home  |  passionisti  |  links   |  contatti   |    
 
 
   
 

CAPITOLO XXXVII

1. Con rinnovato zeio al governo dell'Istituto. 2. Memorabili udienze. 3. Morte di Clemente XIV. - 4. Il nuovo Pon­tefice. 5. Un'emula delle sue ascenzioni mistiche. 6. Il Capitolo Generale ultimo della sua vita.

(1773-1775)

RINNOVATO ZELO NEL GOVERNO DELL'ISTITUTO

Paolo ormai è ottuagenario, ma la sua anima, nelle cose che riguardano la gloria di Dio, è sempre giovane. Trasportato dal Signore nella nuova dimora, il venerando vegliardo pare che rifiorisca come la palma del deserto e, come il cedro del Libano, innalzi sempre più verso il cielo i suoi profumi e i suoi frutti.

Una volta in possesso della casa dei Ss. Giovanni e Paolo il suo primo pensiero fu d'imprimerle quel movimento di regolarità che avrebbe dovuto renderla il modello di tutte le case dell'Istituto. A questo scopo vi chiama subito 30 dei suoi figli. Avvicinandosi all'eterna unione con Gesù Cristo, si direbbe che voglia lavorare con maggior sollecitudine a con­solidare la sua cara famiglia nell'esatta osservanza e nel fervore per la­sciarli come preziosa eredità ai suoi figli, lasciando la terra.

Per precedere col buon esempio, egli ha scelto per sé la cella più piccola e più incomoda, ha però il vantaggio preziosissimo per il nostro Santo, quello di essere vicino al SS. Sacramento. Ma le preghiere dei religiosi e gli ordini del Cardinal Pallotta lo obbligarono ad abitarne un'altra, più vicina alla chiesa, in bella posizione e più grande (1).

Se tutti gli anni non mancava di andare, all'avvicinarsi del S. Natale, a porgere i suoi auguri al S. Padre, poteva non farlo quest'anno dopo un dono così magnifico? L'accoglienza e il colloquio furono ispirati alla più affettuosa cordialità da parte del Papa, e al più devoto rispetto da parte del nostro Santo (2).

(1) S. 1 103 § 77.

(2) E' l'udienza che avvenne il 31 dicembre.

 

Sostenuto dalla devozione verso Gesù fatto uomo, cantò egli stesso la Messa di mezzanotte e con tanta pietà, che fece piangere tutti. Volle celebrare anche per la festa dell'Epifania. Non potendo né scendere, né salire le scale, si faceva portare sopra una poltrona ora in chiesa per la visita al SS. Sacramento, ora in sagrestia per consolare qualche pia persona; spesso ai piani superiori del convento per visitare i suoi cari malati.

Di solito stava seduto nella sua cella pregando o dettando lettere al suo segretario; alle volte mandava a chiamare l'uno e l'altro dei suoi figli, qualche volta l'intera comunità per rivolgere a tutti esortazioni piene di celeste unzione che spronavano a divenire uomini d'orazione e veri servi di Dio.

Si avvicinava intanto la Settimana Santa, il tempo nel quale più che mai bagnava con le sue lagrime le piaghe di Gesù Cristo. Benché le funzioni siano piuttosto lunghe, il giovedì santo volle celebrare egli stesso e comunicare per l'ultima volta i suoi figli.

Al mattino fece alla comunità un discorso sull'amore di Gesù nel­l'istituzione dell'Eucaristia, dicendo, verso la fine, dell'amore e del rispetto che si deve portare nella celebrazione dei santi misteri, che egli soleva chiamare il funerale del divin Redentore.

