famiglia. La sua partenza offriva il più stra­ziante spettacolo; i suoi figli piangevano, singhiozzavano ed egli profondamente commosso, li abbracciava e confondeva le sue alle loro lagrime.

I religiosi l'accompagnavano, lo seguivano con lo sguardo e, quando il buon Padre era scomparso, silenziosi e mesti, tornavano al convento che ora sembrava triste e vuoto come una casa in lutto per la scomparsa di una persona amatissima.

Ma come descrivere l'entusiasmo delle popolazioni al passaggio del Servo di Dio? Quale misteriosa attrattiva possiede la santità! Quale incanto divino! Oh, come la terra colpevole sente quasi per istinto che tra essa e il cielo devono esserci questi eroi di virtù, amici di Dio e intercessori potenti! Ecco il segreto che trascina i popoli verso tali uomini che, segnati col sigillo divino, proteggono e salvano il mondo.

Appena il rumore pubblico indicava l'arrivo di Paolo, tutto era in movimento nelle città, nei paesi e nelle campagne. Da ogni parte si diceva: « Andiamo a vedere il Santo ». Le moltitudini correvano avanti a lui e al suo avvicinarsi gettavano grida di gioia, acclamazioni entusiastiche che l'accompagnavano fino alla casa dove doveva alloggiare. Quando il santo vecchio scendeva dal povero carro, al quale l'avevano obbligato e la sua età e la sua infermità, tutti gli si stringevano attorno e chi gli baciava la mano, chi l'abito, chi gli tagliava un lembo di mantello: tutti volevano avere qualche cosa del Santo come una preziosa reliquia.

Qualche volta, per prevenire gl'incidenti, si era obbligati a chiamare la forza pubblica. A Ceprano e a Frosinone il concorso, l'affluenza, la calca fu tale che i soldati poterono a mala pena impedire che il Santo fosse oppresso e portato via dalla folla. La casa dei benefattori che l'accoglievano e la solitudine stessa dei nostri conventi, non erano un rifugio sicuro. Anche là il popolo si radunava e ostruiva il passo per vederlo, parlargli, ascoltarlo, godere un istante della sua presenza.

L'umile Servo di Gesù, aprendo le braccia della sua carità, diceva a tutti una parola, la parola dell'anima, la parola di Dio; e sempre raccomandava la meditazione sulla Passione, l'amore a Gesù Crocifisso.

Quando si fermava per offrire il santo Sacrificio, la chiesa si riempiva all'istante come nelle grandi solennità. Ascoltare la Messa del Santo, vederlo all'altare, era una felicità invidiata da tutti. La sua vista, infatti, eccitava la fede, la pietà e sentimenti ineffabili che non si erano mai più provati.

La folla lo scortava da un luogo all'altro per un lungo tratto di strada, cantando gl'inni che avevano imparato nel tempo delle missioni.

Lo scorgevano dai campi? Ed ecco lasciare il lavoro, i buoi, l'aratro e correre al suo passaggio, inginocchiarsi e chiedere la sua benedizione.....

Queste le scene di tutti i giorni.

Ma non era solo il popolo a rendergli questi onori, si vedevano anche personalità illustri: le principali famiglie dei paesi, sacerdoti e vescovi. A Fondi, appena Mons. Calcagnini seppe dell'arrivo del Santo, venne a trovarlo, e dopo vive dimostrazioni di benevolenza e di stima, lo invitò il giorno seguente a celebrare la Messa nella sua cappella. Gran numero di persone si affoliarono nelle vicinanze del palazzo episcopale per avervi accesso ed assistervi, ma il vescovo non potè far partecipare a quella gioia che un numero ristretto di persone che vollero ricevere la comunione dalle mani del Santo.

Ad Anagni, mentre il vescovo consultava l'uomo di Dio sopra cose importanti inerenti al suo ministero, arrivò il vescovo di Ferentino per chiedere egli pure un colloquio privato col Servo di Dio. I due prelati vollero poi accompagnarlo per la città, uno a destra e l'altro alla sua sinistra. Paolo tentava di tenersi in disparte, ma dovette subire quest'onore.

La folla accorreva, lo seguiva, lo festeggiava a suo modo e non si saziava di contemplarlo. L'umile vecchio ne provava tale confusione, che disse poi al suo direttore: « Non ho provata mai tanta vergogna e confusione in vita mia, quanta in simile occasione » (9).

Venivano presentati al Servo di Dio i giovani consacrati al Signore, aspiranti al sacerdozio e pie giovani che vivevano nella casa di Dio. Dal fondo dei loro monasteri le spose di Gesù rivolgevano istanze ai vescovi, supplicandoli di esercitare tutta la loro influenza presso Paolo perché si degnasse portare anche ad esse le consolazioni della sua presenza e della sua parola. Paolo, sempre pronto all'obbedienza, si arrese quando potè a questi pii desideri, animando tutti al fervore con calorosi discorsi. Alle figlie di S. Chiara di Anagni prendendo lo spunto dalle parole dell'Apostolo: « Voi siete morti e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio », parlò con tanto ardore e unzione, che quelle pie vergini del Signore versarono abbondanti e dolci lagrime.

