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PREOCCUPAZIONI E AMAREZZE

 

Come governava i suoi religiosi

Se la fondazione dei nuovi conventi lo impegnava in continuo e sfibrante lavoro, obbligandolo a innumerevoli sacrifici, tuttavia non lo preoccupava quanto il peso e la responsabilità della loro direzione. Questo pensiero lo tormentava, convinto com'era di essere inabile al governo e inadatto perfino a «dirigere una formica» (Lett. I, 551).

Egli, però, assolse a così grave dovere con tanta saggezza, prudenza e intelligenza, che sotto la sua guida la congregazione della Passione divenne giardino fiorente di anime sante e palestra di apostoli zelanti e generosi nella vigna del Signore.

Le regole generali del suo governo erano queste: Non fare nulla senza prima essersi consultato bene con Dio. Farsi piuttosto amare che temere. Ottenere tutto con le esortazioni, con le preghiere o con altri mezzi, a seconda delle diverse circostanze. Badare più all'intenzione che all'opera e procurare che i sudditi si muovessero per principio interno, come se il comando venisse da Dio. A riguardo di quest'ultima regola, soleva inculcare con calore:

« Virtù interna, figli miei, bisogna operare con lo spirito, e lavorare con il cuore! » (Strambi, Vita, 92)

 

Padre Antonio non osserva la Regola

Alcuni dei suoi discepoli, però, non corrisposero alle sue paterne sollecitudini, e gli procurarono gravi dispiaceri.

Suo fratello Padre Antonio della Passione era uno di questi. Per molti anni gli diede serie preoccupazioni e amarezze; se ne approfittava perché il fondatore della congregazione era suo fratello e avrebbe chiuso un occhio sulle sue irregolarità. Dapprima Paolo chiuse non un occhio ma due e lo trattò con indulgenza e umana comprensione Lo dispensò perfino dall'osservanza di alcuni punti secondari della Regola, e gli concesse d'andare a prendere arie più salubri per 15 giorni a Rio nell'Isola d'Elba.

Poi, visto che invece di correggersi peggiorava, abbandonò il metodo della bontà e cominciò a imporgli delle penitenze che si protraevano per mesi e mesi. Ma Antonio tenne duro, sempre incorreggibile e dissipato.

Ci fu qualcuno che si meravigliò della severità di Paolo con Padre Antonio. Non era suo fratello? Paolo rispose:

«Non ho fratelli, in quello che riguarda il castigare chi manca alla Regola».

In seguito, esperimentato inutile ogni tentativo di ricondurlo a resipiscenza, lo dimise dalla congregazione nel 1742. Un anno dopo, nel 1743, sia per le preghiere di molti, come per le belle promesse di Antonio, lo riammise in congregazione. Di più, lo elesse Rettore del convento di Terracina, ma fu poi costretto a deporlo, perché non dava per nulla buon esempio.

Infine, constatato che l'osservanza della Regola gli era troppo pesante e solo saltuariamente mal ci si adattava, gli disse:

« La cella ti affoga e sei delicato. Ncn fai per la nostra congregazione. Sarà meglio che ritorni in patria, dove essendo sacerdote, potrai fare del bene» (Aless. 453).

E lo dimise per la seconda volta, definitivamente.

 

Superiore poco esemplare

Un altro religioso, narra un testimonio, gli die­ de grattacapi e amarezze.

«Nel Ritiro di Sant'Eutizio vi era un Rettore, il quale degenerava nelle sue opere. Quando vestì l'abito religioso, aveva dato saggi di probità non ordinaria, e perciò fu stimato degno dell'ufficio di Superiore della Presentazione sul monte Argentario ».

«In questo ufficio incominciò a intiepidirsi, e si prese delle libertà, ma non di grave momento. Terminato il triennio, fu mandato a reggere il Ritiro di Sant'Eutizio, e qui fu dove maggiormente si rilasciò, e cadde in difetti di maggior rilievo ».

« Veduto un tale cambiamento, da noi si pensò comunemente, che forse l'ambizione l'avesse portato a questa rilassatezza, figurandosi di dover ottenere un grado maggiore dopo essere stato Rettore sul monte Argentaro. Ma quel che è peggio, non solamente faceva male a sé, ma pregiudicava anche la congregazione, sovvertendo gli altri col mal esempio e con le istigazioni».

«Paolo soffrì pazientemente ciò che disse contro di luì, e solamente mostrò rincrescimento per il danno recato alla congregazione».

« Con lettere frequenti e avvisi procurò richiamarlo al dovere, ma le sue industrie non produs­ sero nessun frutto, e parlando di lui disse:

" E' un frutto guasto e mi fa tanta compassione, se ne pentirà!".

« Usci di congregazione il Superiore con altri che a quel tempo dimoravano a Sant'Eutizio. Ma passato non molto tempo, involto non so in quale causa, fu carcerato. Uscito, ritornò in Orvieto sua patria, dove, colpito da una tormentosa infermità in una gamba, fu costretto a letto per lungo tempo. Cosa ne sia stato in seguito, io non lo so » (Proc. Ap. Rom. 2147-9).

 

Si inginocchiò e protestò con giuramento

La pazienza di Paolo, con questi soggetti dege­neri dallo spirito della Religione abbracciata, era senza limiti.

Un giorno, durante la ricreazione, il discorso cadde sulla missione che si doveva predicare prossimamente. Un religioso espose alcune osservazioni che non furono approvate da Paolo; allora quel sacerdote, dimenticando il rispetto che doveva al suo Superiore Maggiore, fece un gesto inaudito in un convento. S'inginocchiò per terra, e protestò con giuramento:

«Non dirò più il mio sentimento su nessuna questione, perché vedo che non se ne tiene alcun conto! ».