Il santo vecchio, tutto assorto in Dio, parlò con tanta tenerezza che i suoi uditori versarono lagrime. Li esortò poi a domandarsi reciprocamente perdono affinchè l'amore formasse di essi un solo cuore in Gesù Cristo. Cominciò egli stesso quest'atto di umiltà:

« Questa mattina, o fratelli, è la festa dell'amore ». Ma i suoi singhiozzi soffocarono la sua voce. « Oh, quante volte, riprese, io indegnissimo sacerdote, mi sono accostato a cibarmi delle sacratissime carni del mio Gesù; ma non ho mai corrisposto a sì gran beneficio, né mai ho fatto alcuna cosa di bene. Sono stato sempre un ingrato verso il mio Gesù, che ovunque ho guastato le opere sue, né altro ho fatto che dare scandali dentro e fuori i Ritiri. Domando perciò perdono prima al mio Dio, poi ai Consultori; domando perdono ai Rettori della Congregazione, domando perdono ai sacerdoti, ai fratelli, terziari e domestici; domando perdono all'aria che ho respirato, alla terra che mi ha sostenuto, domando insomma perdono a tutti del mal esempio che ho dato, sebbene non fosse mia intenzione di darlo. Perdonatemi tutti, con fratelli.

Questa mattina, quando dirò Messa, io metterò i vostri cuori dentro il sacro calice; e voi tutti nella santa comunione pregate, pregate per me ».

Bisogna essere santi per parlare così. Che umiltà...! Che spettacolo...!

Da una parte i gemiti e i singhiozzi dei suoi figli che non potevano domi­nare la commozione; dall'altra, l'umiltà del santo vecchio che non aveva loro dato che eroici esempi.

Portato in sagrestia ove rivestì i sacri paramenti e sostenuto dai ministri o piuttosto dal fervore dell'anima sua, si avanzò verso l'altare con la fronte coronata da un'aureola di santità visibile a tutti. Pianse tutto il tempo della Messa, ma quando si trattò di portare il suo amato Signore al santo Sepolcro, oh, allora fu un profluvio di lagrime. Il suo cuore sembrava che volesse liquefarsi per l'amore e la compassione verso il suo Dio. Perché i paramenti non fossero sciupati dal suo pianto, doveva ad ogni istante asciugarsi il volto con un bianco lino. A questo spettacolo sacri ministri, religiosi e popolo tutti piangevano con lui (3).

 

MEMORABILI UDIENZE

Col bel tempo della primavera Paolo si mantenne abbastanza in forze, tanto che potè recarsi all'udienza del Sommo Pontefice. Alcuni giorni dopo S. Santità gli fece annunziare la sua visita per la festa dei santi Patroni, 26 giugno. E il Santo si preparò a ricevere il Vicario di Gesù Cristo con grande spirito di fede.

Dopo aver venerato in chiesa la tomba dei santi Martiri, il Papa salì in convento. Il nostro venerando vegliardo, come se avesse visto Gesù Cristo stesso, gli manifestò la sua gioia e con devota vivacità esclamò: « Oggi questa casa ha ricevuto la salute ».

Il Sommo Pontefice, introdotto in una sala dove era stato innalzato il trono, ebbe la bontà di ammettere al bacio del sacro piede i religiosi e tutte le altre persone, ecclesiastiche e laiche, che si trovarono presenti.

Poi si ritirò col Servo di Dio a colloquio segreto in una sala più interna. Di che cosa hanno parlato? Ecco quanto ci fa sapere l'infermiere del Santo, Fr. Bartolomeo:

« Entrato il Papa nella stanza preparata, si trattenne per qualche tempo a solo a solo col P. Paolo, essendovi io presente per assistere al P. Paolo che era infermo.

(3) S. 1. 338 § 172.

 

Il Servo di Dio parlò col S. Padre di Dio e della sua bontà e ne Parlò con tale spirito, veramente superiore all'uomo, che il Papa, ammirato, stava ascoltandolo con le braccia piegate sul petto e capo chino, dimo­strandosi molto consolato nell'interno da un tale discorso, esprimendosi che si sarebbe trattenuto di vantaggio se l'ora non fosse stata tarda per non essere d'incomodo alla Corte e ne partì tutto consolato, come si espresse con le persone della sua Corte » (4).

