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CAPITOLO XXXV

1. Fondazione delle Passioniste. 2. Un'ispirazione del cielo 3. Rabbia infernale. 4. Un prodigio. 5. Le Regole del nuovo Istituto. 6. L'approvazione di Clemente XIV. 7. La prima Superiora.

(1771-1772)

UN'ISPIRAZIONE DEL CIELO

La passione di Gesù Cristo aveva già i suoi apostoli che, grazie a Dio, nei loro 12 Ritiri erano modelli di fervore religioso e nel mondo attiravano migliaia di anime ai piedi della Croce per purificarle nel sangue del Redentore. Ora Gesù Crocifisso chiamava al Calvario Vergini consacrate con voti alla sua Passione che, quali spose in lutto, col cuore ferito dalle piaghe del loro celeste Sposo, passassero la loro vita, lontane dai vani rumori del mondo, nel contemplare le sue agonie, nel compatire i suoi dolori, nel piangere giorno e notte la sua morte, nel salvare il mondo con la preghiera e col sacrificio.

Anche l'origine di quest'Istituzione porta l'impronta del suggello divino. Per farne la storia completa noi dobbiamo risalire il corso di parecchi anni e raccogliere i tratti sparsi. Si vedrà che anch'essa è tutta opera di Dio ed ha per fondamento la croce.

Fin dai primi anni della fondazione della Congregazione dei Passio-nisti, una sant'anima diretta da Paolo, ricevette dal cielo lumi speciali riguardo ad un Istituto di Suore. Il lettore conosce già la pia vergine Agnese Grazi, che l'apostolo aveva attirato a Gesù Cristo in modo prodi­gioso, durante la missione di Talamone. Viveva nella sua famiglia, ma tutta consacrata a Dio. Paolo, distaccandola interamente dalle cose del mondo l'aveva portata alla più intima unione col Sommo Bene. Egli la chiamava nelle sue lettere la sua carissima figlia in Gesù Crocifisso. Quest'anima privilegiata aveva saputo per rivelazione che il Santo doveva fondare un monastero di vergini che fossero gli angeli consolatori della Passione.

Paolo non ignorava quanto quest'anima pura fosse gradita a Dio poiché ebbe a dire, dopo la morte di lei: « Bramerei che ci fosse una penna dotta divota che scrivesse la vita della gran Serva di Dio Agnese della Croce di Gesù» (1) Tuttavia il saggio direttore che voleva tenerla nell'umiltà e che pesava tutto alla bilancia del santuario, sembrò sulle prime fare poco conto di una tale confidenza. Ma si mise in preghiera, scongiurando il Signore di fargli conoscere la sua volontà, e Dio manifestò chiaramente che Agnese aveva parlato sotto l'ispirazione del cielo.

Il Santo aspettava l'ora della Provvidenza. Scriveva infatti il 18 giugno 1749 a un'altra grand'anima da sé diretta:

« Chi sa quando Dio vorrà far l'opera per le sante Verginelle. Io la desidero con pace, ma credo non seguirà a tempo mio, sebbene non lo so. Lei sarebbe una delle prime, Dio vuol essere pregato. Questa è opera che deve essere frutto di orazione » (2).

Nell'orazione infatti il Signore gli manifestò il modo meraviglioso col quale l'avrebbe attuata.

Un ricco canonico portoghese, Giuseppe Carboni, pensava di fondare a Roma un monastero sotto il titolo dell'Addolorata. Aveva a questo proposito una continua corrispondenza con Maria Crocifissa Costantini, religiosa benedettina nel monastero di S. Lucia a Tarquinia. Il suo disegno era di farla servire di pietra fondamentale di quest'opera.

Il nostro Santo, trovandosi a Tarquinia, andò a trovare Domenico Co­stantini e gli chiese notizie di sua sorella Maria Crocifissa ch'egli dirigeva da molti anni. Il Costantini gli rispose che doveva partire per una fondazione. « Conosco benissimo, disse il Santo, il Sig. Canonico Carboni; del­l'opera che va ideando in Roma non se ne farà niente ». « Ma come? Se tutto è all'ordine? Già è pronta la casa; già ha ottenuto le necessarie licenze e fra giorni aspetta che esca il nuovo Ufficio della Madonna Addolorata. Fra poco sarebbe venuto egli stesso in persona o avrebbe mandato a prendere mia sorella... ».

