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ACCIACCHI E MALATTIE

 

« In Paradiso ci si va con la croce »

Il Signore lo «scalpellò ben bene» (Vetr. 604) anche con le malattie. Di frequente queste lo inchiodavano a letto per settimane e mesi, sempre dolorosissime. Egli le accoglieva come un dono del cielo. Diceva:

« ha croce e il più gran dono che il Signore faccia ai suoi servi».

« Quanto più uno approfitta nel servizio di Dio, tanto più cresce il patire. Chi vuoi servire Dio alla grande, bisogna che patisca prove e travagli grandi. Le croci fanno si che si esercitino le più belle virtù. Nei travagli grandi sì fa prova delle anime virili ».

« In Paradiso ci si va con la croce. È sempre una grazia che Dio ci fa, quando ci da da patire».

« Nelle pene benedite il Signore con silente pazienza. Non guardate in faccia le croci, guardate piuttosto il Crocifisso con amore, e tutto vi parrà dolce. Che bel patire con Gesù! ».

« Oh, se capiste il gran tesoro che sta nascosto nel patire, quanto giubilerebbe il vostro spirito in Dio! » (Lettere, passim).

Con questi sentimenti Paolo accolse i frequenti mali che lo provarono nel corso della sua lunga vita.

 

« Né vivere, né morire »

Quando non teneva il letto per malattie, come gli avvenne quasi ininterrottamente negli ultimi cinque anni di vita, era accidentato da tanti acciacchi e malanni, che gli lasciavano pochi mo­ menti di tregua. Allora l'aspetto del suo volto dava l'impressione che godesse buona salute, invece soffriva tanto! Era contento di apparire in tal modo, perché diceva:

« Cosi il mio patire resta più occulto » (Vetr. 1318).

Depone Fratel Pasquale:

« Una volta io gli dissi: Beato lei, Padre! Mi rispose: 5/, Si, lo vedo come Dio mi tie­ ne! » (Vetr. 555).

Lo teneva in continue sofferenze. In queste, però, ripeteva:

«È volontà di Dio, cosi a Lui piace, né vivere, né morire, né che crescano, né che diminuiscano ì miei mali. Fiat voluntas tua! » (Rom. 2070).

 

I suoi malanni abituali

« Fin da ragazzo afferma il suo infermiere Fratel Francesco Luigi ebbe naturali indisposizioni di corpo. Mi diceva egli stesso che di quel tempo era cosi stretto di petto, che sua madre, perché potesse riposare e non patisse tanto dormendo, gli metteva molti cuscini sotto la testa e la schiena, per cui più che giacere nel letto, pareva piuttosto che sedesse. Mi diceva questo per mostrarmi che il Signore, nonostante questa sua abituale indisposizione, l'aveva aiutato per tanti anni nell'esercizio delle sante missioni, date con facilità e con voce sonora».

« In seguito contrasse malattie mortali per causa dell'asprissima vita che menava, viaggiando sem­ pre a piedi nudi e a capo scoperto in ogni stagione; e per le asprezze e altri incomodi sofferti, si guastò talmente la complessione, benché forte e robusta per se stessa, che pati di debolezza di stomaco e si può dire che avesse in sé piantata l'orìgine d'ogni infermità ».

« Faceva compassione vederlo in qualunque sua benché piccola infermità, che incominciava dal non poter ritenere cibo alcuno, e alla quale poco giovavano i medicamenti, che gli si davano per ovviare il male da cui era afflitto. Sì sgomentavano subito i Professori compassionando un tale stato, incapace di ricevere sollievo nel suo male».

« Aggiungasi a questo, che le sue malattie, specialmente le mortali, gli riacutizzavano altri inco­ modi abituali di flussioni, dolori di reni, sciatica, reuma, dolori nelle giunture dei calcagni, dei piedi, e altri mali che lo affliggevano in tutte le sue parti, e rendevano le sue malattie, per se stessegravissime, all'ultimo segno insopportabili. In queste interrogato come stesse, rispondeva con gran quiete: Dalla punta dei piedi fino alla testa sono pieno di dolori , e cosi era in verità».

« Oltre questi dolori esterni, Dio permetteva che fosse afflitto da interni travagli, nei quali non dimostrava esteriormente quella ilarità che era so­ lito dimostrare quando era afflitto solo nel corpo. Ciò non ostante, con riverenza, ripeteva: Signore, fate ciò che volete sopra di me, che io tanto, voglio essere tutto vostro! » (Rom. 1089).