Clemente XIV non doveva più rivedere il suo santo amico che in cielo.

 

MORTE DI CLEMENTE XIV

La salute di questo Pontefice, al quale la tiara fu una corona di spine, e il trono una croce, era molto scossa; le più crudeli persecuzioni dei potenti della terra, straziando la sua anima, avevano mortalmente attaccato il suo corpo; il 10 settembre la sua malattia non lasciava più speranza.

A questa notizia il Servo di Dio avrebbe voluto volare vicino a colui che amava teneramente, ma una grave indisposizione risvegliò tutte le sue infermità. Nel suo dolore non potè far altro che rivolgere al cielo la sua preghiera e le sue lagrime per il Pontefice; furono lagrime feconde, pre­ghiera potente che salì fino al trono di Dio. Il nostro Santo, l'abbiamo detto, aveva promesso al Papa che il Signore l'avrebbe coperto con la sua sovrana protezione e la Vergine l'avrebbe stretto al suo cuore materno. Infatti a confortare il suo Rappresentante, il Signore mandò uno dei servi più devoti della Regina del cielo, S. Alfonso M. De' Liguori.

Ammirabile per la sua rassegnazione, per la sua pietà nel ricevere gli ultimi sacramenti, rispondendo egli stesso alle preghiere della raccomandazione dell'anima, Clemente XIV rese la bell'anima a Dio il 22 settembre 1774 nelle prime ore del mattino.

(4) S. 1. 222 § 296. Di questo fatto parla anche S. Vincenzo Strambi, concludendo così : « Dopo si ritirò S. Santità nella camera intcriore, contigua alla sala, e si trattenne lungo tempo a discorrere in segreto col P. Paolo. Nel partire si protestò il Santo Pontefice di essere molto contento e soddisfatto, dicendo che quella era veramente una casa di servi di Dio (VS. p. 177).

Il P. Giovanni Maria di S. Ignazio, il confessore del Santo, dopo aver detto che la visita avvenne verso sera, che il Papa si fermò a pregare in basilica e fu ricevuto dal Fondatore con le parole: Hodie salus huic domui facta est , che sali in convento e fu introdotto in un appartamento dove era stato preventivamente eretto il trono, che ammise al bacio del piede religiosi ed estranei, termina con queste precise parole: «Dopo... ritirossi nella camera intenore dell'appartamento e quivi si trattenne a discorrere in segreto col predetto P. Paolo. Si licenziò poi il Pontefice con protestarsi di essere molto contento e soddisfatto, dicendo essere quella veramente una casa di servi di Dio » (S. 1. 918-919 § 145-146).

Cfr. anche S. 1. 950 § 382; 955 § 413. Dopo queste deposizioni che pensare di quanto riferisce il Centomani in Pastor voi. XVI. 2 p. 463? Soprattutto tengano conto i futuri storici che la visita è avvenuta ai Ss. Giovanni e Paolo il 26 giugno 1774.

 

La memoria di questo Papa sarà eternamente cara all'umile Istituto della Passione ; Clemente XIV l'amò col più tenero affetto e lo stabilì nella Chiesa con la sua apostolica autorità.

Paolo sembrò veramente inconsolabile; il suo dolore fu pari all'amore che portava al S. Padre; inesauribili furono le sue lagrime, ma molto più abbondanti le preghiere per ottenere a quell'anima benedetta il riposo dei giusti. Fece spedire subito lettere circolari con l'ordine di celebrare in tutte le case dell'Istituto solenni funerali. In quanto a lui, per tutto il tempo che durò l'ufficio e la Messa nella basilica dei Ss. Giov. e Paolo, rimase ai piedi del catafalco in fervente preghiera, immerso nel più profondo dolore come un orfano che ha perduto il migliore dei padri.

