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CAPITOLO VI

1. Ritiro di quaranta giorni. 2. Paolo scrive le Regole del futuro Istituto 3. L'approvazione del vescovo.

(Nov. 1720 - Genn. 1721)

 

UN RITIRO DI QUARANTA GIORNI

Da che l'anima generosa e fidente, malgrado lotte di ogni genere, si è abbandonata interamente al sacrificio, il tentatore si ritira, gli angeli si avvicinano e Dio la riempie di grazie e di consolazioni. Rivestendo le sante livree della Passione, Paolo sentì nel suo interno un rinnovamento completo: gli parve di essere rivestito dell'uomo nuovo. I timori e le tenebre si dissiparono; la pace, la gioia e i lumi del cielo inondarono la sua anima; non ebbe più altro desiderio che di piacere a Dio, camminando sulle orme di Gesù Crocifisso.

Il vescovo gli ordinò di scrivere la Regola dell'Istituto della Passione, secondo l'idea che gliene era rimasta dopo le visioni di cui abbiamo parlato e di prepararsi a questa grande opera con un ritiro di quaranta giorni.

Ma per eseguire un ordine così importante da cui dipende l'avvenire di un nuovo Istituto, quale dimora sceglierà Paolo? Quale sarà il luogo, direi meglio, il santuario, che gli offrirà il silenzio, il raccoglimento e la pace necessari per mettersi in comunicazione con lo spirito di Dio? Egli conosceva già un luogo solitario, situato sotto una scala, dietro la sagrestia della chiesa parrocchiale di S. Carlo. Col permesso del vescovo Paolo vi si ritirò, come in un nuovo cenacolo, in attesa di una speciale comunica­zione dello Spirito divino (1).

La cameretta di S. Carlo è un pianterreno triangolare, stretto, umido, fatto quasi per atterrire la natura. Il sole non vi penetra mai; è illuminata solo da un po' di luce che entra per una piccola finestra (2).

(1) S. 1. 62 § 65.

(2) S. 1. 62 § 66; 73 § 78. Questo luogo fu restaurato dall'arciprete Gasti poco dopo la morte del Santo. Oggi è una cappellina dove si può anche ce­lebrare la S. Messa.

 

Le sofferenze che venivano dall'abitare in quel luogo, tanto disagiato, erano accresciute dalla ruvida tonaca che, con più verità, avrebbe potuto chiamarsi un aspro cilizio, dall'avere il capo sempre scoperto e i piedi nudi, senza sandali.

Il suo sollievo per la povera umanità era un fascio di sarmenti che gli serviva per riscaldarsi e un poco di paglia in un angolo, sul pavimento, sulla quale Paolo prendeva il suo breve riposo (3). A mezza notte infatti si alzava, tutto intirizzito dal freddo, andava in chiesa ove recitava mattutino, le lodi e poi faceva seguire due ore di orazione (4). Al mattino serviva le Messe e faceva la santa Comunione. Durante il giorno più volte si disciplinava e trascorreva altre lunghe ore in preghiera. Per nutrimento non aveva che un pezzo di pane ricevuto in elemosina; la sua bevanda era semplice acqua (5).

Con questa vita di penitenza Paolo, come Benedetto nella sua grotta di Subiaco, ed Ignazio nella sua caverna di Manresa, separato da ogni contatto col mondo, si preparava a ricevere dalla mano di Dio il sacro codice sul quale un giorno si formerà una nuova generazione di apostoli.

Era da aspettarselo che questo oscuro ridotto sarebbe stato teatro di un dramma inferiore in cui il cielo e l'inferno, Dio e Satana si sarebbero disputato il trionfo su una grande anima. Chi ci introdurrà in quella cella per essere spettatori delle eroiche lotte che vi si combattono? E' lo stesso giovane atleta. Abbiamo un prezioso documento, un Diario, scritto da Paolo per ordine del vescovo che volle essere informato di tutto ciò che si sarebbe operato nel suo spirito (6). Ne daremo un saggio, lasciando, per lo più la parola al Santo (7).