« Torno a ripetere che morirà così questo trattato e D. Maria Crocifissa non uscirà daTarquinia, ma deve essere per un'opera che devo fare-» (3).

Sorpreso per un tale linguaggio il Sig. Domenico corse a S. Lucia e comunicò a sua sorella la conversazione che aveva avuto con P. Paolo. La religiosa meravigliata, credette che il Servo di Dio volesse distoglierla dai suoi impegni, e disse: « Già ho dato parola a quel degnissimo Signore Ca­nonico e non posso tornare indietro ».

(1) VS. p. 164.

(2) Lt. I, 505.

(3) S. 1. 836 § 74.

 

Ma non si tardò a vedere che il Santo era stato illuminato dall'alto. Il canonico fu improvvisamente richiamato nel Portogallo per affari urgenti e non pensò più alla sua fondazione.

Parecchi anni dopo, Domenico Costantini, non avendo figli, pensò di lasciare i suoi beni al fratello minore per procurargli un matrimonio più onorato, ma la morte glielo tolse improvvisamente. Risolvette allora di consacrare la sua fortuna a Gesù Crocifisso e all'Addolorata, fondando nella sua città un monastero di religiose soggette alla Regola che Paolo della Croce avrebbe loro dato.

Sua moglie e suo fratello, il Canonico D. Nicola, approvarono il pio disegno e tutti e tre fecero la proposta al Servo di Dio. Questi l'accettò e promise la benedizione del cielo. Ottenuta l'autorizzazione dal vescovo e scelto il posto, l'opera venne subito incominciata.

Nella demolizione si vide cadere un'immagine della Santa Vergine, dipinta sopra un muro da tempo immemorabile e nascosta fino allora da un'altra costruzione. Cosa prodigiosa! Mentre l'altro muro, cadendo, andò tutto in frantumi, il frammento che rappresentava la santa Immagine rimase in­tatto. Questa è l'origine dell'Immagine che si venera sull'altare della chiesa con tanta devozione.

Lo zelo col quale i pii fondatori sollecitarono le costruzioni dava a Paolo una dolcissima consolazione, tanto che scriveva ad una persona:

« Noi vogliamo fare un monastero di anime grandi e sante, morte a tutto il creato, e che si assomiglino nelle sante virtù, penitenza e mortificazione, a Gesù Appassionato ed a Maria SS.ma Addolorata, che deve essere l'Abbadessa del Monastero » (4).

 

LA RABBIA DELL'INFERNO

Ma ben presto si fece sentire il fremito dell'inferno. Paolo ne avverti i fondatori, esortandoli con le sue lettere a star forti davanti a qualunque ostacolo.

Vennero infatti le prove che aumentarono il merito di quell'opera santa. Venuta a conoscenza del pubblico, le persone per bene l'approvarono, altri invece biasimavano e l'impresa e i suoi autori.

I lavori erano già a metà, quando, mancando i mezzi, si dovettero so­spendere. Il Costantini si accorse un po' tardi che le spese sarebbero state più forti di quanto aveva pensato. Si dovette sospendere la costruzione. Il pubblico maligno raddoppiò le sue critiche e i suoi scherni. Paolo intanto per incoraggiarlo, gli diceva:

« Lei si armi sempre più di gran confidenza in Dio; non lo spaventino le difficoltà, Iddio le farà veder prodigi. Adunque, coraggiosamente si ac­cinga alla grande impresa, con cuore umiliato, con purissima intenzione per la pura gloria di Dio e per fare un nido per le pure colombe del Cro­cifisso, affinchè facciano perpetuo lutto per la SS. Passione, ungendo le Piaghe divine col balsamo delle loro lagrime, sgorgate da cuori veramente ardenti di amore..... Ringrazi Dio che abbia eletto lei per un'opera di tanta gloria e stia al suo divin cospetto tutto umiliato ed annichilato, esclamando: (Signore) sono nulla davanti a voi » (5).