Ritornato nella sua cella, non volle ricevere nessuno, neppure un suo amico sacerdote, perché non era tempo di parlare, ma di pregare e piangere.

All'improvviso si opera in lui un cambiamento: le lagrime non sgorgano più, la nube di tristezza che copriva la sua fronte si dissipa e, tutto raggiante di allegrezza, esclama: « Oggi è festa; oggi è festa! ». Poi rivolgendosi al suo segretario che era rimasto solo con lui, mentre la comunità era in refettorio, gli dice: « Vada al P. Rettore e gli ordini da parte mia che faccia dare quest'oggi una pietanza di più ». A queste parole e a questo cambiamento improvviso il religioso si persuase che Iddio aveva consolato il suo Servo, rivelandogli la gloria dell'amato Pontefice. Non se ne poteva dubitare perché in circostanze simili, quando era sicuro che un'anima aveva preso posto tra i Beati, usciva in queste espressioni: « Oggi si fa gran festa in paradiso ».

 

IL NUOVO PONTEFICE, PIO VI

Abbiamo visto come il nostro Santo vivesse la vita intima della Chiesa, partecipando alle sue gioie e ai suoi dolori. Vedendola sempre più oltraggiata e sentendo la marea dell'empietà crescere continuamente, Paolo comprendeva che al governo della nave di Pietro era necessario un pilota abile e santo. Pregava perciò notte e giorno e faceva pregare i suoi reli­giosi per ottenere dal cielo un tal Pontefice. E Dio con lumi soprannaturali gli fece conoscere il futuro eletto del suo cuore.

Durante il conclave chiedeva con interesse particolare al Signor Frattini notizie del Cardinal Giovanni Angelo Braschi, lasciando trasparire la gioia che esse suscitavano nel suo animo. Il Frattini, amico intimo del Cardinal Braschi, rimaneva sorpreso da quelle domande che il Santo non gli aveva mai fatto. Ma la sua meraviglia fu al colmo quando un giorno il Servo di Dio gli disse: « Questa mattina nel celebrare la S. Messa ho posto il cuore del Cardinal Giovan Angelo Braschi nel Sangue preziosissimo di Gesù Cristo.. Beato lui! Beato lui! Oh, qual fracasso, qual fracasso faceva in quel preziosissimo sangue! ».

Questa parola profetica come dipinge bene il governo del successore di Clemente XIV ! Sconvolgimento generale dell'Europa; empie e sanguinose rovine della rivoluzione francese; monasteri distrutti; chiese abbattute; troni crollati; teste di re, di regine e di vittime senza numero, rotolanti sul patibolo; infine lo stesso Pontefice errante di prigione in prigione, morto in terra d'esilio. Vi fu mai un regno più rimbombante di spaventoso fracasso? Vedremo in seguito, a questo proposito, una profezia più esplicita del nostro Santo (5).

Il Frattini al principio non comprese, ma capì che Paolo aveva parlato per ispirazione di Dio, quando il 15 febbraio 1775, il Cardinal Braschi fu eletto Papa col nome di Pio VI.

Questo nome risveglia la più dolce simpatia e nello stesso tempo ricorda uno dei Papi più grandi e più santi. Questa elezione riempì di gioia il cuore del Santo che mostrò ancora una volta come Iddio gli rive­lasse la segreta bellezza delle anime.

Il nuovo Papa raccolse nell'eredità del Clemente XIV, quasi prezioso legato, il suo affetto per il venerando Fondatore e il suo umile Istituto. Ne diede subito prove segnalate: una delle sue prime visite fu per il nostro Santo.

Il 5 marzo, prima Domenica di quaresima, dopo aver adorato il SS. Sacramento nella basilica, Pio VI si fece condurre alla sua cella. Se ne prevenne Paolo, costretto in quel giorno per la sua debolezza a rimanere in letto. Nella sua umiltà rimase tutto confuso e versando lagrime di commozione, esclamava: « Come! l'ultimo figlio di S. Chiesa venirlo a visitare il Sommo Pontefice, il Vicario di Cristo in terra? » (6). Appena vide S. San­tità entrare nella sua cella, si scoprì il capo e con accenti che solo la fede vivissima di Paolo sapeva ispirare: « Come, Santissimo Padre, si è degnato di venire dall'ultima creatura di S. Chiesa,... da un povero peccatore!? ».

