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CAPITOLO IX.

1. Vestizione di Gian Battista. 2. L'addio supremo 3. Partenza dal Castellazzo 4. Il soggiorno sull'Argentario.

(1721 - 1723)

 

LA VESTIZIONE DI GIAN BATTISTA

Paolo è di nuovo in Alessandria. Quale gioia dopo tante fatiche e tante prove ritrovarsi alla presenza del suo santo vescovo che l'accoglie come un figlio amatissimo! Il Servo di Dio gli diede conto particola­reggiato del suo viaggio, di aver trovato la santa montagna ove la Ma­donna lo aveva chiamato e gli comunicò l'ispirazione di associarsi suo fratello in quella vita di solitudine. Lo pregava perciò d'imporre anche a Gian Battista il santo abito della Passione e permettere di andare ad abitare in quel monte.

Dispiaceva, certo, al pio prelato privare la sua diocesi di un santo e di un apostolo, ma non potendo dubitare che Paolo fosse guidato dallo Spirito Santo, acconsentì alla sua domanda, sicuro che l'opera di Dio sarebbe un giorno riuscita.

A questa notizia Gian Battista trasalì di gioia; da tanto tempo desiderava di consacrarsi anch'egli a Gesù Crocifisso! Il vescovo lo rivestì del santo abito il 21 novembre 1721, festa della Presentazione della SS. Vergine al Tempio. Paolo ne pianse di consolazione.

I due santi fratelli passarono i rigidi mesi dell'inverno nel romitorio di S. Stefano, in una vita angelica, con grande edificazione del popolo, in attesa di volare, passato l'inverno, alla cara solitudine dell'Argentario. Appena si seppe della loro prossima partenza in tutto il popolo del Castellazzo si levò un grido generale di affetto e di rimpianto. Come se si perdesse una persona cara, si diceva nel paese che non vedrebbero più il loro angelo tutelare, il loro padre, colui che consolava e dirigeva nel­la via della salute (1).

I loro genitori, benché rassegnati, provavano un dolore profondo. Paolo ebbe per tutti una parola di conforto, ma la sua raccomandazione più calda fu per i suoi fratelli e sorelle, ai quali lasciava un prezioso memoriale, nel quale tracciava un regolamento di vita che, ben osservato, li avrebbe resi perfetti cristiani.

(1) S. 1. 902 § 15.

 

L'ADDIO SUPREMO

« Carissimi fratelli e sorelle. Io poverissimo e gran peccatore Paolo Francesco, vostro fratello e indegnissimo servo dei Poveri di Gesù Cristo, dovendomi (per divina ordinazione) partire da questi paesi per andare ad eseguire le sante ispirazioni del cielo, ritirandomi nella solitudine per invitare non solo le creature ragionevoli, ma anche le irragionevoli e insensate a farmi compagnia piangendo i miei grandi peccati e lodando con grande amore il nostro caro Iddio, tanto da me offeso; avanti dunque di far questo santo ritiro non ho voluto tralasciare di lasciare a voi miei fratelli e sorelle, alcuni spirituali avvisi, acciò v'incamminiate sempre più con maggior fervore nel santo Amore del nostro amantissimo Iddio.

In primo luogo osservate con grande esattezza la santa legge del Signore; temete con un santo timor filiale quel caro Iddio che ci ha creati e redenti; sappiate, carissimi, che ancor più un figlio ama teneramente suo padre, teme sempre più di disgustarlo, di farlo andare in collera, insomma di offenderlo. Così voi, carissimi, abbiate sempre questo santo ti­more di offendere Iddio, che questo sarà un freno per trattenervi acciò non caschiate in peccato.

Amate questo caro Padre con un ardentissimo amore, abbiategli tenerissima confidenza: insomma tutte le vostre azioni, tutte le vostre parole, sospiri, pene, travagli e lagrime siano tutte sacrificate al suo santo Amore.

Per mantenervi in questa divina amicizia frequentate i santi Sacramenti, cioè la santa Confessione e Comunione; quando vi accosterete al santo altare non v'accostate per altro maggior fine, se non che per sempre più liquefare la vostr'anima nel fuoco del suo S. Amore. Oh! caris­simi, non vi dico della preparazione, perché penso farete ciò che potrete. Ricordatevi che si tratta di fare un'azione la più santa che si possa fare. Oh! che il nostro caro Gesù non ha potuto fare di più che donarsi se stesso in cibo. Dunque amiamolo questo caro amante, siate grandemente divoti del SS. Sacramento: nella chiesa bisogna tremare di riverenza. Non passi giorno che non facciate una mezz'ora o almeno un quarto d'ora di orazione mentale sopra la dolorosa Passione del Redentore e se potete, fatene di più, ma almeno questo tempo non si lasci mai.

