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CAPITOLO XXXVI

1. E' ancora malato al SS. Crocifisso. 2. Clemente XIV, i Gesuiti e Paolo. 3. Il Papa gli dona la casa dei SS. Giov. e Paolo. 4. Nel nuovo Ritiro.

(1772 - 1773)

E' ANCORA MALATO AL SS. CROCIFISSO

Ritorniamo all'Ospizio del SS. Crocifisso ed entriamo nella povera cella dalla quale il santo vecchio, pur immerso nel dolore vide sorgere la nuova famiglia, consacrata alla Passione di Gesù. Il letto del dolore fu per diciotto mesi il crogiuolo in cui si purifica l'oro (1).

Nella primavera del 1772, riprendendo un po' di forza, sorretto dagli infermieri e appoggiato alle stampelle, potè andare in cappella ad ascoltare la Messa e a fare la santa comunione (2). Per testimonianza del santo Fondatore, sappiamo che il miglioramento consiste in questo che si alza un'ora al giorno, « dirò meglio, sto a sedere fuori del letto e non posso camminare se non con le grucce e con l'aiuto di due religiosi, per dar comodo di rifare il letto». Così nella lettera del 14 aprile del 1772 (3). E in questa condizione, più o meno, passò il restante dell'anno e la prima metà del 1773. Nella festa del Corpus Domini di quest'anno il mistero di amore lo fece trasalire e rianimò tanto le sue deboli forze, che riuscì, sebbene « con grandissimo stento » a celebrare tre volte durante l'ottava (4). In seguito, però, dovette rassegnarsi a celebrare solo qualche volta la set­timana, finché non venne la festa di S. Bernardo, il 20 agosto, a portargli il beneficio di poter celebrare tutti i giorni (5).

Era certamente l'ardore della sua anima che lo faceva trionfare della debolezza del corpo. Infatti dopo la santa Messa non poteva più stare alzato. I suoi giorni li passava a letto o seduto nella sua povera cella, trasformata in scuola delle più belle virtù.

(1) S. 2. 835 §

(2) Lt. I, 799.'

(3) Ib.

(4) Lt. I, 816.

(5) Lt. IV, 177.

 

Di tanto in tanto venivano a visitarlo i più alti personaggi, special, mente ecclesiastici, ai quali il Santo comunicava il suo amore per Gesù Crocifisso, esortandoli a meditare spesso le sue crudeli sofferenze. In questi colloqui pareva alle volte che il santo vecchio avesse dimenticato i propri dolori: si animava e la sua voce, prima un po' velata, prendeva in seguito un timbro quasi prodigioso.

Un giorno si presentarono al SS. Crocifisso gli Alunni di Propaganda Fide, chiedendo di sentire qualche parola dalle sue labbra. Sof­frendo in quel momento più del solito, fece dire che con suo grande dispiacere non poteva riceverli. Avendo saputo dall'infermiere che erano rimasti afflitti e che sarebbero stati contenti almeno di vederlo, anche per pochi istanti, disse d'introdurli, avvertendoli però che il suo stato di debolezza non gli permetteva di parlare. Ma quando vide intorno al suo letto quei giovani leviti destinati a diffondere la fede, il loro sudore e il loro sangue, il vecchio missionario si rianimò, il suo volto si accese e con una voce vibrante, come nei giorni più belli del suo apostolato, si mise ad esaltare la sublimità della loro vocazione. Dopo aver molto parlato su questo tono, li congedò. Quei giovani si ritirarono rapiti dalle sue parole ispirate, pronti a ogni sacrificio.

Il tempo che rimaneva solo in camera, il venerando infermo lo consacrava alla divina contemplazione, con gli occhi fissi sulla croce, stava assorto nelle sofferenze del Redentore. La sua anima in queste effusioni d'amore lasciava sfuggire delle giaculatorie che erano come frecce infiammate. Quando i dolori erano più violenti, i suoi colloqui con Gesù Croci­fisso prendevano un accento più affettuoso e più tenero. Se lo compa­tivano rivolgendogli qualche parola d'incoraggiamento, rispondeva: «E' così grande il bene che ci è preparato, che è un nulla quello che si patisce ». Spesso anche nelle sue crisi più acute, benediceva il Signore con trasporti di gioia, ripetendo il cantico dei serafini: « Santo, santo, santo è il Signore... » e alle volte le parole: « Benedizione, gloria, sapienza, rin­graziamento, onore nei secoli dei secoli al Dio nostro...! ».

