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CAPITOLO VIII

1. Il Santo parte per Roma. 2. Misteriosa chiamata di Maria. 3. Verso il Monte Argentario. 4. Il Monte Argentario. 5. Ritorna al Castellazzo.

(Sett. - Nov. 1721)

 

PAOLO VA A ROMA

Erano necessarie all'opera del nostro Santo Gerusalemme e Roma: Gerusalemme...! La Passione di Gesù Cristo. Roma..., l'autorità divina senza la quale tutte le opere restano nella sterilità e nella morte; Roma che comunica a tutto ciò che tocca il germe fecondo di vita e d'immor­talità.

Vedere Gerusalemme ed irrigare con le proprie lagrime la terra bagnata dal sangue divino, era il gran desiderio ispiratogli dalla abituale contemplazione delle sofferenze del suo Dio. Quale non sarebbe la sua felicità se potesse visitare i luoghi santi e dire: qui Gesù entrò in agonia; là ricevette il bacio del traditore; ecco il pretorio dove fu flagellato e coronato di spine... ecco la via segnata col suo sangue...! Ecco il Calvario sul quale si alzò la croce che sostenne la vittima divina e ricoprì con la sua ombra la Madre dei dolori...!

Paolo era persuaso che sul teatro della Passione il suo cuore si sarebbe saziato di amore e la sua sete di sofferenze si sarebbe estinta alle fonti del Salvatore. Ma in questo tempo un pellegrinaggio in Terra Santa presentava difficoltà insuperabili, soprattutto per un povero di Gesù Cristo. Dovette dunque farne un sacrificio, sottomettendosi alla volontà del suo Direttore. Risolvette allora di andare a Monte Varallo.

« Giacché non posso andarmene in Gerosolima, scrive al suo Direttore, dove il mio caro Gesù, tanto per me patì, desidererei andare per mia devozione sino al Monte Varallo » (1).

Che cosa offriva il Monte Varallo al nostro Santo che potesse compensare un pellegrinaggio a Gerusalemme? All'estremità della Val Sesia, vicino alla frontiera svizzera, s'innalza circondato da montagne una collina sulla cui cima si posa, come corona, una chiesa dedicata a Maria.

(1) Lt. I, 22.

 

In questa chiesa in fondo a una piccola grotta, si vede una imitazione del santo sepolcro. Sul fianco della collina, ornata di ridente verdura, interrotta da sentieri, trentotto cappelle sparse qua e là, rappresentano in ricchi bassorilievi i misteri del Salvatore (2). In mezzo a queste gravi e auguste immagini regna il profondo silenzio del deserto. Soltanto nelle ore della preghiera il canto pio dei figli del Serafico Patriarca, sembra gareggiare con la natura più bella per celebrare le meraviglie dell'Onnipotente. Nessun altro luogo, dopo Gerusalemme, poteva offrire attrattive che meglio armonizzassero con lo spirito di Paolo. Purtroppo non abbiamo potuto trovare più ampi documenti su questo pellegrinaggio, ma ci restano molte belle cose del suo viaggio alla Città Eterna (3).

Un'ispirazione dall'alto attirava Paolo al centro della cattolicità, al focolare della Fede. In questo stesso anno 1721, era stato eletto Papa Innocenzo XIII. Il nostro Santo desiderava da molto tempo di gettarsi ai piedi del Vicario di Gesù Cristo per deporre nelle sue mani le Regole del nuovo Istituto. Anche il suo Direttore comprese che questo viaggio era necessario alla grande opera di Dio; l'approvò e lo benedisse come una ispirazione del cielo. Il prelato diede al suo penitente lettere testimoniali nelle quali dopo aver dichiarato che l'aveva rivestito dell'abito della Passione, lo raccomandava alla carità di tutti e lo qualificava un giovane adorno delle più alte virtù (4).

Sicuro della volontà divina, il religioso della Passione fece generosamente il sacrificio degli affetti più puri: patria, genitori, fratelli, sorelle, lasciò tutti per il Signore. Tra le lagrime della famiglia e del popolo del Castellazzo, Paolo, pieno di coraggio, non avendo per viatico che la sua grande confidenza in Dio, partì per Genova. Fu accolto da un nobile e pio cavaliere che l'ospitò e gli pagò il viaggio (5).

(2) S. Carlo Borromeo amava ritirarsi in quella solitudine del Monte Varallo; là fu colpito dalla sua ultima malattia.

(3) C'è andato S. Paolo a Monte Varallo? Documenti espliciti non ci sono. Pare, però che ci sia stato.