(5) S. 2 175 S 25

(6) S. 1. 223 § 297.

 

Le parole e l'umile atteggiamento commossero profondamente il Papa che lo baciò in fronte e gli disse di coprirsi. Ma vedendo che non vi si poteva indurre, il S. Padre gli prese dalle mani il berrettino, lo baciò ed egli stesso lo pose in capo al venerando vecchio. Paolo, vinto dal rispetto, si scopre di nuovo e il Pontefice, con commovente insistenza, di nuovo gli rimise il berrettino in capo.

Le lagrime del Servo di Dio scendevano abbondanti. « Quando morì la S. M. del Suo Antecessore, S. Padre, piangevo perché mi vedevo orfano, ma ora non sono più orfano, ho il Padre, e che Padre! ».

I testimoni di una scena così commovente piangevano anch'essi di­nanzi a quell'esempio di bontà, di carità e di umiltà veramente degno di chi rappresenta sulla terra Gesù che fu il più umile, il più affabile, il più affettuoso di tutti gli uomini.

Il Sommo Pontefice rimase nella cella circa un quarto d'ora, sempre in piedi, trovando un ineffabile incanto nella conversazione col Santo. Lo invitò a ricorrere a lui in ogni circostanza e gl'indicò, come mediatore, il Frattini, presente al colloquio e già nominato suo cameriere segreto.

Quando al termine della visita Paolo espresse il suo dispiacere di non poter abbassarsi per baciare il piede al Rappresentante di Gesù Cristo, il S. Padre lo consolò. Congedandosi, Pio VI espresse la sua ammirazione per tanta vivacità di spirito in un vecchio.

 

UN'EMULA DELLE SUE ASCENSIONI MISTICHE

Riferiamo ora un'altra visita piena d'interesse e di attrattiva, voluta, senza dubbio, da Dio per rivelarci ancora meglio l'anima del nostro Santo che va illuminandosi sempre più di mano in mano che si avvicina agli splendori eterni.

Una pia vergine, Rosa Calabresi, nata a Cerveteri, arrivata verso i 18 anni, conservando la sua prima innocenza, sentì un vivo desiderio di raggiungere la perfezione. Ma come arrivarci senza una guida? La chiese al cielo ed ebbe l'ispirazione di affidarsi al P. Paolo. Non l'aveva mai visto, ma aveva udito grandi cose intorno al suo zelo e alla sua carità. Gli scrisse con tutta confidenza intorno allo stato della sua anima, pregandolo di volerne prendere la direzione. Il Santo, ispirato da Dio, accondi­scese e incominciò subito ad avviarla, per le vie della contemplazione, all'unione mistica con Dio. Da questo momento si stabilì tra essi una corrispondenza attiva, ma siccome queste lettere sarebbero state una manifestazione delle sue virtù e dei doni che aveva ricevuto dal Signore, l'umile vergine, in una malattia, le fece bruciare.

