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CAPITOLO VII

1. Nel romitorio della SS. Trinità. 2. Nel romitorio di S. Ste­fano. 3. I primi compagni. 4. In pieno apostolato.

(Genn. - Sett. 1721)

 

NEL ROMITORIO DELLA SS. TRINITA'

La solitudine di cui Paolo aveva gustato le dolcezze, attirava la sua anima, benché fosse sempre raccolta. Un piccolo eremo vicino a una modesta chiesa, distante un miglio dal Castellazzo, fu il primo luogo dove, dietro l'ordine del suo vescovo, fissò la sua residenza. Là lontano da ogni conversazione con gli uomini, egli passò circa 15 giorni nella contemplazione delle cose divine e nella più austera penitenza (1).

Secondo una deposizione fatta nel processo di canonizzazione, pare che in quella solitudine i demoni gli apparissero sotto forma di bestie mostruose. Queste apparizioni le vedremo rinnovarsi frequentemente nella sua vita. Di mano in mano che si presenteranno le segnaleremo, riservandoci di condensarne il racconto in un capitolo speciale per evitare inutili ripetizioni.

Paolo non era chiamato a lavorare unicamente per la propria santificazione, doveva essere un grande operaio evangelico. Non aveva ancora, è vero, il carattere sacerdotale, ma nella storia della Chiesa vediamo semplici religiosi esercitare l'apostolato: S. Antonio e gli eremiti della Tebaide venivano ad Alessandria d'Egitto a combattere gli Ariani; S. Efrem, San Francesco d'Assisi, pur semplici diaconi, dispensavano la parola divina. L'apostolato era, d'altronde, uno dei punti principali della Regola che

(1) Secondo Paolo Sardi il nostro Santo sarebbe rimasto un mese al romitorio della SS. Trinità (S. 1. 62 § 39); Giuseppe Danei, dopo aver ricordato i 40 giorni trascorsi in S. Carlo, dice che ne passò pochi alla Trinità e poi andò a S. Stefano (PA. 174). La verità è che il nostro Paolo il giorno dell'Epifania si trovava sui monti del genovesato (S. 1. 79 § 15) e il 25 gennaio dal romitorio della SS. Trinità andò ad abitare a quello di S. Stefano (Lt. I, 19). Dice bene allora il nostro autore che il soggiorno alla SS. Trinità fu appena di una quindicina di giorni (cfr. S. 1. 60 § 26).

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Mons. Di Gattinara aveva approvato. Il prelato conosceva dunque i disegni di Dio su Paolo e lo zelo del nuovo religioso. Affinchè questi potesse più facilmente lavorare al bene delle anime, il 25 gennaio lo trasferì dall'eremo della SS. Trinità alla chiesa di S. Stefano, molto vicino al paese. Il suo compito è fare la dottrina ai fanciulli nella chiesa parrocchiale di S. Carlo.

 

NEL ROMITORIO DI S. STEFANO

Paolo trovò la nuova dimora così conforme ai suoi gusti, che scrisse una lettera di ringraziamento a colui che egli chiamava suo amatissimo padre in Gesù Cristo:

« Non posso dir altro a V. S. Ill.ma se non che la sua carità mi ha provveduto un paradiso di santa solitudine... Un luogo più proprio, più divoto, più ritirato dai fracassi del secolo, non saprei dove trovarlo... Spero che se coopererò alle sante ispirazioni del nostro caro Iddio, sia giusto quella solitudine dove Dio m'abbia condotto per parlarmi al cuore » (2).

 

I PRIMI COMPAGNI

II primo che venne a dividere le sue penitenze e la sua vita fu il fratello Gian Battista. Ai due solitari si unì Paolo Sardi di cui il nostro Santo ammirava il raccoglimento, la perseveranza nell'orazione, il digiuno prolungato, e lo chiamava « anima santa » I due postulanti desideravano ardentemente di rivestire il santo abito e vi si preparavano in quella solitudine che si può considerare come l'umile culla della Congregazione nascente. Là si formavano questi degni modelli di virtù e di perfezione (3).

Non avevano per loro uso che una camera stretta; per mobilio un Crocifisso, una disciplina appesa al muro e un pagliericcio coperto da un pezzo di ruvida coltre. Siccome non potevano abitare tutti e tre in quel ridotto, Paolo Sardi dormiva a casa sua, Gian Battista restava spesso con Paolo. Ma chi dormirà su quel misero giaciglio? I due fratelli non si accordavano su ciò, uno voleva che fosse l'altro. Allora per togliere ogni difficoltà i due fervorosi cenobiti, dopo aver lungamente pregato in chiesa, prendevano il loro riposo sul nudo pavimento, in una specie di cripta sotto l'altare maggiore.

(2) Lt. I, 19.

