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CAPITOLO XXXVIII

1. Ritratto dei Santo. 2. Sua ultima trasfigurazione.

(1775)

LE SUE QUALITA' NATURALI

Siamo al termine; tra non molto il nostro amatissimo Padre ci sarà rapito. Il cielo l'attira dolcemente e la sua anima non vive più che nelle alte regioni della luce. Come i figli desolati gettano un lungo e profondo sguardo sul padre che tra poco li lascerà definitivamente per imprimere indelebili nel loro cuore le amate sembianze, così noi vogliamo contem­plare ancora una volta questa augusta immagine, quest'anima di Santo che sta per divenire l'ornamento del paradiso.

Fin dal primo incontro, Paolo esercitava un'indicibile attrattiva per i doni eminenti di natura e di grazia dei quali la divina Provvidenza l'aveva largamente favorito.

Grave, maestoso e insieme dolce e affabile, ispirava confidenza e rispetto. Guardandolo, l'anima si sentiva portata a Dio: pareva che ema­nasse un profumo di pietà che suscitava devozione.

Tutto in lui era in perfetto accordo: alta statura, costituzione robusta e di squisita sensibilità; modi cortesi e pieni di eleganza e di grazia; fronte alta e spaziosa; sguardo vivo e penetrante che sotto l'azione oratoria faceva quasi scaturir lampi, la cui fiamma era temperata con la bontà e la modestia; voce simpatica, sonora e penetrante; passo né lento, né affrettato, ma pieno di maestosa naturalezza.

La sua anima era ardente ed elevata; l'intelligenza luminosa, vasta e profonda; la memoria fedele; la volontà risoluta e costante; il cuore tenero, nobile e generoso, di una franchezza si direbbe, cavalieresca. Quan­do Clemente XIV, ancora cardinale, lo vide la prima volta, rimase col­pito da questa figura di antico stampo e lo circondò della più cordiale amicizia, dicendo di aver trovato in P. Paolo un uomo tagliato all'antica.

Era facile infatti vedere che apparteneva alla famiglia delle anime grandi, a coloro che la Chiesa saluta come grandi legislatori monastici, dinanzi ai quali impallidisce anche la luce dei geni; per la sua santità e il prezioso contributo di apostolato Paolo sarebbe stato collocato accanto a Benedetto, a Domenico, a Francesco d'Assisi, Ignazio, Teresa ecc.

La vivacità e la pazienza; la forza e la dolcezza; la prudenza e la sern­plicità, in una parola le qualità più contrastanti tra loro, trovavano nel nostro Santo la più bella e la più perfetta alleanza.

Ecco la natura eletta che Dio aveva scelto per una grande missione che un giorno avrebbe dovuto compiere. Che occorre infatti a un fon­datore, soprattutto in un'epoca di guerre accanite contro gli Ordini reli­giosi? Una forte tempra spirituale che non si scoraggia né per le difficoltà dell'impresa, né per l'ardore degli aspri combattimenti che si devono sostenere, né per il tempo che bisogna saper aspettare. Sì, anche il tempo, il grande nemico che solo pochi uomini sanno vincere.

La vita di Paolo della Croce non è che una perpetua irradiazione delle più eroiche virtù. Abbiamo visto questo bell'astro fin dal suo sorgere mandare un vivo splendore e salire sempre più radioso, senza eclissi, né soste. Riuniremo ora alcuni raggi sparsi delle sue virtù.

 

LA SUA FEDE

La sua fede era quella che Gesù Cristo chiede nel santo vangelo: fede ferma che non vacilla, che non dubita mai. Ecco il segreto della sua potenza sulle anime e sui demoni; ecco il lievito potente col quale sollevava il mondo e obbligava il Signore a fare dei miracoli. Si udiva spesso ripetere espressioni di santa invidia per i martiri. Oh, quanto volentieri, a loro imitazione avrebbe suggellato la sua fede col proprio sangue! Tutto in lui, parole, azioni, l'intera vita riposavano sulla fede, la pura fede, la fede viva: « Lasciatevi guidare dalla fede...! » era una delle sue massime più care; « Quanto amo le anime che camminano nella fede pura e in un completo abbandono nelle mani di Dio! » (1).

(1) VS. p. 200.

 

Con questo spirito di fede, si considerava straniero sulla terra ed il suo cuore era fisso in cielo. Un giorno trattenendosi con i suoi religiosi in santi ragionamenti, animato da fuoco celeste, esclamò: « Io non posso capire come si possa trovare alcuno che non pensi sempre a Dio ». E nell'impeto del fervore, presa la mano di un religioso gli disse: « Questa pelle i sua, vero? Queste vene, questi nervi, questo braccio son suoi, vero?... Così è perché sta attaccato al suo corpo. Eppure è più certo che Dio abita dentro di noi che lei abbia questo braccio. Quello ce l'insegna la fede che è infallibile..., che lei abbia questo braccio potrebbe esser falso, per­ché il mio tatto si può ingannare » (2).

Altra volta diceva: « Voi siete il tempio di Dio. Visitate spesso auesto tempio inferiore; guardate se le lampade stanno sempre accese... » alludendo alla fede, alla speranza e alla carità. Altre volte diceva sorridendo: «State in casa vostra; andate in casa vostra». Oppure interrogava: « Come state in casa? ». Se qualcuno non capiva, il Santo riprendeva: « Ah, la casa vostra è il vostro spirito, l'anima vostra che è il tempio di Dio vivo, dove si abita per fede » (3). Nell'abituale presenza di Dio egli realizzava la sua prediletta espressione: preghiera, ventiquattrore al giorno (4).

Per S. Paolo della Croce il creato era una scala che lo innalzava a Dio. Finché la S. Regola non fu approvata, egli andava sempre a capo scoperto per rispetto all'infinita maestà di Dio che riempie l'universo. Dopo che il Papa impose l'uso del cappello, da figlio devoto accettò la prescrizione, ma parlando con persone pie stava a capo scoperto perché le vedeva tempio vivo dello Spirito Santo.

Il suo attaccamento alla fede lo faceva vegliare con cura scrupolosa sulla più schietta ortodossia delle nostre scuole. Quando specialmente i nostri giovani studiavano il trattato della predestinazione, che sollecitudine materna aveva il nostro Santo! Interrogava egli stesso or l'uno or l'altro, e questo perché in altra circostanza vi erano stati dei giovani che avevano concepito troppo timore e andavano dal loro venerando Padre con l'anima turbata. E il Santo attaccandosi alla fede: « Chi avrà fatto il bene, avrà la vita eterna; chi il male, il fuoco eterno. Questa è la fede cattolica. Così dico a voi se vi viene qualche turbamento su questo particolare... » (5).

Per mettere i suoi religiosi al sicuro dalle dottrine sospette, fece del­la dottrina del Dottore Angelico un punto della Regola e un articolo del suo testamento, rinnovando la raccomandazione di non allontanarsi dal grande Maestro S. Tommaso.

(2) S. 1. 225 § 300.

(3) S. 1. 237 § 337.

(4) Lt. I, 443.

(5) S. 1. 184 § 138.

 

Dopo le dolorose prove contro la fede sofferte nella gioventù, la vittoria riportata aveva lasciato nella sua intelligenza una luce senza ombre (6). Da qui quel rispetto e quell'amore che portava in sì alto grado alla santa Chiesa cattolica e al suo Capo, il Vicario di Gesù Cristo. Per disposizione speciale della Provvidenza i Sommi Pontefici del suo tempo gli dettero tutti segni evidenti di una bontà senza limiti. Il Santo dimostrò la sua più tenera riconoscenza innalzando al cielo ferventi e continue pre­ghiere per essi. Volle inoltre che nella sua Congregazione si avesse una speciale devozione al Romano Pontefice e ordinò che ogni giorno si reci­tassero le litanie dei santi e l'oremus pro Pontifice (7).