Il Santo « avrebbe potuto fargli un forte rimprvero, ma non giudicando fosse il momento opportuno, abbassò la testa e usci dalla ricreazione» (Summ. I, 515-17).

Quel religioso cosi impulsivo in seguito lasciò la congregazione.

 

Non gli vogliono obbedire

Una volta, perfino, alcuni Padri qualificati gli si ribellarono apertamente. «Paolo si era impegnato a dare la santa missione in un paese, e aveva in idea di mandarvi un Padre di molta dottrina. Ma i soggetti destinati, chi con un pretesto, chi con un altro, rifiutarono di andarvi.

«Chiamati a sé quelli che aveva pensato destinarvi, manifestò loro l'impegno preso col Vescovo della diocesi per la divisata missione; li pregò a fargli la carità di andarvi, assicurandoli che oltre la carità che facevano, sarebbe stato ad essi grato per il favore. Continuarono nella renitenza quei Padri».

« Allora Paolo, rivoltosi a colui che muoveva gli altri a fare resistenza, gli disse:

" Ah, carissimo, mi sono accorto che non ha né coraggio, né zelo per la gloria di Dio. Mi dispiace, ma mi conviene adorare i giudizi del Signore. Dio vi provvederà. Quando io ero in forze, non ho guardato né a stenti, né a freddo, né a caldi, né a piogge, né a malattie, né ad arie cattive, ma sono andato in tutti i tempi, e con l'aiuto di Dio tutto mi e riuscito bene. Se io non fossi infermo, senza tardare un momento, partirei subito per aiutare i miei prossimi". Detto questo aggiunse: "Adesso andate alle vostre stanze, che non occorre altro ".

«Partiti quelli, alzò gli occhi al cielo, e fece un atto di rassegnazione alla Divina Volontà, quietandosi subito, benché, in questa cosa ne discapi­ tasse la sua riputazione, non solo per la parola data e che non manteneva, ma altresì col non essere ubbidito, restava vilipesa la sua autorità».

«Il giorno appresso, rientrati in sé quei Padri, pentiti della resistenza fatta alla volontà del loro Superiore, sì presentarono a Paolo, gli domanda­ rono perdono, e si esibirono pronti ad andare alla missione, come fecero. E la missione riuscì, per Divina Misericordia, di molto frutto » (Rom. 960).


Annegano in mare due chierici

Una spina dolorosa al suo cuore di Padre furono anche due chierici, che avevano dovuto interrom­pere gli studi per mancanza di salute. Uno si chiamava Francesco di S. Maria Maddalena, di Ba-gnasco; l'altro Giacinto della Circoncisione, di Garessio. Tutti e due aperti d'ingegno, desiderando di proseguire, chiesero a Paolo di ritornare al paese nativo in Piemonte, per riacquistare più presto la sanità.

Il Santo voleva mandarli in un altro convento, dove l'aria più salubre avrebbe loro giovato più di quella del paese natale; ma essi tanto insistettero che dovette cedere, benché a malincuore.

Prima che partissero predisse loro il cattivo esito del viaggio.

Non vollero recedere dal proposito.

Scesero dal convento del monte Argentaro, e si imbarcarono a Porto S. Stefano con tempo pes­simo. In alto mare la nave naufragò, e i due chierici annegarono, come annegarono tutti gli altri viaggiatori.

Quanto dispiacque a Paolo quando venne a sapere la tragica notizia! Se avessero dato ascolto a lui! (Storia Prov. Add. p. 253).

 

I rimproveri di Padre Raimondo

Parecchi testimoni narrano le stranezze del Pa­ dre Raimondo, tipo estroso, che nella sala del Capitolo diceva eccitato a Paolo:

« Mi meraviglio, Padre! Queste cose si hanno a vedere in lei?! Un fondatore? ».

E Paolo con calma a lui:

« Si ponga a sedere, perché lei sta in collera. I lumi di Dio vengono con l'animo quieto e tranquillo, ma i suoi non sono lumi che vengono da Dio, perché lei è agitato ».

Padre Raimondo si sedette e il discorso continuò a lungo, con la conclusione che il giorno appresso Paolo, in refettorio, rifiutò alcune cipollette portategli dall'ortolano.

Era tutto questo lo scandalo del Padre Raimondo, che Paolo, fondatore, usasse la particolarità di un aglietto, di un finocchio, di una cipolletta per stuzzicare l'appetito! Il Superiore della casa però gli disse:

« Padre Reverendissimo, nessuno è buon giudice in causa propria. Si lasci governare. Prenda quelle tre cipollette con la benedizione di Dio! ».

Padre Raimondo non sopportò il creduto affronto e decise di uscire dalla congregazione dei Passionisti, per entrare in quella più penitente dei Trappisti. Ma i religiosi, prima che partisse per la Trappa, gli dissero:

«Si, vai pure nella trappolai».

Difatti nella Badia di Casamari rimase solo tre giorni. Spaventato dal rigore di quell'Ordine, ritornò a casa sua in patria (Proc. Ap. Vit. 388).

 

Non c 'è rosa senza spine

Di tanto in tanto aveva qualcuna di queste preoccupazioni e amarezze, ma in genere i suoi religiosi gli davano motivo di ringraziare e magnificare il Signore, perché scriveva ad un amico:

«E' una meraviglia vedere lo spirito fervente con cui i religiosi attendono all'acquisto delle sante virtù, e massime i giovani, che se non si tenesse la briglia, troppo più, vorrebbero fare » (Bernardo, Memorie, pag. 12 e seg.).

Ben presto Paolo si accorse che la sua congregazione era una rosa bellissima fiorita dal Cuore di Cristo Crocifisso, cui non potevano mancare le spine, sempre dolorose quando pungono.

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