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CAPITOLO V

1. Mons. Francesco M. Gattinata. 2. La Madonna appare vestita da Passionista. 3. Paolo riceve l'abito religioso dal suo vescovo.

(1720 - gennaio - novembre)

 

MONS. FRANCESCO M. GATTINARA

Il Can. Cerruti, avendo conosciuto nell'umiltà e nella costanza del suo penitente la generosità della sua anima, ne concepì tale stima, da considerarlo un santo che salirebbe un giorno agli onori dell'altare. I segni del cielo erano troppo chiari, non si poteva più dubitare che Dio chiamava Paolo a fondare un nuovo Istituto. Pensò dunque a metterlo in comuni­cazione con l'autorità competente in materia, Mons. Vescovo (1). E' probabile che Monsignore avesse avuta conoscenza di Paolo, di questo santo giovane, la cui virtù diffondeva il buon odore di Gesù Cristo non soltan­to al Castellazzo, ma anche nei paesi vicini e nella stessa Alessandria, perché da ogni parte si parlava della santità della sua vita che si riteneva un prodigio.

E qui abbiamo il dovere di pagare un tributo di riconoscenza al santo vescovo scelto da Dio per mettere la pietra fondamentale dell'Istituto. Mons. Francesco M. Alborio di Gattinara, nato a Pavia nel 1658 da nobile famiglia era uno di quei rari uomini che Dio da alla terra per il bene delle anime.

Alta intelligenza, cuore nobile e generoso, calpestando le vanità del mondo e le agiatezze della famiglia, si era consacrato nell'età di sedici anni al servizio di Dio, entrando nella celebre Congregazione dei Chierici Regolari di S. Paolo, detta dei Barnabiti. Lo studio e la preghiera ne fecero un grande operaio del vangelo. Possedeva tutte le qualità dell'oratore cristiano, ma soprattutto amava le anime e non si vedeva in lui altro desiderio che di guadagnarle a Dio. Il suo zelo, suo malgrado, scoppiava spesso in singhiozzi: questa eloquenza del cuore andava al cuore e trionfava dei più induriti.

(1) S. 1. 72 §

 

I suoi discorsi erano bagnati di tante lagrime, che si dice­va per proverbio: Non si sa se il P. Di Gattinara, predicando, sparga più sudore o lagrime . In premio delle sue virtù o piuttosto per il bene della Chiesa, Clemente XI nel 1706 lo nominò vescovo d'Alessandria e Benedetto XIII nel 1727 lo trasferì alla sede arcivescovile di Torino.

Questa nomina non servì che a mettere maggiormente in luce la virtù del santo sacerdote il quale, compreso che la grandezza, lungi dal diminuire la bontà, è fatta per aiutarla a comunicarsi come una fontana pubblica che s'innalza affinchè maggiormente si effonda, aumentò in virtù e in beneficenza.

Vero modello di santo pastore, le sue prime sollecitudini furono per il suo clero, la porzione più preziosa del suo gregge che egli non cessò mai di fortificare nello spirito sacerdotale con le esortazioni e soprattutto con l'esempio. L'altro vasto campo del suo apostolato fu la salvezza e la santificazione delle anime. Padre dei poveri, distribuiva tutti i suoi beni in sollievo delle loro miserie, ed esaurite le risorse, la sua carità gemeva per la sua impotenza. Non si saprebbe dire quanti tesori abbia diffuso tra gl'infelici. Ma non bastava ancora; come il divin Maestro egli arrivò a dare la vita per il suo gregge.

Nel 1743 scoppiò una disastrosa guerra, seguita, come spesso accade, dalla peste e dalla carestia. Il vescovo comprese che era suonata per lui l'ora del supremo sacrificio e, rinnovando gli esempi di Carlo Borromeo e di tutti i grandi servi di Dio e dell'umanità, si offerse in olocausto per la salute del suo popolo.