(3) Lt. I, 18; S. 1. 903

 

Al muro esterno dell'eremo Paolo aveva appeso un panierino con la scritta: Elemosina per i poveri di Gesù (4). Di queste offerte egli non prendeva che un po' di pane secco che mangiava con i suoi compagni una sola volta al giorno, il di più lo dava ai poveri. Sem­brandogli poi questo trattamento troppo delicato, pensò di osservare una astinenza un po' più rigorosa e scrisse al suo Direttore:

« Mi è passato in mente di non mangiare che una volta ogni due giorni, ma per adesso aspetterò maggiore impulso e poi lo riferirò a V. S. Ill.ma, prendendo la santa obbedienza e benedizione » (5).

Alle volte, a giorno molto inoltrato, i nostri solitari non avevano ancora preso alcun nutrimento. Un giorno venne a trovarli la sorella; vedendoli spossati, pallidi e tremanti di freddo, domandò loro se avessero mangiato. Dovettero confessare che non avevano ricevuto ancora nulla dalla carità pubblica. Commossa disse che, andata a casa, avrebbe subito mandato la provvista. I due fratelli, ringraziandola, pregavano che lasciasse ogni cura alla Provvidenza, ma dietro il comando del babbo dovettero accettare e quel giorno i poveri di Gesù col pasto insolito ed abbondante ebbero anche il merito dell'obbedienza (6).

Quando il Santo usciva dalla solitudine era per lo più accompagnato da uno dei suoi; camminava raccolto e con gli occhi bassi, si sarebbe detto un angelo di modestia; il suo saluto che rivolgeva a tutti era: Sia lodato Gesù Cristo.

 

IN PIENO APOSTOLATO

La sera stessa che Paolo fissò la sua dimora a S. Stefano, manifestò al parroco l'ordine che gli aveva dato il vescovo di spiegare il catechismo ai fanciulli e la sua intenzione di cominciare la Domenica seguente. Ma si era nel tempo dei divertimenti mondani e il parroco non trovò opportuna la data e disse che sarebbe stato meglio aspettare la quaresima quando i fanciulli sarebbero venuti in maggior numero. Paolo cedette umil­mente al consiglio, ma ritornato nella sua solitudine, mentre era in orazione, sentì la voce del Signore rimproverarlo severamente. Il giovane apostolo, comprese che nessun tempo può dispensare dal fare il bene che Dio comanda.

(4) S. 1. 136 § 13.

(5) Lt. I, 20.

(6) S. 2. 86 § 93; S. 1. 58 § 7.

 

Venuta la Domenica, prende un Crocifisso e va per le vie del Castellazzo, suonando un campanello e invitando al catechismo nella chiesa di S. Carlo. A quest'appello si accorre da ogni parte; non sono soltanto i fanciulli, ma anche i grandi che affollano la chiesa.

Paolo si dedica a questo santo esercizio con l'ardore del suo zelo; tutti i cuori sono commossi; ben presto quelle piccole istruzioni producono frutti così abbondanti, che nessuno aveva previsto. Un tale successo fece versare al vescovo lagrime di gioia. Approfittando dell'influenza che Paolo aveva nel paese per la riputazione di santo, il pio prelato, vedendo il bene che ne ritraevano le anime, non temette di derogare alle regole ordinarie della chiesa e lo autorizzò, benché non avesse nessun grado della gerarchla ecclesiastica, a salire il pulpito e spiegare al popolo le verità della fede e la Passione di Gesù. Dio benedisse quei principii e mostrò che fu per ispirazione dello Spirito Santo l'aver il vescovo usato quella dispensa per un soggetto fornito da Dio di tanti doni straordinari (7).

Era tale l'entusiasmo suscitato nel popolo, che quando Paolo tornava da S. Carlo a S. Stefano era accompagnato dalla folla. Mai sazi di vederlo e di ascoltarlo, là ancora, prima di lasciarlo, la moltitudine gli chiedeva parole di conforto e di edificazione (8). Il vescovo volle che chiudesse il carnevale con un solenne triduo. Paolo obbedì.

Verso sera, portando una grossa croce, percorreva le vie accompagnato da grande corteo che cantava inni sacri. Era l'invito al popolo di venire ad ascoltare la parola divina (9). La chiesa era sempre gremita quando Paolo saliva il pulpito. Vedendo questo nuovo predicatore in abito di penitenza, col volto dimagrito, ma infiammato dall'amore, ascoltando le sue parole ora forti, ora affettuose, la folla commossa implorava ad alte grida la divina misericordia (10).