Era tanto il rispetto che il nostro Santo aveva per il Papa, che, sentendo pronunciarne il nome, si scopriva il capo e con profondo raccogli­mento diceva: « // Papa è il Vicario di Gesù Cristo! » (8).

Aveva una ferma persuasione che le preghiere del Papa godessero di un'efficacia particolare nel far discendere le grazie dal trono della divina Misericordia: « Tali suppliche fatte dal suo Vicario, oh, quanto devono es­sere gradite al Signore! » (9).

Ma se lo rallegravano i trionfi della Chiesa, nessuno può compren­dere il dolore che gli procuravano le sue persecuzioni. In questi casi gemeva, gridava, insorgeva come un figlio tenerissimo che vede oltraggiare sua madre: « Oh, quanto sento al vivo queste tribolazioni, perché mi pro­testo di essere vero figlio della Chiesa », sapendo che « chi non tiene la Chiesa per Madre, non avrà Iddio per Padre ». « Non una spina, ma un fascio di spine mi affogano il cuore nel sentire queste notizie tanto funeste. Volesse Iddio che finissero qui, ma non finiranno qui i presenti castighi-» (10).

Vedendo le violenze sacrileghe che nel mondo si commettevano contro la Chiesa e la divina giustizia, che ne era irritata, usciva in accenti profetici che, purtroppo, ebbero un pauroso avveramento.

(6) S. 1. 164 § 66.

(7) S. 1. 193 g 171.

(8) S. 1. 222 § 295.

(9) S. 1. 183 .§' 132.

(10) S. 1. 219 § 286.

 

Alla fede il nostro Santo univa una generosità sempre pronta al sacrificio. « Siate magnanimi, carissimi, scriveva ai suoi religiosi, e ricordatevi che dobbiamo camminare sugli esempi di Gesù Crocifisso ». Ma nonostante tanta austerità di fede, Paolo si rivelava di una grande semplicità quando celebrava i santi misteri.

La vigilia di Natale, nel cantare il martirologio, versava abbondanti lagrime (11). La notte poi, prima di mattutino, accompagnato dai reli­giosi con candele accese, portava in processione il S. Bambino adagiato nella culla, cantando un inno. Amava contemplare la divina Onnipotenza, Bontà e Sapienza ristretta in poveri pannicelli (12). Le sue la­crime, il suo raccoglimento, la sua fede, il suo amore invitavano i reli­giosi a dimenticare il mondo per immergersi in questo grande mistero:

« Un Dio bambino, scriveva, un Dio avvolto in poveri panni. Un Dio sopra un po' di paglia, tra due giumenti...! Chi rifiuterà di umiliarsi? Chi rifiuterà di sottomettersi alla creatura per amor di Dio? Chi avrà l'ardire di lagnarsi? Chi non custodirà il silenzio interno ed esterno nel dolore? » (Lt. II, 130).

Ma il grande pensiero, il pensiero universale che penetra, anima, assorbe la vita intera di S. Paolo della Croce, il pensiero che ha conservato il profumo dell'innocenza nella sua infanzia, coronato di trionfo i combatti­menti della sua gioventù, fecondato le fatiche del suo apostolato, sostenuto le sue austerità nel chiostro e nella solitudine, il pensiero che con­sacrerà finalmente il suo ultimo respiro, dando alla sua anima le trasfigu­razioni del cielo, è il pensiero della Passione di Gesù Cristo.

Ritorneremo su questo soggetto? Siamo lontani dall'averlo esaurito; occorrerebbero volumi, ma per raccogliere tutto in poco, diremo che la vita del nostro Santo ci offre una delle più vive immagini di Gesù Crocifisso con le sue tristezze, le sue angoscie, la sua flagellazione, la sua coronazione di spine, il suo fiele, il suo aceto, il furore degli uomini, la rabbia dei demoni, le agonie del Getsemani, i formidabili abbandoni del Calvario e anche la ferita del S. Costato.

Per imprimere in se stesso questa divina somiglianzà, Paolo si abbandonò a tutte le fatiche, a tutti i dolori, e il suo amore fu sempre più forte della sofferenza. Stupito un suo amico dei rigori della sua vita, gli domandò: « Come fate, P. Paolo, a menar questa vita? ». La risposta fu semplicissima: « Dio ha patito tanto per me; non è gran cosa che io faccia qualche cosa per amor suo » (13). '

(11) S. 1. 208 § 242.

(12) S. 1. 238 § 340; Lt. II, 116.

(13) S. 1. 263 § 63.

 

La Passione di Gesù Cristo egli la ritrovava nella S. Eucaristia che ne perpetua le sofferenze attraverso tutti i secoli ed in ogni luogo. Le sue visite al SS. Sacramento erano frequentissime; avrebbe voluto passare la sua vita in adorazione davanti al tabernacolo, come gli angeli in cielo e consumarsi d'amore come la lampada del santuario. Quando da vecchio non poteva più andarci, ci si faceva portare spesso.

La prima volta che i nostri fecero l'esposizione delle Quarantore ai Ss. Giov. e Paolo, il Santo per fare la sua adorazione si fece condurre in un coretto, dando ordine di chiudere la porta a chiave e non chiamarlo per nessun motivo. Proprio in quel tempo venne un illustre personaggio che voleva parlargli. Al religioso che fece l'ambasciata Paolo rispose: « Adesso non è tempo di parlare con le creature, perché sta in trono il Padrone della casa, il Signore dei Signori, il Padrone del mondo » (14).

E il Signore lo ricompensò abbondantemente di questa tenera devozione. Quando entrava in una chiesa, prima di conoscerlo dai segni esterni, sentiva, per una segreta attrazione del cuore, in quale altare si conservasse il SS. Sacramento. Accadde una volta che, dopo un enorme sacrilegio, gli fu riconsegnata una particola consacrata. Dagli effetti che provò la sua anima, Paolo comprese che era veramente consacrata; pareva che Gesù trasalisse di gioia nelle mani del suo servo fedele.

Che meraviglia che il giovedì santo volesse custodire egli stesso la chiave del S. Sepolcro e, portandola al collo, la baciasse devotamente, di­cendo: « Questa è la chiave che racchiude il mio tesoro, il mio Bene, il mio Dio » (15).

Dopo Gesù, Paolo della Croce nutriva una devozione tenerissima verso la Madonna. Poteva essere diversamente? Maria l'aveva salvato nella sua gioventù; l'aveva rigenerato, per così dire, alla vita divina; aveva dato origine all'Istituto della Passione. Il suo amore per la divina Madre do­veva essere dunque tenerissimo.

Le sue solennità liturgiche erano l'occasione più bella per rinnovare le sue proteste di affetto filiale. Vi si preparava con novene che faceva col più grande fervore (16).

(14) S. 1. 226 § 304

(15) S. 1. 235 § 333.

(16) S. 1. 346 § 200.

 

Al suo tempo non era ancora definito dalla Chiesa il domma dell'Immacolata Concezione, eppure per il nostro Santo non solo era una verità certissima, ma oggetto di speciale devozione che inculcava anche i suoi figli ai quali diceva: « Non è stato dichiarato di fede dalla Chiesa un tal punto, ma io vorrei dare il sangue e sacrificare la vita ai tormenti per la difesa del medesimo... Se con ciò non diverrei manne, son certo però che darei una grande gloria a questa grande Signora. Oh, me felice, se potesse riuscirmi! » (17).