Comandò una processione solenne di penitenza, alla quale volle partecipare, malgrado la sua avanzata età. Ritornato in cattedrale, rivolse alla sua famiglia costernata un discorso vibrante di tutta la sua tenerezza paterna. Verso la fine, alzando gli occhi bagnati di lagrime, scongiurò la giustizia divina, se ancora non fosse soddisfatta, di scaricare i suoi colpi sul pastore, purché avesse risparmiato le pecorelle. Il Signore parve accettasse la vittima. Mentre ancora parlava fu attaccato dal male che avrebbe consumato il suo sacrificio e dopo pochi giorni il santo vegliardo riceveva dalle mani di Dio la corona della sua eroica carità. Fu questo l'illustre vescovo destinato dal Signore a rivestire Paolo del ruvido saio della Passione (2).

Il pio giovane si abbandonò nelle mani di Mons. Gattinara come se fossero quelle di Dio e in una confessione generale gli confidò tutti i lumi che aveva ricevuto. Il prudente pastore, dopo avere attentamente ascoltato, gli comandò di mettere in iscritto le comunicazioni che aveva avuto da Dio.

(2) «Vite degli Uomini illustri della Congr. dei Barnabiti» ed. 1751 p. 152.

 

Quando Paolo gli rimise il manoscritto il pio prelato vi riconobbe subito il sigillo divino, ne fu commosso e bagnando di lagrime quelle pagine misteriose, esclamò: « Qui c'è il Padre dei lumi ».

Qual era la natura di quei segreti celesti che facevano piangere di tenerezza? Paolo stesso ce lo dice:

« L'estate passata (non mi sovviene né il mese, né il giorno, perché non l'ho scritto, so bene che era in tempo che si raccoglie il grano), in giorno feriale feci indegnamente la S. Comunione nella chiesa dei PP. Cappuccini del Castellazzo, e mi ricordo che fui molto raccolto, dopo mi partii per andarmene a casa e per la strada andavo raccolto come in orazione. Quando fui in una strada per voltare verso casa, fui elevato in Dio con altissimo raccoglimento, con scordamento di tutto e grandissima soavità inferiore. In questo tempo mi vidi vestito di nero sino a terra, con una croce bianca in petto e sotto la croce avevo scritto il Nome SS. di Gesù in lettere bianche, ed in questo istante mi sentii dire queste parole: E' questo in segno di quanto debba esser puro e candido quel cuore che deve portare scolpito il Nome SS. di Gesù. Io vedendo e sentendo ciò, mi posi a piangere, e poi cessò.

Di lì a poco tempo vidi in ispirito a porgermi la santa tonica con il Nome SS. di Gesù e la croce tutta bianca, a riserva la tonica nera; ed io con giubilo di cuore l'abbracciavo... Nel vedermi porgere la santa tonica non vedevo forma corporea, come dire figura d'uomo, questo no, ma in Dio; cioè, l'anima conosce che è Dio, perché glielo fa intendere con moti interni del cuore ed infusa intelligenza nello spirito, e tanto altamente, che è difficilissimo a spiegarsi, perché l'anima è tanto quello che intende, che non si può né dire, né scrivere.

Pure per essere più inteso, dirò una certa visione spirituale che Dio più volte per infinita sua pietà m'ha dato, quando m'ha voluto mandare qualche particolare travaglio (3).

In verità questo giovane, ancora nel mondo, parla già il linguaggio di Teresa e di Giovanni della Croce; vi si riconosce lo stesso Maestro. Il Santo continua:

« Dopo queste visioni della santa tonica con il santo segno, mi ha dato Iddio maggior desiderio ed impulso di congregare compagni e con la permissione di S. Madre Chiesa fondare una Congregazione intitolata: I poveri di Gesù. E dopo ciò il mio Dio mi ha fatto restare infusa nello spirito la forma della Regola santa da osservarsi dai poveri di Gesù e da me suo minimo ed indegnissimo servo ».

(3) Lt. IV, 218-219.

 

LA MADONNA APPARE VESTITA DA PASSIONISTA

Un giorno mentre era in orazione, Paolo vide la SS. Vergine che tene­va nelle sue mani il sacro abito della stessa forma, ma alla parola IESU erano aggiunte altre due: XPI PASSIO. E improvvisamente se ne trovò rivestito (4).

Da ciò comprese che la grande opera alla quale Iddio lo chiamava, do­veva compiersi sotto la protezione e con la potente intercessione della SS. Vergine.