Durante i dieci anni che durò questa corrispondenza, Paolo non la vide mai eppure aveva di quest'anima una conoscenza perfetta, perché la vedeva in Dio con una luce interna che gli scopriva i moti più segreti. Da poco tempo si era messa sotto la direzione di tanto maestro, quando fu presa da vivi timori intorno alla sua salvezza eterna. Per riacquistare la calma del suo spirito preparava una confessione generale, ma non poteva risolversi ad affidare ad altri le sue pene interne. Mentre lottava contro queste perplessità, arrivò una lettera del suo santo direttore che le apportò luce e pace: « Pazzaretta di Gesù Cristo, le diceva, non temete e cessate da ogni pensiero di confessione generale » (7). Un'altra volta, predicando un missionario passionista, gran servo di Dio, a Trevignano vicino al suo paese, Rosa desiderava vivamente di udirlo, ma i suoi fratelli glielo vieta­rono. Quella privazione la immerse nella tristezza e la fece piangere. Paolo che ne ebbe conoscenza per rivelazione divina, le scrisse: « Quanto fareste meglio a fare orazione invece di spendere il tempo inutilmente a piangere! » (8) In un'altra circostanza ella aveva già scritto quattro lettere alla guida della sua coscienza, senza parlargli di uno scrupolo che la tormentava. Inaspettatamente le arriva il rimprovero: « Sarebbe ora che mi scriveste ciò che sì vi molesta e non tenervelo chiuso in cuore e quietarvi una volta » (9)-Poi assicuratala che la causa delle sue ansietà veniva dal demonio, l'esortò a vivere nella gioia e nel riposo dello Spirito Santo.

Verso la fine della quaresima del 1775, questa fervente figliuola di Paolo venne a Roma, desiderando finalmente vedere e conoscere il padre dell'anima sua. Ma in quel momento il venerando vecchio era più prostrato del solito per le sue abituali infermità; provava inoltre abbandoni di spirito dei quali spesso abbiamo parlato. Quando gli dissero che ella aspettava in chiesa, non potè rispondere al suo desiderio, perché impedito dalla sofferenza.

Pochi giorni dopo si presenta un'altra volta e il Santo potè farsi tra­sportare con la sua poltrona in sagrestia. Parlarono lungamente delle comunicazioni divine tra Dio e l'anima. Queste conferenze spirituali si rinnovarono quasi ogni giorno per un mese e mezzo, cioè per tutto il tempo che quest'anima santa ebbe la felicità di passare a Roma.

(7) PAR. 2363.

(8) PAR. 2364.

(9) PAR. 2364.

 

Paolo era diventato sordo, ma durante questi pii colloqui godeva di un udito perfetto. Rosa, meravigliata, gliene domandò la spiegazione: «Figlia, le rispose il buon vecchio, è vero che io sono sordo, ma quando si discorre delle cose di Dio, si sentono perché Iddio le fa sentire » (10).

Per esercitarsi a glorificare il Signore, queste due anime si raccontavano a vicenda le grazie che avevano ricevuto. L'umile Paolo sentiva un impulso divino che lo faceva parlare e lo confessava con schietta semplicità, come il grande vescovo di Ginevra rivelava a S. Chantal le operazioni di Dio nella sua anima. Le diceva che il Signore l'obbligava a questa intima con­fidenza. Il nostro Santo svelava così alla Serva di Gesù Cristo le sue deso­lazioni interne e, quasi per chiedere consiglio alle volte le diceva: « Che ve ne pare, figliuola? ». Poi sospirando: « Oh, in che stato orrendo mi trovo dopo aver tanto gustato di Dio! Viglia, chi sa se domani mi troverete perché temo che il Signore mi abbia a far sommergere dalla terra ». E si rac­comandava alle sue preghiere.

Quell'anima iniziata nei segreti di Dio, lo rassicurava che camminava nella vera via del cielo, benché negli abbandoni del Calvario. Il santo vecchio e l'angelica verginella si incitavano reciprocamente all'amore verso Dio; i loro celesti colloqui, come un soave profumo, salivano fino al trono del Signore che si compiacque di onorarli visibilmente della sua presenza e di grazie straordinarie.

Un tale spettacolo ci commuove e c'innalza a Dio; ci sembra vedere due serafini che celebrano le meraviglie del divin amore. Ammiriamo nello stesso tempo le segrete disposizioni della Provvidenza che, con questo mezzo, ci ha rivelato in Paolo i prodigi della sua grazia, prodigi che avremmo sempre ignorato.

