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CAPPELLANO MILITARE

 

« Io ero padrone dell'armata... »

All'inaugurazione del primo convento di Paolo sull'Argentaro erano presenti anche molti soldati e ufficiali. Lo veneravano come un santo e ricam­ biavano di profonda gratitudine quanto faceva per il loro bene spirituale.

La devozione che nutrivano per lui ebbe inizio nella missione che predicò nel 1733 ad Orbetello. Da allora, incontrandolo per via, lo salutavano militarmente, nonostante la sua riluttanza.

Il suo ascendente sui soldati era tale che gli ufficiali, se volevano ottenere obbedienza e rispetto nei momenti più cruciali e decisivi, non avevano che da ricorrere a lui. Si sarebbero buttati nel fuoco a un suo cenno. Potè asserire:

« Io ero padrone dell'armata e non mi si ricusava nessun favore».

Infatti depone un testimonio nei Processi di canonizzazione:

« Nelle truppe che erano di presidio in Orbetello, nascevano frequentemente delle diserzioni, della qual cosa i generali e la prima ufficialità se ne dolevano con Paolo, ai quali rispose che gli avessero lasciato fare una missione a quelle truppe, ed avrebbero veduto un cambiamento totale nei loro costumi, poiché la sola parola di Dio è quella che dirige i cuori degli uomini a volere fare ciò che è giusto.

« Si fece la missione e si videro subito troncare le diserzioni, in modo che anche gli ufficiali rimasero persuasi che, per impedire i mali, non c'è più forte rimedio del Timor di Dio, poco giovare le minacce, i rigori, e la morte stessa a chi non ha Timor di Dio » (Rom. 885).

 

Coi soldati sui campi di battaglia

Nelle continue guerre ingaggiate dalla Spagna contro l'Austria, fu invitato dai due generali delle armate nemiche ad assistere i soldati spiritual­ mente. Egli non dubitò di lasciare immediata­ mente la solitudine diletta dell'Argentaro e di discendere sui campi di battaglia.

Da un esercito passava all'altro liberamente, con privilegio inaudito in tempo di guerra, sempre accolto dai soldati con segni di gioia e di venerazione. Predicava, istruiva, amministrava i Sacramenti senza mai stancarsi. Confessava anche passeggiando.

Tentarono più volte di strappargli di bocca qualche notizia militare, ma invano; si schermiva dicendo che erano cose che non lo riguardavano.

Quando passava da un esercito all'altro « benché stessero attualmente battendosi col cannone sospendevano l'azione per non offenderlo » (Rom.754).

Non temeva il pericolo. Era sempre sotto il tiro dei cannoni, in imminente pericolo di vita, ad animare, incoraggiare i combattenti, confortare i feriti, assistere i moribondi e amministrare gli ultimi Sacramenti. Gli ufficiali, che lo veneravano, incaricarono un soldato di seguirlo, e di avvertirlo prima dello scoppio delle bombe, affinchè si abbassasse o si stendesse per terra.

 

Tre soldati feriti a morte

Nonostante questi riguardi, rimaneva sempre esposto al fuoco nemico, come tutti gli altri sol­ dati, specie quando, dopo lo scoppio delle bombe, accorreva senza timore ad aiutare i feriti dove ve n'erano.

Sovente fu ricoperto dalla terra sollevata dallo scoppio delle granate.

« Una volta accadde che una bomba ferì mortalmente tre soldati gettandoli nella fossa. Per aiutare questi a ben morire, si buttò giti appresso a loro; quand'ecco che passando un'altra palla dove si trovava poco prima, l'avrebbe levato di vita se non si fosse trovato nella fossa ad esercitare la sua carità » (Rom. 887).

 

Salva Orbetello dalla distruzione

Dopo la conquista della fortezza di Monte Filippo, al generale De Las Minas rimaneva solo da espugnare la piazza di Orbetello. Non fu impresa facile, tanto che non potendo far cedere gli Orbetellani in altro modo, decise di radere al suolo la città. Fortunatamente a questo punto intervenne Paolo.

« Stando già in procinto di bombardare la città narra egli stesso accorsi, mi buttai in ginocchio ai piedi del generale, lo pregai a desistere, e tanto feci e dissi, procurando di persuaderlo che la piaz­ za si sarebbe alla fine resa, ed egli avrebbe conosciuto quei signori di Orbetello e sarebbe stato contento di non averli danneggiati, che si piego alle mie suppliche dicendomi: "Padre Paolo, lo faccio unicamente per voi"».