Durante le sue ore di preghiera, fatta sempre in ginocchio, il suo corpo era tormentato dal freddo, estenuato dal digiuno e dalle veglie ed esigeva un po' di ristoro. Paolo, sempre forte, perseverava nell'orazione, e resisteva energicamente al desiderio della natura che reclamava un po' di sollievo, lasciandola tremare per il freddo e non curando i dolori delle ossa. Quest'eroica carità trovava la sua ricompensa in Gesù Eucaristico.

(3) S. 1. 60 § 23.

(4) S. 1. 73 § 79.

(5) S. 2. 674 § 4.

(6) S. 1. 68 § 64.

(7) L'importantissima quaresima che col suo Diario ha rivelato un'eccezionale grandezza mistica di S. Paolo della Croce, incomincia il 23 novembre 1720 e finisce il 1 gennaio 1721. Il Diario, da quando è apparso stampato nel 1924, è stato studiato col più grande interesse dai teologi più eminenti nella Mistica.

 

Fornace di amore e sorgente di luce, la santa Comunione gli faceva gustare gioie ineffabili anche in mezzo alle sofferenze del corpo e un dolce riposo nel sommo Bene. Il suo desiderio, la sua aspirazione era: patire, patire sempre più.

« II freddo, la neve, il gelo, è Paolo che parla, mi parevano soavità e li desideravo con gran fervore, dicendo al mio caro Gesù: le tue pene, caro Dio, sono i pegni del tuo amore, e poi restavo così godendo del mio diletto Gesù in altissima soavità e pace, senza moti delle potenze, ma così in silenzio » (8).

Altre volte la santa Comunione infiammava talmente il suo cuore, che lo consumava di amore. Spesso questo Pane di vita rianimava e fortificava anche il corpo. A questo prodigio esclamava:

« Oh, infinita misericordia del nostro sommo Bene, dopo la santissima Comunione sentirmi migliore e forte! Questo secondo l'intelligenza che Dio mi da, avviene dal vigor grande che riceve lo spirito da quell'angelico cibo che ridonda anche a fortificare il corpo » (9).

Qualche volta la sua preghiera era turbata da distrazioni importune. La sua anima però restava sempre fissa in Dio con la più grande tranquillità, nutrendosi, secondo la sua espressione, « del cibo santissimo del divino amore ». Come ciò avvenisse, lo spiegava dicendo che è:

« Come quando un bambino, stando attaccato al seno della madre, prende il latte. Con le mani e con i piedi sgambetta, si storce, crolla il capo e altre cose simili, ma sempre si nutre, perché rimane attaccato al seno della madre. Certo, gli farebbe più prò se stesse quieto..., ma tuttavia si nutre... Così l'anima. La volontà che è la bocca non manca di nutrirsi del santo amore, benché le potenze, memoria e intelletto, se ne fuggono. Certo sente più giovamento quando se ne stanno quiete e unite » (10).

Da questo linguaggio che si direbbe proferito da S. Francesco di Sales, si vede come il nostro Santo ricevette la grazia infusa di una orazione straordinaria. Infatti il grado di orazione di cui si parla è uno dei più sublimi e precede quello chiamato dai Dottori mistici: Ebbrezza del santo amore. Paolo fa capire che è passato per questo e per altri gradi di altissima contemplazione (11).

(8) Lt. 1, 4.

(9) Lt. I, 7-8.

(10) Lt. I, 5.

(11) OAM. p. 30-80; «Diario con introduzione e commento del P. Sta­nislao C. P.

 

« II suo zelo s'infiammò allo zelo che portò Gesù a morire sopra una croce. La carità di Paolo avrebbe vo­luto abbracciare il mondo intero... » - pag 262

La munificenza del Card. Lorenzo Altieri « gli regalò un grande e magnifico quadro che rappresenta la Presentazione dì Maria Vergine al Tempio... »

Però di tanto in tanto il Signore lo lasciava anche nelle aridità e nelle desolazioni di spirito. La sua anima allora si trovava come seppellita nelle tenebre più profonde.