Il Costantini riprese la costruzione con tutto l'impegno possibile e quando l'edificio già si elevava abbastanza alto, andò trionfante a presentare al vescovo il contratto col quale s'impegnava di dare al monastero tutti i suoi beni dopo la sua morte e, durante la vita, una rendita di cento scudi.

Questa pensione non parve sufficiente al degno prelato che esigeva una rendita di 50 scudi per ogni religiosa. Il fondatore che non si aspettava questa risposta, ne fu assai sconcertato. Per colmo di disgrazia proprio in quel tempo aveva subito sensibili perdite nei suoi affari e il raccolto dei campi era stato molto scarso.

Dovette un'altra volta interrompere i lavori. Dio voleva provare la sua virtù e mostrare più visibilmente in quest'opera la sua mano potente, come gli aveva predetto il Santo.

 

LA MOLTIPLICAZIONE DEL GRANO

Nel maggio del 1766, proveniente da Roma, capitò a Tarquinia il P. Paolo. Tra le altre angustie, il Costantini gli manifestò che per provvedere ai bisogni della famiglia e a quelli della campagna gli sarebbero occorse 50 rubbia di grano, mentre ne aveva appena 10. Il Servo di Dio domanda di visitare il granaio. Dopo aver benedetto il grano, rivolto al pio benefattore, l'esorta a stare tranquillo.

(4) Lt. Il, 304.

(5) Lt. II, 785.

 

La benedizione del Santo fu meravigliosamente feconda. Le dieci rub­bia di grano che macinate, potevano bastare per tutto maggio bastarono fino al mese di agosto, per la famiglia, per gli operai della campagna e per le solite abbondanti elemosine (6).

Quasi voglia far conoscere anche visibilmente che Iddio vuole la fon­dazione, dopo la precedente, eccolo intervenire con un'altra grazia. Dietro il consiglio di Paolo, il Costantini concluse un contratto che riuscì così bene, da permettere che si potesse ultimare il monastero. Ormai la sua fi. ducia era tale che non temeva più nessun ostacolo.

 

LE REGOLE DEL NUOVO ISTITUTO

Mentre il pio Costantini innalzava le mura, Paolo nella solitudine di S. Angelo elaborava le Regole per le devote giovani che avrebbero avuto un giorno la felicità di essere le Figlie della Passione.

Faceva prima una lunga preghiera, poi consultava due religiosi che sapeva ripieni della scienza dei santi, finalmente scriveva. In queste nuove Costituzioni conservò la stessa forma di vita che Dio gli aveva ispirato nel suo ritiro di 40 giorni a S. Carlo nel Castellazzo, apportandovi solo quelle modificazioni che sono appropriate alle Spose di Gesù Cristo.

Non potendo fare qui un'analisi completa di queste ammirabili Regole, diamo solamente una rapida occhiata sull'insieme. Basta leggerle per senti­re come lo spirito di Dio animasse il suo autore, per vedere, diremmo quasi, l'anima del Santo accesa di fuoco divino e profumata delle più belle virtù, per accorgersi subito che Paolo vuol suscitare anime elette che vivano solo per Iddio. Per lui base e principio generatore della perfezione religiosa delle sue figlie deve essere la Passione e Morte di Gesù.

Con la continua contemplazione del Redentore esse imprimeranno in tutto il proprio essere le sue sofferenze, le sue piaghe, la sua agonia, la sua morte; morranno al mondo e a se stesse; attingeranno da Gesù Cro­cifisso tutti i tesori della sapienza e della scienza. Camminando, senza stancarsi mai, sui passi del loro Celeste Sposo, andranno, come spose fedeli, di virtù in virtù e finalmente, attraverso le sue piaghe sanguinanti, arriveranno alla più alta vetta del monte santo, alla più sublime perfezione, vivendo di lui e per lui, nascoste con Gesù Cristo in Dio.

Il santo Fondatore non poteva tralasciare che il venerdì fosse un giorno distinto fra tutti.

(6) S. 1. 838 § 77.