Abbiate una continua rimembranza degli spasimi del nostro Crocifisso Amore e sappiate che i più grandi santi che adesso trionfano in cielo sono arrivati alla perfezione per questa strada... Abbiate tenera devo­zione ai dolori di Maria SS., alla sua Immacolata Concezione, al vostro Angelo Custode, ai vostri santi Avvocati e massime ai SS. Apostoli.

Fatevi familiari le orazioni giaculatorie: Oh, caro Dio, non vi avessi mai offeso! Speranza del mio cuore, piuttosto mille volte morire che più peccare. Oh! Gesù mio, quando vi amerò? Oh, sommo mio Bene, feritemi il cuore del vostro santo amore. Chi non vi ama, o caro Dio, non vi conosce. Ah, se tutti vi amassero! Quando l'anima mia sarà tutta accesa della vostra divina carità?

Atto di rassegnazione. Sia fatta la vostra santa Volontà. Siano ben venuti i travagli. Cari patimenti, vi abbraccio, vi stringo al mio seno. Siete gioie che mi manda il mio Signore. Oh, cara mano del mio Dio, vi bacio. Oh, caro Padre, buon per me che mi umiliate...

Leggete fra giorno qualche libro spirituale; schivate come il demo­nio i cattivi compagni, andate spesso in chiesa ad adorare il SS. Sa­cramento...

Abbiate rispetto e riverenza al padre e alla madre... Gesù si è fatto obbediente fino alla morte di croce... Amatevi; mai piacerete a Dio, se non vi amate...

Vi lascio nelle piaghe di Gesù, sotto la protezione di Maria SS. Ad­dolorata... Non lasciate mai più la meditazione sulla dolorosa Passione di Gesù Cristo... » (2).

E' tutto un piano di vita cristiana: l'osservanza della legge di Dio, l'odio contro il peccato, la frequenza ai sacramenti, la devozione alla SS. Eucaristia, alla Passione di Gesù, ai dolori della Madonna, agli an­geli e ai santi; la pratica così efficace delle giaculatorie, le visite a Gesù Sacramentato, la lettura spirituale, l'amore ai poveri e alla giustizia, la scambievole carità.

 

PARTENZA DAL CASTELLAZZO

La prima Domenica di quaresima dopo essersi penetrato nel vangelo della Messa dei sentimenti che animavano il Salvatore quando fu condotto dallo Spirito Santo nel deserto, i due fratelli partirono per la solitudine del monte Argentario (3).

(2) Lt. I, 53-57.

(3) Era il 22 febbraio 1722 (S. 1. 83 § 24). Il 10 dello stesso mese il vescovo aveva rilasciato un attestato di buona condotta (S.l. 55 § 59).

 

Imbarcatisi a Genova dovettero arrivare ben presto a Civitavecchia dove furono trattenuti per la quarantena fino alla mattina del mercoledì santo. Partirono immediatamente verso Portercole, desiderando di comunicarsi il giorno dopo.

Ma il sole era già tramontato ed essi si trovavano ancora vicino al lago di Burano, a 20 Km. dal monte. Non essendo possibile viaggiar di notte per quegl'incerti ed aspri sentieri, dovettero fermarsi, rifugiandosi alla meglio sotto qualche cespuglio.

La mattina al sorgere dell'aurora, tutti bagnati dalla rugiada col fisico abbattuto, ma con lo spirito animato dal desiderio di fare la Pa­squa, ripresero sollecitamente il loro cammino. Arrivati in tempo per assistere alla Messa solenne, dimenticarono le fatiche passate e il divino banchetto li fortificò contro quelle che ancora li attendevano. L'arciprete che aveva ammirato la loro modestia e il loro fervore, li trattenne con sé durante quei santi giorni. Dopo il pasto andarono in chiesa a pregare davanti al santo Sepolcro. Paolo, sempre immobile e in ginocchio, vi passò nella meditazione delle sofferenze di Gesù, il resto della gior­nata, tutta la notte e la mattina seguente fino a quando fu ritirato il SS. Sacramento.

Dopo le feste di Pasqua i due fratelli andarono a Orbetello per chie­dere il permesso di abitare il monte Argentario al governatore militare. In quel tempo era governatore il generale Espejo y Vera. Questi usciva dalla chiesa quando scorse i servi di Dio. Domandò chi fossero e dove andassero. Paolo rispose umilmente: Siamo due poveri fratelli e ci sentiamo ispirati da Dio benedetto di far penitenza al Monte Argentario. Il generale commosso da quell'aria di pietà che distingue i santi, accordò il permesso richiesto. Si diressero poi verso Pitigliano e da qui, dopo aver ricevuto la benedizione del vescovo, si affrettarono a raggiungere la solitudine e l'eremo dell'Annunziata (4).