Altra solennità che lo estasiava era la Natività di Maria. Che gioia per il santo innamorato della Madre celeste contemplare il Cuore della grande Bambina che, dopo il Cuore di Gesù, re di tutti i cuori, amava Dio più di tutti gli angeli e di tutti i santi! Sappiamo con quali santi trasporti celebrasse la festa della Presentazione che gli richiamava la sua consacrazione a Dio nel fiore degli anni (18).

La festa dell'Assunta la faceva precedere da una quaresima durante la quale si privava di ogni specie di frutto. Da questo segno di devozione non si dispensò né durante le sue convalescenze, né durante la vecchiaia, anche se il suo stomaco avesse reclamato come unico sostegno un frutto. Però il nostro Santo trovava il modo di distogliere l'attenzione, dicendo graziosamente: « Io sono come un famoso capo di banditi che il mercoledì non volle mangiar carne essendogli stata offerta, perché faceva il mercoledì di S. Antonio e intanto tornava da un omicidio com­messo » (19)-

Ma il titolo che maggiormente commoveva il suo cuore e gli faceva versare abbondanti lagrime era quello di Addolorata, di Regina dei Martiri. I dolori della Madonna richiamavano quelli di Gesù; non era pos­sibile propagare la devozione alla Passione di Gesù, senza ricordare i dolori di Maria. « Se andate al Crocifisso, diceva, vi troverete Maria; e là ove è la Madre è pure il Figlio » (20).

Qualche volta faceva un dialogo tra la Madre e il Figlio, ma così commovente, che inteneriva chi ascoltava. Per il nostro Santo i dolori dell'uno e quelli dell'altra erano come due oceani che si scambiano continuamente le acque. « II dolore di Maria è come il Mediterraneo...; da questo mare si passa all'altro sterminato della Passione di Gesù... ». « In questo gran mare si pescano le perle di tutte le virtù di Gesù e di Maria» (21).

(17) S. 1. 615 § 131.

(18) S. 1. 171 § 91.

(19) S. 1. 172 § 93.

(20) S. 1. 232 § 325.

(21) S. 1. 172 § 95; Lt. II, 725.

 

Diceva ancora che il culmine dei dolori della Vergine fu quando si vide tra le braccia, esanime, il caro Figlio, aggiungendo che, apparsa ad un'anima come era al momento del grande lutto, fu vista portare sul volto i segni della morte, tante erano le sofferenze che l'avevano alterato (22). Chi fosse quest'anima non c'è da dubitarne, era egli stesso. Trattenendosi un giorno a parlare con un sacerdote sulla Passione del Salvatore e i dolori di Maria, nel momento di maggior fervore, prese una piccola immagine che aveva fatto dipingere dal Cav. Conca, pregandolo che la rappresentasse il più addolorata possibile, e: «.Tenete, gli disse, ve la dono, perche non è espressa addolorata quanto conviene, lo l'ho veduta più addolorata » (23).

Un giorno, verso la fine della sua vita, mentre faceva il suo ringraziamento, nel Ritiro dei Ss. Giovanni e Paolo, gli apparve l'Addolorata col cuore trafitto da una spada e gli occhi inondati di lagrime. Gli parlò dei suoi dolori, ma con parole così commoventi, che si sarebbe spezzato anche un cuore di pietra. Gli fece comprendere che i suoi do­lori erano stati immensi e per la grandezza del suo amore e per l'estensione del suo spirito capace di contenere un oceano di dolori. Si lamentò della falsa devozione di coloro che pretendono di essere suoi servi e oltraggiano orribilmente il suo divin Figlio. Poi, volendo la Madre di misericordia venire in soccorso di un povero sacerdote, rivelò al Santo il triste stato della sua anima. Un giorno che andò a trovarlo, Paolo appena lo vide gli disse: « Ah, mi sembra di vedere un demonio! ». Era venuta l'ora della grazia; il colpevole confuso e pentito si gettò ai piedi del Santo ed ebbe la fortuna di ritornare a Dio (24).

Il culto verso Dio porta anche la devozione ai servi di Dio: gli angeli e i santi. Paolo aveva un culto speciale per il suo angelo custode e l'arcangelo S. Michele che aveva costituito protettore della Congregazione; per S. Giuseppe, sposo purissimo della Vergine e grande maestro della vita inferiore; per S. Pietro, il principe degli Apostoli; per S. Paolo, il migliore cantore della Croce di Cristo; per S. Luca, modello di mortificazione; per S. Francesco di Assisi, che con le sue stimmate divenne immagine vivente di Gesù Crocifisso (25).

(22) S. 1. 232 § 326.

(23) S. 1. 200 § 209.

(24) PAR. 2302-2303.

(25) S. 1. 217 § 279.

 

Ebbe pure una devozione particolare per S. Maria Maddalena che, dopo la S. Vergine, aveva più di tutti amato Iddio; per S. Teresa, della quale gustava la celeste dottrina mistica; per S. Caterina da Genova, che fu un prodigio di amor divino (26).

Profonda era pure la venerazione che Paolo aveva per le sante reliquie che erano state un tempo membra viventi di Cristo e tempio dello Spirito Santo.

 

IN DIO TUTTE LE SUE SPERANZE

Se la fede di Paolo era ammirabile, non poteva esserlo meno la sua speranza. Si considerava un bambino tra le braccia della mamma. Sì, vedeva intorno a sé pericoli e precipizi, ma se una madre non si lascia sfuggire il figlio nel vuoto, come è possibile che questo avvenga a Dio? Fondato su questa verità, Paolo diceva di vivere tranquillo, abbandonato sul seno della Bontà di Dio e la sua speranza diveniva tanto più forte, quanto maggiori erano gli ostacoli (27).

Quale coraggio e quanta costanza non dimostrava quando lo richiedeva la gloria di Dio e il bene della Congregazione! Per quest'opera infatti quante fatiche, quanti disgusti e quante umiliazioni dovette sop­portare! E tutto questo per lo spazio di 47 anni, prima di vederla approvata dalla Chiesa!

Quando andò la prima volta a Roma, a chi gli avesse domandato per quale motivo era venuto solo, scalzo e mal vestito, avrebbe risposto: Per fondare una nuova Congregazione di apostoli che porteranno nel mondo la luce e l'amore che scaturiscono da Gesù Crocifisso. Se meravigliati di questo piano grandioso, gli avessero chiesto dei suoi protettori a Roma, dei suoi compagni e delle sue risorse, Paolo avrebbe do­vuto rispondere: « lo non ho né protettori, né amici, né compagni, né denaro, né scienza; vado perché Dio me l'impone ed io non conto che su di lui ».

Che concludere da una tale risposta? O questo giovane è un eroe di fiducia in Dio o è il più presuntuoso degli uomini, la vittima più com­passionevole delle proprie illusioni (28).

(26) S. 1. 234 § 331; 552 § 87.

(27) S. 1. 275 § 98; 250 § 28.

(28) VS. p. 238.

 

Ma Paolo ha fondato la sua grande opera, lasciando alla sua morte 14 case piene di vita spirituale e di attività apostolica, con un buon numero di religiosi. E' vero che spesso la vide, secondo la sua espressione, attaccata ad un filo, ma egli non ebbe mai il più piccolo dubbio che la Congregazione avrebbe progredito: « Ve­drete, vedrete, diceva ai suoi figli; so io...; so io... che sarà di questa Congregazione » (29). Le sue parole ebbero la più solenne conferma: grandi personaggi, sacerdoti, vescovi, cardinali e Sommi Pontefici gli offrirono tutto il loro appoggio. Era il premio della fiducia che Paolo aveva riposto in Dio.