 

« Ogni venerdì... sarà per tutte... come giorno festivo... Attenderanno a meditare la Passione del Redentore... Faranno la Via Crucis o altra devozione... Si eserciteranno in qualche mortificazione... per onorare la Passione del loro divino Sposo Crocifisso. Vi sarà poi... una Religiosa tirata a sorte la quale, dispensata dal lavoro, visiterà 33 volte il SS. Sacramento, memoriale della Passione di Gesù... » (7).

Affinchè le Religiose possano comunicare più intimamente con Dio e godere le delizie della presenza divina e dell'orazione, la Regola prescrive che lavorino ciascuna nella propria camera, che si trattengano il più possi­bile alla presenza di Dio con frequenti giaculatorie ad imitazione degli an­tichi solitari e dei Padri del deserto, che tenevano il loro spirito e il loro cuore elevati in Dio (8).

La vita delle Religiose della Passione deve essere dunque una vita di lavoro, di preghiera, di pace, di riposo dello spirito, di santa dilezione, baciando in silenzio le piaghe del Salvatore, ispirandosi sull'esempio di Maria SS. ai piedi della croce.

« Si diporteranno come amantissime e fedelissime serve e figlie verso l'Immacolata Madre di Dio, Maria SS., invocandola in tutti i loro bisogni corporali e spirituali, così privati come comuni e soprattutto ogni giorno si porteranno in spirito sul Calvario, considerando e compassionando insie­me gli acerbissimi dolori da lei sofferti nella Passione e Morte del suo di­vin Figlio, procurando altresì con parole ed opere nelle occasioni che si presenteranno d'insinuare in buona maniera una tale devozione, culto e pietà verso i dolori della Madonna, alle altre persone » (9).

Ai voti ordinari di ogni religione: povertà, castità ed obbedienza, esse aggiungono i voti di clausura e di propagare la devozione alla Passione di Gesù Cristo. Ma come potranno esse adempiere quest'ultimo voto?

In un modo semplicissimo. La loro vita non è forse la predicazione più eloquente di Gesù Crocifisso? Senza dubbio il mondo non vede nel chiostro misterioso la loro immolazione quotidiana sull'altare della croce, ma ogni pietra dei muri benedetti non sembra prestar la sua voce per dire: Anime cristiane, non dimenticate il prezzo della vostra redenzione?

(7) Regola n. 182.

(8) Regola n. 250.

(9) Regola n. 220.

 

E la campana del monastero, dal suo mistico suono, che il mondano non può udire perché risveglia i suoi rimorsi, non fa essa pensare al Dio del Calvario, quando soprattutto il venerdì, piange la divina agonia? E dal fondo del santuario la voce di queste vergini, pura come la voce degli angeli, che cosa sospira? «Anime mondane, se pensate alle sofferenze di Gesù Cristo, potreste tanto amare i piaceri? ».

Se le vergini del chiostro non vanno nel mondo, quante anime tormentate, tristi, desolate vanno da loro a chiedere una parola di pace, di luce e di consolazione! Quante giovani prese dalle vanità del secolo, dopo aver trovato non altro che amarezze e disinganno, si sono staccate dalle fri­volezze avvicinandosi a un monastero o respirando il soave profumo che esala dal cancello di questo mistico giardino dello Sposo!

Di più: non è la preghiera il più potente degli apostolati? Per soddisfare all'obbligo che loro impone il quarto voto, le Religiose della Passione innalzano ogni giorno preghiere alle piaghe adorabili del Salvatore; pregano Iddio di assistere con la sua grazia gli apostoli dell'Istituto della Passione che propagano questa devozione. La predicano esse stesse, quando spiegano la dottrina cristiana, quando a voce o con lo scritto devono trattare con le altre persone estranee.

E' fuori dubbio che ogni Istituto religioso ha la sua grazia speciale. Come deve essere grande e feconda la grazia delle Religiose della Passione! Quali divini tesori! Quale corona sulla fronte di queste spose di Gesù Crocifisso!

Secondo i santi Dottori, la devozione alla Passione è la sorgente di tutte le grazie, il cammino più breve della perfezione, la via sicura del cielo e merita l'incomparabile palma dei martiri. Che sarà dunque tutta una vita di preghiere e di lagrime trascorsa ai piedi della Croce?