La pia confidente dopo la morte del Santo potrà dare testimonianza giuridica per la glorificazione del suo Padre venerato. Racconteremo nel capitolo seguente le manifestazioni divine di cui ella fu testimonio, ultimi splendori, ma più radiosi che mai, di questo sole che sta per immergersi nell'oceano dell'eternità per brillarvi di nuovo splendore (11).

(10) PAR. 2274.

(11) OAM. p. 229-281.

 

IL SUO ULTIMO CAPITOLO GENERALE

II santo vecchio sembra dominare l'età e le malattie; il suo zelo è ammirabile come nei giorni più belli del suo apostolato. Fino agli ultimi giorni della sua vita si occupò della Congregazione e non trascurò nulla per assicurare l'esatta osservanza delle Regole. Dopo che Clemente XIV le aveva approvate, il Fondatore aveva pregato S. Santità di accordare nella Bolla di approvazione la facoltà di apportarvi quelle modifiche che il tempo e l'esperienza avrebbero potuto esigere. Si mise dunque a rivederle punto per punto, implorando giorno e notte l'assistenza del Signore, la protezione dei santi e specialmente dei fondatori di Ordini e servendosi dei consigli dei religiosi più anziani (12).

Venuto il tempo del Capitolo Generale, Paolo, sentendo vicino il giorno in cui avrebbe abbandonato i suoi figli, convocò non soltanto i Padri Capitolari, ma anche tutti gli altri superiori della Congregazione. Il suo scopo era di lasciare le sue ultime raccomandazioni per il governo dell'Istituto; di consultarli sulle modifiche da fare alle S. Regole prima di fissarne definitivamente le osservanze, in modo che dopo la sua morte si potesse dire a chiunque avesse voluto cambiarle: « Non oltrepassate i limiti che i vostri padri hanno posto » (13).

Prima di aprire il Capitolo diede udienza a ciascun religioso e, come un tenero padre, diede loro i più urgenti consigli, raccomandando, spe­cialmente ai Rettori delle diverse case, la più grande carità verso i loro inferiori e soprattutto di incoraggiarli alla perfezione religiosa. Raccomandava ai PP. Capitolari di chiedere lumi al Signore per scegliere un Superiore Generale capace di governare santamente la Congregazione. Il santo Fondatore non poteva essere rieletto, essendo spirato il tempo richiesto dalla Regola. Paolo se ne rallegrava sperando di poter finalmente disporre di qualche giorno per prepararsi a comparire davanti a Dio. Ma avendo scoperto che qualcuno aveva ottenuto la dispensa apostolica per confermarlo nella sua carica, si affrettò a dichiarare umilmente la sua impotenza, la sua incapacità, facendo una descrizione esagerata dei suoi difetti, delle sue miserie, aggiungendo che non credeva in coscienza di poter accettare.

(12) S. 1. 99 § 66.

(13) S. 1. 538 § 246 seq.

 

Siccome non si lasciava mai guidare dai suoi lumi, consultò il suo direttore. Questi per tranquillizzarlo gli disse che, ove venisse confermato, esponesse candidamente i motivi del suo rifiuto e si rimettesse poi al giudizio dei PP. Capitolari, giudizio che sarebbe per lui l'espressione della volontà di Dio.

L'umile vecchio si sottomise con la docilità di un fanciullo, e si regolò in tutto secondo il consiglio del suo confessore. Venne l'apertura del Capitolo e il Santo vi fu portato sulla poltrona, ma nell'attitudine più commovente, con una corda al collo come se fosse meritevole del patibolo, e tutto bagnato di lagrime. In atteggiamento della più profonda umiltà, si accusò delle colpe che aveva commesso durante il suo governo e, dopo averne domandato perdono a Dio, pregava i Capitolari d'imporgli una penitenza.

Alla vista di quel venerando vecchio che si accusava come un grande colpevole, mentre le sue virtù meravigliavano il mondo, i PP. Capitolari non potevano trattenere le lagrime.