Ad intervalli però i raggi della luce celeste nell'anima sua si oscu­ravano, Dio allora sembrava essersi allontanato e averlo abbandonato. Al­loro abbracciando la divina volontà, esclamava con rassegnazione piena di amore: « Signore, permettete quello che volete sopra di me; fate che io sia tormentato quanto vi pare: sarò sempre vostro » (6).

Ma niente di più commovente della sua umiltà. Un giorno un suo religioso lo invitava a ripetere la preghiera di S. Martino: « Signore, se ancora necessario al vostro popolo, non rifiuto il lavoro ». Paolo colpito da terrore come davanti ad una grande tentazione, esclamò: « Come, io necessario; io necessario! Gesù Cristo è necessario, solo Gesù Cristo è n ecessario » (7), ricalcando il suo principio: « Se mi credessi necessario al mondo, mi stimerei dannato » (8). Poi andando più innanzi, si credeva perfino di peso: « Quanto aggravio porto alla comunità! ». E compativa l'infermiere, vedendolo in continuo esercizio per la sua persona.

Il fratello infermiere l'assicurò che non solo non era di peso, ma era una consolazione per tutti e se venisse a morire, ne proverebbero uno strazio indicibile. « E' tutta carità vostra in sapermi soffrire, rispondeva Paolo; io non merito niente, merito che mi lasciaste come una bestia, poiché sono un peccatore peggiore dei banditi » (9). E rivolgendosi al Crocifisso, si batteva il petto e gl'indirizzava parole di grande umiltà. L'infermiere era commosso; il buon vecchio, presagli la mano: « Ah, mio caro fratel Bartolomeo, quanto vi sono obbligato! ».

Il più leggero servizio che gli si rendeva l'accettava come elemosina e con grande sentimento di confusione. Non cessava di lodare la carità dei suoi religiosi; carità senza limiti, come sembrava a lui. Non cessava mai di dire: « Dio vi ricompensi della vostra carità! ». Chiedeva spesso perdono, come se qualche piccolo disgusto succedesse per sua colpa. Pregava, supplicava che non si facessero spese particolari per lui e ciò per amore alla santa povertà. Voleva morire come era vissuto, spoglio di tutto. Non poteva sopportare nulla che sapesse di raffinatezza.

Il Cardinal Colonna, visitandolo, fu colpito dalla povertà del letto, e gli mandò una coperta bianca di lana, nuova. Fu un imbarazzo per il povero Paolo che non sapeva risolversi ad usarla. Per non dar pena al caritatevole Cardinale, permetteva al fratello infermiere di stenderla sul letto solo quando S. Em.za veniva a visitarlo. Ma per tutto il tempo che durava la loro conversazione, appariva imbarazzato e timido come un colpevole preso in fragrante. Appena il Cardinale era partito, la faceva togliere come un incomodo.

Delle sue infermità il nostro Santo faceva un'eloquente predicazione per gli altri e un tesoro di meriti per sé.

(6) S. 1. 282 8 116.

(7) S. 1. 820 § 398.

(8) S. 1. 813 '§ 351.

(9) S. l. 815 § 360.

 

CLEMENTE XIV, I GESUITI E PAOLO

Il 21 luglio 1773 fu il giorno tragico che vide l'immolazione di due vittime: Clemente XIV e la Compagnia di Gesù. Di questo memorabile fatto che la verità storica ha rischiarato con la sua luce, non vogliamo considerare qui che il lato che si riallaccia al nostro Santo.

Da tre anni, sotto il peso dell'età e dell'infermità, S. Paolo della Croce, l'abbiamo visto, non aveva più messo piede fuori dell'Ospizio del SS. Crocifisso. Sicuramente dovette essere molto afflitto da quel colpo di fulmine perché il Servo di Dio amava e venerava la Compagnia di Gesù come la Compagnia di Gesù, a sua volta, amava e venerava lui (10).