Tale fu la vita della Madonna; sempre al Calvario, sempre inabissata nella contemplazione dei crudeli dolori del suo divin Figlio. S. Maddalena nella solitudine scongiurava Gesù Cristo di insegnarle come dovesse passare i giorni dell'esilio e il Redentore le mandò S. Michele con una grande croce che l'arcangelo piantò all'ingresso della grotta, perché tutta la sua vita non fosse che una meditazione continua delle sofferenze del Salvatore. Tale è anche la vita delle Religiose della S. Croce e Passione di Gesù Cristo.

Riprendiamo il racconto di quella fondazione per la quale il nostro Santo non cessava d'invocare i lumi del cielo.

Il giorno di S. Maria Maddalena celebrava la Messa all'ospizio del SS. Crocifisso. A un tratto il suo volto s'infiammò e i suoi occhi incominciarono a versare abbondanti lagrime. Un religioso iniziato alla vita inferiore ne concluse che aveva ricevuto qualche particolare ispirazione da Dio.

Era proprio così. Il Servo di Dio ebbe una rivelazione che gli fece conoscere meglio la volontà di Dio riguardo all'esecuzione del nuovo Istituto delle Religiose Passioniste e del primo monastero nella città di Tarquinia.

Questa sicurezza dall'alto gli comunicò una forza più invincibile che mai contro tutti i venti contrari.

«Mi è stata carissima la sua lettera, scriveva il nostro Santo, in risposta alla quale le dirò che è verissimo che il noto Monastero si potrebbe fondare dentro quest'anno, come credevamo di fare. Ma siccome le opere grandi di Dio incontrano sempre delle grandi difficoltà e traversie, così mi conviene combattere qualche poco più, acciò maggiormente risplenda la maggior gloria di Dio e la grande opera abbia uno stabile fondamento, affinchè i venti delle persecuzioni che sogliono soffiare per arte del diavolo ed anche degli uomini che credono di onorare Iddio col perseguitare e contraddire alle opere sue, non l'abbiano ad abbattere.

E' necessario perciò che io tratti di proposito tal fondazione col Som­mo Pontefice, per ottenere un ampio Breve e l'approvazione delle Regole e Costituzioni da osservarsi dalle Monache della SS.ma Passione, ed ho viva fiducia in Dio di ottenere tutto... » (10).

 

L'APPROVAZIONE DI CLEMENTE XIV

Il sacro codice che il santo Fondatore aveva scritto quasi intingendo la sua penna nel sangue del Calvario, era dunque finito; non restava più che sottoporlo alla sanzione della Chiesa. Ma prima desiderava vedere egli stesso in quale stato si trovasse il nuovo monastero, e nella sua ultima visita ai conventi del Patrimonio di S. Pietro ebbe la consolazione di vederlo finalmente terminato. Tornato a Roma, presentò egli stesso nel luglio 1770 le Regole a Clemente XIV. Il Sommo Pontefice ne affidò l'esame al P. Francesco Pastrovich, sacerdote dotto e pio, consultore del S. Ufficio e poi vescovo di Viterbo. La sua relazione fu favorevole: « Sono esse non solo conformi alla purità della fede, alla santità dei costumi e alla perfezione della disciplina religiosa, ma sparse ancora di santa unzione, prudenti, discrete e confacenti al carattere dell'Istituto... Può fondatamente sperarsi nelle anime che le professeranno, molto spirituale profitto» (11).

Tale fu pure il giudizio di Mons. De Zelada, incaricato dal prudente Pontefice di farne un sicuro e maturo esame.

(10) Lt. IV, 41.

(11) VS. p. 167.

 

Clemente XIV voleva approvarle con un Breve, ma Paolo pregò S. Santità di volerle soltanto approvare con un Rescritto e di rimandare la spedizione del Breve fino a quando l'esperienza, questa grande maestra di ogni cosa, avesse fatto conoscere se non c'era nulla né da cambiare, né da mitigare.

Il S. Padre le approvò dunque con un Rescritto che aveva forza di Breve, il 3 settembre 1770. Il giorno seguente Mons. De Zelada andò al SS. Crocifisso per avere il piacere di rimettere lui stesso il documento nelle mani del santo Fondatore (12).