 

LA SUA CARITA' VERSO IL PROSSIMO

Che dire della sua carità? Abbiamo già riferito fatti meravigliosi, da strappare un grido di ammirazione per questo serafino della terra, ma quanti altri se ne potrebbero ancora riferire! Ci contentiamo di dire che S. Paolo della Croce è una di quelle anime che maggiormente hanno fatto sbalordire il mondo con l'ardore della loro carità verso Dio. Diamo un semplice sguardo ai suoi invincibili slanci verso l'Eterno Amore, dia­dema di luce che coronerà la sua gloria.

L'amore di Dio è il principio e la misura dell'amore del prossimo. Quando Gesù Crocifisso entra in un'anima non vi entra solo, ma con l'umanità intera, racchiusa nel suo Cuore. Ecco perché accende in questa anima un amore inestinguibile e universale, mentre dalle sue piaghe emana un'immensa compassione per ogni dolore; compassione ardente e generosa che va fino al sacrificio, alla completa immolazione di sé per recare conforto e aiuto.

Tale fu la carità del nostro Santo che visse per gli uomini perché viveva per Iddio. Egli avrebbe voluto, anche a prezzo del suo sangue, comunicare a tutti i veri beni: la luce, la verità, la pace, il cielo, Dio. Come il divino Maestro, anch'egli sarebbe morto per un'anima; come il grande Apostolo, avrebbe consentito di essere anatema per i fratelli.

(29) S. 1. 260 § 57.

 

Nessuno ama i poveri come li amano i santi che possiedono il segreto della vera carità che da e si dona. Paolo si era fatto povero, ma anche nella sua povertà, sapeva dare. Per nutrire le membra sofferenti di Gesù Cristo soffriva la fame: « La minestra mia datela ai poveri e ancora la pagnotta; per me ponete in refettorio un tozzo di pane, avete capito? ». Così ordinò in un anno di carestia (30).

Andava alle volte egli stesso alla porta, anche da vecchio, per dare l'elemosina ai poveri. E con quanta bontà la porgeva! Si metteva in ginocchio davanti a loro e a capo scoperto, con le lagrime agli occhi, li esortava a mangiare. Dopo l'elemosina materiale, quella spirituale, inco­raggiandoli a soffrire pazientemente la loro miseria per amore di Dio: « Fatevi coraggio, poverelli di Gesù Cristo, perché il paradiso è dei po­veri. Guai ai ricchi! Le loro ricchezze saranno di maggior tormento nel­l'inferno» (31).

Volendo ispirare la sua tenera carità ai suoi figli, diceva alle volte: « Guardateli in fronte..., portano scolpito il nome di Gesù Cristo » (32). E voleva che nelle nostre case i poveri trovassero sempre la carità.

In tempo di carestia faceva appello ai suoi figli invitandoli a cedere la metà del loro povero pasto per aiutare meglio gl'indigenti. E come era grande la gioia del padre nel vedere i suoi religiosi che con santa emu­lazione si privavano in parte del loro nutrimento per i poveri!

La sua carità era delicata ed ingegnosa; per quanto dipendeva da lui avrebbe voluto togliere l'umiliazione dell'indigenza. Era generosa specialmente quando si trattava di salvare l'innocenza che la miseria espo­neva al pericolo. Un giorno aveva ricevuto una moneta d'oro. Tornando a casa incontrò due povere giovani che gli domandarono l'elemosina. Paolo, dopo aver raccomandato di essere virtuose e devote della Passione di Gesù, donò loro la preziosa moneta (33). Arrivò perfino a dare dei mobili e denaro per facilitare il collocamento di giovani povere (34). A Orbetello, una donna gravemente malata, avrebbe lasciato con la sua morte, una figlia giovane, sola e povera. Il Santo ne fu commosso e disse al P. Fulgenzio: « Quanto desidererei soccorrerla! ». La notte se­guente apparve all'ammalata e miracolosamente la guarì.

Quando non aveva nulla, la sua voce d'apostolo patrocinava la causa dei poveri di Gesù e si faceva mendicante, per essi, alla porta dei ricchi (35).

(30) S. 1. 399 § 131; 465 § 472.

(31) S. 1. 465 § 469.

(32) S. 1. 432 § 314.

(33) S. 2. 394 § 204.

(34) S. 1. 400 § 135; 386 § 35.

(35) «Esprit et Vertus de St. Paul de la Croix » p. 94.

 

Le malattie, le tristezze, le agonie trovavano in lui un angelo consolatore. Non era possibile che partisse da un luogo dove aveva predicato senza aver portato negli ospedali e nelle prigioni il balsamo della sua carità (36).

Se così pensava alle indigenze materiali dei vivi, poteva trascurare quelle spirituali dei morti che sono molto più bisognosi di aiuto? Ed eccolo il grande discepolo della carità di Gesù usar tutti i mezzi disponibili per aiutare le anime del purgatorio: preghiera, indulgenze e aspre discipline fino a cadere svenuto. Non poteva fare diversamente perché, accompagnato dalla Madonna e dall'angelo custode a visitare il purgatorio, aveva visto che quelle pene hanno tanta rassomiglianza con quelle dell'inferno (PAR. 2286).

Ma i bisognosi erano tanto grandi e numerosi che ci voleva altro per sollevarli tutti! E il nostro Santo si fa apostolo delle anime del purgatorio chiamando altri in aiuto, fomentando quella devozione specialmente tra i suoi figli (37).

Si vide così nella sua camera una continua processione di anime che venivano a raccomandarsi alle sue preghiere o a ringraziarlo di quelle fatte (38). Riportiamo un fatto narrato da Paolo stesso a Rosa Calabresi.

Vi fu un sacerdote al quale aveva raccomandato di emendarsi di alcuni difetti. La raccomandazione, purtroppo, non ebbe buoni risultati. Una notte nel Ritiro di S. Angelo, mentre Paolo riposava, sentì picchiare forte alla porta. Credendo che fosse il demonio che veniva a disturbarlo, il Servo di Dio gli disse: « Va via ». Dopo un po', un altro busso come prima. E Paolo, di nuovo: « Va via ». Alla terza volta pensò che non fosse il demonio e rispose: «Io ti comando da parte di Dio che dica chi sei e cosa vuoi». Sente una voce rispondere: « Sono l'anima di... (il sacerdote amico) che sono morto questa notte alle sei e mezza (39), e sono stato condannato al purgatorio per quei difetti dei quali più volte mi ha avvertito. Oh, che pene! Mi pare che siano migliaia di anni che mi trovo in purgatorio! ». Paolo guardò l'orologio; erano le sei e tre quarti. « E' un quarto d'ora che siete spi­rato e vi paiono migliaia di anni? ». « Sì, mi paiono migliaia di anni ».

(36) « Esprit et Vertus... » p. 68; 92-93.

(37) S. 1. 440 § 358; 386 § 34.

(38) PAR. 2286.

(39) A quei tempi le ore del giorno cominciavano al tramonto. 394

 

Mosso a compassione per le sofferenze di quell'anima, da mano alla disciplina e si batte con gran fervore. Non avendo ricevuto nessun segno di liberazione, ripete la disciplina e prega fervorosamente il Signore. Iddio gli fa capire allora che quell'anima sarà liberata il giorno seguente. La mattina durante la consumazione nella S. Messa vede quell'anima che tutta circondata di luce sale alla gloria del cielo (40).