Da parte sua lo spirito maligno rinnovava i suoi assalti e metteva in opera tutta la sua arte per farlo desistere dal suo proposito, per provocarlo all'impazienza, suggerendogli perfino orribili bestemmie contro la bontà di Dio. Era una suggestione nemica che attraversava il suo spirito, senza però riuscire a turbarlo, poiché Paolo invocava il nome di Maria, la sua dolce Madre, e supplicava il Signore che lo liberasse da quegli assalti infernali. Le altre prove invece: aridità, tristezza ecc. le abbracciava con generosità. Il 3 dicembre, dando relazione del suo spirito al vescovo dice che ha avuto afflizioni sensibili e così veementi che non le aveva provate mai. Però continua:

« Quando mi vengono questi affanni o afflizioni mi sembra di essere sepolto in un abisso di miserie; mi sembra di essere l'uomo più miserabile e desolato che si trovi, eppure l'anima le abbraccia, perché sa che è volontà di Dio, e che sono le gioie di Gesù. Mi viene da dire con S. Teresa: O patire o morire » (12).

Durante la sua quaresima Paolo un giorno riceve la visita del fratello Gian Battista che già desiderava condividere la stessa vita. Il nostro Santo ne aveva tale concetto, che nella sua umiltà, si credeva indegno di essergli fratello. Conferendo con lui di cose spirituali gli comunicava i segreti del suo cuore. Ma accennava appena alle sue sofferenze per timore che il sollievo di quelle sante confidenze, andasse a detrimento del merito.

« Temo più (io) la sottrazione dei patimenti, (che un avaro) teme di perdere le sue ricchezze» (13).

Paolo aveva imparato ad apprezzare la sofferenza nell'esercizio della contemplazione.

(12) Lt. I, 6.

(13) Lt. I, 12.

 

« Dio mi da quest'intelligenza: l'anima che Dio vuoi tirare all'alta unione con lui per mezzo della santa orazione, bisogna che passi per questa strada di patire nell'orazione anche, e dico patire senza alcun conforto sensibile, che l'anima non sa più dove sia, così per dire, ma ha l'alta intelligenza infusa, che Dio le da, che è sempre in braccio del suo Sposo nutrita dalla sua infinita carità. Ho anche inteso, ma in segreto, quando ero in un patimento particolare, che a chi vincerà si darà la manna nascosta... che sarà il cibo dolcissimo del santo amore. L'anima (sarà) in altissimo riposo col suo dolcissimo Sposo nella santa orazione» (14).

Si vede bene come Dio, per mezzo di questa orazione passiva, lavorasse per prendere possesso della sua anima. Il Santo aggiunge:

« Vorrei poter dire che tutto il mondo sentisse la grande grazia che Dio per sua pietà fa, quando manda da patire, e massime quando il patire è senza conforto, che allora l'anima resta purificata come l'oro nel fuoco e viene bella e leggera per volarsene al suo Bene, ossia alla beata trasformazione senza accorgersene » (15).

Parlando in seguito degli assalti del demonio per gettare il turbamento nella sua contemplazione delle perfezioni divine, egli paragona l'anima a una roccia in mezzo al mare in burrasca. Colpita dalle onde, la roccia resta immobile, impenetrabile ai flutti. La tempesta, passando, non ha fatto che renderla più levigata e più pura dalle scorie che la macchiavano.

« II demonio, aggiunge il Santo, invidioso di quest'alto stato dell'anima, quando è in orazione, vedendo che non può rapirla dalle mani dell'Immenso, cerca almeno disturbarla qualche poco con assalirla ora con tentazioni, ora con immaginazioni, ora con varietà di pensieri, ed alle volte, per più ingannarla con le sue infami finzioni, e ciò per levarla dall'alta attenzione a Dio. Ma che fa? In mezzo a queste onde tempestose dei demoni l'anima sta come uno scoglio..., sempre fissa al suo amato Bene. Queste onde di pensieri non servono ad altro che a purificarla

qualche poco..... Dio si compiace di vederla combattere, e questo le serve

di maggior profitto, perché in virtù di quel patire che fa nel combattimento, si purifica a guisa dello scoglio, il quale, se prima della burrasca era un po' rugginoso, dopo la burrasca viene un poco più purgato, perché il moto delle onde lo lava » (16).