Si procedette allo scrutinio: il buon Padre fu rieletto all'unanimità. A questo risultato sembrò svenire. Supplicò a volerlo dispensare da una tal carica, dicendo con vera convinzione che in coscienza non la poteva accettare per la sua incapacità. Ma i PP. gli risposero con rispetto filiale che come essi avevano creduto in coscienza di poterlo scegliere, così egli, da parte sua poteva accettare tranquillamente quella scelta. L'umile Padre si sottomise, temendo di opporsi alla volontà di Dio.

Al suono della campana si radunò tutta la comunità e felice di vedere ancora l'amato Padre a capo dell'Istituto, si prostrò ai suoi piedi in segno di obbedienza.

Il santo Fondatore fece allora un discorso commovente, incomincian­do con queste parole: « Compiango, fratelli carissimi, la vostra disgrazia », sviluppando questo concetto con accenti della più profonda umiltà. Poi, quando i padri vennero per turno a prostrarsi ai suoi piedi promettendogli obbedienza, li abbracciò con effusione e impartì a tutti la sua pa­terna benedizione.

Dopo la chiusura del Capitolo Generale, riunì tutti i padri e, proposta la revisione delle Regole, indicò alcune modificazioni che gli sembravano più opportune. Nelle assemblee particolari che si tenevano mat­tina e sera, il venerando Padre conferiva con essi; proponeva le sue osservazioni e ascoltava quelle degli altri. Benché sfinito, affrontava ogni fatica per il bene dei suoi figli e della Congregazione (14).

Finito questo lavoro, esortò caldamente tutti i religiosi a conservare tra essi pace e carità inviolabile, a custodire come un tesoro il raccoglimento interno. Raccomandò ai Superiori di non fare correzioni, se non con retta intenzione, spirito sereno e cuore tranquillo, inclinando piuttosto alla mansuetudine che al rigore.

Paolo mise così fine a questo Capitolo Generale che non doveva più riunirsi durante la sua vita. La sua ultima parola alla Congregazione radunata fu dunque quella del divino Maestro: Carità!

Quando i religiosi deputati dal Santo, col consenso del Capitolo, ebbero terminato la nuova redazione delle Regole, le fece presentare al Sommo Pontefice, pregandolo di volerne sanzionare le modifiche con la sua apostolica autorità.

Il Papa, felice di manifestare all'Istituto il suo affetto paterno e desiderando che il santo Fondatore godesse di questa consolazione prima della sua morte, si affrettò ad affidare le Regole ai Cardinali delle Lanze e De Zelada con la raccomandazione di esaminarle senza ritardo.

Appena presentato il giudizio favorevole, il S. Padre pubblicò una Bolla con la quale, ricordando le Lettere Apostoliche di approvazione dei suoi predecessori, Benedetto XIV e Clemente XIV, confermò appieno le suddette Regole, parola per parola, con le ultime modifiche ed arricchì la Congregazione di nuove grazie e di nuovi privilegi. La Bolla che co­mincia « Praeclara virtutum exempla » fu firmata dal Vicario di Gesù Cristo, Pio VI, presso S. Maria Maggiore il 15 settembre 1775 (15).

(14) S. 1. 99 8 67 seq.

(15) S. 1. 104 § 84.

 

Torna all' INDICE TEMATICO

 
 
 
 



LA BIOGRAFIA


LA MISTICA


REGOLE E COSTITUZIONI


LETTERE AI FIGLI SPIRITUALI


IL DIARIO SPIRITUALE


IL PASSIONISTA SECONDO S.PAOLO


MASSIME SPIRITUALI


LA VITA DI S.PAOLO IN IMMAGINI


PREGHIERE A S.PAOLO DELLA CROCE

 

 

 
 

home  | passionisti  | links  |  contatti   |  
Copyright ? No Grazie : diffondete, stampate e utilizzate il contenuto di questo sito