Quest'amicizia la troviamo ricordata in una bella epigrafe greco-latina che il P. Girolamo Lagomarsini, professore nel Collegio romano, scrisse, come dedica su alcuni libri che offrì al nostro Santo (11). Abbiamo anche un memoriale scritto dal P. Gio. Maria di S. Ignazio, l'intimo confidente del P. Paolo e suo confessore. In questo memoriale egli afferma che a proposito della soppressione di quest'Ordine così benemerito della Chiesa, Paolo non ha parte alcuna, né mai ha dato consigli, perché mai gliene furono chiesti (12).

Se abbiamo ricordato questo dramma, il cui epilogo riuscì funesto per tutti, fu solamente per riferirci a una profezia del nostro Santo che ci è parsa degna di essere raccolta e che attesta in pari tempo la sua costante affezione per la Compagnia di Gesù.

Nel 1767, sotto Clemente XIII, il P. Luigi Reali, gesuita, scrivendo a Paolo, gli parlava delle persecuzioni che si scagliavano con tanta vio­lenza contro il suo Istituto. Ecco la risposta:

(10) Il P. Gio. Maria di S. Ignazio negli Annali manoscritti della nostra Congregazione dice:

« La sera del 16 agosto, verso un'ora di notte, successe la soppressione della Compagnia di Gesù; qual funesta nuova, fu udita con grande ammirazione dal nostro Padre, il quale adorò i segreti, imperscrutabili giudizi di Dio...

In quei tre anni nei quali trattossi l'affare della predetta estinzione, esso resto confinato in letto; quando era ormai concluso, incominciò ad alzarsi... ».

(11) Lt. IV, 20; Boll. 1927 p. 19.

(12) Riportiamo le sue precise parole: «Affinchè le lingue non sparlino di questo Servo di Dio, quasi sia stato il consigliere appresso il Papa di tal soppressione, il Signore lo ha tenuto confinato in letto; adesso di nuovo è guarito. Pria che ammalasse, allorché andavamo all'udienza, il Papa giammai dimandocci su questo particolare verun consiglio (Cfr. Anno 1773).

 

«... Riguardo poi all'estreme afflizioni, alle quali soggiace cotesta inclita Compagnia di Gesù, s'assicuri pure che anco io ne sono molto aparte, ed al solo pensarvi non posso a meno di non gemere e lagrimare,vedendo angustiati in simil guisa tanti poveri innocenti religiosi, e nel tempo stesso trionfare il demonio, diminuita la maggior gloria dì Dio e tante anime perdute per mancanza di quell'aiuto spirituale che dai medesimi Padri gli era somministrato in tutte le parti del mondo, e su tal riflesso non manco per parte mia di farne continuamente specialissime orazioni, sperando che dopo varie tempeste quel Dio che mortificat et vivificai, sarà per fare risorgere a suo tempo con maggior splendore la Compagnia suddetta; e questo è stato sempre ed è il mio sentimento» (13).

Queste parole, che gli eventi hanno confermato, Paolo non potè scri­verle che al chiarore della luce profetica, così frequente in lui. Vi si vedono chiaramente annunciate e la morte e la risurrezione della Compagnia di Gesù. Certamente nessuno all'epoca in cui scriveva il Santo poteva prevedere luna e l'altra, e ancora meno parlarne con tanta sicurezza. La prima ebbe luogo 6 anni dopo; la seconda dopo Al anni. Fu allora che dal seno delle sue rovine la Compagnia di Gesù, sotto il soffio di Dio, rialzò la sua fronte ringiovani­ta e fortificata dalla persecuzione.

Quando dunque scoppiò quest'uragano, il nostro Santo era nella sua cella sempre inchiodato a letto per le sue infermità. Verso l'autunno riprese abbastanza vigore, fino a poter camminare un poco, appoggiato al bastone. La sua prima uscita apparteneva di diritto al Sommo Pontefice, che era ap­pena arrivato da Castel Gandolfo.

