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CAPITOLO XXXII

1. Malattia del Santo. 2. Assalti del demonio. 3. Desolazioni interne. 4. Abbandono da patte di Dio. 5. Canto d'amore. (1767-1769)

 

MALATTIA DEL SANTO

I Religiosi del Ritiro di S. Angelo sospiravano da molto tempo di rivedere il loro amatissimo Padre per la cui prolungata assenza erano in viva trepidazione. Il buon Padre volle contentarli, ma appena li ebbe abbracciati, fu assalito da febbre violenta, sintomo di un'acuta malattia. Chiamato il medico, il malato si mise nelle sue mani con la docilità di un fanciullo, assoggettandosi alla cura prescritta, pur sapendo, per esperienza, che era contraria al suo temperamento. I rimedi infatti gli cagionarono tale rivoluzione nell'organismo, che si risvegliarono con violenza i dolori di gotta, di sciatica e di reumatismo. Ne aveva sofferto di tanto in tanto gli attacchi, ma questa volta lo martirizzarono crudelmente senza tregua per quaranta giorni (1). Arrivò al punto, che il povero vecchio non poteva sopportare neppure il più leggero nutrimento (2). Più volte e per l'età avan­zata e per la gravita del male si temette di perderlo.

Ma le sofferenze del corpo erano un nulla in confronto alle torture dell'anima, agli orribili abbandoni da parte di Dio e ai furiosi assalti da parte del demonio. Essendo arrivati al punto culminante di queste terribili prove, così frequenti nella sua vita, ci si permetta di riassumerle in un sol quadro.

 

ASSALTI DEL DEMONIO

La Provvidenza spesso si serve anche del demonio per formare i suoi santi; al nostro era necessaria in modo particolare la rassomiglianza con Gesù Cristo che nell'ora della prova nel deserto, nell'ora della potestà delle tenebre nella Passione, abbandonò, lui stesso, il suo corpo alla discrezione di Satana.

(1) Lt. IV, 6; S. 1. 757

(2) S. 1. 298 § 154.

 

Sapendo Iddio che Paolo era un generoso atleta, lo scelse per umiliare il genio superbo di Satana che freme di rabbia quando si vede vinto da una debole creatura.

Per prepararlo al combattimento il Signore disse un giorno al nostro Santo nel segreto dell'anima: «Ti voglio far calpestare dai diavoli » (3). Gli spiriti maligni, per vendicarsi della santità di Paolo che tanto l'irri­tava e, soprattutto, per fargli pagare a buon prezzo le continue brecce che egli apriva nel loro tenebroso regno, approfittarono largamente del permesso avuto da Dio per scaricargli addosso tutto il loro furore. Ascoltiamo lo stesso Santo:

« Oh, quanto fa fracasso il diavolo con noi! Oh, quanto è arrabbiato contro la Congregazione! Non è poco tempo, anzi molto lungo, che un povero vecchio di Congregazione, e vecchio nei vizi, sente di notte chiari fischi nelle orecchie che lo svegliano e fanno tremare, ma tutto passa... e nulla gli nuocerà: non temete, non abbiate paura, il Signore combatterà per voi: Alleluia, alleluia, alleluia! Il diavolo si spaventa anche dell'alleluia, voce venuta dal paradiso... » (4). « Io sto nelle mani della divina misericordia, ma molto flagellato dai ministri della sua giustizia, e molto più dai miei peccati » (5).

Gli attacchi satanici, sempre ispirati da una malizia profonda, rivestono talvolta degli andamenti rumorosi, meschini e puerili. Quando si tratta di nuocere, questo nemico non è davvero delicato; tutti i mezzi gli sono buoni, per riuscire nei suoi neri progetti : non arrossisce nel discendere ai più ridicoli dispetti e di prendere le forme degli animali, non come Dio li ha creati, ma contraffatti. Sembra che operando in questo modo, sia più cattivo che superbo seppure non si voglia dire che è uno dei castighi del suo orgoglio, per insegnarci che ogni genio, qualunque sia la sua sublimità nella luce, quando vuole innalzarsi al di sopra di Dio, cade perfino al di sotto del bruto.

Spesso, dunque, i demoni apparivano al nostro Santo sotto forme orribili di gatti selvatici, di mastini arrabbiati, di uccellarci da preda (6).

(3) S. 1. 601 § 61; OAM. p. 41.

(4)Lt. III, 153.

(5)VS. p. 412.

(6) S. l. 640 § 256.