E' stato detto che la riconoscenza è il fiore della carità; essa dunque spicca più che in tutti nei santi. Sensibile al più piccolo beneficio, Paolo mostrava la più viva gratitudine per i benefattori. La sua anima strettamente legata ad essi, era piena di attenzioni verso di loro; pareva che avesse voluto procurar loro ogni bene in questo mondo e i primi posti in paradiso (41). Ne parlava ai suoi religiosi per accenderli della stessa riconoscenza ed esortarli alla preghiera. Se li sapeva nel dolore voleva che tutta la comunità facesse violenza al cielo con insistenti pre­ghiere perché fossero confortati (42). Li accoglieva in Ritiro o li visi­tava in casa con la più grande carità e gentilezza. Alla loro morte faceva raddoppiare le preghiere, affinchè potessero al più presto godere della felicità eterna. Oltre le preghiere quotidiane, prescrisse che per i benefattori vivi e defunti si facessero preghiere speciali al principio di ogni mese, in certe solennità dell'anno e nell'ottavario dei de­funti (43). In loro vantaggio, mentre ancora era in vita, ottenne da Dio il potere di operar miracoli, come avvenne per la famiglia Grazi di Orbetello, per i Costantini di Tarquinia, per i Frattini di Roma, per gli Angeletti di Ceccano e per altri.

(40) PAR. 2288.

(41) Lt. I, 574.

(42) S. 1. 414 § 212; 547 §

(43) S. 1. 967 § 85; VS. p.

 

Ma la carità di predilezione il nostro Santo la riservò per i suoi nemici. Ebbe persecutori che attaccarono la sua persona e la sua opera e con tutti i mezzi e in tutti i modi cercarono di rovinar tutto. Arrivarono a calunniarlo, perfino a percuoterlo ed attentargli la vita. Paolo, anziché credersi dispensato dall'amarli e beneficarli aumentò verso di essi amore e benefici. Per lui le ingiurie erano un titolo speciale alla benevolenza. Essendo stato accusato da alcuni calunniatori in un tribunale ecclesiastico, Paolo, dopo essersi rimesso interamente nelle mani di Dio, disse: « Adesso mi corre l'obbligo di raccomandarli particolar­mente al Signore » (44).

In un viaggio che fece a Roma per ottenere l'approvazione delle Regole, incontrò una persona che. perduto lo spirito della sua vocazione e dimentico anche di quello cristiano, incominciò ad insultarlo. Paolo tacque. Quella mansuetudine, invece di calmare il disgraziato, lo irritò maggiormente, passando dalle parole ai fatti, lo investì gettandolo a terra e calpestandolo. Il nostro Santo, calmo e silenzioso, ad imitazione del suo Gesù, si lasciò flagellare, dispiacente solo dell'offesa a Dio. Ad un sacerdote suo amico che, vedendolo più serio e pensieroso del solito, gli aveva domandato che cosa avesse, Paolo della Croce rispose semplicemente invitandolo a pregare per un'anima che stava in grave pericolo di perdersi (45).

 

SUA UMILTA'

Questi atti eroici di carità fluivano nel nostro Santo dalla profonda umiltà che aveva acquistato e continuamente alimentava con la meditazione di Gesù Crocifisso. Il pensiero che richiamava agli altri: « Un Dio umiliato...! » egli lo aveva fisso nella mente e nel cuore. Di qui, il non sentirsi mai sazio di disprezzo e di umiliazioni; di qui, la santa ebbrezza della Croce. Andando al S. Altare gli pareva di essere un orribile dragone con paramenti sacri e tutto confuso ripeteva: « Si avvicina il momento che il Figlio dell'uomo sarà consegnato nelle mani dei peccatori » . Il concetto che Paolo aveva di se stesso possiamo cono­ scerlo da queste sue parole: « Il mio è l'orribile nulla che parmi più orribile dell'inferno, stante il male che può fare con infiniti peccati » . E rivolgendosi al cielo, esclama: « Ah, Signor mio Gesù Cristo, guardatevi da me, che sono peggiore di Calvino e Lutero, se mi lasciate un momento! Oh, quanto temo di me! » (46).

Con questa convinzione non fa meraviglia che si reputasse l'ultimo di tutti e ritenesse come adatti a sé gli uffici più faticosi e più umili. Finché ebbe forze sufficienti, non permise che gli pulissero e ordinassero la camera, ma volle farlo da se stesso (47).

(44) S. 1. 250 § 29.

(45) VS. p. 342; S. 1. 656 § 73.

(46) VS. p. 481; Lt. I, 721-722.

(47) S. 1. 773 § 89.

 

Alle volte andava in cucina a lavare i piatti, serviva i malati, si metteva in ginocchio davanti ai suoi religiosi e, battendosi il petto, si raccomandava, con le lagrime agli occhi (48). Il più grande dispia­cere che gli si poteva dare, era fargli dimostrazioni di stima. Dicendo il giorno della festa di S. Ignazio che gli « si era raccomandato di cuore perché suo amico », il religioso confermò che certamente era suo amico perché anch'egli fondatore. Paolo, troncandogli la parola: « Tacete, che se S. Ignazio è un gran Santo, io sono peggiore di una bestia» (49). Un'altra cosa che lo faceva tanto soffrire era il titolo di Fondatore. « Oh, se sapessero quei che mi chiamano fondatore e mostrano di avere qualche concetto e fare stima di me, che stoccate mi danno al cuore e che pena mi cagionano! Per compassione non avrebbero cuore di dirmelo, né mostrerebbero il minimo segno di stima. Essi propriamente mi annientano e mi farebbero cadere in pusillanimità, se non mi sollevassi con una viva confidenza nella bontà ed infinita misericordia di Dio, nei meriti infiniti della Passione e Morte di Gesù Cristo. Col rammentarmi la fondazione della Congregazione, mi mettono avanti le mie ingratitudini e mi fanno ricordare di aver io imbrattate ed impedite con le mie colpe le opere di Dio. Questa è una delle più terri­bili amarezze e pene di spirito che provo in tali circostanze » (50). Per lui l'unico Fondatore della Congregazione era Gesù Crocifisso. Avendogli domandato il Cardinale Orsini come avesse fatto a fondare la Congregazione, il nostro Santo rispose: « Eminenza, sono cose lunghe ». Insistendo il Cardinale per sentire se egli fosse il Fondatore, Paolo con sentimenti di profonda umiltà: « II Fondatore, Eminenza, è il Crocifisso. Io ho imbrattata l'opera con le mie imperfezioni» (51). Un'altra volta, trovandosi a Roma nell'anticamera di un prelato, i domestici gli domandarono chi fosse il fondatore dei Passionisti. Paolo rispose che era un povero peccatore (S. 1 774 § 101).

Un giorno s'incontrarono insieme ad Acquapendente lui e S. Leonardo da Porto Maurizio. Celebri l'uno e l'altro per santità e per zelo apostolico, furono richiesti di tenere un discorso al popolo. Per il po­polo l'uno valeva l'altro, bastava che uno dei due avesse parlato.

(48) S. 1. 781 § 136.

(49) S. 1. 794 '§ 216.

(50) S. 1. 810 § 323.

(51) S. 1. 817 § 374.

 

Ma chi? Ne nacque mia santa gara di umiltà: tocca a lei; no, tocca a lei. Dopo essersi rimandato reciprocamente l'onore di predicare, il santo Minorità non potè più resistere alle umili insistenze del nostro Paolo e dovette predicare. Fatto coraggioso da quella vittoria, ne tentò un'altra e l'ottenne: volle qualche consiglio per la buona riuscita delle mis­sioni. S. Leonardo, umilissimo anche lui, non ardiva dar suggerimenti a chi già trascinava le folle ai piedi del Crocifisso, ma santamente im­portunato, dovette contentarlo, facendo però spiccare, nello stesso tempo che gareggiava in umiltà col santo Fondatore dei Passionisti. «Io sono di sentimento, disse, che per essere un buon missionario ci voglia un interno ben aggiustato » (52). La sentenza piacque tanto, che Paolo non la dimenticò più.