Queste visioni presentano tale carattere di verità, che anche uno spirito poco versato nelle cose spirituali deve riconoscervi la mano di Dio. Tuttavia per renderci ragione di ciò che dovremo raccontare del nostro Santo, crediamo bene dire una parola sulla natura e sugli effetti di queste visioni. Un paragone già fatto da un santo sperimentato in simili materie, ce ne darà la spiegazione. « Se nell'oscurità di una notte profonda, dice S. Giovanni della Croce, viene a brillare una splendida luce, subito voi vedete chiari e distinti gli oggetti che le tenebre vi nascondevano. Poi, sparita la luce, voi vi ritroverete come prima nell'oscurità, ma nella vostra memoria restano profondamente scolpiti gli oggetti che avete visto ».

Ecco ciò che accade nelle visioni celesti. Sempre nascosto nelle segrete oscurità della fede, il Sole divino dell'intelligenza, che è la stessa Verità, fa sentire all'anima con una viva luce che essa è in lui o, come dice il nostro Santo, è nell'Immenso. A questo punto le scopre le cose che vuol rivelare e queste cose restano impresse in lei con tanta certezza, che le è impossibile dubitarne, anche dopo che questa luce divina si è dileguata.

Paolo, parlando delle sue visioni, dice:

« Io tengo più certo quello che veggo in ispirito con il lume altis­simo della fede, che se lo vedessi con gli occhi corporali », per la ragione « che questi potrebbero fare sbagliare con qualche fantasma, nell'altro non v'è pericolo e per l'intelligenza che Dio mi da (e per il consiglio) dei miei Superiori » (5).

Questo però non toglie che, scomparsa la luce e tornato l'uomo alle sue tenebre, cioè alle sue naturali debolezze, egli possa provare ripugnanze e scoraggiamenti per le difficoltà dell'impresa, per un sentimento profondo del proprio nulla o per le incertezze e dubbi che possono sorgere non sulla verità di quelle rivelazioni divine, ma per l'interpretazione data, per l'opportunità dell'esecuzione ed infine per il timore che la propria indegnità non sia di ostacolo.

(4) Lt. IV, 222 n.; VS. p. 358.

(5) Lt. IV, 219.

 

Tale era lo stato di animo in cui si trovava il nostro Paolo dopo le visioni che abbiamo ricordato. Il vescovo al quale rendeva di tutto fedele conto, esaminava ogni cosa, ma con quella discrezione e con quella riserva che in simili casi impone il prudente giudizio. Paolo accorgendosene, ten­tennava ancora irrisoluto, inquieto e indeciso se dovesse riprendere l'idea di consacrarsi a Dio in qualche ordine già approvato dalla Chiesa.

Un giorno, errando per la campagna, seguiva un sentiero solitario. Tormentato più che mai da questo desiderio, gli apparve la Madonna, rivestita della tunica nera, recante sul petto un sacro emblema a forma di cuore, sormontato da una croce di una bianchezza candidissima, su fondo nero. Col dolore dipinto sul volto, come quando fu sul Calvario, Maria disse:

«Figlio, vedi come sono vestita a lutto? E' per la dolorosissima Pas­sione del mio adorato Viglio Gesù. Tu devi fondare una Congregazione nella quale si vestirà in questo modo e si farà lutto perpetuo per la Passione e Morte del mio caro Figlio » (6).

La visione lasciò nel cuore del Santo una tale impressione, che anche dopo molti anni, ripieno ancora di tenerezza per questo ricordo, non poteva fare a meno di esclamare: Oh, quanto era bella!

Da quel momento scomparve ogni dubbio nel suo spirito. Paolo vide chiaramente la mèta segnatagli dalla mano di Dio; nello stesso tempo comprese di quale purezza angelica dovevano andare adorni coloro che un giorno avrebbero rivestito quell'abito santo che la Vergine Immacolata aveva consacrato, portandolo Ella per prima.