Per rendere più dolorose le loro vessazioni, sapevano abilmente cogliere le occasioni: il tempo delle sue malattie e degli abbandoni divini.

Appena dopo lunghe insonnie Paolo incominciava a dormire un poco, quei maligni interrompevano il suo sonno, urlando, fischiando, facendo altri rumori assordanti: alle volte gli riproducevano all'orecchio la detonazione di parecchi pezzi di artiglieria (7).

Paolo si svegliava di soprassalto spaventato perché alle volte gli tiravano con rabbia le coperte e altre volte gli camminavano come gatti sopra il letto.

Nella terribile malattia che soffrì ad Orbetello furono così atroci i dolori, che per quaranta giorni e altrettante notti non potè chiudere occhio. Una notte, calmati un poco i dolori, incominciò ad assopirsi. Fu un riposo brevissimo: improvvisamente il diavolo si mise ad aprire e chiudere con violenza uno scaldaletto che stava in camera. Il povero malato si svegliò e armato di pazienza, preso il bastoncello che aveva vicino al letto, e ri­volto verso il demonio, minacciandolo disse: « Questa è quella notte che ti spezzo le corna». Satana nel suo orgoglio ne fu sconcertato e prese la fuga, lasciandolo per un po' di tempo senza più molestarlo.

Paolo, che sapeva nascondere così bene la sua virtù, nel raccontare questi fatti al suo confessore, quasi celiando, diceva: « Ma che te ne pare? Dice il proverbio: non stuzzicare il cane che dorme. Un poveruomo che da quaranta giorni e quaranta notti non dormiva, al primo addormentarsi, sentirsi svegliare? Son cose da farsi, queste? » (8).

Un'altra volta il Santo stava a letto tormentato dalla gotta. Il demonio per farlo soffrire più crudelmente, gli afferrò il pollice del piede che era il più addolorato e glielo torse con tanta violenza, che il Servo di Dio credette provare un tormento d'inferno (9).

Quando Paolo era occupato in qualche opera che doveva dar gloria a Dio o cooperare alla salute del prossimo, allora più che mai i demoni l'attaccavano con maggiore accanimento. Cominciava la sua orazione o il suo ufficio? Sembrava che si fosse scatenato l'inferno. Se prendeva la penna per trattare qualche affare importante, la rabbia del demonio scoppiava con rumore spaventoso; se in ricreazione parlava delle cose di Dio, i demoni sfogavano contro di lui la loro collera appena rientrava in cella (10).

(7) S. 1. 617 § 141.

(8) S. 1. 602 § 69.

(9) S. 1. 621 § 162.

(10) S. 1. 601' § 64.

 

Nel luglio del 1770, mentre stava lavorando col più grande zelo per fondare le religiose della Passione, delle quali parleremo, il demonio gli cagionava le più penose insonnie. Una notte, essendosi alzato un pochino perché non dormiva, una mano invisibile gli afferrò la testa e la battè con forza contro il muro. Il rumore fu così forte, che svegliò perfino l'infermiere nella camera vicina. Alla domanda rivoltagli dal confessore, come stesse, Paolo rispose sorridendo: « Iddio non permette che le operazioni del demonio facciano molto nocumento, ma del bene non te ne fanno ». E continuò: «.Adesso al diavolo scotta questo Monastero» (11).

Da apostolo pieno di zelo, Paolo lavorava per la salvezza delle anime che numerose ritornavano a Dio. E questa era la causa principale che suscitava il furore di Satana. Nei primi tempi del suo soggiorno al Monte Argentario, andando il sabato a sera a Portercole per il servizio spirituale del prossimo, mentre durante la notte, pregava dinanzi a Gesù Sacramentato, il demonio cercava di spaventarlo con fracasso infernale, ma Paolo senza tenerne conto, continuava la sua preghiera e al mattino si metteva all'opera apostolica con un successo spirituale che corrispondeva alla preparazione.

Se andava in missione, Satana pare lo seguisse per fargli pagar care le anime che il suo zelo gli rapiva. E non solo lo tormentava per tutto il tempo, ma appena il santo missionario, spossato dalla fatica, appesantito dal bisogno del sonno, poggiava la testa per prendere qualche ora di riposo, pare che entrasse nella sua camera un battaglione di demoni, produ­cendo il fragore di un popolo in rivoluzione.