L'ordine di bombardamento venne ritirato, e ritirato anche il comando di tagliare le vigne. Il blocco fu intensificato e dopo due mesi di resistenza la piazza cadde senza versare una goccia di sangue.

Il generale De Las Minas disse al Santo: « Padre Paolo, voi avevate ragione, sono molto soddisfatto degli abitanti di Orbetello, e vi sono molto obbligato di quello che mi avete fatto fare » (Vetr. 1155). Cosi Orbetello fu salva.

Spesso doveva intercedere in favore dei soldati che ricorrevano a lui per ottenere grazia presso i capi militari, i quali, mossi dalla stima che ne avevano, frequentemente annuivano ai suoi desideri.

Una volta, però, per ottenere la grazia ad un condannato a morte, ci volle un prodigio sin­ golare.

« Ritrovandosi alla Piazza di Porto Longone, fu condannato alla morte per diserzione un soldato, senza speranza di poter schivare una tal sentenza, poiché quel Governatore aveva questo di proprio, che quando aveva sentenziato qualcuno alla morte, non ammetteva nessuno all'udienza, fin tanto che non fosse eseguita la sentenza».

«Anzi, la mattina stessa che doveva effettuarsi, ritiratosi nella propria camera, appuntava la spada in terra e, mettendo il capo sopra il pomo, si trat­ teneva in quella positura fin tanto che avesse nuova della morte del condannato, con ordine alla servitù di non far passare chiunque fosse ».

« Ora Paolo, pregato da quegli Ufficiali ad in­ terposi presso il Governatore per la liberazione di quel povero disgraziato, si portò al suo palazzo per veder d'ottenere la grazia. Da tutti della corte gli fu risposto che non v'era udienza, perché c'era ordine di non far passare nessuno.

« Con lutto ciò pregò che avessero passata parola che v'era il Padre Paolo che desiderava parlare per un affare che non ammetteva dilazione, e dopo varie ripulse s'indussero a fare l'ambasciata. Il Governatore disse che entrasse. Paolo entrò. Gli disse il Governatore: « Ebbene, Padre Paolo, che volete? ». « Eccellenza, che si liberi il condannato a morte». « Non posso! ».

Lo pregò con insistenza a fare grazia a quel poveruomo, ma il Governatore sempre rispondeva: «Non posso, non posso!». Paolo, vedendo che non poteva ottenere grazia da lui, tutto zelo disse, dando un pugno nel muro: « Bene, giacché Vostra Eccellenza non può fare la grazia, la faccia Dio! ».

Appena proferite queste parole il palazzo principiò a scuotersi dalle fondamenta tutto quanto, con gran spavento e terrore del Governatore, il quale tutto intimorito disse: «Padre Paolo, la grazia è fatta, la grazia è fatta! ». E cosi liberò dalla morte il povero soldato » (Orbet. 107).

 

Assiste un condannato a morte

Dovette assistere parecchi soldati condannati a morte, e non si può ripetere con quanta carità e spirito di sacrificio li preparasse a quel passo supremo.

In Orbetello era stato condannato alla pena capitale un artigliere. Avendo chiesto di confessarsi dal Padre Paolo, un caporale della compagnia andò a chiamarglielo sul monte Argentare

Alla porta del convento chiese:

«C'è il Padre Paolo? Un soldato condannato a morte lo desidera».

Intesa la nuova dal portinaio, Paolo alzò le mani verso il cielo come in atto d'implorare miseri­cordia per l'infelice. Prese il breviario e, uscito dal convento disse:

«Andiamo ». E iniziarono la discesa del monte.

Camminava così veloce, che sebbene il caporale fosse giovane e lesto, non riusciva a tenere il suo passo; raggiunsero le falde del monte con celerità. A questo punto il caporale, stanco e trafelato, gli disse:

« Padre Paolo, se camminate ancora cosi, io non vi posso tenere appresso! ».

Giunto ad Orbetello, si portò senza perder tempo dove lo attendeva il condannato, nella cappella di Porta di Terra. Lo confessò, lo confortò, gli amministrò gli ultimi Sacramenti e lo assistette con somma carità e bontà sino alla morte.

Condotto al luogo dell'esecuzione, gli rimase sempre a fianco. Diceva il condannato:

«Padre Paolo, non mi abbandoni, mi aiuti a ben morire! ».