 

Malattie gravi

Molte furono le malattie che soffri, di cui parecchie gravi, che lo portarono, come diceva lui stesso, «ad portas mortìs» (Vetr. 454); una nel 1727, un'altra nel 1732, una terza nel 1741, una quarta nel 1742, le altre nel 1745, 1749, 1767,1771, e l'ultima nel 1775.

In tali malattie, quando andavano a visitarlo e gli suggerivano parole di conforto augurandogli di guarire presto, diceva:

«Io sono contento di stare cosi tutta la vita» (Vetr. 454).

In una gravissima, i suoi religiosi, che avevano perduto ogni speranza di salvarlo, gli chiesero:

«Padre, è contento di morire? ».

« Si, sono contento, rispose e sono indifferente al vìvere e al morire. Come piace a Dio; io non voglio altro che la sua volontà » (Rom. 1113).

Era contento, eppure soffriva tanto che gli « pareva gli segassero i fianchi e le reni » (Vetr. 544).

In un'altra confessava egli medesimo che per il dolore «avrebbe urlato» come una belva ferita, ma se ne astenne, dicendo a se stesso:

« Non vuoi proprio patire niente? » (Rom. 2020).

 

A letto per cinque mesi

« Dopo i 50 anni in circa di età, furono più frequenti del solito le sue dolorosissime infermità » (Vetr. 454). Una la soffri nel 1745.

Era andato a Roma, dove non aveva potuto concludere l'affare dell'approvazione delle Regole del suo Istituto. Nel viaggio di ritorno, disastroso per il freddo invernale, il vento e la pioggia, giunto ad Orbetello, si sentì cosa male che, benché a due passi dal convento dell'Argentare, non potè salire il monte, e dovette mettersi a letto in casa dei signori Grazi, suoi benefattori.

Vi rimase inchiodato per lo spazio di cinque mesi, con dolori di sciatica atroci e terribili. A stento poteva prendere qualche cosa. Per quaranta giorni e quaranta notti continui non gli fu possibile chiudere occhio. Fissando il quadro della Madonna la pregava con parole commoventi:

«Madre mia, un'ora di riposo! ».

«Madre mia, almeno mezz'ora! ».

Ma la Madonna non l'ascoltava. Allora insisteva con fiducia filiale:

«.Madre mia dolcissima, un quarto d'ora solo, un quarto, Madre mia dolcissima! ».

Supplicava con tanta fiducia e confidenza che sembrava volesse strapparle a viva forza la grazia. La Vergine SS.ma non volle concedergli nemmeno il beneficio d'un quarto d'ora di sonno, perché era volere di Dio che se ne rimanesse nel nudo patire.

Paolo si rivolse all'espediente di fare pregare a lungo i suoi religiosi dell'Argentaro. I dolori accrebbero.

Finalmente, dopo quaranta giorni insonni, potè addormentarsi. Allora intervennero i demoni a disturbarlo. Nella camera vi era uno scaldaletto, essi lo usarono per fare un fracasso infernale. Svegliato di soprassalto, Paolo prese il suo bastoncello che teneva in capo al letto, e minacciandoli disse:

«Ah si!? Questa è la notte che vi rompo e vi spezzo le corna! ».

Fu lasciato tranquillo. Ma alle pene del corpo, strazianti, si aggiunsero quelle dello spirito, più terribili ancora.

Invece di perdere la pazienza, quando più do­ veva soffrire, cantava. Si era trovato una bellissima aria, sulla quale modulava le litanie della Madonna; e allorché di notte i soldati passavano per la ronda, udendolo si dicevano l'un l'altro:

« Senti come canta il Padre Paolo! ».

Lo sapevano anch'essi che quando cantava nelle malattie, era segno che soffriva molto. Cantava perché era una gioia per lui soffrire per amore di Dio e cantava le litanie perché con la Madonna soffriva meglio.

"In capo a cinque mesi incominciò a riaversi alquanto, ma non poteva muoversi che con le grucce e ne rimase mezzo storpiato, risentendone gl'incomodi per tutti i giorni di sua vita. Ciò non ostante, con magnanima fortezza, prosegui l'eser­ cizio delle missioni; faceva i suoi viaggi a piedi col suo bastoncello, e cosi durò sino agl'ultimi anni di vita » (Vetr. 454).

