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SGUARDO D'INSIEME

 

« Io ero un buon ragazzo »

« Quando ero ragazzo, io ero un buon ragazzo. Volesse Dio che fossi adesso come ero allora, lo dico a mia confusione! » (Rom. 825).

In realtà, quando Paolo della Croce, verso il termine della sua vita, parlava cosi, era assai migliore che da ragazzo.

Una lunga vita, la sua, di quasi 82 anni, movimentata e avventurosa.

Prima studente e soldato, poi eremita, infermiere, sacerdote, cappellano militare, consigliere di illustri personaggi e intimo di cinque Papi che lo veneravano perché faceva « un gran bene nella Chiesa di Dio » (Rom. 363). Fondatore di due nuove congregazioni religiose, taumaturgo e celebre missionario, portò ovunque la fiamma bruciante del suo amore alla Croce di Cristo, e convertì a migliaia banditi, peccatori e peccatrici « con baffi », come soleva dire con pittoresca espressione (Orbet. 345).

Scrisse più di ventimila lettere a persone d'ogni ceto sociale, delle quali ce ne rimangono poche più di duemila, raccolte in quattro grossi volumi. Fu asceta e mistico consumato; di presenza imponen­ te e di carattere sanguigno, sensibilissimo, era severo con sé, ma così dolce, affabile e tuttocuore con gli altri, da essere chiamato « la mamma della misericordia».

Clemente XIV, che lo conobbe intimamente, lo definì: «Il San Paolo Apostolo dei tempi moderni» (Rom. 777-9), giudizio condiviso generalmente dai contemporanei.

 

Incontro sulla spiaggia

Infatti, sulla spiaggia di Orbetello, alcuni pescatori stavano riordinando le reti dopo una laboriosa pesca, quando videro avvicinarsi due religiosi del monte Argentare. Uno, il nostro Santo, e l'altro, Fratel Giulio.

Non avendo riconosciuto nessuno dei due, rivolti ad essi dissero:

« Beati voi che andate al convento del monte Ar- gentaro, dove abita quel santo Padre Paolo! ».

Paolo replicò:

« Ma è santo il Padre Paolo? ».

«È un gran santo!», affermarono in coro.

« Io vi posso giurare - assicurò egli - che lui non crede d'esser santo!... ».

« ho creda o non lo creda, egli e un gran santo!», confermarono perentoriamente i pescatori; e si affrettarono a riprendere il lavoro interrotto, per condurlo a termine più presto (Orbet. 221).


« Sono forse il Papa? »

Dello stesso pensiero erano le folle perché, sia durante le missioni che predicava, come nei viaggi, o quando passava nei paesi dove era conosciuto, tutti accorrevano a vederlo, a parlargli, a toccargli l'abito, a chiedergli grazie. Chi riusciva, gli tagliava furtivamente un pezzetto di vestito per conservarlo come reliquia. Molti gli dicevano:

« Padre santo, pregate per noi! Dateci la vostra benedizione! ».

«Eh, che sono il Papa forse?», rispondeva di rimando.

I fanciulli, appena lo scorgevano arrivare da lontano, si spargevano per i vicoli del villaggio, cantando sull'aria delle litanie lauretane:

«È arrivato il Padre Paolo, ora prò nobis! ».

A Paliano, mentre entrava nel paese, suonarono perfino le campane a festa in segno di giubilo. Egli, in tutte queste manifestazioni di stima, esclamava:

« Oh, povero me, bisogna che mi serri sotto chia­ ve! Il mondo è ingannato, si crede che io sia quel­ lo che in verità non sono! » (Vetr. 490; 544. Rom. 2170).

Il mondo questa volta non s'ingannava.

Non erano due « vagabondi »

E quando, non conoscendolo, qualcuno si formava un concetto non benevolo di lui, ben presto doveva mutare giudizio, come avvenne nel caso del signor Cesare Landi di Panicale.

Questo signore, uscito dal paese a cavallo, incontrò il nostro Santo, in compagnia del Padre Gianbattista suo fratello e di un uomo che li guidava. Vedendoli camminare a piedi nudi, con la sola tonaca, senza cappello, macilenti, li ritenne due vagabondi piuttosto che due missionari, tanto era­ no malconci. Tuttavia li salutò:

«Addio Padri! ».

Spronò il cavallo e proseguì il suo viaggio. « Discostandosi alquanto da loro, il cielo si tinse di nuvole cosi tetre, e cominciò un temporale a fremere con baleni cosi orribili, che minacciava a momenti una dirottissima pioggia, come difatti successe.

Messosi il signor Cesare al sicuro a gran stento, correndo a spron battuto, gli venne in pensiero come potevano trovarsi quei due eremiti incontrati poco prima, e fra sé stesso diceva:

«Davvero è arrivato loro addosso un gran castigo di Dio! ».

Ritornato a Panicale, era desideroso di sapere come se l'erano passata in quella pioggia, e bramava di vedere l'uomo che li accompagnava. Lo trovò e gli disse:

« Ebbene, come ve la siete passata con quei due vagabondi l'altro giorno in quella gran pioggia? ».

« Vagabondi?! Quelli sono due santi. Sappiate che mentre il temporale si disponeva a quella gran pioggia, quei due servi di Dio cominciarono più che mai a raccomandarsi al Signore, e specialmente il Padre Paolo alzò gli occhi e le mani al cielo a pregare Iddio in quel pericolo, dal quale in alcun modo potevano salvarsi, e vidi con gli occhi miei il miracolo.

Sappiate, dunque, che in quella dirottissima pioggia né i due Padri né io, né il somaro che portava i nostri arnesi ci siamo bagnati. L'acqua diluviava da tutte le partì intorno a noi, avanti, dietro, a destra, a sinistra, e noi non ci bagnammo; e a misura che ci muovevamo, l'acqua che pioveva si allargava, per lasciare libero il passaggio. Insomma, dappertutto pioveva, fuorché dov'eravamo di mano in mano noi».

Il signor Cesare corresse il suo giudizio, e poco tempo dopo, ritornato Paolo in Panicale a predicare la missione, volle riceverlo in casa sua come fosse un gran santo » (Vetr. 1475).

 

Nessuno nasce santo

Questo migliore giudizio del signor Cesare corrisponde alla verità, nonostante che Paolo abbia affermato ai pescatori di Orbetello: « Posso giurare che non credo di essere santo » ; risulta chiaramente dalle lettura dei 22 volumi in foglio dei Processi ordinari e apostolici di canonizzazione, dai quali è tratta questa breve storia della sua vita. Con questo non si vuole affermare che Paolo della Croce nacque santo, ma che lo divenne, con un lungo tirocinio di ascesi, collaborando giorno per giorno all'azione di Dio, che l'aveva scelto all'alta missione di apostolo e di campione della Croce.

 

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