(9) S. 1. 775 S 102. 310

 

Queste dimostrazioni, anziché gioia, cagionavano viva pena all'umile Padre che, avendo toccato con mano il tutto di Dio e il nulla della creatura, era divenuto superiore ad ogni assalto di vanagloria; il continuo esercizio dell'umiltà aveva quasi spento l'amor proprio. Così nessuno di quei pensieri venne a turbare la serenità della sua anima.

Paolo era talmente penetrato del suo nulla, che disse al suo direttore di non saper comprendere quell'accoglienza. Pensava che quei popoli fossero in errore ed egli ne fosse la causa. Ecco il pensiero che gli amareggiava il cuore e lo faceva gemere e piangere. Si doleva nel vedere che il mondo aveva di lui un falso concetto ed avrebbe voluto fuggire, nascondersi per sot-trarsi allo sguardo di tutti, affinchè nessuno rimanesse ingannato.

Per evitare la folla partiva in ore nelle quali l'ombra e il silenzio avrebbero dovuto proteggere il suo passaggio, ma era sempre tradito; pare che Dio stesso prendesse la parte delle popolazioni nel mettere alla tortura l'umiltà del suo Servo.

 

AVVENIMENTI PRODIGIOSI

II lettore si sarà domandato certamente: ma perché dimostrazioni così entusiastiche e universali? Rispondiamo: per il concetto che essi avevano della sua santità e per i prodigi che avvenivano al suo passaggio. Si vedeva in lui un raggio divino e una virtù prodigiosa. Avvicinandolo gl'infermi dell'anima o del corpo trovavano la salute; il turbamento e le nubi dello spirito cedevano il posto alla calma e alla luce; il rimorso si cambiava in pentimento e Satana fuggiva dai cuori che assediava da lungo tempo. Da ogni parte le madri portavano i fanciulli sulle braccia e glieli presentavano perché li benedicesse. Perfino i malati si facevano portare o si trascinavano come potevano al suo passaggio. Pareva che ci fosse una gara tra Paolo e il Signore. Più il nostro umile Padre cercava di fuggire gli onori e più il Signore con numerose guarigioni pareva volesse onorarlo.

A S. Sosio la vedova Anna Amati, di Falvaterra, aveva il figlio amma­lato di ernia pericolosa. La pia donna lo portò al venerabile Servo di Dio nella speranza che, benedicendolo, l'avrebbe guarito. Paolo lo benedì e il fanciullo dopo quella benedizione si trovò guarito (10).

(10) S. 1. 894 § 87.

 

Teresa Spagnoli, sposa di Vincenzo Mattia, console di Terracina, aveva già subito l'estrazione di un tumore al seno sinistro, quando se ne manifestò un altro al seno destro. Non osava neppure parlarne al suo marito per risparmiargli un nuovo dolore.

Andò a confidare la sua pena al Servo di Dio e Paolo: « Signora Te­resa, non dica niente ad alcuno » e la benedisse, suggerendole che mettesse sulla parte malata il Crocifisso. Dopo tre giorni non solo era sparito il male presente, ma anche il segno dell'operazione subita (11).

A Ceccano una povera donna con una mano rattrappita era riuscita a tagliare un pezzo del mantello al nostro Servo di Dio e ad applicarla sulla mano malata. A quel contatto la mano rimase all'istante guarita (12). Una fanciulla dai dieci agli undici anni, Geltrude Ruggeri di Sutri, ferita da una spina alla mano destra, da più di un anno soffriva dolori atroci. Avendola i medici abbandonata, il male aumentava di giorno in giorno. La mamma, desolata, portò la figliuola al P. Paolo il quale, dopo averla benedetta con una reliquia, le raccomandò di essere buona e pregare tanto il Signore. Nel partire baciò il mantello del Santo e attaccativi i denti, ne portò via un pezzetto. Felice di quel pio furto, pregò la mam­ma di applicare il panno sulla mano malata, due giorni dopo disse che sentiva il pizzicore alla mano: « Zitta, figliuola, le dice la mamma, che il P. Paolo ti guarisce ». Le slega le bende: nella mano non vi è più nessuna traccia di male, è tornata sana come prima.