Quando l'ufficiale diede l'ordine del fuoco, Paolo gli era cosi vicino, che si temette una palla non lo colpisse. Indicandogli il cielo gli diceva:

« Coraggio, pochi momenti e sarai in cielo!... ».

Una scarica di fucili colpi l'artigliere in pieno petto, e il suo sangue arrossò le zolle (Orbet. 108).

 

Il bastimento non affondò

In tempo di pace Paolo predicò ai soldati molte volte, chiamato dal generale De Las Minas che si era fatto suo penitente abituale, e da altri generali delle truppe spagnole. Il suo ministero fra di loro era tanto più efficace in quanto spesso accompagnato da miracoli.

Avvenne, per esempio, che il Marchese di Mon- temare, generale dell'esercito spagnolo di stanza a Pisa, lo invitasse a predicare una missione ai suoi soldati. Accettato l'invito, scese dall'Argentaro e parti senza perder tempo, via mare.

Imbarcatosi nel pomeriggio a Porto S. Stefano sul bastimento di Nunzio Palumbo, sperava la sera stessa di quel giorno di giungere al Porto di Piombino, invece il vento contrario lo costrinse a fermarsi alla Cala della Torre.

Prima di scendere dal bastimento fece ai marinai una lunga predica, nella quale disse: « Io non so come Iddio non ci abbia tutti fatti sommergere nel mare, mentre su questa feluca vi è un marinaio, che da sette anni non si confessa... ».

Alle prime luci del giorno seguente presero il largo con tempo bellissimo. Ma in alto mare si scatenò un cataclisma così spaventoso, che in breve il naviglio, in balia dei venti e dei marosi, si riem­pi d'acqua.

I marinai temevano un naufragio pauroso, come naufragarono miseramente altri bastimenti che viaggiavano in convoglio con loro. Guardavano il cielo nero e le onde furenti se si placavano; ma cielo e onde si accanivano sempre più contro di loro. Perduta ogni speranza, piangevano.

Paolo, invece, era sereno. Dopo essersi rivolto a quel Dio cui obbediscono i venti e i mari, vedendo che l'uragano non si calmava, ricorse con fiducia alla Regina del cielo Maria SS.ma, sicuro che l'avrebbe aiutato nel terribile frangente.

« Crescendo sempre più il pencolo, i marinai credettero disperato il caso. Tuttavia, ammainata la vela, tentarono di andare coi remi contr'acqua e contro vento, ma era tanta la veemenza con cui venivano respinti, che si ruppe un remo maestro. Ormai stavano già tutti senza riparo per annegarsi » (Orbet. 281).

Il Santo, per nulla intimorito dal fragore dei tuoni e dal lampeggiare sinistro dei fulmini, dallo strepitare dei venti e dal furibondo mugghiar delle onde che flagellavano implacabili il naviglio, si portò intrepido a poppa, e in piedi, ritto nella persona, a braccia aperte e con voce sicura, disse con fiducia grande ai marinai:

« Figliuoli, non abbiate timore, confidate in Dio e in Maria SS.ma, perché questi sono demoni che perseguitano me... Non temete, la Madonna ci salverà... ».

Era certo che la Madonna l'avrebbe salvato. Estrasse la corona e incominciò ad alta voce il Ro­ sario, sempre ritto a poppa, come sfidando la furia dei venti e delle onde.

Stavano dicendo, con fervore straordinario, la seconda parte della prima Ave: Santa Maria, Madre di Dio, prega per noi peccatori, quando, nono­ stante quel cataclisma da diluvio universale, Santo, marinai e bastimento, in un batter d'occhio si trovarono fuori pericolo, fra due enormi scogli, sotto la Torre di Montenero.

Erano lontani da quel rifugio quasi otto chilometri. Come lo raggiunsero in così breve tempo? La Madonna li aveva salvati! Tutti i marinai, in segno di gratitudine a Maria SS.ma, giunti a Piombino con Paolo, si confesarono, compreso quello che da sette anni non si riconciliava più.

Poi il santo missionario, senz'altri incidenti giunse a Pisa, atteso con ansia da quei soldati, cui narrò il fortunoso viaggio (Strambi, Vita, 100).

Cosi Paolo, anche senza averne il titolo ufficiale, esplicò la mansione di cappellano militare.

 

 

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