(4) S. 1. 54 § 58. Il documento porta la data del 18 aprile 1721 ed è valido per due mesi. La partenza avvenne verso il principio di settembre.

(5) S. 1. 80 § 16. Secondo S. Vincenzo Strambi, è il marchese Girolamo Pallavicini p. 157.

 

Mentre aspettava il giorno della partenza, Gian Battista che non poteva vivere, separato dal fratello, venne a raggiungerlo in questa città, scongiurandolo con le lagrime agli occhi, di portarlo con sé. Ma Paolo non conoscendo ancora i disegni di Dio a questo riguardo, lo consigliò di tornare alla casa paterna. E tornò, ma separandosi gli disse:

« Orbene, andrete e non troverete pace senza di me » (6).

 

UNA CHIAMATA MISTERIOSA DI MARIA

L'8 settembre, giorno della Natività di Maria Vergine, cessato improvvisamente il vento, la nave si fermò ai piedi del monte Argentario. Al suono di quel nome pronunziato dai marinai, Paolo rimase colpito; ricordò le dolci parole: « Paolo, vieni al monte Argentario, dove sto sola », parole che aveva udito una volta mentre pregava davanti ad un'immagine della Vergine. Comprese allora che la calma delle onde, la nave arrestatasi proprio in quel giorno e di fronte al monte Argentario, erano una seconda chiamata di Maria che l'invitava a servire Iddio in quel luogo.

I marinai scesero sulla riva e si misero a cogliere i fichi selvatici. Paolo osservando la montagna dalla parte che guarda il mezzogiorno, vide delle piccole grotte a guisa di celle, come alveari scavati nella roccia. Immerso in Dio, sentì un'attrattiva irresistibile per quella solitudine. Verso sera spirò di nuovo il vento, e la nave riprese la sua corsa. Paolo era rimasto così infervorato, che per amore del suo caro Gesù sarebbe andato anche in capo al mondo (7).

II giorno dopo la nave entrò nel porto di Civitavecchia. Qui equipaggio e passeggeri dovettero fare la quarantena (8). Il nostro Servo di Dio, essendo sprovvisto di tutto, riceveva dagli ufficiali di sanità quanto era necessario per comprare il pane. Che cosa faceva Paolo in quel tempo? Trascrisse in buona forma le Regole che aveva composto nella solitudine di S. Carlo e in certe ore istruiva le persone del lazzaretto, in altre era occupato in esercizi di pietà.

Terminata la quarantena, prese la via di Roma. Dopo un giorno di viaggio, venuta la sera, estenuato dalla fatica e dalla fame, si avvicinò ad un'osteria chiedendo la carità per amor di Dio. Ebbe solo una piccola elemosina che ricevette da un altro povero di origine spagnola. All'alba riprese il viaggio. Dopo molte ore di cammino apparve finalmente ai suoi occhi la grande cupola di S. Pietro.

(6) VS. p. 37.

(7) VS. p. 38 S.l. 80,

(8) Lt. I, 51.

 

La fede rianimò le sue forze e, appena arrivato alla porta della Città santa, cadde in ginocchio e baciò con rispetto quella terra bagnata dal sangue del Principe degli Apostoli e di tanti martiri.

Entrato per porta Cavalleggeri, si presentò al suo sguardo un magnifico quadro: lo splendido colonnato che circonda la piazza di S. Pietro, le due fontane che lanciano in alto immensi fasci di acqua, il colossale obelisco che canta i trionfi della croce e il regno immortale di Cristo. Alla destra il palazzo più augusto del mondo, il Vaticano; di fronte San Pietro, la basilica incomparabile. Tutte queste magnificenze della fede dovettero esercitare certamente un grande fascino nel suo spirito così sen­sibile per le grandezze della Chiesa.

Tutto assorto in Dio, andò a prostrarsi sulla tomba del Capo degli Apostoli. Ma mentre pregava fitte tenebre oscurarono improvvisamente il cielo della sua anima, presagio delle prove che l'aspettavano a Roma. Dopo lunga e faticosa orazione uscì; nelle vie della città ebbe a soffrire gli scherni del popolo che si rideva dei suoi abiti così poveri, e dei suoi piedi nudi. Tuttavia alcune persone caritatevoli gl'indicarono il grande ospizio della Trinità per i pellegrini, dove la nobiltà romana, ecclesiastica e laica, si compiaceva di prestare i più umili servigi ai poveri di Gesù. Tra gli usi vi era anche quello di lavare i piedi ai pellegrini. Quale dovette essere la sorpresa di Paolo, quando vide ai suoi piedi il Cardinal Tolomei, della Compagnia di Gesù, la cui profonda umiltà edificava tutti i presenti! Dopo avergli lavati i piedi questo principe della Chiesa gli diede anche un'elemosina che il nostro Paolo, tutto abbandonato nella Provvidenza, modestamente rifiutò, pregando che fosse destinata ad altro povero.