Qualche volta lo levavano a forza dal suo letto e trascinandolo lon­tano dalla camera, gli dicevano: «.Tu sei venuto a tormentarmi... mi hai rubato già un grande numero di anime...! ». Le sue meditazioni sulla Passione cagionavano ad essi le più profonde ferite; dovettero confessarlo per bocca di un ossesso mentre veniva esorcizzato da un santo sacerdote. Detto che la Messa del P. Paolo era la loro tortura, furono interrogati se ci fosse qualche altra cosa che tanto scottasse nel Servo di Dio. Il demonio con un grido di rabbia rispose: «La Passione..., la Passione....' » (12). Durante la notte battevano il suo corpo con sì terribili colpi, che, fatto giorno, si trovava il pover'uomo pallido in volto, con le gambe livide e costretto a rimanere a letto senza potersi muovere.

(11) S. 1. 603 8, 71.

(12) S. 1. 601 '«. 62.

Accadde pure di vederlo arrivare in convento quasi trascinandosi. Un giorno, mentre si recava al Monte Argentario, giunto alla Feniglia, ai piedi del monte, fu assalito in forma visibile dai demoni che gli fecero ala, ma nel passare in mezzo, lo battevano crudelmente con verghe (13).

Non è possibile raccontare tutti i maltrattamenti che il terribile nemico fece al nostro Santo, l'importante però è questo, che più diminuiva le forze al suo corpo e più aumentava il vigore della sua anima. Il nostro apostolo diventava sempre più ardente nel combattimento; Satana gli dava occasione di affilare sempre più la spada contro se stesso.

Per meglio ingannarlo, i demoni qualche volta rivestirono la forma umana. Così nella malattia che ebbe a S. Angelo poco dopo la morte del P. Gian Battista, Paolo una notte vide entrare nella sua camera sei o sette persone che si presentarono come i medici dei dintorni. Dissero che avendo saputo della sua malattia, erano venuti a dirgli che si preparasse alla morte, perché il suo male era senza rimedio, tanto più che perfino suo fratello in un'apparizione aveva assicurato che il mercoledì prossimo sarebbe morto.

Chi sa che avranno preteso quei dottori di nuovo genere? Forse di spaventarlo? Si sarebbero ingannati. Il nostro Servo di Dio non aveva altro desiderio che di lasciare l'esìlio per unirsi al suo Dio nella patria eterna. Però vedendo che tra essi mancava il Dott. Mattioli, il suo medico curante, capì il tranello e rispose tranquillamente che lor signori avrebbero potuto risparmiarsi quella fatica, bastandogli la parola del suo medico. Confusi per non aver potuto scuotere l'uniformità del Santo alla volontà di Dio, i demoni scomparvero (14).

Un'altra volta Paolo alloggiava con un nostro religioso presso un benefattore. Appena ritirati in camera per il riposo notturno, apparve il demonio sotto l'aspetto di un uomo di statura gigantesca e di aspetto spaventoso. Il compagno tutto tremante gli disse: « Vede, lei...? ». E Paolo, abituato a quelle visite: « State quieto, non è venuto per voi...! ». Si vide infatti il giorno seguente contro chi dei due fosse arrabbiato il demonio: Paolo aveva le gambe nere per i colpi che aveva ricevuto nella notte (15). Da questi assalti vigorosamente sostenuti, si può comprendere quale coraggio animasse il Servo di Dio nel perseverare fino alla fine della sua vita.

(13) S. 1. 612 § 116; 639 § 252.

(13) S. 1. 612 §

(14) S. 1. 603 §

(15) S. 1. 640 §

 

Del resto sapeva benissimo che di un tale nemico non bisogna aver paura, né mostrare di aver paura, bisogna invece affrontarlo con la confidenza in Dio. Avrebbe potuto invocare spesso il soccorso divino, ma non lo faceva per mostrare al suo nemico che non lo temeva affatto. Sapendo che è più audace che sapiente, non opponeva altro a quel genio superbo, che un profondo disprezzo: si armava del suo Crocifisso, si metteva il rosario al collo e, invocando i nomi di Gesù e Maria, comandava con tono fermo al demonio di fuggire. E realmente fuggiva, ma non tardava a rinnovare i suoi assalti (16).

 

DESOLAZIONI INTERNE

Gli attacchi esterni però non sono né i più penosi, né i più pericolosi.

Il ruggito del leone avverte del pericolo, il serpente che si nasconde silen­zioso nell'ombra è più da temersi. E quegli spiriti malvagi non si arrestarono all'esterno, ma tentarono d'infiltrarsi segretamente anche nella sua anima per tormentarla. Ed eccoli all'assalto, provocando disgusti, noie, tristezze le più strazianti: « Oggi mi sentivo impeti tortissimi di andarmene disperso per queste selve », disse un giorno Paolo al suo confessore (17). Altre volte erano provocazioni così violente alla collera, che ci voleva la virtù eroica del Santo per non esplodere. Che martirio essere di peso perfino a se stesso!...

