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UOMO DI DIO

 

Fondazione di Vetralla

Dopo l'approvazione della Regola (1741) i discepoli di Paolo aumentarono di giorno in giorno e divennero così numerosi che s'impose la necessità di aprire nuovi conventi per ospitarli convenien­ temente. Ma come, dove aprirli? Paolo ci pensò seriamente, e con l'aiuto della Provvidenza ne aprì sei in otto anni.

Nel 1744 aprì quello di Vetralla in provincia di Viterbo. Espletate le ultime formalità, la mattina del 6 marzo uscì dalla chiesa collegiata di S. An­ drea con la croce inalberata e la corona di spine in capo. Lo seguivano i suoi religiosi processionalmente, a piedi scalzi, fune al collo e corona di spine in capo. Cantando le litanie dei Santi in tono di penitenza giunse al Romitorio di S. Michele, cantò la Messa nella chiesina e prese solenne possesso del convento.

Le difficoltà si fecero presto sentire. Dovevano mangiare pane così nero che sembrava fatto di foglie di faggio. Qualche religioso si adattò persino a dormire in un sottoscala, eppure vivevano così felici che pareva sedessero continuamente a un banchetto di nozze. Alla fine del 1744 vi fu posto il primo Studio di filosofìa. Non è possibile ridire il fervore di quella giovane Comunità. Ogni religioso aveva bisogno piuttosto di freno che di sprone. Carichi di strumenti di penitenza, anche in pieno inverno camminavano scalzi nonostante che ne soffrissero sino a vedersi distaccare le unghie dai piedi. Della orazione erano famelici e tuttavia uscivano quasi più raccolti dalla ricreazione che dalla chiesa. Nella carità uno si studiava di sorpassare l'altro, e nella purezza sembravano ed erano angeli.

Come potevano, influenzati dall'esempio di Paolo che di continuo avevano sotto gli occhi, non condurre una vita così santa? Ogni sua opera aveva la forza d'un santo contagio che li trascinava e li immergeva nell'atmosfera divina in cui viveva inabissato.

 

La fede di Paolo

Nulla poteva disancorarlo dal pensiero continuo di Dio: non le fondazioni laboriose dei conventi, non il nutrito carteggio epistolare che tanto lo affaticava, e neppure le dure campagne missionarie e le gravi responsabilità del governo d'una congregazione in fondazione. Viveva sempre immerso in Dio come un fiore nel suo profumo.

Quando pregava si vedeva che parlava con Dio, tanta era la devozione e l'espressione con cui accompagnava quanto diceva con le labbra. Il suo volto assomigliava ora a una fiamma viva, ed ora a un Angelo in estasi; altre volte lo si vedeva pallido come cadavere o rigato di dolci lacrime. Ciò avveniva specialmente in coro quando nel cuo­ re della notte cantava coi religiosi i salmi del Breviario.

In chiesa, durante le funzioni liturgiche, tutti rimanevano colpiti dal suo atteggiamento ado­ rante e profondamente raccolto, dalle lacrime di devozione che gli rigavano le scarne gote e dal serafico fervore con cui le accompagnava, e perciò esclamavano:

« Come il Padre Paolo non v'è, né verrà chi fac­cia funzioni sacre con la sua devozione, fervore ed esattezza! » (Vetr. 816). Diceva al sagrestano:

« State ben attento alle cerimonie e ai colori. Non sentite che orazioni, che cerimonie sante, che riti! » (Rom. 777). Ed esigeva da lui che le sacre suppellettili fossero sempre mondissime.

« La maestà, il decoro con cui faceva le funzioni ecclesiastiche nelle solennità era grandissima. Alle volte nell'intonare il versetto: Deus in adiutorium meum intende, o il capitolo del Vespro, o l'ora­ zione della Messa, piangeva di fede e devozione, e piangendo soprappieno dell'abbondanza dello Spirito, moveva a compunzione » (Strambi, Vita, 203).

 

Come celebrava la Messa

La Messa la celebrava con fervore da serafino. Vi premetteva sempre almeno mezz'ora di orazio­ ne. Durante la celebrazione gli s'accendeva il volto man mano che si avvicinava al momento pieno di mistero della consacrazione. Sembrava una fiam­ ma. Dopo la consacrazione ordinariamente non faceva che versare dolci lacrime. Bagnava anche la pianeta e il corporale di pianto. Qualche volta entrava in raccoglimento cosi profondo che do­ veva scuotersi e farsi dolce violenza per proseguire. Con quanta fede e umiltà scandiva le parole della comunione: «Signore, non sono degno...». Quando, nelle Messe solenni, cantava il Prefazio, la voce gli tremava ed usciva in trilli che compungevano tutti i presenti.