Paolo si recò al palazzo apostolico. Il Papa ne fu sorpreso e trasalì di gioia alla vista del suo vecchio amico, dopo sì lunghe e pericolose malattie e l'accolse più affettuosamente che mai. Aveva appena terminato il ringra­ziamento del divin sacrificio e si recava nei suoi appartamenti. Vi condusse anche Paolo, lo fece sedere vicino a sé e l'obbligò a prender parte alla sua colazione.

Il Servo di Dio gli disse con profonda riconoscenza: « Santo Padre, se sono in vita lo devo a V. Santità ». Il Papa benedisse la divina bontà, felice di sentire dalla bocca stessa di Paolo il modo meraviglioso col quale il Signore l'aveva guarito.

(13) Lt. IV, 21.

 

Facendo cenno al religioso che aveva accompagnato il Santo di passare in un'altra sala, ebbe con lui un lungo e segreto colloquio che avrebbe desiderato di prolungare, ma essendo giorno di udienze dovette a malincuore privarsi di una consolazione così dolce al suo cuore e congedò Paolo co le solite manifestazioni di amicizia (14).

 

IL PAPA GLI DONA I SS. GIOV. E PAOLO

Intanto Clemente XIV ricordava sempre la promessa che aveva fatto al nostro Santo di donare alla sua Congregazione un convento e una chiesa a Roma. Stava per partire di nuovo per Castel Gandolfo, quando Paolo mandò il Procuratore Generale a presentargli gli auguri di una felice vil­leggiatura. Durante l'udienza il S. Padre domandò al religioso se veramente P. Paolo avesse avuto un fratello di nome Giovanni, fedele compagno della sua vita religiosa. Dietro la risposta affermativa del Procuratore, il S. Padre riprese: « Giovanni e Paolo »! E non aggiunse altro.

Al suo ritorno dalla villeggiatura, affinchè i Lazzaristi che erano inca­ricati di tenere gli Esercizi Spirituali agli ordinandi, fossero più comodi per compiere quest'ufficio, il S. Padre li fece trasferire al noviziato di S. Andrea a Monte Cavallo, e in quello stesso anno 6 dicembre 1773 la basilica e la casa dei Ss. Giov. e Paolo, furono date, per comando del Papa, ai chierici scalzi della SS. Croce e Passione di G. Cristo (15).

Trentanni prima, nel 1743, Paolo con Tommaso Struzzieri, di cui abbiamo raccontato la storia, andava a S. Giovanni in Laterano. Passando vicino al convento di S. Gregorio, salirono il monte Celio. Quando furono nella piazza dei Ss. Giov. e Paolo, il Servo di Dio si fermò improvvisamente e volgendosi a D. Struzzieri, gli disse: « Che chiesa è questa e chi vi abita? ». Gli rispose che la chiesa era dedicata ai SS. Giovanni e Paolo e nella casa vi abitavano i Signori della Missione. E Paolo, quasi fuori di sé: « Casa mia, casa mia. Qui ho da venire a star io! ». D. Tommaso Struzzieri si accorse dello stato estatico del Santo, ma non capì il significato delle sue parole.

(14) Il 30 Ottobre 1773 il Santo scrivendo al Papa, disse che tra non molti giorni sperava di farsi portare all'udienza (Lt. IV, 206). Però questo suo desiderio si realizzò solo il 31 dicembre (Cfr. S. 1. 985 8 217); Boll. 1926 p. 114; VS. p. 173).

(15) VS. p. 174; Boll. 1926 p. 108-115

 

Tornato alla sua dimora, D. Tommaso domandò a un sacerdote suo amico a che cosa volesse alludere il P. Paolo. Anch'egli, dopo aver molto congetturato, finì col dire che forse il P. Paolo preannunziava l'unione dei Passionisti con i Padri della Missione, tanto più che incontrava forti difficoltà nel fondare la sua Congregazione; niente quindi di più probabile che i due Istituti si sarebbero fusi insieme (16).

Ma quando Clmente XIV ebbe concesso questa casa al Servo di Dio, riconobbe l'ispirazione divina di quella profezia e, ancora meglio quando, dopo la sua morte, le sue sante spoglie furono depositate in quella stessa basilica.

