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CINQUANT'ANNI DI MARTIRIO

Notte oscura

Il Signore lo provò anche con un martirio ter­ ribile, spaventoso e prolungato. I mistici lo chiamano: notte oscura. È un insieme di tremende tentazioni contro la fede, la speranza, la carità, la pazienza e altre virtù, unito a travagli, desolazioni, abbandoni e tenebre intcriori, che tengono l'anima sotto il torchio della croce, e le fanno soffrire una pena così grande, che si può paragonare alla pena del danno che soffrono i reprobi dell'inferno.

« Dalla via di Paolo, liberaci, Signore! »

Diceva al suo confessore Padre Gianmaria: « Di alcune anime si legge che sono state in de­solazioni e abbandoni spirituali cinque, dieci, quin­ dici anni, ma in me... non bisogna che vi pensi che m'inorridisco! Sono circa cinquant'anni che non mi ricordo di non aver passato neppure un giorno senza travagli! Prego Dio di liberare da tale stato ogni cristiano. Non vorrei vedervi nemmeno i Turchi e gl'infedeli. A via Pauli, libera nos, Domine! Dalla via di Paolo, liberaci, Signore! » (Vetr. 298).

Quando parlava cosi tremava da capo a piedi per lo spavento dei divini giudizi e per la paura di dannarsi, il suo volto si faceva cadaverico, e piangeva come un bambino. Il terribile era che a questi paurosi stati d'animo spesso si univano gravi malattie, dolori corporali atrocissimi e fieri assalti dei demoni. Allora, col volto sfatto, esclamava desolato:

« Canneti, lamentationes et vael 11 Signore ha messo a soqquadro la mia via. Veri e giusti sono i tuoi giudizi, o Signore. Liberaci dalla tua ira!» (Vetr. 298).

« Sono abbandonato! »

Un religioso andò nella sua camera a fargli visita, perché da giorni era a letto infermo. Gli chiese:

« Padre, come sta? ».

Con voce da muovere a compassione anche le pietre il Santo ripetè per tre volte:

«Sono abbandonato! Sono abbandonato! Sono abbandonato! » (Rom. 798).

Aveva la faccia contratta dal dolore e il cuore pieno di amarezza, paurosamente turbato, annientato, in preda a sentimenti di terrore simili alla disperazione, come se Dio gli avesse appena detto :

« Via da me, maledetto! ».

Però si vedeva che, nonostante tutto, la sua fiducia in Dio era incrollabile. Infatti diceva con vivacità:

« Che ne sarà del povero Paolo? Sono pieno di miserie, ma spero che Iddio mi userà misericor­dia... Io non ho altra speranza che nella Passione di Gesù Cristo e nella intercessione della Madre di Dio» (Rom. 2735; 807.

E Fratel Bartolomeo lo udì dire:

« I miei anni sono passati come fumo e non ho fatto niente di buono, per questo temo di non salvarmi; nondimeno spero nella divina misericordia, perché io ho procurato di aiutare tutti; ho aiutato i birri, i banditi, le donne di cattiva vita, spero perciò che Iddio avrà misericordia anche di me, quantunque sia un povero peccatore » (Rom. 2241 e seg.).

 

Come un povero naufrago

In queste tenebre, abbandoni e desolazioni, se qualcuno gli diceva parole di sollievo, gli aumen­ tava la pena, pena che s'accresceva alla vista degli altri tranquilli e in pace, del sole sereno che splendeva, dei fiori che profumavano. Qualche volta vedendo ridere allegramente, nei momenti in cui la mano di Dio pesava di più su di lui osservava:

« lo non so come facciano a ridere » (Vetr. 298).

Tanto era il dolore che soffriva interiormente! Anche nell'orazione non trovava sollievo al suo patire. Anzi diceva a Rosa Calabresi:

«Nelle stesse orazioni vocali, non so fare altro che passare i vaghi della corona. Figlia, chissà se domani mi troverete, perché temo che il Signore mi abbia da fare sommergere dalla terra. Sono come un povero naufrago, il quale, rottosi il vascello, se ne sta sopra una tavola dello sdruscito naviglio, che ad ogni onda e urto teme e paventa d'affogarsi, o come un condannato alla forca che di momento in momento sta aspettando con batticuore d'essere portato al supplizio » (Vetr. 298).

Nemmeno dai libri spirituali ricavava conforto; lo confidò al suo Padre Spirituale:

«La mia condotta interna e cos'i oscura, cosi tenebrosa e cosi intrecciata da timori e avvilimenti, che non trovo in alcun libro da potermi sollevare, né che sia abile a quietarmi', sicché nel mare delle mie tempeste, in cui mi trovo affondato conviene che stia» (Vetr. 883).

 

« Queste pene sono anni che le soffro »

Non era un fenomeno saltuario, ma continuo, terribilmente costante. A Lucia Burlini, sua penitente, che gli confidò di aver sofferto di passaggio queste pene tremende della « notte oscura », il Santo rispose:

«Se queste pene, da voi sofferte di passaggio, produssero un effetto tanto pauroso, figuratevi che sia di me, che sono anni e anni che le soffro, non di passaggio, ma stabilmente! » (Vetr. 883).

«Anni e anni che le soffro stabilmente »! Un martirio non traducibile in parole. Assetato di Dio, del suo amore, della sua luce, come la terra arida è assetata di acqua, si sentiva da Dio respinto, e, annaspando nelle tenebre dello spirito, avrebbe potuto ogni giorno ripetere le parole del salmo:

«Ha sete la mìa anima del Dio vivente. Quando vedrò il suo volto? Per me le mie lacrime sono pane giorno e notte, da quando mi dicono: Dov'è il tuo Dio? Signore, perché mi hai dimenticato? Sento le ossa spezzate... Anima mia, per qual motivo sei oppressa e ti turbi dentro di me? Spera in Dio, cui ancora darò lode» (Salmo 42, 1-12).