 

Grave malattia a Vetralla

Nel 1767 fu colpito da grave infermità a Vetralla, di ritorno dalla visita dei suoi conventi della Campagna.

«Fu mandato subito a Ronciglione a chiamare un medico, il quale venne e lo trovò assai aggravato, sicché gli ordinò due grossi vescicanti alle cosce, che erano larghi sei buone dita».

« Paolo, che s'intendeva di medicina, previde che questi vescicanti gli avrebbero commossa tutta la macchina del corpo, stante che pativa di dolori di sciatica, podagra e reumatismo, tuttavia per ubbidire al medico, se li fece mettere. Accadde però come aveva previsto, poiché i vescicanti gli svegliarono per tutto il corpo dolori atrocissimi, che gli durarono per quaranta giorni» (Rom. 2350).

Nel decorso della malattia, soffri il soffribile. «Fra gli altri incomodi vi era anche questo: qualunque cibo prendeva doveva restituirlo in breve, e con tali sforzi, che la natura restava al sommo abbattuta. Con tutto questo però, cessato (il martirio), ringraziava Iddio benedetto dell'incomodo sofferto, e cantava le litanie alla SS.ma Vergine con voce tanto alta e sonora, che era di ammirazione a tutti i religiosi» (Rom. 2254).

Non perdette la pazienza, nemmeno nella circostanza seguente della stessa malattia. Avvenne che «passando un sacerdote secolare vicino al suo letto, inavvedutamente gli diede un urto nei piedi ed egli a tale urto impallidi per il dolore, e cavandosi il berrettino che aveva in testa, rivolto cogli occhi al cielo, esclamò:

" Oh Dio! Oh Dio! ".

« Ma poi si ripose immediatamente il berrettino in testa, e prosegui a discorrere con pace e quiete, come se non avesse patito nessun incomodo» (Vetr. 1234).

Ai dolori fisici si aggiungevano terribili angustie interne, che sosteneva con estrema serenità. Depone Leopoldo Zelli Jacobuzzi:

« Essendo io andato a visitarlo molte volte, vedevo che trattava con tutti con cortesia, e discorreva con indifferenza, come se non patisse male alcuno. Eppure un giorno intesi dalla sua stessa bocca, essere tante le angustie interne, che indicandomi il sole, che si vedeva da quella pìccola fine­ strella della sua cella, mi disse:

" Il sole stesso che guardo mi fa malinconia " » (Vetr. 1234).

Finalmente, riavutosi alquanto, discorrendo del pericolo in cui era stato di morire, disse:

« Quando stavo in punto di morte, quantunque mi vedessi vicino a un passo che a tutti reca terro­ re, a me non ha fatto paura. Se in quel punto mi avessero interrogato, se avessi voluto andare in Paradiso, avrei risposto che volevo andare dove voleva Dio, perché nella volontà di Dio trovo il mio Paradiso » (Rom. 826).

 

Soffre e canta

Sempre cosi: quando soffriva di più cantava per la gioia interna. Cantava perché osservava:

« Noi non conosciamo il valore del patirei » (Rom. 2264).

Egli lo conosceva, perciò scriveva a una sua penitente:

« Le croci del mio Gesù, sono le gioie del mio cuore » (Lettere, voi. I, 3).

I suoi religiosi che sapevano di questo suo costume, quando lo sentivano cantare stando a letto, gli chiedevano:

«.Padre, come sta?». Rispondeva:

« Ringraziamo il Signore! » (Strambi, Vita, 415).

Poi indicava il Crocifisso come per dire :

«Soffro volentieri per amor suoi ».

Ai suoi figli spirituali diceva:

« Non domandate al Signore di patire, perché in questo è molto liberale » (Corn. 220). Lo poteva dire per esperienza propria.

Ma quando le sofferenze vengono bisogna rice­ verle con pazienza, anzi volentieri.

« Sulla croce bisogna starvi con alto riposo e con gioia di spirito » (Lett. I, 278).

A Lucia Burlini disse più volte di « patire, tacere e cantare in spirito nelle malattie » (Corn. 445).

Questo fu il programma della sua vita. «Patire e tacere » è molto, ma « cantare » nel dolore è solo degli innamorati di Cristo Crocifisso, come fu lui.


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