Il mattino seguente, ascoltata la Messa e comunicatosi, fece dopo lunga orazione. Si recò poi al palazzo apostolico del Quirinale per domandare un'udienza col S. Padre. La sua domanda fu respinta sgarbatamente:

« Sapete quanti birbi capitano ogni giorno? Andate, andate », gli disse una guardia (9). Paolo non si lamentò di quest'accoglienza, ne tu anzi contento perché si vedeva trattato come credeva di meritare. Co­noscendo che l'ora della Provvidenza per il compimento della sua opera non era ancora suonata, si ritirò in silenzio.

(9) S. 1. 80 8 17.

Mentre vicino ad una fonte mangiava un pezzo di pane che gli era stato dato alla SS. Trinità dei pellegrini, gli si avvicina un povero e gli domanda l'elemosina. Non badando ai suoi bisogni e spinto dalla carità di Gesù Cristo, gli diede la metà di quella modestissima refezione.

Ed ora eccolo errante nella grande città, senza poter ottenere, mal­grado le raccomandazioni del suo vescovo, l'udienza del S. Padre. Eccolo solo, abbandonato, disprezzato. Per consolarsi dell'insuccesso del suo viaggio, Paolo andò a S. Maria Maggiore. Pregava davanti alla Madonna « Salus populi romani » venerata nella cappella Borghese quando sentì nella sua anima la certezza che le sue speranze si sarebbero un giorno realizzate. Pieno di riconoscenza, in un trasporto di fervore, Paolo fa un voto, il voto che distinguerà l'Istituto della Passione da tutti gli altri, quello di propagare nel mondo la devozione alla Passione di Gesù (10). Dopo aver messo sotto la protezione della divina Madre le sorti della futura Congregazione, sentì in fondo al cuore una nuova chiamata al monte Argentario.

 

VERSO MONTE ARGENTARIO

Avendo saputo che vi era pronta una barca che da Roma partiva per Civitavecchia, domandò un posto per carità e il padrone fu tanto cortese, che glielo concesse. La modestia del nostro Santo non piacque ad un pas­seggero che pure avrebbe dovuto rispettare la sua virtù, e quasi fosse agitato da una furia, lo caricò d'ingiurie. Paolo sopportò tutto in silenzio, il suo unico dispiacere era lo scandalo che ne veniva ai marinai. Arrivato a Fiumicino, dovette salire in un'altra barca diretta a S. Severa. Anche qui fu oggetto di mille insulti che sopportò pazientemente, dicendo a se stesso che meritava di esser trattato così (11). Sbarcato a S. Severa dovette fare a piedi la strada fino a Civitavecchia, dove non avendo trovato né alloggio né cibo, passò la notte sotto il portico della « Sanità ». Sul far del giorno si avviò verso Tarquinia, ove i PP. Agostiniani l'accolsero con molta carità. La notte seguente si fermò a Montalto e trovò ospitalità presso un ottimo sacerdote.

Rimessosi in cammino il giorno seguente, sperava di poter raggiun­gere alla sera il monte Argentario, ma s'ingannò.

(10) S. 1. 169 84

(11) S. 1. 655 VS. p. 39-40.

 

La zona che doveva percorrere era un'immensa landa, bruciata dal sole, interrotta di tanto in tanto da qualche cespuglio e abitata da rettili velenosi. I miasmi rendevano l'aria pesante e malsana. Non vi erano strade, ma solo sentieri che s'incrociavano, lasciando il viaggiatore inesperto in una penosa incertezza. Paolo camminò tutto il giorno soffocato dal caldo, spossato dalla fatica, senz'altra bevanda che un po' d'acqua nauseante, senza alcun soccorso umano. Aves­se avuto almeno quelle interne consolazioni di spirito che tanta gioia arrecano all'anima sofferente! Ma in questo momento pare che Iddio siasi ritirato. Paolo è pervaso dalla noia, e da una profonda tristezza. Colto dalla notte, vista una capanna di pastori, vi cercò un ricovero, gettandosi su poca paglia, sperando di trovarvi riposo, ma la notte non fu che una insonnia fastidiosa (12).