Il demonio, geloso di tanto bene, tentò un giorno di turbare l'uditorio e di dissipare i suoi sentimenti di compunzione, agitando un'indemoniata. II servo di Dio scoperse la manovra del maligno, gl'impose silenzio e il demonio tacque. Ripieno di stupore, l'uditorio esclamò: Grazie, misericordia. Questa potenza rese ancor più efficace la parola dell'apostolo e i giorni di baldoria furono cambiati in giorni di penitenza e di preghiera. Non più balli, non più festini, non più divertimenti dannosi alla virtù.

(7) Lt. I, 26-27.

(8) S. 1. 108 § 2.

(9) S. 1. 61 §' 31.

(10) S. 1. 109 § 3.

 

Nessuno mostrò malcontento e si vide una consolante riforma nei costumi. Le donne presero per loro ornamento la modestia e non entra­rono più in chiesa se non decentemente vestite e con la testa velata. Per assicurare la perseveranza di questo popolo, il vescovo esortò il nostro apostolo a continuare la sua predicazione durante la quaresima. Alla Domenica Paolo lasciava fare il catechismo ai suoi compagni. Quando avevano finito, saliva egli sul pulpito e con semplicità spiegava al popolo le massime della fede, terminando con una esortazione pratica ispirata specialmente sulla Passione di Gesù Cristo, suscitando in tutti odio al peccato e amore alla virtù. Più volte durante la settimana, al mattino o nel pomeriggio alle donne, verso il tramonto agli uomini, teneva nella chiesa di S. Stefano istruzioni sulla Passione di Gesù, nelle quali inse­gnava a meditarla con frutto, chiudendo col canto di una canzoncina che egli stesso aveva composto (11).

La quaresima operò una rinnovazione completa nel paese; si videro tornare a Dio cuori che avevano fino allora resistito alla grazia e ricon­ciliarsi i più grandi nemici. Due nobili di Castellazzo i sigg. Maranzana, nutrivano tra loro un odio implacabile con grande scandalo del paese. Parroci, predicatori, religiosi avevano tentato invano di riconciliarli, Dio riservava questa vittoria a Paolo.

Andati all'insaputa l'uno dell'altro a S. Stefano per ascoltare la predica, fu avvertito il nostro apostolo della loro presenza. Paolo prese per tema della sua predica la preghiera di Gesù sulla croce: « Padre, perdona loro ». La carità del Salvatore infiammò talmente le sue parole, che pene­trarono quei cuori induriti e fecero cessare i loro rancori. Terminata la funzione, tutti e due si recarono separatamente in camera del Santo. Meravigliati di quell'incontro, compresero l'invito della grazia, e si abbracciarono felici di potersi riconciliare. Paolo li esortò a confessarsi quella sera stessa e, in riparazione dello scandalo, li fece comunicare il giorno seguente nella chiesa parrocchiale di S. Martino. Spettacolo edificante per il paese, bel trionfo per il vangelo (12).

Un giorno si accese tra un gruppo di uomini una disputa e, passando dalle parole ai fatti, stavano per venire alle mani.

(11) S. 1. 61 § 30.

(12) S. 1. 903'§ 20.

 

Paolo accorse e, prostratosi ai loro piedi, presentò il Crocifisso e li scongiurò per amore di Gesù Cristo a calmarsi. La disputa cessò e tutti si ritirarono tranquillamente (13). Quante riconciliazioni con Dio e con gli uomini operò il santo Apostolo in quella quaresima!

Nella settimana santa l'amore di Paolo per Gesù Crocifisso s'intenerì maggiormente. Non poteva parlare senza provare una straordinaria commozione; la sua voce era soffocata da gemiti e interrotta da singhiozzi. Il giovedì santo si caricò di una pesante croce, si mise sulla testa una corona di spine così penetranti, che il sangue gli colava sul viso. In quell'atteggiamento visitò il santo sepolcro in tutte le chiese di Castellazzo, rappresentando al vivo il cammino doloroso di Gesù per le vie di Gerusalemme (14).

L'eco del bene che Paolo faceva nel Castellazzo si sparse anche nei dintorni, suscitando il desiderio di sentirlo anche essi. I marchesi Del Pozzo che già conoscevano e ammiravano la sua virtù, lo richiesero di evange­lizzare le loro terre di Ritorto e Portanuova (15). I pii signori ne fecero parola al vescovo che ben volentieri accordò il permesso di tenere dopo Pasqua la missione nelle loro terre. E' inutile dire che anche qui il popolo accorse numeroso ad ascoltare il nuovo missionario (16). Un giorno alcune persone che per andare alla predica, dovevano passare il fiume Olba ingrossato dallo scioglimento delle nevi, entrarono in soprannumero in una barca, quando furono lontane dalla riva, si videro improvvisamente trascinate dalla corrente. La barca stava per sommergersi. Tra le grida disperate dei passeggeri e degli astanti, accorre Paolo, li benedice col suo Crocifisso e sani e salvi approdano alla riva (17).