 

IL SOGGIORNO SULL'ARGENTARIO

Felici di poter finalmente immergersi nella contemplazione divina, cominciarono una vita più angelica che umana. Di giorno andavano nella chiesina, vi consacravano lunghe ore per l'orazione e salmodiavano lo ufficio divino. Poi ad una determinata ora si separavano per andare nel bosco e là, all'ombra delle querce secolari o nascosti in fondo a qualche grotta, abbandonavano la loro anima a tutto ciò che la fede aiutata da quell'austera natura, poteva loro dare d'ispirazione e di slancio.

(4) S. 1. 84 § 24-26.

 

Ma per non perdersi in vani e fuggitivi sogni, essi richiamavano fortemente il loro pensiero alla meditazione dei giorni antichi e dell'eternità, e maceravano fino al sangue la loro carne con severe discipline. Pao­lo dormiva sulla nuda terra; Gian Battista sopra una tavola.

A mezzanotte si alzavano per cantare il mattutino e fare orazione fino alle tre. Ma il Santo, udendo il canto dell'usignolo che salutava l'alba nascente e credendosi invitato da quelle piccole creature a lodare il Signore, si alzava, e si rimetteva all'orazione. Quando dal forte di Monte Filippo udiva il rullo del tamburo, diceva a se stesso: «Ecco quanto fanno i sol­dati terreni per custodire quattro mura materiali, e tu che sei soldato del cielo, cosa non devi fare per il regno spirituale dell'anima tua? » (5). Nella sua umiltà gli pareva di non far nulla. Non era così. Di tut­to si serviva per innalzare la sua anima a Dio; la natura diventava per lui una scuola di virtù. Il venerdì, secondo la sua abitudine, raddoppiava le penitenze. In quel giorno si cibava di lagrime e per meglio unirsi alle sofferenze del divin Crocifisso, aveva inventato un nuovo strumento di penitenza, una piastra di ferro irta di punte che si applicava prima di mattutino e che non lasciava che al mattutino del sabato.

Tutte queste penitenze sembrarono ancora poco ai nostri ferventi anacoreti che le aumentavano specialmente all'avvicinarsi delle grandi solennità. Dopo l'Epifania, per onorare il ritiro di Gesù nel deserto, si raccoglievano in più profonda solitudine; facevano tra loro solo brevi e rari colloqui perché volevano parlare lungamente con Dio.

E quale il loro nutrimento? Per loro provvista avevano portato solo qualche pezzo di pane e un po' di uva secca che avevano ricevuto in elemosina a Pitigliano (6). Avrebbero potuto scendere nel vicino paese e domandare l'elemosina, ma preferivano di nutrirsi di radici ed erbe sel­vatiche, anziché lasciare la loro solitudine. Venne però in loro soccorso Iddio ispirando ad una pia signora di Orbetello di mandare loro una buona provvista di fave che ricevettero con grande riconoscenza (7). Essi però molte volte le mangiavano semplicemente ammollite nell'acqua. La loro vita austera, i loro devoti canti, segno di straordinaria virtù,

richiamò l'attenzione dei cacciatori e dei carbonai che capitavano sull'Argentario. Tornando alle loro case ne parlavano con ammirazione e così in poco tempo nei paesi vicini tutti sapevano dei pii solitari del Monte.

Da quel momento non mancarono più benefattori e le offerte spontanee per il necessario sostentamento della vita. Ma essi continuarono nella più rigida astinenza, non prendendo che una insipida minestra di legumi o solo pane ed acqua, e appena qualche volta alla settimana si permettevano un po' di vino, per lo più inacidito.

La loro vita sull'Argentario si potrebbe compendiare in queste poche parole: solitudine e silenzio; penitenza e preghiera. Ma mentre santificavano se stessi, imparavano anche l'arte di santificare gli altri.

Un'anima infiammata d'amor divino non sa contenere lungamente in sé questa fiamma, ma vuol comunicarla a tutti i cuori e non vede il momento che si realizzi il suo ardente desiderio. I nostri santi cenobiti in­cominciarono a discendere il monte per portare ai popoli vicini le grazie del cielo.

Paolo alla Domenica e nei giorni di festa scendeva a Portercole e dopo la Messa spiegava la dottrina cristiana al popolo che accorreva numeroso per vederlo e udirlo. Poi la sua parola, prendendo maggior un­zione, sviluppava una delle scene della Passione di Gesù e insegnava il modo di meditarla.

Gian Battista esercitava lo stesso apostolato nella parte opposta della montagna, nel paese di S. Stefano.

(5) S. 1. 85 g 28; 735 § 138 seq

(6) S. 1. 84 g 27.

(7) S. 1. 84 g 28; 704 § 139 .

 

 

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