Dopo altre prove non meno dolorose, arrivò finalmente a Portercole, paese situato ai piedi del monte Argentario. L'arciprete gli fece una accoglienza benevola e gli disse che sul monte c'era un eremo, una volta convento di Agostiniani, sotto il titolo dell'Annunziata. Paolo si affrettò a salire il monte, non portando per provvista che un po' di pane avuto in elemosina.

Seguiamo il nostro Santo e con lui contempliamo la bella e ricca natura che si armonizza cosi bene con la sua anima. Questo monte d'ora in poi ci offrirà tanto interesse; esso diverrà la Verna del Patriarca della Passione.

 

IL MONTE ARGENTARIO

E' un immenso promontorio che si allarga e s'innalza di mano in mano che s'interna nelle acque del Mediterraneo. Il mare, disegnandosi a golfo, forma una rada, in fondo alla quale si trova Portercole, dominato da una collina sulla quale s'innalza il forte di Monte Filippo. Dalla parte del mare la montagna si riveste di una verdura dalle più svariate sfuma­ture: diversi arbusti, ciliegi marini, il cui frutto d'un rosso vivo taglia il fondo verdeggiante, la fragola dei boschi, tappeti di tenera erba, mazzi di mirto dalle piccole bacche rosse, il lentisco che ama il terreno sabbioso, il rosmarino, la lavanda e altre piante aromatiche rallegrano lo sguardo e invitano a godere del loro profumo.

(12) La descrizione è drammatica, ma non dimentichiamo che si parla della maremma verso la fine di settembre del 1721.

 

Sul fianco opposto del promontorio la scena si presenta più vaga e più fuggitiva. Dalle montagne e dalle colline opposte la vista discende sopra un ampio bacino che racchiuso da due lingue di terra che lo divi­dono dal mare, forma un maestoso lago, in mezzo al quale sorge Orbetello.

La montagna che bagna i suoi piedi in questi fiotti azzurri quasi tagliata da massi di brughiere e di foreste, da al panorama l'incanto di una varietà pittoresca; ora innalza la sua vetta in cime scoscese e monticelli, ora la stende in pianure dolcemente inclinate in cui, qualche volta, la foresta cede il posto a verdi praterie e a piccoli castagneti.

E' in quest'ultimo mazzo di verdura, ai due terzi della costa, non lontano dalle sorgenti dell'acqua limpida e fresca, in mezzo alle rovine sparse di un antico monastero, che s'innalza l'umile eremitaggio dell'Annunziata, contiguo ad un giardinetto ove, da un pergolato, pendevano ancora dei grappoli d'uva, quando vi arrivò il nostro Santo.

Queste bellezze della natura, il profondo silenzio della solitudine, innalzavano a poco a poco l'anima di Paolo alla contemplazione delle divine perfezioni del Creatore. Egli chiamò questa montagna Mons sanctificationis perché invita le anime a staccarsi dalla terra per sa­lire a Dio. Un tal nome ben conveniva a questa solitudine, perché dal principio del cristianesimo essa aveva visto fiorire, all'ombra delle sue quercie l'orazione, il digiuno e le virtù angeliche. S. Gregorio il grande fa menzione nei suoi Dialoghi dei santi solitari del Monte Argentario e racconta che uno di essi, recandosi a Roma per visitare la tomba del Principe degli Apostoli, risuscitò un morto in presenza di un suddiacono chiamato Quadragesimo (13).

Il Monte Argentario era anche uno dei luoghi che la nobile Fabiola visitava nelle sue sante peregrinazioni quando, secondo S. Girolamo, ella percorreva le isole e tutto il mare etrusco, penetrando nelle anse profonde delle rive più nascoste ovunque vivessero solitari dei quali ella confortava l'indigenza (14).

Paolo era dunque destinato a continuare in questa montagna il sacrificio di lode e di amore di quegli antichi anacoreti.

Arrivato all'eremo non vi trovò che qualche celletta, una chiesa umida, povera, senz'ornamenti e una vecchia pittura a brandelli, rappresentante l'Annunciazione. La povertà e l'abbandono non servirono che a renderglielo più attraente e più sacro. L'immagine di Maria richiamandogli l'invito ch'Ella gli aveva fatto tante volte, lo determinò a stabilirsi in questo luogo per dividerci la solitudine della sua divina Madre.

(13) Dial III, 17.