Malgrado la rivelazione del cielo, Paolo non fece mai un passo per ottenere questa casa; mai ne parlò al Sommo Pontefice, il quale non vi pensava neppure, quando gli promise un convento a Roma.

Appena il Santo ne venne a conoscenza, scrisse al Papa per manife­stargli tutta la sua gratitudine:

« Beatissimo Padre. Col volto nella polvere rendo infinite grazie alla Santità Vostra per essersi degnata di farci assegnare per nostro alloggio la chiesa e la casa dei Ss. Giov. e Paolo, godendo nello stesso tempo in Dio che V. S. fondi in questa Metropoli del mondo una casa nella quale si farà continua memoria della Passione del nostro Divin Redentore. Essa «sarà un monumento perenne della pietà e dello zelo con cui V. Beatitudine ha promosso nei fedeli la devozione alla Passione di Gesù affinchè la pratichino fino alla fine dei secoli» (17).

Dopo aver detto che, malgrado le sue sofferenze, si sarebbe sforzato per celebrare ogni mattina la santa Messa, soggiunse:

«Oltre le orazioni che giorno e notte offro all'Altissimo per V. Santità, all'altare però prego con maggiore efficacia, né posso tralasciare di « porre il piissimo Suo cuore nel sangue preziosissimo di Gesù nell'atto «che pongo la sacra Particola nel calice, affinchè resti tutto innaffiato di «quel divin sangue per produrre sempre più frutti di eterna vita nei fedeli di Cristo ».

Termina dicendosi animato dalla più intima fiducia che l'Altissimo coprirà S. Santità della divina protezione e che la SS. Vergine lo stringerà al suo amorossimo Cuore.

Vedremo come furono esaudite le continue e ferventi preghiere del nostro Santo per un Papa che, a giudizio di tutti, fu dolce e conciliante, per un Papa che, sceso nella tomba dopo un pontificato travagliato e spi­noso, venne confortato nella suprema agonia con una protezione eccezionale del cielo.

(16) S. 1. 864 § 171; VS. p. 526.

(17) Lt. IV, 206'.

 

NEL NUOVO RITIRO

II venerabile Fondatore si disponeva dunque a trasferire la sua piccola comunità dal SS. Crocifisso alla casa dei Ss. Giov. e Paolo. Il Cardinale Boschi che era il titolare della basilica, felice di insediare un Santo, gli preparò i più grandi onori. Il giorno 9 dicembre 1773 mandò all'Ospizio del SS. Crocifisso due carrozze con cocchieri in alta livrea, ordinando al P. Paolo di andare con questa pompa a prender possesso del nuovo convento. L'umile Servo di Dio non poteva risolversi, ma dovette obbedire. Lungo il tragitto, accompagnato dai suoi figli, non fece che lodare il Signore, ringraziarlo e piangere. Seguiamolo anche noi e dopo aver salito il monte Celio, entriamo in quell'augusta basilica che impone doppiamente rispètto in quanto il suo suolo fu imporporato dal sangue dei Martiri.

Nel metter piede in quel santuario, il primo atto del Santo fu un canto di riconoscenza e d'amore: si prostrò davanti al SS. Sacramento, adorò Dio con le più dolci effusioni dell'anima, venerò le reliquie dei santi Martiri. La sera stessa lui e i suoi figli cominciarono in coro il canto dell'Ufficio divino (18).

La basilica è dedicata ai Ss. Giovanni e Paolo, ai due fratelli cristiani che, dopo essere stati ufficiali e ministri nella corte dei Costantini, si ritirarono allorché salì al trono Giuliano l'Apostata. Riusciti vani i tentativi per farli apostatare nella fede, il tiranno ordinò che fossero decapitati nella loro casa del Celio.

S. Pammachio, senatore romano della famiglia dei Gracchi e degli Scipioni, nel secolo V trasformò quella casa in chiesa e vi fondò vicino un monastero con la regola di S. Pacomio. Alla morte della sua sposa, Paolina, figlia di S. Paola, vi si ritirò egli stesso. Il senatore divenne un umile monaco e, dopo una santa vita, venne sepolto vicino alla tomba dei santi Martiri.

(18) S. 1. 104 § 80.

 

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