Ormai non restava che aprire il mistico asilo alle pure colombe che aspettavano di spiegare le loro ali verso il Calvario.

Ma il vescovo di Tarquinia esigeva sempre una rendita superiore a quella che poteva offrire il Costantini. Paolo dal suo letto di dolori ricorse alla munificenza di Clemente XIV, il quale ordinò subito al suo tesoriere Mons. Braschi (che sarà suo successore col nome di Pio VI) di assegnare alle nuove religiose una pensione annua di 300 scudi.

Ormai gli ostacoli sono vinti e si può procedere alla fondazione del nuovo monastero. Sono già dieci le giovani ansiose di nascondere la loro vita all'ombra della croce, accolte a Tarquinia con festa e generosa cordialità; manca solo quella che dovrà governarle come prima madre e maestra. Una principessa di Roma di grande pietà, vedova da qualche anno, desiderava vestire ella pure il santo abito della Passione. Richiesto del suo consiglio, il Sommo Pontefice l'aveva incoraggiata a consacrarsi a Gesù Crocifisso e con un Breve l'aveva costituita supcriora del nuovo monastero dandole la facoltà di fondarne altri e di aggregarli al santo Istituto.

Ma non era Maria Crocifissa Costantini che doveva essere la pietra fon­damentale del sacro edificio, la prima Madre delle Figlie della Passione? Dov'è, dunque, la profezia del Santo?

In un primo tempo per la vestizione delle postulanti e l'inaugurazione del monastero si era stabilito il 22 marzo, giorno di venerdì, nel quale ricorreva la festa dei Sette Dolori della Madonna. Dietro difficoltà della prin­cipessa, si dovette rimandare ad altro tempo e si stabilì la festa dell'An­nunciazione che in quell'anno 1771 si celebrava il lunedì dopo la Domenica in Albis.

(12) Boll. 1928 p. 208.

 

Chi doveva rappresentare il S. Fondatore, il P. Giovanni Maria di S. Ignazio, era già arrivato; la chiesa e il monastero li aveva benedetti il Vicario Capitolare, Mons. Lorenzo Paluzzi, il Sabato in Albis. Tutto, dunque, era all'ordine.

Spuntò il giorno stabilito per la solennità. Una folla immensa, accorsa anche dai paesi vicini, si accalcava nella città per godere quell'edificante spettacolo. Viene l'ora della cerimonia e la principessa non è ancora arrivata.

Si aspetta invano: abbandonato il pensiero di vestire l'abito delle Figlie della Passione, era andata segretamente a rifugiarsi in un monastero di Narni (13).

Illuminato da una luce soprannaturale, il santo Fondatore già aveva co­nosciuto le cose che avvenivano a Tarquinia e disse chiaramente al suo infer­ miere: « Quella persona non va, ha cambiato parere; la cerimonia non si farài » .

E' facile immaginare quali fossero in Tarquinia le mormorazioni, le cri­tiche, gli scherni del popolo ingannato nella sua attesa; la confusione dei caritatevoli fondatori; l'afflizione delle pie postulanti venute da lontano con sì vivo desiderio di separarsi dal mondo al più presto e per sempre; l'imbarazzo dei parenti che avevano condotto le loro figlie e non sapevano se dovessero restare o partire!

Il P. Giov. Maria partì subito per Roma e fu altamente meravigliato nel vedere come il Santo già conoscesse la disavventura e lo strano cambiamento dell'incostante principessa. Andate, gli disse Paolo, andate immediatamente dal Sommo Pontefice, raccontategli la diserzione di colei che egli aveva nominato con apostolica autorità fondatrice e supcriora; supplicate S. Santità di accordare un nuovo permesso per dare il santo abito a quelle povere giovani».

Il Papa contrariato da questo nuovo incidente che non si poteva prevedere, fece spedire il 16 aprile 1771 un Rescritto col quale accordava al Vicario Capitolare di procedere senza ritardo alla inaugurazione del mona­stero e alla vestizione delle postulanti. Poi con un altro Rescritto diede a Maria Crocifissa Costantini il permesso di passare dall'Ordine di S. Benedetto a quello della Santa Croce e Passione di Gesù Cristo per dirigere le nuove religiose in qualità di loro Madre e Maestra, nella disciplina re­golare. Si compiva così la profezia del nostro Santo.