(14) Lt. I, 9.

(15) Lt. I, 12.

(16) Lt. I, 13-14.

 

Più nostro Signore colmava Paolo dei suoi doni divini, più egli se ne credeva indegno. Un giorno durante l'orazione, penetrato da un profondo sentimento di umiltà, formò il desiderio di essere l'ultimo degli uomini e il fango della terra. Pregò Gesù per intercessione della sua santa Madre di dargli la perfezione dell'umiltà, supplicandolo, piangendo, d'insegnargli quale fosse il gradino di questa virtù ai suoi occhi sentì una voce che gli disse al cuore:

« Quando tu ti getti in ispirito sotto i piedi di tutte le creature, fin sotto i piedi dei demoni. Questo è quello che più mi piace » (17).

Da allora ebbe dell'umiltà un'altissima intelligenza. Ecco la lezione che egli ce ne da:

« Quando l'anima si abbassa fin sotto l'inferno, sotto i piedi dei demoni, allora Dio la innalza al paradiso, perché siccome il demonio volle alzarsi al più alto del paradiso e per la sua superbia fu gettato nel più profondo dell'inferno, così viceversa, l'anima che si umilia fin sotto l'in­ferno fa tremare il demonio, lo confonde e il sommo Bene la esalta al Paradiso » (18).

Con questi princìpi Paolo acquistò quei bassi sentimenti di sé che sono propri dei santi che Dio vuoi innalzare alla più sublime grandezza, considerandosi un abisso d'iniquità e di miseria. La luce superna, allon­tanando dalla sua anima le tenebre dell'amor proprio e dell'orgoglio, disponeva il Santo all'unione con Dio. Il legame di quest'unione che nascondeva la sua vita in Dio, con Gesù Cristo, era soprattutto l'umanità crocifissa del Verbo divino: Gesù Crocifisso, centro unico dei pensieri e degli affetti di Paolo, ispirava al suo cuore un desiderio ardente di patire e lo faceva partecipare in modo ineffabile alla sua Passione.

« Quando gli parlo dei suoi tormenti gli dico: Ah, mio bene, quando foste flagellato come stava il vostro sacratissimo Cuore? Caro mio Sposo, quanto vi affliggeva la vista dei miei peccati e delle mie ingratitudini! Ah, mio Amore, perché non muoio per voi? E poi sento che alle volte lo spirito non può più parlare, e se ne sta così in Dio con i suoi tormenti infusi nell'anima; ed alle volte pare che si disfaccia il cuore » (19). « Nel raccontare le pene al mio Gesù alle volte come ne ho raccontata una o due, bisogna che mi fermi così, perché l'anima non può più par­lare e sente liquefarsi; sta così languendo con altissima soavità mista con lagrime, con la pena del suo Sposo infusa in sé..., immersa nel cuore e nel dolore santissimo del suo Sposo dolcissimo Gesù » (20).

(17) Lt. I, 6.

(18) Lt. I, 6.

(19) Lt. I, 3.

(20) Lt. I, 8.

 

Una mattina dopo la Comunione, il solitario di S. Carlo gustava, unito a Dio, le delizie del celeste amore, quando ebbe un rapimento, durante il quale sperimentò l'ineffabile felicità che procede dalla chiara visione di Dio:

«Nella santa Comunione fui molto in soavità; il mio caro Dio mi dava intelligenza infusa del gaudio che avrà l'anima quando lo vedremo a faccia a faccia, che sarà unita con lui in santo amore » (21).