 

PAOLO RICEVE L'ABITO RELIGIOSO DAL SUO VESCOVO

Che queste visioni e rivelazioni venissero da Dio, il vescovo non poteva dubitarne; tuttavia, per meglio assicurarsene, dopo aver implorato i lumi dal cielo, volle anche consultare chi era maestro nella scienza dei santi, specialmente il P. Colombano che tanto stimava. Questi era allora nel convento di Pontedecimo, non lontano da Genova (7).

Il pio religioso che aveva già approvato lo spirito di Paolo e riconosciuto nelle sue meraviglie l'opera di Dio, assicura prima il degno vescovo, e poi lo prega di rivestir quanto prima col santo abito della Passione quell'eletto del Signore.

(6) PAR. 2301; OAM. p. 163.

(7) S.l. 72 § 76; POR. 2426.

 

In una lettera del 25 novembre 1720 diretta al vescovo, il P. Colombano, dopo aver detto che Paolo era passato per tutti i gradi dell'orazione, ed aveva lo spirito profetico, prosegue: « Per mezzo di V. S. Illustrissima il Padre delle misericordie e il Dio di ogni consolazione si è degnato di consolare il mio povero cuore. Mi sono dato molta pena per condurre le anime alla perfezione, ma oggi, grazie infinite alla divina Bontà, vedo con gioia quanto sia facile a Dio arricchire in un momento il povero, oggi soprattutto che Paolo Francesco ha rivestito, penso, il santo abito. Ne ringrazio infinitamente ed umilmente V. S. Illustrissima... ».

Il grande direttore di anime riconosceva dunque che il maestro di Paolo nella vita spirituale era lo stesso Spirito divino. La volontà di Dio si manifestava troppo chiaramente perché il vescovo mettesse il più pic­colo ritardo a compirla. Così disse al nostro Santo di prepararsi a rivestire il santo abito della Passione simile a quello che nostro Signore e la sua SS. Madre gli avevano mostrato.

Chi può dire la felicità di Paolo? Ma non fu che un lampo di gioia, egli doveva continuare sulla terra l'immagine di Gesù Crocifisso. Durante tutta la sua vita il divin Salvatore aveva desiderato di bere il calice amaro che gli preparava il suo divin Padre, ma alla vigilia del grande sacrificio la sua anima si turbò e si sentì in preda a tutte le ripugnanze della natura umana. Anche Paolo aveva ardentemente sospirato il giorno in cui si sarebbe immolato per Iddio e per le anime in unione alla vittima del Cal­vario, ma, giunta l'ora, non provò che tristezza, scoraggiamento e disgusto. E' Paolo stesso che più tardi rivelerà i suoi combattimenti interni ad un giovane suo penitente per incoraggiarlo a seguire la vocazione religiosa:

« Felice lei, carissimo, se sarà fedele a combattere e vincere queste difficoltà, e non badare alla compassione dei genitori, ma mirare in faccia al Crocifisso, che l'invita alla sua sequela, con modo sì speciale. Egli le sarà padre, madre e tutto.

Oh, se sapesse i contrasti che provai io prima di abbracciare questa vita in cui sono! Gli orrori grandi che mi cagionava il demonio, la com­passione verso i miei parenti che lasciavo in grandi bisogni e le loro speranze secondo il mondo erano tutte sopra di me; le desolazioni interne, le malinconie, i timori. Mi pareva non sarei durato: il demonio mi metteva avanti che ero ingannato, che potevo servir Dio in altra maniera, che questa non era vita per me ecc, e tante gran cose che lascio di dire. Soprattutto mi era cessata ogni devozione, mi trovavo arido, tentato in tutte le maniere; tutti mi parevano contenti, fuori che me. Non posso mai arrivare a spiegare i grandi combattimenti; e questi mi assalirono più forte, quando ero vicino a vestirmi e lasciare la mia povera casa.

Tutto questo è la pura verità, ma v'è di più assai che non so spiegare e per brevità tralascio. Coraggio, carissimo, il Signore darà al vincitore la manna nascosta e un nome nuovo... » (8).

Il coraggio che voleva ispirare a questo giovane, egli l'aveva attinto dalla sua fedeltà alla grazia e dall'immagine del Redentore che non perdeva mai di vista. Così non solo trionfò di ogni assalto, ma seppe trovare nella vittoria il segreto di compiere con gioia il sacrificio.