Non fu senza una manifesta disposizione della Provvidenza che la cerimonia fosse rimandata al 3 maggio 1771, giorno dedicato all'Invenzione della S. Croce. Trentaquattro anni prima, nel Monte Argentario, la prima chiesa della Congregazione non potè essere aperta, per molte difficoltà, che il giorno dell'Esaltazione della S. Croce. Così le due chiese madri, che sono ugualmente sotto il titolo della Presentazione, furono dedicate al culto in un giorno consacrato alle glorie della Croce, stendardo trionfale di salute, distintivo della Congregazione.

(13) Cfr. Boll. 1928 p. 17-29; « St. Paul de la Croix et la Fond. des Relig. Passionistes » p. 79-86; VS. p. 170.

 

La prima comunità delle Passioniste La solenne cerimonia riempì tutti di santa gioia. Solo le anime accese dal divino amore e dal desiderio di abbandonare il mondo, possono com­prendere con quale felicità le nuove Spose di Gesù Crocifisso ricevessero il santo abito della Passione e varcassero le porte del chiostro per entrare nel riposo dei figli di Dio (14). Cominciarono immediatamente il loro noviziato che proseguirono con crescente fervore. Fu tale la loro fedeltà alla Regola, che tutte, dopo l'anno di prova, meritarono di essere ammesse ai santi voti e di portare sul cuore l'emblema della Passione.

Mons. Banditi, un prelato degno della Chiesa primitiva, più tardi onore del S. Collegio dei Cardinali, ricevette i loro voti. Ecco come in una let­tera esprimeva la sua gioia al santo Fondatore: « Finalmente posso annunziare al mio veneratissimo P. Paolo che le undici religiose del suo Istituto hanno fatto professione nelle mie mani. La cerimonia ha avuto luogo il 20 di questo mese maggio 1772 . Io ne ho avuto la più grande con­solazione. Ho visto un monastero ripieno dello spirito di Dio e di santo fervore. Tutte danno motivo a sperare che contribuiranno alla gloria del Salvatore, della santa Passione e al vantaggio di questa città. Sì, si può spe­rare che Dio, tocco dalle preghiere di queste buone anime, diffonderà su tutti la sua benedizione. Voi non potete immaginare quale commozione ab­bia suscitato la cerimonia e quanto ne abbia provata io stessso. Prima di farla ho voluto parlare con ciascuna in particolare; ho potuto assicurarmi che la loro vocazione era vera e che abbracciavano lo stato religioso nel desiderio sincero di assicurare la loro eterna salute.

Giovedì mattina, secondo le Costituzioni, si elesse la Presidente, la Vicaria e la consigliere. Tutto seguì alla mia presenza, con buon ordine, avendo tutte la medesima volontà» (15).

(14) II 14 maggio 1771 M. Crocifissa e le sue compagne inviano una lettera di ringraziamento al Papa dicendogli che « nel nuovo Istituto pare di vivere in un paradiso terrestre ». (Cfr. St. Paul de la Cr. e la Fond. des R. Pass. p. 90).

(15) VS. p. 171.

 

A supcriora e Madre fu eletta Maria Crocifissa. Dopo aver fatto con tanta pietà la loro professione, le religiose della Passione ne diedero relazione al Sommo Pontefice con una lettera piena di rispetto. Il S. Padre, sempre benevolo e paterno, si degnò di rispondere con un Breve nel quale mette in luce lo spirito dell'Istituto e l'interessamento che si prendeva Sua Santità per questa fondazione. Crediamo opportuno riportarlo a coronamen­to di quanto abbiamo detto sulle Religiose Passioniste (16).