Tormento divino la rivelazione della patria per un'anima ancora in esilio! Infatti attirato dalle bellezze irresistibili che aveva contemplato, Paolo non poteva più vivere quaggiù; la sua vita era martirio; il suo corpo gli pareva una pesante catena che avrebbe voluto rompere per unirsi a Dio nell'amplesso eterno. No, l'anima non potrebbe più sopportare il suo esilio se la Provvidenza non mitigasse gli ardori del suo amore o almeno non le concedesse l'universo per sfogare l'esuberanza del suo cuore.

 

SCRIVE LE REGOLE DEL FUTURO ISTITUTO

Da quel giorno Paolo fu animato da zelo straordinario; per un'anima sola avrebbe volentieri sacrificato la sua vita. Indicibile era il suo dolore alla vista del gran numero di anime che si perdono eternamente, perché non sono innaffiate dal sangue divino della Passione. Allora si presentava al suo spirito il gran mezzo della salute che l'apostolato trova nell'associazione. Riunire dei compagni, seguire la stessa Regola, lavorare insieme per il ritorno delle anime smarrite: era questa la sua ambizione. Vedeva già una legione di uomini apostolici che egli si reputava indegno di avere per figli e dei quali sarebbe stato l'ultimo servo. Li vedeva uscire dalla solitudine, apparire al mondo come immagini viventi di Gesù Crocifisso e con la luce della divina parola, resa più efficace dall'esempio, dissipare le tenebre dell'errore e spezzare le catene del vizio.

Contava i peccatori convertiti; contava anche le anime pure che sarebbero volate al Calvario per custodire la loro innocenza all'ombra della croce. Magnifici sogni di apostolo che ardeva di vederne ben presto la realizzazione. A questo scopo chiedeva a Dio con molto fervore e con molte lagrime, se fosse sua volontà ch'egli scrivesse le Regole dei poveri di Gesù.

(21) Lt. I, 6.

 

Il 28 novembre, sesto giorno della sua quaresima, mentre pregava dopo la santa Comunione e implorava l'intercessione della beata Vergine e dei santi, improvvisamente vide risplendere una viva luce dal cielo; vide aprirsi il cielo e contemplò la Vergine santa, gli angeli, i santi e specialmente i fondatori degli ordini religiosi che prostrati davanti al trono dell'infinita Maestà, pregavano il Signore per la fondazione dell'Istituto della santa Croce e Passione di Gesù Cristo (22).

Questa visione gli rivelò come il Signore avesse favorevolmente accolto la sua preghiera e l'immancabile successo dell'opera alla quale tutto il cielo s'interessava. Versò lagrime di gioia, benedicendo il Signore che per la gloria della sua Croce, si degnava servirsi di un sì vile strumento, di un peccatore così grande.

Ripieno di confidenza in Dio e sotto l'impulso dello Spirito Santo, si mise a redigere le Regole del nuovo Istituto. Benché non avesse mai letto altre Regole, scriveva con tanta rapidità e facilità, che si sarebbe detto che qualcuno gliele dettasse. Non bisogna dunque meravigliarsi se troviamo che esse sono pervase da tanta sapienza.

Cominciate il decimo giorno della sua quaresima, al quindicesimo erano finite, senza aver tolto un istante alle sue pratiche di pietà (23).

Dopo aver raccontate queste visioni, nelle quali, come egli assicura, gli era stata ispirata la forma di queste Regole, parla così della Passione di Gesù, base e coronamento del nuovo Istituto.

« Oh, carissimi! farsi venire in memoria il venerdì, son cose da morire (per) chi amasse davvero, perché è dire un giorno (nel quale) il mio umanato Dio tanto patì per me, che poi ha lasciato la sua SS. Vita morendo su un duro tronco di croce. E poi sappiate, carissimi, che il principal fine di andar vestiti di nero (secondo la particolare ispirazione che Dio mi ha dato) è d'esser vestiti a lutto in memoria della Passione e Morte di Gesù, (affinchè) non ci scordiamo mai di averne con noi una continua e dolorosa rimembranza. E pertanto ognuno dei poveri di Gesù procuri d'insinuare a chi potrà la pia meditazione dei tormenti del nostro dolcissimo Gesù » (24).