Per timore che in tali circostanze gli sfuggisse qualche parola d'impazienza, se ne stava solo e chiuso nel suo silenzio, soffriva tutto per amor di Dio, benché la tentazione lo provocasse orribilmente e alla bestemmia e al suicidio e alla disperazione. Parlando col suo direttore gli disse un giorno che era stato tentato fortemente di gettarsi dalla finestra. Ma gli sforzi maggiori i demoni li facevano suscitandogli dubbi intorno alla sua salvezza. Quanti sofismi a questo riguardo! E glieli presentavano con tanta astuzia, che il povero Servo di Dio durava gran fatica a resistere, tanto più che questi assalti venivano specialmente quando la sua anima era nelle tenebre e nell'abbandono. Allora quegli spiriti menzogneri più che mai si affaccendavano per dare colore di verità alle loro menzogne (18).

Ma tutte queste tentazioni non facevano che moltiplicare i suoi meriti, le sue corone e nello stesso tempo renderlo un abilissimo maestro nell'arte di dirigere le anime.

(16) S. 1. 601 § 63.

(17) S. 1. 603 '§ 73.

(18) S. 1. 604 § 74.

« ... in mezzo a una luce smagliante, vide discendere nella sua cella l'amabile Redentore Gesù, la SS. Vegine, l'Apostolo S. Paolo, S. Luca..., il P. Giovanni Battista e tutti i religiosi di Congregazione... » - pag- 420..

 

Insegnando agli altri i mezzi per combattere e vincere, ci rivela il segreto delle sue vittorie. Diceva che si mette il freno al demonio, resi­stendogli con coraggio e disprezzando i suoi furori. E al P. Gian Maria di S. Ignazio, maestro dei novizi, che aveva un discepolo tormentato da Satana, diceva:

«Non mi stupisco delle mie tempeste ed assalti dei diavoli, perché alla fine sta scritto che sono molti i flagelli del peccatore, ma di codesti buoni figliuoli innocenti ho gran compassione. Bisogna però far argine al nemico, mostrargli, come si suoi dire, i denti, tormentarlo con rigorosi precetti, aggiungergli pene sopra pene, se non obbedisce » (19).

A Suor Chiara di S. Filippo scriveva:

« Si armi sempre più di fede, di confidenza in Dio e di profonda umiltà di cuore, e rinnovi precetti al diavolo, gli comandi in nome di Gesù Cristo che si parta da lei e vada al luogo destinatogli da Dio per la di lui superbia. Non tema di nulla; queste diaboliche apparizioni con le orribili tentazioni che le accompagnano sono ottimi segni e il patire che l'anima sua vi sente serve di fuoco per più purificarla e renderla sempre più disposta all'unione d'amore con Dio...

« Oh, che bel lavoro...! Profonda umiltà, silenzio, annichilamento... Questa è la regola per far un volo alto... Quando l'anima sua si ritrova più approfondita in solitudine inferiore ed in maggior riposo d'amore nel seno del Padre celeste, faccia qualche gemito da bambina e gli mostri ciò che le fa la rabbia del demonio. Egli già lo sa, ma vuole che lei glielo dica con gemito bambinesco. Gli dica con profondo annichilamento che non permetta al diavolo di molestarla con quelle bruttissime apparizioni, però si abbandoni alla SS. sua volontà che deve essere il suo cibo continuo, poiché il dolce Gesù sempre si cibò della volontà del Padre in un mare di patimenti. Lei si faccia un animo grande e avverta a (non) lasciarsi mai spaventare dal demonio; stia nascosta in Dio, niuna cosa le può nuocere; mai lasci l'orazione quando vede quei fantasmi, ma stia forte, costante, né si levi mai dal luogo dell'orazione. In tal forma il diavolo partirà confuso. Animo grande che Dio la vuol far santa... » (20).

Maestro di menzogna, il diavolo spesso si presenta come angelo di luce. Chi può prevedere il danno che fa questo nemico se non è riconosciuto? Paolo, sempre vigilante intorno alla salute dei suoi figli, ecco come parlava ad uno di essi:

« ... sono morto poco fa e adesso vado in cielo a godere Iddio... A rivederci in Paradiso > - pag. 422.

(19) Lt. III, 152.