 

Durante la Messa va in estasi

A Corneto, nella chiesa delle monache Bene­ dettine, Domenico Costantini che gli serviva la Messa, notò il suo volto infiammato; non era una cosa insolita in Paolo, e non vi diede troppo peso.

Ma allorché giunse alla consacrazione, con sua somma meraviglia osservò una nuvola fragrante d'incenso avvolgere la sua persona. Mentre cercava di scoprirne la fonte, Paolo incominciò ad elevarsi in aria, tanto che alla comunione era sollevato circa mezzo metro sulla predella.

Contemplando l'insolita visione, Domenico Co­ stantini credeva d'essere in Paradiso. Con l'Ostia candida tra le mani, il viso di fiamma rigato di lacrime, circondato da una nuvola d'incenso, sospeso in aria avanti all'altare, Paolo sembrava un serafino (Corn. 542).

Dopo la Messa faceva seguire almeno mezz'ora di ringraziamento, che spesso si protraeva per delle ore.

 

« Lavora con l'interno »

Se durante le ricreazioni pomeridiane e serali conversava volentieri coi religiosi, più volentieri, nei tempi di silenzio conventuale, s'intratteneva con Dio, ritirandosi nel santuario inferiore dello spirito.

Inculcando di fare il medesimo al Padre Giuseppe di S. Maria diceva:

«Fa l'orazione sul Pater noster. Di cosi: Pater noster, qui es in coelis, e poi statti zitto, e lavora con l'interno » (Rom. 1516).

Questa specie di orazione era abituale a lui, e terminava sempre in una contemplazione estatica di Dio.

 

« Questa è una devozione assai sublime »

Nei quotidiani discorsi spirituali insegnava questa dottrina:

« Vi sono di quelli che hanno una grande devo­ zione d'andare a visitare i Luoghi Santi e i templi magnifici; non disapprovo tale devozione. La Fe­ de, però, ci dice che il nostro interno è un gran santuario, perché è il vivo tempio di Dio, e vi risiede la SS.ma Trinità.

«Entriamo dunque spesso in questo tempio, e in spirito e verità adoriamo qui la SS.ma Trinità. Oh, questa si che è una devozione assai sublime! Fratelli miei, siate uomini interni! Ricordatevi spesso che avete Dio dentro di voi! » (Vetr. 810).

Soleva ripetere di frequente l'angelico trisagio:

«Sanctus, sanctus, sanctus! Santo, santo, santo è il Signore Dio! ».

Lo ripeteva ogni volta con affetto nuovo, e si vedeva che dopo averlo detto rimaneva come esta­ tico e qualche volta anche piangeva per la dolcezza interna.

 

Le tre lampade

Nelle conversazioni non di raro prorompeva in queste esclamazioni:

« Ti ringrazio, o Santa Fede! 0 bella Fede, quanto mi scopri! » (Vetr. 351).

Un giorno che s'intratteneva coi religiosi, di punto in bianco chiese ad uno di essi: « Sono accese le tre lampade? ». Quel religioso non colse subito il significato della domanda misteriosa e con lo sguardo attonito chiedeva chiarimenti. Con vivacità Paolo spiegò: «Le tre lampade della fede, della speranza e della carità! Voi siete il tempio di Dio vivo. Visi­ tate spesso questo tempio intcriore, e vedete se sono accese le tre lampade della fede, della speranza e della carità! Il giusto vive di fede. Vivete di fede! » (Strambi, Vita, 203).

Lui certamente le aveva sempre accese bene tutte tre e viveva di fede, tanto che il Pontefice Clemente XIV, che lo conosceva intimamente, potè dire di lui:

« Conosco il Padre Paolo, è un uomo dì gran fede e di fede viva» (Strambi, Vita, 213).

Non è il caso di meravigliarsi, dunque, se ascoltando di frequente simili discorsi e con tali esempi edificanti sotto gli occhi, i primi conventi fondati da Paolo erano veri cenacoli di santi.

 

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