« Io poverissimo e gran peccatore Paolo Francesco indegnissimo ser­vo dei poveri di Gesù, ho scritto questa santa Regola ritirato in S. Carlo, parrocchiale del Castellazzo, essendomi stato assegnato quel ritiro da Mons. Ill.mo vescovo di Alessandria, Gattinara, nei primi giorni che sono stato vestito; ed ho principiato a scrivere questa santa Regola l'anno 1720 ai 2 di dicembre e finita ai 7.

(22) Lt. I, 4.

(23) Scrive la regola dal 2 al 7 dicembre.

(24) Lt. IV, 220.

 

« Avanti di scrivere dicevo mattutino avanti giorno e poi facevo l'orazione mentale e poi mi partivo tutto coraggio e andavo a scrivere. Non manca che il nemico infernale non mi abbia assalito con mettermi ripugnanza ed anche difficoltà a far ciò, ma siccome era un pezzo che ero ispirato da Dio, e poi mi era ordinato, mi sono messo né più né meno (con la grazia di Dio) all'opera. E sappiano che quando scrivevo, scrivevo tanto presto, come vi fosse stato in cattedra uno a dettarmi; mi sentivo venir le parole dal cuore.

« Ora ho scritto questo, acciò si sappia che tutto è particolare ispirazione di Dio, perché circa quello (che) riguarda a me, non vi ho che iniquità ed ignoranza. Sia da tutti lodato ed adorato il SS. Sacramento per tutti gli altari del mondo » (25).

Le Regole erano dunque scritte. Il Santo continuò tuttavia il suo ritiro con alternative di sofferenze e di consolazioni. Un giorno, il 26 dicembre, era in orazione davanti al tabernacolo, quando, pensando alla disgrazia di coloro che non credono alla presenza reale, si rappresentò le contrade ove la pretesa riforma aveva bandito la fede cattolica. L'Inghilterra soprattutto colpì il suo spirito.

Il 29 dicembre, mentre meditava sulla Passione, vide passare sotto i suoi occhi l'immagine di quest'isola, una volta terra dei santi. Si sentì quasi invincibilmente spinto a pregare per questo regno che avrebbe vo­luto innaffiare col suo sangue e scongiurava il Signore di dissiparne le tenebre che l'avvolgevano e di farvi rifiorire la fede antica. E questa preghiera fervente continuò per tutta la sua vita (26). Vedremo più tardi nel corso di questa storia i primi presentimenti del Santo rivestire un carattere più preciso ed illuminarsi di luce vivissima.

L'ultimo giorno del suo ritiro, 1° gennaio 1721, il Santo ricevette un saggio della felicità che il Signore gli destinava in ricompensa del suo amore per Gesù Crocifisso. Mentre stringeva nel suo cuore Gesù Eucaristia, col volto irrigato di lagrime, fu strettamente unito alla SS. Umanità del Verbo e penetrato, secondo la sua espressione, da una « cognizione altissima e sensibile della divinità » rimanendo la sua anima come liquefatta. In tale stato conobbe tante meraviglie che nessuno può spiegare. Godere di esse anche per mille anni, pare un istante (27).

(25) Lt. IV, 221.

(26) Lt. I, 14, 16.

(27) Lt. I, 17.

 

L'APPROVAZIONE DEL VESCOVO

Paolo uscì dalla sua solitudine con l'anima raggiante e trasfigurata. Si affrettò ad andare a deporre le Regole del nuovo Istituto ai piedi del suo vescovo. Il prelato, ammirando l'opera dello Spirito Santo, l'avrebbe subito approvate, ma in un affare di sì grande importanza non volle omettere nulla di ciò che esige la prudenza.

Desiderò consultare il P. Colombano, così esperto nel discernere le vere dalle false ispirazioni. Fece dunque partire il nostro santo giovane per Genova; erano circa 60 km. da percorrere in un inverno rigidissimo. Bisognava attraversare gli Appennini coperti di neve. Il valico in quei tempi era così difficile e pericoloso, che anche i viaggiatori più arditi e più esperti non osavano cimentarvisi, temendo di rimaner seppelliti da qualche valanga o precipitare in qualche abisso a causa dei fortissimi venti.