Quest'avvenimento aumentò la venerazione che già si aveva per un santo che non era meno potente in opere che in parole. Così anche in queste missioni raccolse frutti abbondanti di salute. Le terminò con processioni di penitenza alle quali presenziarono alte personalità: la marchesa Del Pozzo camminava a piedi nudi, il missionario portava sulle spalle una pesante croce che la pia signora volle poi conservare nel suo castello come una preziosa reliquia (18).

(13) S. 1. 904 § 26.

(14) S. 1. 109 § 3.

(15) Lt. I, 27.

(16) S. 1. 109 § 4.

(17) S. 1. 60 § 24.

(18) S. 1. 60 § 23.

 

Dopo questa missione apostolica Paolo andò a ritemprare la sua anima nella solitudine, nella preghiera e nella mortificazione. Il tabernacolo e il Calvario erano le sorgenti di acqua viva dalle quali il suo cuore attingeva un vigore sempre nuovo. Per l'unione abituale che aveva con Dio egli potè sopportare e le fatiche dell'apostolato e le austerità del chiostro.

Benché gli fosse così cara la vita contemplativa, egli sapeva sacrificarla quando la carità lo richiedesse. Se vi erano malati si affrettava a portar loro il conforto della sua parola, disimpegnava i servizi più umili e, alle volte con la sua preghiera, otteneva la guarigione quando umanamente non c'era più speranza. Uno di essi, Giuseppe Longo, si trovava in tale stato di debolezza, che non poteva più sopportare nessun alimento. Paolo andò a trovarlo, e preparatagli una piccola bevanda, gliela porse come un eccellente rimedio che gli avrebbe fatto bene. Appena il malato l'ebbe presa ricuperò le forze e la salute. Il Longo considerò la sua guarigione ottenuta per i meriti e le preghiere del Santo.

C'era a Castellazzo un certo Andrea Vergetto che durante il soggiorno di Paolo all'eremo di S. Stefano gli portava un po' di legna. Feritosi in una gamba, si formò una piaga che minacciava la cancrena. Paolo anche in segno di riconoscenza va a trovarlo e dopo averlo consolato volle vedere la piaga.

Svolgendo le bende, al sentire il cattivo odore dell'infezione non seppe dominare il moto naturale di repulsione. Paolo, vincendo ogni ripugnanza, accostò le sue labbra sulla ferita, pregando il Vergetto che non ne parlasse con nessuno. Il giorno appresso il chirurgo, meravigliato, trovò la piaga asciutta. Il malato potè alzarsi e camminare speditamente. Fuori di sé per la gioia, non curandosi della raccomandazione di Paolo, disse ovunque come era avvenuta la sua guarigione, andando fino a Retorto a riferirlo ai marchesi Del Pozzo (19).

L'eremo di S. Stefano era diventato il refugio di chiunque avesse bisogno di consiglio, d'incoraggiamento e di consolazione. Venivano per­sone di ogni condizione, ecclesiastici e religiosi. Paolo accoglieva tutti con quella bontà amabile che è la caratteristica dei santi. Qualche volta li invitava con tutta semplicità a prendere qualche ristoro e offriva le provviste della sua povertà. A un personaggio dell'alta nobiltà offrì pane e latte. Un mattino ebbe la visita della marchesa Del Pozzo. Egli mise in tavola una cipolla, qualche foglia d'insalata e il pane ricevuto dalla carità.

(19) S. 1. 871 8 1-2.

 

La pia marchesa accettò contenta di sedere alla tavola della santa povertà. Un altro giorno che il servo di Dio si tratteneva in santi ragionamenti con un giovane che poi divenne un degno sacerdote, una benefattrice gli mandò una torta. Paolo l'accettò con riconoscenza e la mise davanti al suo ospite. Quando ebbero mangiato, il giovane, celiando, do­mandò se c'era da bere. Paolo sorrise e mostrandogli il pozzo, disse: « Ecco la cantina che non asciuga mai ».

Questi tratti sembrano di poca importanza, eppure fanno conoscere come nei santi, anche più austeri, va unita austerità e dolcezza. In questo tempo Paolo ebbe il dolore di vedere diminuita la sua piccola compagnia. Il Sardi si ammalò, la sua salute non aveva potuto resistere ad una vita così austera. Dovette perciò lasciare colui che riguardava come padre e per il quale conservò sempre una grandissima venerazione. Elevato più tardi al sacerdozio, nominato canonico della collegiale di S. Pietro e Dalmazio in Alessandria, condusse una vita esemplare. Dopo la morte di Paolo depose nei processi ciò che aveva visto e sentito nell'eremo di Santo Stefano (20).

(20) Della corrispondenza del nostro Santo al Sardi ci sono rimaste 10 lettere, cfr. Lt. III, 116-130.

 

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