« Nell'esteriore mi mostro contento »

Paolo teneva segreto più che gli era possibile il suo martirio, e solo con pochi intimi ne parlava, perciò s'illudeva che i suoi religiosi non si fossero accorti delle pene intcriori che soffriva. Infatti scrisse al signor Tommaso Fossi, che dirigeva nelle vie dello spirito:

«Lei si sbaglia in dirmi che i miei religiosi si sono accorti dei miei travagli; questo non è vero, perché nell'esteriore mi mostro come gli altri contento più che posso, e sono gelosissimo di tenerli segreti, acciò li sappia solo Dio. I miei religiosi possono accorgersi dei travagli esteriori, cioè delle avversità che ho per le fondazioni, fatiche continue di lettere, di viaggi, di missioni ecc, ma del resto nulla affatto ne sanno » (Lettere, voi. I, 606).

Se n'erano accorti anche troppo! Come poteva essere diversamente? Lo notavano in particolare in tutte le principali solennità liturgiche dell'anno, perché in esse le sue pene torturatoci aumentavano d'intensità, « di modo che si credeva come abbandonato e rigettato da Dio, sparendogli dalla mente tutto il bene che aveva fatto, anzi gli sembrava di avere sempre operato male, e che non vi fosse più pietà e misericordia per lui » (Orbet. 519). Allora il suo aspetto esterno sembrava quello di uno che sta per morire.

Impossibile non accorgersene. Però i suoi reli­ giosi notarono anche che nelle fasi più cruciali della sua notte oscura egli continuava a parlare con fuoco e fede vivissima di Dio, a intrattenersi a lungo avanti al tabernacolo, a infondere fiducia nelle anime che dirigeva, a incoraggiare, a predicare con zelo d'apostolo alle folle nelle missioni, e osservarono che mentre soffriva «saggi d'un incoato inferno » (Lettere, II, 498), aveva ancora la forza, a volte, di sorridere e di far sorridere (Vetr. 883).

 

« Merito questo e peggio »

Nonostante che questo suo martirio si sia pro­ tratto per quasi cinquantanni, la sua fiducia in Dio non venne mai meno, convinto di meritare assai peggio per i peccati di cui si riteneva colpevole.

« Merito questo e peggio diceva . Ita Pater! Si, o Padre, come vuoi tu! » (Orbet. 519).

Sapeva benissimo che Dio, con tali pene tremende, voleva provare e purificare come l'oro nel crogiuolo la sua virtù, e renderlo un crocifisso vivente; perciò, conformandosi con totale abbandono ai divini voleri, confidava a Rosa Calabresi:

«lo per grazia di Dio non mi perdo d'animo, ma spero fermamente nella misericordia divina, per i meriti della Passione di Gesù Cristo » (Rom. 2019).

« Bisogna sempre amare Dio.. »

Anzi, a volte alzando gli occhi al cielo diceva piangendo:

« Quanto voglio bene a Dio! Lo amo! Bisogna sempre amare Dio, anche allorché ci castiga. Quanto siete buono, Signore! Nulla cerco in questo mondo se non voi, mio Dio! » (Strambi, Vita, 419). Con la morte nel cuore, mentre Dio lo martirizza, e le tenebre interiori crescono e infittiscono, «come sogliono crescere le tenebre nell'inoltrarsi della notte» (Vetr. 298), ha la forza di affermare: « Sei buono, Signore! Ti amo e cerco te solo! ».

« Voi mi fuggite, o Signore... »

Anche il suo infermiere Fratel Francesco Luigi, un giorno che era a letto ammalato e gli entrò pian piano in cella senza che se ne accorgesse, lo sentì dire con fuoco:

«Signore, permettete ciò che volete sopra di me, fate che sia tormentato quanto vi pare, che tanto tutto è lo stesso, perché da voi non mi allontanerò giammai! ».

« Voi mi fuggite, ma per quanto mi fuggiate io sarò sempre vostro, e andrò sempre in cerca di voi. Ben mi avvedo che mi fuggite perché io vi segua. Avete un bel fuggire! Fuggite pure, che io sarò sempre in cerca di voi».

« Non vi ricordate, Signore? Quando andavo per le campagne, pure vi adoravo in mezzo a quelle».

« Lo sapete che ora vi cerco, e voi fuggite! Fuggite pure, che io sempre vi seguirò! » (Rom. 797, 2243).

Nelle fìtte tenebre e terribili desolazioni da cui era afflitto e torturato, questa fiducia e quest'amore impressionavano profondamente. Pure egli appena se n'accorgeva! Infatti scriveva:

«Sto nel profondo del mare in gran tempesta, senza avere chi mi porga una tavola per fuggire dal naufragio, né dall'alto, né dalla terra. Però vi e un lumino di fede e di speranza, ma cosi piccolo che appena me ne accorgo » (Lettere, voi. II, 102).

Non un lumino, ma un faro di fede e di spe­ ranza nella bontà infinita di quel Dio che lo provava duramente.

Lo provava duramente perché lo amava molto. E Paolo lo sapeva, per avere letto tante volte nella Sacra Scrittura le parole dell'Angelo Raffaele a Tobia:

«Perché tu eri acetto a Dio fu necessario che la tentazione ti provasse » (Tob. 12, 13).

Certo fu una prova lunga: quasi cinquantanni. Ma la superò bene.


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