Forte dell'obbedienza, Paolo, senza esitare, si mise in viaggio. Camminò attraverso ghiacci e nevi, a piedi nudi, a capo scoperto, con la semplice tunica che ricoprendolo, non bastava a difenderlo dal freddo di quel rigido inverno. Per eseguire più prontamente la volontà del vescovo, Paolo camminò giorno e notte. Al freddo eccessivo si aggiungeva il timore dei lupi che vedeva gironzolare d'intorno. Unica salvaguardia in mezzo a tanti pericoli era il Crocifisso che portava sul petto. Se al mattino al levar del sole provava un sollievo per le sue pene, aumen­tava d'altra parte lo spavento nel vedere staccarsi dalla montagna enormi blocchi di ghiaccio che gli ostacolavano il cammino.

Raggiunse finalmente la vetta nella notte memorabile dell'Epifania intirizzito dal freddo, sfinito dalla stanchezza e dalla fame (28). Ma Dio non abbandona mai quelli che sperano in lui. Il nostro Santo incontrò alcuni gendarmi, ai quali, secondo il suo costume, domandò l'elemosina in ginocchio. Alla vista di quel giovane morente di fame e di freddo, in atteggiamento di sì profonda umiltà, si mossero a compassione e si affrettarono a ristorarlo. Paolo non dimenticò mai più questo beneficio e d'allora in poi ebbe un affetto speciale per quella classe di funzionari.

(28) S. 1. 292 § 141.

 

Durante questo viaggio, attraversando luoghi abitati, non gli mancarono motteggi ed insulti. Così tra umiliazioni e fatiche incredibili il Servo di Dio arrivò a Genova dove fu accolto con i più pungenti sarcasmi. Paolo rispondeva a quegli oltraggi umiliandosi nel profondo del suo cuore. In seguito dirà: « Eppure quelle burle e derisioni mi facevano tanto bene all'anima » (29).

Ma il nostro pio viaggiatore fu al colmo della gioia, quando rivide l'antico padre dell'anima sua che si mostrò pure tanto felice di strin­gere al suo cuore questo suo figlio in Gesù Cristo, rivestito del santo abito della Passione. Quale fu il giudizio del P. Colombano a riguardo delle Regola che gli presentò il Servo di Dio? Nessun documento ce ne da precisa notizia. Possiamo però affermare con tutta sicurezza che il venerando religioso le debba avere pienamente approvate, vedendo che al ritorno di Paolo sono approvate dal vescovo di Alessandria.

Come il santo prelato e saggio Direttore, siamo anche noi rapiti dai prodigi di grazia, di amore e di perfezione operati nel solitario di S. Carlo. Oh, quanto presto un'anima generosa, interamente abbandonata nelle mani di Dio, arriva alle più alte vette della santità! Perché il giovane Paolo vi è già arrivato? Perché si è abbandonato interamente a Gesù Crocifisso, e generosamente, eroicamente si è inabissato, senza tornare indietro, nel seno della volontà di Dio.

Eppure questo non è che il fondamento dell'edificio. Ma dalla bellezza della base ci è facile presagire quale sarà un giorno il coronamento. Noi già possiamo prevedere che un tale uomo diverrà onnipotente sul mondo, sull'inferno, su Dio stesso. Il mondo lo solleverà; all'inferno comanderà; a Dio rapirà la sua potenza e le sue grazie; sarà in una parola l'apostolo nella riproduzione di Gesù Cristo che ne è il tipo unico e l'eterno ideale.

Come Gesù che dopo il suo ritiro di 40 giorni, uscì dal deserto per ubbidii e alla voce del Padre e cominciare la sua vita apostolica, anche Paolo alla voce del suo vescovo, inaugura un apostolato che fa meravigliare per i copiosi frutti.

(29) S. 1. 80 § 15.

 

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