Pietra di paragone della vera umiltà sono le offese e gli oltraggi sopportati pazientemente. Davanti a questa prova non c'è da confon­dere la vera con la falsa umiltà. Per il nostro Santo, niente di più caro, di più prezioso ed amabile che i disprezzi, gl'insulti e le umilia­zioni di ogni specie. Egli non solo ama e ricerca le umiliazioni, ma trovatele, ne gode, ci si riposa; sente che allora è propriamente discepolo di Colui che divenne l'obbrobrio e il rifiuto dell'umanità (53).

Non si creda, però, che fosse così per temperamento; no, era frutto di virtù. Egli gioiva negli affronti e soffriva negli onori perché il suo sguardo l'aveva continuamente rivoltò a Gesù Crocifisso, ed era deciso a ricopiarlo nella sua vita.

Sapendo che qualche documento conteneva cose che risultavano a sua lode, se non portava danno all'Istituto, lo strappava o lo bruciava: « Se io potessi, e mi fosse lecito, scancellerei perfino il mio nome dai Brevi pontifici. Non voglio che resti nessuna memoria di me nella Congregazione » (54).

Nel Ritiro della Presentazione si conservavano alcuni documenti, riguardanti i primi anni della sua consacrazione a Dio, che il P. Fulgenzio aveva fatto venire da Alessandria debitamente legalizzati. Il santo Fondatore sospettò di qualche cosa e andato in S. Visita in quel con­vento, ordinò che gli si consegnassero tutti gli scritti che riguardavano lui. Avutili, nonostante le raccomandazioni dei religiosi, li bruciò.

(52) S 1. 776 110.

 

Il suo tirò però non riuscì completamente perché il prudente superiore della casa, prima di consegnare gli originali, trovando ora una scusa, ora un'altra, fece trascrivere i principali, senza che il nostro Santo ne venisse a conoscenza.

Un altro tormento, forse il maggiore, che ebbe a sperimentare per la sua umiltà fu la stima di santo che spesso gli dimostravano. Paolo non riusciva a capire come si potesse aver di lui quel concetto e, affondandosi sempre più nel suo niente, esclamava: « Oh, quanto s'ingannano sopra di me! Ma io non ho mai avuto intenzione d'ingannare alcuno, e se il Signore mi concedesse il purgatorio sino alla fine del mondo, mi userebbe una grande carità» (55).

Mons. Cavalieri, vedendo il fratello moribondo, gli applicò un segno usato dal P. Paolo e all'istante guarì. Scrisse poi al P. Fulgenzio e questi lo comunicò al Santo. Non lo avesse mai fatto: Paolo incominciò a piangere inconsolabile (56).

Alle volte l'indiscrezione dei devoti arrivava al punto, che gli tagliavano il mantello per avere reliquie. Accorgendosene dopo il fatto,

il Santo alle volte esclamava: « Mi hanno tagliato il mantello, credendo che io sia il P. abate, ed io sono il cuoco. Se mi conoscessero fuggirebbero via come da un contagio. Iddio mi vuol confuso ed umiliato. Sia fatta la sua santissima volontà » (57). Altre volte diceva: « Questa buona gente vuoi fare le calzette alle galline. Quanto sono ciechi. Diversi sono i giudizi degli uomini da quelli dì Dio » (58).

Per amore all'umiltà fuggiva i luoghi dove poteva essere onorato e vigilava perché non gli venisse scambiata la sua biancheria. Accorgen­dosi della sostituzione faceva subito il più energico reclamo. Non permetteva neppure che gli baciassero la mano, benché fossero uomini.

Negli ultimi anni della sua vita, non potendo più camminare, ai religiosi che lo recavano in portantina diceva: « Andate avanti e non vi fermate ». Se quelli che lo portavano e gli facevano segni di venerazione erano persone secolari, egli diceva con tristezza: « Me infelice! Chi sa che questa povera gente non sia migliore di me innanzi a Dio! ».

(52) S. 1. 776 § 110.

(53) S. 1. 772 § 85.

(54) S. 1. 775§105.

(55) S. 1. 767 § 58.

(56) S. 1. 762 § 19.

(57) S. 1. 812 § 336.

(58) S. 1. 813 § 347.

 

Un giorno, recandosi da Orbetello al Monte Argentario con un compagno, incontrarono un pescatore il quale, dopo aver salutato i due religiosi che non conosceva chi fossero, incominciò a dire: « Come siete felici di andare lassù, al convento dove abita un santo, il P. Paolo! ». Queste parole furono come un colpo di sferza per il nostro umile Santo che rimase quasi stordito. Poi per fargli cambiar parere disse: « Ma chi è questo santo, il P. Paolo? ». « Sì, rispose il pescatore, il P. Paolo è un vero santo ». « lo invece posso assicurarvi ch'egli non crede assolutamente di essere un santo ». « Lo creda o non lo creda, riprese il pescatore un po' indignato, io vi dico che è un santo, un vero santo, un gran santo ».

Non avendo la virtù dei santi, ci sembra difficile a noi che in mezzo a tanti onori e a tanti miracoli non si levi almeno qualche leggera aura di vanità; per S. Paolo della Croce invece la superbia sarebbe stata la cosa più assurda. Era tanta la sua umiltà, che arrivò a dire al suo confessore: « La superbia, per grazia di Dio, non mi si accosta; mi crederei dannato se mi venisse un pensiero di superbia » (59). Come non è possibile che un mendico tutto ricoperto di piaghe si inorgogli­ca in mezzo ad un'assemblea di nobili, riccamente vestiti, così Paolo, credendosi peccatore, non provava nessuna compiacenza in sé.

Anziché un santo, Paolo si credeva un peccatore, e che profonda convinzione ne aveva; fino a tremare per la sua salvezza. « Iddio mi tiene aperto avanti agli occhi un gran libro, la cognizione dei miei peccati. Pregate per la povera anima mia affinchè Iddio le usi misericordia » (60). Il testimonio di queste espressioni, che è lo stesso reli­gioso che gli serviva da segretario, aggiunge: « Le proferiva con tale umiltà, che mi faceva piangere ».

Potremmo riferire molti tratti meravigliosi sull'umiltà, sulla mortificazione, sull'amore alla sofferenza, alla povertà, ma contenti di questo piccolo saggio, passiamo alla sua obbedienza e alla sua angelica purezza.

(59) S. 1. 771 § 82.

(60) S. 1. 816 § 371.

 

LA SUA OBBEDIENZA

Paolo fin da giovane aveva fatto voto di obbedienza. Secondo questa promessa, suo superiore era chiunque l'avesse comandato. Percorrendo la sua vita prima nel Castellazzo, poi nel romitorio della Catena, alla Madonna della Civita e soprattutto a S. Gallicano, noi vediamo Paolo rimaner fedele al voto di obbedire a tutti per amor di Dio.

Fondatore e Superiore Generale della Congregazione, si trovava nella condizione di dover comandare, piuttosto che obbedire, eppure il suo amore all'obbedienza sa trovare il modo di praticare ancora una virtù tanto cara a Dio.

Avendo un vero culto per la S. Regola e per la sua osservanza, al primo segnale del campanello correva prontamente a tutti gli eser­cizi della comunità. Per lui il Direttore spirituale era il suo Superiore e non si permetteva un passo senza il suo permesso. Richiesto di un favore da un'anima che dirigeva, le risponde: «Pregherò il P. Gian Battista che mi conceda di venire in Orbetello. Se si contenterà, domani... sarò in S. Francesco, se no, bisognerà aver pazienza... » (61).