(20) Lt. III, 467.

 

« In ordine al Confratel NN. anch'io spero che la sua condotta sia secondo Dio, ma il diavolo fa molto la scimmia sotto un gran pretesto falso di bene. Nelle stesse battaglie vi può far nascere un'occulta superbia; ...convien fargli conoscere che se per un sol peccato veniale meriterebbe la pena del danno e del senso nel purgatorio con pene orribili, che gran cosa è che l'infinita bontà di Dio gli muti tal pena in queste piccole goccie di travagli?... Si umilii, si rassegni e si abbandoni in Dio con grande confidenza in lui e stia sempre nel suo nulla» (21).

Sono tratti maestri che rivelano l'esperienza di un santo che ha trascorso la sua lunga vita, non solo tra gli assalti dell'inferno, ma anche negli abbandoni più dolorosi da parte di Dio.

 

GLI ABBANDONI DA PARTE DI DIO

Per circa cinquantanni Dio lasciò Paolo nelle tenebre, nelle aridità, nelle desolazioni interne le più dolorose; soltanto a rari intervalli faceva discendere nella sua anima un raggio di cielo, come nella prigione dei martiri (22).

Volendo essere cercato con premura e con desiderio ardente dal suo Servo, il Signore, dopo avergli fatto gustare le più ineffabili gioie, gli aveva sottratto le sue comunicazioni e l'abbondanza dei suoi lumi. Sì, abi­tava in fondo al suo cuore e Paolo non ne dubitava, ma, fenomeno misterioso dei santi! a Paolo sembrava che Iddio fosse fortemente irritato contro di lui. Era il culmine della Passione, l'ultimo tratto di rassomiglianza con Gesù nell'abbandono del Calvario.

La pace, la luce, l'amore, tutto pareva che fosse sparito! La sua anima era immersa in un oceano di tristezza, era avvolta nell'oscurità. Paolo non vedeva più Iddio nella sua anima, non lo sentiva più nel suo cuore. La fede viva di una volta sembrava svanita in una notte di fitte tenebre. Pareva che il cielo non fosse più per lui e l'inferno gli si aprisse sotto i piedi. Senza appoggio né in cielo, né in terra, invocava un sostegno, implorava un raggio di luce...! Era stato tormentato dai demoni, perseguitato dagli uomini, provato da Dio con dolorose infermità, ma non era questa la parte più acuta delle sue pene; la spada che maggiormente feriva il suo cuore, la suprema agonia della sua anima era il timore di aver perduto il suo Dio, di non più vedere il suo volto divino.

(21) Lt. III, 163.

(22) S. 1. 644 § 284, OAM. p. 115-150.

 

Fin dalla sua gioventù, preso da amore per la divina amabilità, aveva ardentemente desiderato l'unione col suo Dio. Per godere unicamente di lui, aveva tutto abbandonato; per piacere al suo sovrano Bene avrebbe dato mille volte la vita... E ora gli sembra di vedere Dio che lo respinge con disprezzo, Dio irritato, Dio lontano, Dio perduto per lui. Non sa trovare nel suo dolore né riposo, né consolazione. Il suo cuore si slancia verso Dio con tutte le sue forze..., ma nello stesso tempo gli sembra di essere fortemente respinto, battuto, spezzato da una mano di ferro... (23).

O abbandono del Golgota...! o terribile esilio del cuore...! o tenebre spaventose, angosciose agonie, strazi di tutto l'essere...! Non un goccia del­l'amaro calice del Redentore, di cui il nostro Santo non sia stato abbeverato!

Dal più profondo di un immenso abisso, in mezzo ai flutti sollevati dalla tempesta, spinto a destra e a sinistra, in alto, in basso, col cuore spezzato e respirando appena, anche Paolo grida: « Mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato? Oh, in quale stato mi trovo! temo a ogni istante che il Signore comandi alla terra d'inghiottirmi! ».

« Sono in molti combattimenti, scrive a un suo religioso, ma Dio non li fa conoscere all'esterno. Spesso anche nel dormire peno e tremo tutto, quando mi sveglio; sono degli anni che spesso mi trovo in questo misero stato. Eppure questo mi pare un nulla in confronto di una grande croce che da tanti anni provo senza conforto...; mi pare una grandine che vendemmia ogni cosa e resto... come chi sta nel profondo del mare in fiera tempesta, senza aver chi gli porga una tavola per fuggire dal naufragio, né dall'alto, né dalla terra. Vi è un lumino di fede e di speranza, ma così piccolo, che appena me ne accorgo... » (24).