(14) Ep. 30 «Ad Oceanum »: «I Monaci d'Occidente» p. (161).

 

Per parecchi giorni vi gustò dolci consolazioni, ma non godeva ancora quella pienezza di pace e di tranquillità che si trovano nel perfetto adempimento dei disegni di Dio. Non sentiva rinascere la serenità nel suo spirito che allorquando ricordava le parole dette da suo fratello a Genova: « Non troverete face senza di me ». Risolvette dunque di andare a prenderlo e tornare con lui ad abitare quella solitudine.

Volendo però assicurarsi il possesso dell'eremo, pensò di ottenerne la concessione dal vescovo di Sovana e Pitigliano, alla cui giurisdizione era sottoposta la chiesa dell'Annunziata.

 

RITORNA AL CASTELLAZZO

Scese a Orbetello e per trovare ospitalità durante la notte, si fermò in piazza S. Francesco di Paola, aspettando dalla Provvidenza qualche caritatevole benefattore. Un religioso Minimo, mosso a compassione alla vista di un giovane così poveramente vestito, andò a parlarne al suo superiore il quale ordinò che fosse ricoverato nel convento quel povero di Gesù, circondandolo poi delle cure più delicate. Paolo comprese subito che quel guardiano era un sant'uomo e più tardi lo scelse per suo confessore.

Da Orbetello il Servo di Dio si diresse verso Pitigliano, residenza del vescovo. Era spesso incerto della via che dovesse prendere; allora postosi in ginocchio, implorava il soccorso del suo angelo custode e la via che prendeva era sempre quella giusta. Verso il tramonto arrivò a Manciano. Incon­trato un sacerdote, gli chiese umilmente la casa del parroco: Cosa vo­lete dal parroco? Sono io. Vorrei supplicarlo di un po' di alloggio per questa notte. Eh, vi capitano tanti birbi; uno fa male a cento. lo son capace di fare ogni male, ma spererei, con la grazia di Dio, di non farlo (15).

L'umiltà ha un fascino segreto che conquista i cuori. Commosso da una risposta così modesta e saggia, il parroco lo ricevette nella sua casa e lo trattò con la più grande umiltà.

Arrivato il giorno seguente a Pitigliano, sente che il vescovo trovasi a Pienza. Dovette fare altre quaranta miglia di cammino. In compenso ricevette da Mons. Fulvio Salvi una cordiale accoglienza e il permesso di quanto gli chiedeva.

(15) S. 1. 82 § 21. 72

 

Di là il Servo di Dio attraversò la Toscana, mendicando il suo pane. Questo viaggio fu segnato, come tanti altri, da molte sofferenze e umiliazioni. Spesso, non riuscendogli a trovare un asilo, fu costretto a dormire sulla nuda terra. Arrivò finalmente a Pisa e s'imbarcò per il canale di Li­vorno. Anche questa volta nella barca fu trattato con durezza da due pas­seggeri che avrebbero dovuto essere i primi a dargli segni di stima per la sua virtù. Paolo senza rispondere neppure una parola, non perdette la sua pace e rimase tranquillo, assorto nel ricordo degli oltraggi sop­portati da Gesù nella sua Passione. Un signore, prendendo le sue parti, disse: « Voi strapazzate ed ingiuriate questo povero servo di Dio; un giorno chi sa quanti compagni avrà » (16).

A Livorno Paolo prese alloggio nell'Oratorio della Morte. Quella sera l'elemosina per la sua modesta cena l'ebbe da un ebreo. Il mattino seguente, dopo aver ascoltato la Messa, si diresse verso il porto e, tro­vata una barca che faceva vela per Genova, pregò il comandante che gli desse un posto gratuito. Gli toccò il più disagiato e per nutrimento ebbe qualche cosa che ricevette dalla carità dei marinai.

Arrivò finalmente a Genova, dove l'attendeva un'altra prova: la quarantena. La meravigliosa città contemplata dalla barca presentava un quadro abbagliante: i giardini imbalsamati dal profumo dell'arancio e dei fiori più belli, i magnifici palazzi, i canti festosi, lo splendore di mille luci che si riflettevano nelle acque..., tutto sembrava fatto per rapire e sedurre una giovane fantasia. Paolo, malgrado la sua abituale austerità, non fu insensibile a questo spettacolo e fu assalito da fierissime malinconie. Egli però soffriva « per amore di quel Dio che tanto per noi ha sofferto » (17).

(16) S. 1. 656 § 73

(17) S. 1. 81 § 20; VS. 39-42.

 

 

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