Nelle malattie il santo vecchio si sottometteva all'infermiere con la semplicità di un bambino. Obbediva con rispetto profondo ai vescovi ai parroci, a tutti i superiori ecclesiastici; quando poi si trattava del Papa, arrivava fino ad operar miracoli.

 

LA SUA ANGELICA PUREZZA

Che diremo della sua purezza? In tutto il corso di questa vita, come in un giardino ricco dei più bei fiori, noi abbiamo respirato il soave profumo della purezza verginale che emanava dall'anima del nostro Santo, sempre pura ed immacolata come un giglio. Il suo motto programmatico che fin dall'infanzia aveva preso come norma della sua vita era: La morte, ma non il peccato. E l'innocenza fu la candida veste che lo accompagnò fino all'ultimo respiro. Parlando un giorno del tempo della sua gioventù, si rimproverava di essere stato un po' troppo vivace, ma aggiungeva che Dio l'aveva preservato dagli scogli nei quali tanti giovani fanno triste naufragio. Durante la sua grave malattia che soffrì ad Orbetello, credendosi solo, si sfogava così con Dio: « Sapete, Signore, che il vostro Paolo non sa, per grazia vostra, di aver macchiato l'anima con colpa da lui avvertita » (62).

(61) cfr. « Esprit et Vertus de St. Paul de la Croix » p. 310-312.

(62) S. 1. 328 § 127; 382 § 4.

 

Non si creda però che la virtù in lui fosse frutto spontaneo di un temperamento freddo e insensibile. Aveva al contrario una squisita te­nerezza di cuore, una costituzione ardente, una immaginazione viva. L'aver ritenuto la bellezza angelica nella sua anima era frutto di lotte e di sanguinosi combattimenti. La sua giovinezza dotata dei più ricchi tesori della natura e di quella attrattiva della virtù che non è senza pericolo, malgrado la sua più scrupolosa vigilanza, più volte dovette soste­nere assalti che avrebbero scosso una virtù meno solida.

Il giglio della verginità brillò in luì in tutto il suo splendore perché lo circondò con le spine di una vita austera e ne affidò la custodia ad una modestia inviolabile, sempre forte nella fuga delle occasioni, sem­pre piena di diffidenza di sé. La sua modestia, secondo la deposizione di un sacerdote, l'avrebbe fatto scambiare per un angelo. Arrivò a dire che avrebbe preferito farsi cavar gli occhi, anziché fissarli sul volto di una donna (63). Ad Orbetello tra le sue penitenti vi era una signora spagnola della quale tutti lodavano la rara avvenenza. Il nostro Santo, benché dovesse trattarci, la riconosceva solo dalla voce (64).

Quando doveva trattar con donne, i suoi discorsi spiravano gra­vita religiosa e unzione celeste; era di poche parole, voleva che la porta del parlatorio rimanesse aperta e un altro religioso, quasi angelo custode, doveva assistere ad una certa distanza. Da questa norma Paolo non si allontanò mai, qualunque fosse la condizione della persona in­terlocutrice. Un giorno fu una principessa che venne a parlargli della sua vita spirituale. Qualcuno per riguardo socchiuse la porta. Il buon Padre, accortosene, alzò la voce: « Aprite, aprite perché parlare a porte chiuse è contro la Regola dell'Istituto » (65). Il suo amore per la pu­rezza fu così grande, che arrivò fino ad apparire incivile. E' Paolo stesso che schiettamente lo confessa: « Non mi fido di me; in questa materia ho usate tante cautele, che ho commesso perfino delle inciviltà» (66). Gloriose inciviltà che creano i santi!

(63) S. 1. 730 § 150.

(64) S. 1. 728 § 136

(65) S. 1. 722 § 88.

(66) S. 1. 725 § 107.

 

Nella direzione spirituale delle anime Paolo vigilava con somma cura per non farvi scivolare il più piccolo sentimento umano; il suo unico scopo era la gloria di Dio e il progresso delle anime. Il pensie­ro di poter essere ladro della gloria di Dio l'atterriva. Una signora un giorno lo pregò che la raccomandasse al Signore. Il Santo promise di pregare per lei. Desiderando che quella preghiera fosse continua, si fece ardita a dirgli che l'avesse « tenuta sempre presente nelle sue orazioni senza mai scordarsi di lei». « Questo poi, no, rispose Paolo; quando io ho trattato con donne, aiutandole come ho potuto, le raccomando al Signore e procuro di scordarmi subito di loro » (67). La risposta non è certo un modello di gentilezza, ma esprime il segreto della sua purezza angelica. Era convinto che un po' di santa rustichezza con le persone dell'altro sesso salva il giglio della purezza; al contrario un po' di familiarità può metterla in serio pericolo.

Ma il Servo di Dio voleva che la virtù degli angeli risplendesse in grado eminente anche nei suoi figli di Congregazione; ed eccolo maestro vigilante che insegna come custodire e rendere più profumato ed amabile questo bel fiore. Non si saprebbe dire con quanto zelo li esortasse a ricopiare in se stessi la modestia del Salvatore. Li esortava non solo alla vigilanza degli occhi e degli altri sensi, ma ad uniformare tutta la loro vita alle regole della più rigorosa modestia, decenza e dignità

Era salito così in alto nell'amore celeste, che anche durante la sua vita mortale Iddio lo innalzò ad essere un potente protettore della castità di chi era in pericolo. Aveva predicato la missione a Valentano, provincia di Viterbo. Prima di partire gli si presenta una giovane. Paolo ha visto il suo avvenire e per metterla in guardia, le dice chiaramente: a Figlia, state attenta, Iddio mi ha fatto conoscere che dovrete sostenere una grande lotta, una persecuzione contro la vostra onestà » (68). Però dopo questa triste notizia gliene da una consolante: abbiate grande fiducia in Dio; col suo aiuto riuscirete vincitrice.

Per qualche anno tutto andò bene, dimentica perfino della predizione, ma dopo quattro anni eccola realmente perseguitata da un dissoluto che tentò più volte di rapirle il prezioso tesoro della purezza. Sul punto di cader vittima, non sapendo come respingere l'assalitore, le venne in mente quanto le era stato predetto; invocò in aiuto il P. Paolo e con la sua celeste assistenza riportò il più completo trionfo da quei pericolosi combattimenti.

(67) S. 1. 728 § 134.

(68) VS. p. 467.

 

Quasi in premio dello zelo che Paolo spiegava per suscitare l'amore all'angelica purezza anche in altre anime, Iddio intervenne con segni soprannaturali. Parlando con lui si provava una dolce attrattiva per la santa virtù. Alle volte emanava dalle sue mani, dagli oggetti che aveva toccato, dalle camere da lui abitate, da tutta la sua persona un profumo sconosciuto alla terra. Altre volte la sua carne pareva avesse ricevuto in anticipo le qualità dei corpi gloriosi: l'impassibilità, la chia­rezza, l'agilità, la sottigliezza (69). L'abbiamo visto: nelle estasi non sente più il dolore, brilla di vivissima luce e sollevato da terra, vola come gli angeli; l'abbiamo visto uscir di casa a porte chiuse, presente nello stesso tempo in più luoghi. Questi fenomeni si sono ripetuti più volte nel corso della sua vita, ma in modo più solenne negli ultimi mesi che precedettero la sua morte, quando il nostro Santo continuamente avvolto nella luce del soprannaturale, pareva che non apparte­nesse più alla terra, ma già fosse del cielo. Ma per dare al nostro Santo quest'ultimo colpo di pennello ci vorrebbe un raggio della luce più pura, la mano di un angelo e i colori che abbelliscono la Gerusalemme celeste.