« Si figuri di vedere un povero naufrago... che se ne sta sopra una tavola..., ad ogni onda, ad ogni urto di vento teme di affogarsi... (Si figuri) di vedere un povero condannato alla forca che sta aspettando con continuo battimento di cuore, di momento in momento, che lo portino al sup­plizio. Così è lo stato mio » (25).

(23) S. 1. 319 § 79.

(24) Lt. II, 102.

(25) VS. p. 417.

 

La sua suprema risorsa nell'ora dell'agonia era l'abbandono in Dio, come Gesù abbandonato che si getta nelle sue braccia: « Padre, nelle vostre mani metto l'anima mia». Iddio pareva lo fuggisse, ma Paolo si protestava che l'avrebbe sempre amato e seguito ovunque andasse, volendo essere tutto suo. Alle volte è stato inteso esclamare: « Nulla cerco in que­sto mondo se non voi, mio Dio!... Io vi voglio amare finché avrò vita... Niente voglio in questo mondo, ma solo il mio Dio... che è tanto buono... » (26).

 

CANTO D'AMORE

Qualche volta, in mezzo a quest'oceano di prove, rialzando la testa al di sopra dei flutti, cantava con santo entusiasmo. Il canto è l'esplosione dell'anima che non può più contenere in sé i suoi sentimenti. Tutti i santi hanno cantato, i martiri cruenti sul patibolo, e i martiri della carità sull'altare del sacrificio. Nei canti di amore di Paolo della Croce pare sentire i canti d'amore di Francesco d'Assisi e di Teresa di Gesù.

« Con la croce il santo amore perfeziona l'anima amante che gli offre un cuore ardente e generoso.

« Oh, perché non so dire il tesoro prezioso e divino che l'Altissimo nasconde nella sofferenza?

« Ma è un grande segreto conosciuto soltanto da colui che ama, ed io che non ne ho l'esperienza, mi limito ad ammirarlo da lontano.

« Felice il cuore che sta sulla croce tra le braccia dell'Amato e non arde che di santo amore!

« Più felice colui che nella sofferenza pura si mantiene trasformato in Cristo.

« Felice colui che soffre senza attacco alla sua sofferenza, non avendo altro desiderio che di morire a se stesso per amare maggiormente colui che lo ferisce!

« Io ti do questa lezione dalla croce di Gesù che maggiormente comprenderai nella santa orazione! » (27).

Cosa sorprendente...! Quando maggiori erano le aridità, le tenebre, gli abbandoni divini, allora soprattutto sfuggivano dal suo cuore gli accenti più infuocati di amore, le più pure luci del cielo. Anche allora però il pensiero di dannarsi lo faceva tremare da capo a piedi e comunicava il suo terrore all'uditorio. Benché in quella condizione, afferrava alla prima parola lo stato delle anime, vedendo le loro prove e le loro difficoltà. Il suo stato gli serviva per ispirar meglio il coraggio, per dilatare il cuore, per suggerire i mezzi più efficaci, per vincere le tentazioni e disporsi ai favori

celesti.

Era nelle tenebre e diffondeva la luce; nelle aridità ed infiammava i cuori di santo amore; nella desolazione e consolava meravigliosamente le anime.

Chi non avesse penetrato il suo interno l'avrebbe preso per un uomo favorito da Dio delle più grandi consolazioni. Le virtù maschie sanno far senza delle dolcezze che vengono concesse alla debolezza dei principianti. Il Signore, facendogli ignorare i suoi meriti, non gli dava alcuna luce sul suo stato. Ecco perché, per quanto fosse abile a consolare gli altri, non poteva egli stesso uscire dall'abisso di amarezza in cui era immerso, né appoggiarsi ai consigli che dava alle anime o trovava nei libri. « La mia condotta interna, diceva al suo direttore, è così oscura, tenebrosa e intrecciata dai timori ed avvilimenti, che non trovo in verun libro da potermi sollevare, ...né quietarmi. Leggo il trattato mistico del Taulero: qui ci trovo qualche cosa, ma non tutto; sicché nel mare delle mie tempeste, in cui mi trovo affondato, convien che stia » (28).

Vedremo ancora nella sua anima qualche lampo, sentiremo anche qualche rombar di folgore, ma di una folgore che si allontana a poco a poco per lasciar posto alla serenità dei suoi ultimi giorni e del cielo.

(28) S. 1. 614 § 120.

(26) S. 1. 644 § 286; 282 § 116

(27) Lt. I, 301.

 

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