ALLE DILETTE FIGLIE IN CRISTO LE RELIGIOSE

DELLA SS. PASSIONE DI GESÙ' CRISTO NELLA NOSTRA CITTA'

DI TARQUINIA CLEMENS XIV

Dilette in Cristo figlie, Salute ed Apostolica Benedizione. La vostra lettera, nella quale ci date avviso della solenne Professione dei voti reli­giosi da voi di fresco fatta, ci ha arrecata una singolare allegrezza, poiché niuna cosa ci può esser tanta grata, quanto il vedere che il vostro Istituto, qual Noi abbiamo approvato, sia colmato di quelle virtù che for­mano la santità e la perfezione della vita. La pace e la consolazione dello spirito che scrivete di aver allora internamente provato, ci danno gran motivo di sperare che avremo a rallegrarci sempre maggiormente della vostra costanza di animo nell'intrapresa maniera di vivere e nell'unanime consenso di unione e carità fra voi.

Nonostante che tutto questo da voi con gran fiducia attendiamo, pur vogliamo a questo stesso sommamente confortarvi ed esortarvi, affinchè con ogni attenzione ed impegno imitar vogliate le prudenti vergini del vangelo, le quali si trovarono sempre vigilanti e pronte all'arrivo dello sposo. Adoperate tutta la maggiore industria e diligenza nel fare in modo che mai più abbiate a rivoltarvi al secolo da voi abbandonato, ma al cielo sempre rivolte, in quello unicamente fisse, rendete continui ringraziamenti a Dio, vostro Signore per il segnalato beneficio conferitovi.

Nei vostri cuori e nelle vostre menti rimanga impressa e scolpita la Passione di Gesù Cristo Salvator nostro, che è l'insegna e l'ornamento che portate, ed in cui consiste il vigore e la bellezza del vostro Istituto.

(16) Per la risposta alla lettera che scrissero anche al S. Fondatore, cfr. Lt. II, 323.

 

Nella meditazione di quella riponete tutta la vostra attenzione, tutto lo studio e tutto il vostro diletto. Qualora avrete sempre presente nel­l'animo la Passione e la Morte del nostro Redentore, niuna cosa più vi potrà riuscir molesta e disgustosa; anzi fra i medesimi travagli ed angustie, che sogliono incontrarsi, la meditazione del Condottiero e dello Sposo vostro produrrà per voi i bei frutti della pace interna e della giocondità. Imperocché nessuna ilarità e nessun altro piacere può esser più copioso ed abbondante di quel diletto ripieno di celeste soavità e gaudio che Gesù Cristo suoi concedere a chi lui suoi cercare e meditare.

Quando in questa guisa il mondo a voi e voi al mondo sarete croci­fisse, e quando nella purità del cuore, semplicità e unità vivrete solo per Gesù Cristo, vostro Sposo, ed in tutte le cose unanimamente sarete con­formi alle Regole del vostro Istituto, non mancherà codesto vostro mona­stero di spargere un gratissimo odore di virtù e soavità.

Per la qual cosa di ognuna di voi e di quelle che indotte dal vostro esempio avranno da succedervi, si potrà dire: Costei è la speciosa tra le figlie di Gerusalemme.

In fine, dilette in Cristo figlie, da voi richiediamo quello che siamo certi che volentieri farete per la vostra pietà e devozione verso di Noi, che sempre preghiate per Noi Iddio, padre delle misericordie e per la Chiesa commessa alla nostra debolezza.

Intanto vi promettiamo che, secondo l'opportunità, a voi non mancheranno mai tutti i presidi ed ornamenti che possono derivare dalla nostra carità verso di voi.

In contrassegno di cui, dilette in Cristo figlie, vi concediamo con pieno affetto l'Apostolica Benedizione.

Dato in Roma presso S. Maria Maggiore, sotto l'Anello Piscatorio, 23 luglio 1772, del Pontificato nostro l'anno IV (17).

In queste parole del Vicario di Gesù Cristo, quale incoraggiamento per le sacre vergini che, lontane dal mondo, se ne stanno attente e raccolte ai piedi del loro Sposo Crocifisso e trovano un alimento delizioso nella meditazione dei suoi amari dolori!

Fortunate loro se, fedeli alla vocazione, si sforzeranno di seguire ogni giorno gli esempi del divin Redentore. Avranno un giorno la felicità di andare a godere la sua gloria e le sue ineffabili delizie in paradiso.

(17) VS. p. 171.

 

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