 

PRELUDI DI GLORIA ETERNA

Come abbiamo promesso nel capitolo precedente narreremo qui i prodigi che avvennero durante i colloqui spirituali che Paolo tenne quasi tutti i giorni, per oltre due mesi, mezz'anno prima della sua morte con la pia vergine di Cerveteri, Rosa Calabresi. Parlando di Dio, il santo vegliardo appariva tutto trasformato e le sue parole parevano frecce di amore.

Un giorno, rapito in estasi, s'innalzò di due palmi al di sopra della poltrona. Inebriandosi alla sorgente della luce divina, ne rifletteva anche i raggi; il suo volto divenne risplendente come il sole; aveva le braccia ora stese, ora incrociate sul petto e le ginocchia piegate. In quest'atteggiamento devoto, sospeso tra cielo e terra, con lo sguardo fisso in alto rimase per lo spazio di un'ora (70).

(69) S. 1. 718 § 64.

(70) PAR. 2267.

 

Un'altra volta, parlando del mistero della Trinità, si rinnovò quel che avvenne a S. Giovanni della Croce con S. Teresa: si accese in volto, il suo capo fu circondato da una specie di aureola luminosa e senti i segni precursori dell'estasi. Credendo d'impedire quella manifestazione che tanto dispiaceva alla sua umiltà, si attaccò ai bracciuoli della poltrona, mentre si appoggiava fortemente al dorsale. Quell'industria della sua umiltà servì solo a far riplendere meglio il miracolo, perché fu innalzato di 7-8 palmi con tutta la poltrona. Dopo circa un'ora di altissima contemplazione trascorsa immobile e con le mani giunte da­vanti al petto, la poltrona col Santo si riabbassò e senz'alcun rumore si rimise al posto di prima (71).

In uno di quei colloqui essendo sorto un dubbio intorno ad una cosa manifestata dalla Serva di Gesù, Paolo l'esortò alla preghiera. Rosa si mise in ginocchio e Paolo pregava dalla sua sedia che era di fronte all'immagine della Madonna. Mentre stavano in profonda preghiera all'improvviso apparve Gesù in forma di grazioso Bambino, tutto festoso, così bello e leggiadro, che al vederlo rapiva il cuore; era in mezzo ad una luce vivissima che abbagliava la vista.

Scomparsi tutti i dolori, in un impeto di amore, il nostro Santo si alza e si prostra in ginocchio con la faccia per terra. Dopo aver ricevuto la benedizione, mentre la pia vergine rimane silenziosa, facendo atti di amore nel suo cuore, il nostro Paolo sopraffatto dalla meraviglia e dalla dolcezza, esclama: « Oh, bontà! Oh, benignità! Oh, amore! De­gnarsi il Figlio Dio farsi vedere da un vilissimo verme! ». Avvolto dai raggi di quella luce purissima, si vede più colpevole che mai, gli pare che la sua vita sia tutta intessuta di colpe e sinceramente contrito, con parole interrotte da singhiozzi, tra un profluvio di lagrime, prega: « Signore, vi domando perdono delle innumerevoli colpe che avrò com­messo in tanti anni di predicazione, in tanti sacramenti e ricevuti e amministrati, di tante irriverenze, di tante ingratitudini ». Gesù consolò il suo fedelissimo Servo con queste precise parole, da me chiaramen­te sentite dice la fortunata verginella: flutto è andato bene e secondo la mia volontà ».

Ma quell'umilissimo Paolo che non sapeva capire come il Figlio di Dio gli si fosse manifestato, ora ha un desiderio ardente di avere Gesù tra le sue braccia e poterlo stringere al cuore. Gesù lo contentò e andato tra le sue braccia, gli strinse « amorosamente il collo », come io vidi aggiunge la Calabresi.

(71) PAR. 2271.

 

Era il momento più propizio per domandare la grazia suprema: la salvezza dell'anima. E Gesù: « Questa è tanto certa, quanto è certo che tu mi tieni nelle braccia». La visione disparve lasciando il santo vecchio in ginocchio, incapace, da solo di rimettersi a sedere. In quel momento comparvero due spiriti celesti, S. Michele Arcangelo e un altro Angelo che lo rimisero in poltrona (72).

Ma la Vergine benedetta non vuoi essere da meno del suo Divin Figlio; Maria lo ha iniziato alla sua sublime vocazione, tocca a lei dare l'ultimo ritocco alla vita mistica del nostro Paolo, ed eccola in santa gara con Gesù a chi può meglio e più abbondantemente beatificare il loro devotissimo Servo, arrivato ormai alle porte dell'eternità.

Era in conferenza spirituale con Rosa Calabresi. Inaspettatamente, da un grande quadro che rappresentava la Madonna col Bambino, parte una voce articolata, sensibile: « Paolo, Paolo! ». Nel medesimo istante raggiante come un sole, appare Maria SS.ma in forma naturale ed umana, recante tra le braccia il divin Figlio. Sorprese da quella ce­leste visione e inondate di gioia ineffabile, le due anime contempla­tive si prostrano in ginocchio davanti alla grande Signora. Indizzan­dosi al nostro Santo, la Regina del cielo gli dice: «Figlio, chiedimi grazie ». Paolo col volto chino, le risponde: « La salvezza dell'anima mia ». E Maria: « Sta sicuro che la grazia è fatta ». Ma Paolo pensava anche all'opera prediletta del suo cuore, alla sua amata Congregazione: « Sta sicuro, gli dice la Madonna, che la Congregazione va molto bene ed il tuo operare è molto grato a Dio ».

Parla poi Gesù Bambino e dice cose così ineffabili, che la fortunata spettatrice non si sente capace di esprimere. Consolò mirabilmente il suo Servo e tra le altre cose gli disse « che era martire per i patimenti e le sofferenze».

Questa volta il desiderio del nostro Padre è di sentirsi posare la mano sul capo dai due celesti visitatori che benignamente accondiscesero posando ciascuno una mano sul capo dei due devoti Servi.

Ormai non rimaneva che sciogliersi dai legami del corpo ed en­trare in quella beatitudine eterna che già aveva incominciato a pre­gustare. Paolo vive di questo desiderio; la celeste Regina gli annunzia che presto si realizzerà, nel prossimo ottobre, in un giorno di mercoledì.

(72) PAR. 2373-2374.

 

Verso la fine di quella visione avrebbe voluto essere benedetto da Gesù e dalla sua SS.ma Madre. Non sentendosi però degno dice alla sua santa figliuola che la domandi lei. La pia Calabresi non meno umile e confusa del santo Direttore, gli rispondeva che toccava a lui domandarla. Gesù e la sua SS.ma Madre godevano di quella gara di umiltà che finì col trionfo del nostro Santo il quale lo impose alla docile figliuola in virtù di santa obbedienza. La domanda fu subito esaudita: Madre e Figlio alzarono la mano e benedirono i loro devoti servi che rimasero assorti in estasi.

La pia verginella, tornata in sé, vide solo il suo venerato Padre, innalzato di alcuni palmi da terra, con le ginocchia piegate e col viso raggiante di luce. Quanto tempo durasse la visione e l'estasi non sapremmo dirlo; la devota discepola dice « che durò molto tempo e non si riscosse, né tornò al suo stato naturale che verso la sera » (73).

Felice trasfigurazione meritata con la sofferenza e con l'amore, preludio di quella eterna che avrà inizio tra non molto con la morte!

(73) PAR. 2309-2312.

 

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