Il santo vescovo volle essere egli stesso il primo benefattore di questo povero di Gesù Cristo. Con la sua offerta Paolo comprò della ruvida stoffa usata dai poveri del paese e la fece tingere in nero (9).

Avrebbe desiderato di consacrarsi a Dio nel giorno stesso della consacrazione di Maria Vergine al Tempio, ma siccome in quell'anno la festa della Presentazione cadeva in giovedì, fissò il sacrificio per il venerdì, giorno che si addiceva meglio all'opera a cui si sentiva chiamato. La festa della Vergine gli servì di preparazione (10).

In quel giorno fece la sua Comunione con fervore straordinario; visitò le chiese di Castellazzo; poi si fece tagliare i capelli in segno di rinuncia completa al mondo. Alla sera si presentò alla famiglia per congedarsi da tutti.

Prostrato in ginocchio davanti al padre, alla madre, ai fratelli e alle sorelle, tutti in lagrime, domandò umilmente perdono delle sue mancanze e, secondo lui, dei suoi cattivi esempi. Poi pregò i genitori di benedirlo e di permettergli di consacrarsi interamente al Signore.

I genitori, veramente cristiani, degni degli antichi patriarchi, rassegnati al santo volere di Dio, abbracciarono teneramente un figlio tanto caro e, con gli occhi inondati di lagrime, gli diedero la loro benedizione e il loro consenso. Paolo, felice come se avesse superato il passo più difficile, recitò l'inno del ringraziamento, il Te Deum, e per implorare la divina misericordia, aggiunse il Miserere (11).

(8) Lt. I, 410-411.

(9) II P. Giammaria dice che Paolo comprò la stoffa e la fece tingere di nero (S. 1. 73 § 77). Teresa ha sentito che l'abito gli fu donato dal vescovo (S. 1. 57 § 4). Un altro testimonio dice che gli fu donato da Bartolomeo Spongati (PA. 214).

(10) S.l. 73 § 77.

(11) S.l. 48 § 28.

 

Come non commuoversi davanti ad una scena così tenera? E' una lotta sublime tra fede e natura, dove la fede trionfa quasi trasformando la natura. Il sacrificio è doloroso da una parte e dall'altra, ma anche la corona sarà preziosa per l'uno e per gli altri. Si direbbe di vedere quei giovani eroi della primitiva fede che, benedetti dai vecchi genitori, andavano a cogliere la palma del martirio.

Anche Gesù, secondo una pia tradizione, la vigilia del suo sacrificio, in ginocchio ai piedi della sua divina Madre, chiese la sua benedizione e il suo consenso per il supplizio della croce. Il Salvatore volle così insegnare ai genitori cristiani che, associandosi al generoso sacrificio dei figli, divideranno un giorno nel cielo la loro gloria immortale.

All'indomani Paolo partì per Alessandria. Sentì tanto freddo durante il viaggio, che fu preso dal timore di non poter sopportare le austerità della nuova vita: era un altro attacco del nemico. Ma il giovane atleta della Croce, raddoppiando di coraggio e di confidenza in Dio, continuò il suo cammino. Ad Alessandria gli dissero che il vescovo era assente e che, per quel giorno, non sarebbe ritornato. Ma il Servo di Dio rispose che il prelato ritornerebbe. Infatti tornò e si dispose alla cerimonia che doveva compiersi nella sua cappella privata.

Inginocchiato davanti all'altare, il Santo stringeva al cuore la croce del divino Maestro, al quale prometteva con quella cerimonia di vivere sempre crocifisso al mondo. Il vescovo benedisse l'abito nero della Passione e, commosso fino alle lagrime, ne rivestì il suo figlio spirituale. Non gli permise però di portare visibilmente il sacro emblema sul petto, giudicando pru­dentemente di aspettare l'approvazione della S. Sede Apostolica.

Quest'avvenimento che rimarrà memorabile nella storia dell'Istituto della Passione, accadde il venerdì 22 novembre 1720, nell'ora in cui Gesù, morendo in croce, offriva il prezzo del suo sangue per la redenzione del mondo (12).

(12) S. 1. 54 § 58.

 

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