Fuori di sé per la gioia: « Vedi, figlia mia, esclama la mamma, che il P. Paolo ti ha guanto? Digli ogni giorno un Pater e Ave ». « Si che lo voglio farei» rispose la fanciulla, e rimase fedele all'impegno preso. Qualche volta però dimenticava la preghiera. Venuta la sera, prima di coricarsi o quando già stava a letto, sentiva delle punture alla mano. « Mi sento pungere la mano », diceva allora ingenuamente. E la mamma: « Hai detto il Pater e Ave?» «.Ah, povera me! mi sono scordata ». Riparata quell'omissione, il fastidio cessava (13).

Il rumore di tutti questi prodigi si diffondeva lontano e accresceva l'entusiasmo insieme all'affluenza delle popolazioni.

(11) S. 1. 898 § 103.

(12) S. 1. 900 § 121.

(13) S. 1. 883 § 39.

 

Ma come è ingegnosa l'umiltà per eludere gli onori! Affinchè non gli si attribuissero in nessun modo quei prodigi, il nostro Santo benediceva l'acqua con la reliquia della Madonna, sperando di rivolgere alla Vergine SS. tutte quelle manifestazioni. L'acqua benedetta fece tanti prodigi, che è impossibile riferirli tutti, intralcerebbero troppo il nostro cammino storico. Eccone solo qualcuno.

A S. Giovanni Incarico una persona era agli estremi. Appena ebbe sulle labbra una goccia d'acqua benedetta dal nostro Santo, fu guarita. Il medico che aveva giudicato la sua malattia mortale, venne a S. Sosio, e tutto meravigliato, raccontò il prodigio al Servo di Dio: « Ora ho trovato un rimedio infallibile per i miei malati; non voglio prescrivere altro » (14).

A Pastena una povera donna era presso a soccombere di una maternità prematura. Le si fece bere di quell'acqua e improvvisamente, dando la vita al bambino, fu salva.

Più meraviglioso è il fatto seguente: a Terracina, Giuseppe Maceroni era in preda a una febbre maligna. I medici dichiararono che solo un miracolo poteva salvarlo. « Ebbene, disse la madre del malato, il miracolo si farà ». Di buon mattino corre dal Servo di Dio che trova all'altare mentre celebra i sacri Misteri. Tornato il Santo in sagrestia, gli si getta ai piedi e, piangendo a calde lagrime, esclama: « P. Paolo, i medici hanno condannato mio figlio!... P. Paolo, abbiate pietà di una madre!... Pietà, Padre, Pietà...! ». Il Santo commosso, la incoraggia e le dice: « Mi lasci fare il ringraziamento della Messa, poi ci parleremo ». Paolo ritorna col P. Nicola della S. Corona al quale col volto acceso aveva detto: « II Sig. Giuseppe non deve morire, no, non voglio che muoia ». Arrivati in sagrestia: « O signora Maria, disse, stia contenta che il Signor Giuseppe per questa volta non muore: le darò l'acqua della Madonna, lei vada a casa e gliene dia un cucchiaino...; subito che l'avrà presa, migliorerà. Prima però dica un'Ave Maria e un Gloria Patri alla SS. Trinità. Creda a me, anche se lo troverà in agonia, non morrà, ma subito migliorerà » (15).

Povera madre! la speranza le mise le ali. Tornata a casa, vedendo che si stavano preparando le medicine per il figlio, esclamò: « Che medicine, che medicine..., questa è la medicina » e mostrò l'acqua benedetta dal P. Paolo. « Inginocchiatevi tutti e dite un'Ave Maria e un Gloria Patri come ha ordinato il P. Paolo ».

Terminata la preghiera, diede un cucchiaio d'acqua al figlio. Il miglioramento fu improvviso; dopo poco il giovane stesso andò a ringraziare il Servo di Dio al quale raccontò la sua guarigione. Paolo con la sua solita umiltà gli disse che non doveva attribuirlo a lui, ma alle ferventi preghiere di sua madre e alla intercessione delia SS. Vergine.

(14) S. 1. 894 § 88.

(15) S. 1. 898 § 108.

 

Tra prodigi che si erano verificati ad ogni passo, tra canti, feste ed acclamazioni del popolo che, per suo mezzo, era stato ricolmato di grazie dal cielo, il nostro Santo, terminata la sua visita, riprese la via di Roma, dove giunse il 6 maggio 1767 per nascondersi tra i suoi figli nell'Ospizio del SS. Crocifisso (16).

Ma nuovi onori gli erano riservati. Appena si diffuse la notizia del suo ritorno, i più grandi personaggi della città, corsero a dargli il benvenuto con segni di grande stima ed affetto. Tra gli altri, vi fu il Cardinal Vicario che lo abbracciò fraternamente. Quando le sue forze glielo permisero, andò ad offrire i suoi umili ossequi ài Sommo Pontefice che dopo essersi mostrato felice di vederlo, l'intrattenne in familiare conversazione dandogli poi l'Apostolica Benedizione.

(16) Lt. IV. II

 

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