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COME AMAVA DIO

 

« Se non bevo ai mari d'amore... »

Nonostante il martirio della notte oscura, du­rante il quale Dio non gli si mostrava nella luce, ma si nascondeva ai suoi occhi lasciandolo nelle tenebre mistiche dell'abbandono, della desolazione e dell'amarezza più cruda, Paolo amò Dio con un crescendo costante cosi intenso, che potè scrivere il 19 giugno 1743 ad Agnese Grazi, sua penitente:

«5<f non bevo ai mari di fuoco d'amore, non riesco a togliermi la sete» (Lettere, voi. I, 2951.

Sete struggente che non gli dava tregua un momento, si manifestava in mille modi, e riempiva di stupore quanti erano a conoscenza dei tormenti ineffabili coi quali il Signore crocifiggeva il suo spirito in continuazione.

 

Incide il nome di Gesù sul petto

Nessuno doveva superarlo in amore. Un giorno, conversando in ricreazione, Padre Gianmatteo gli disse che voleva amare Dio più di lui. Gli rispose con enfasi:

« Oh, questo poi noi In amare Dio non mi vogito lasciar sorpassare da nessuno! » (Orb. 211. Vetr. 260).

E non si lasciò sorpassare da nessuno, fino a compiere il gesto, narrato da più testimoni, di scol­ pirsi sul petto il nome di Colui che tanto amava.

In conferenza spirituale, una religiosa innamorata di Dio gli aveva confidato che, con un ferro rovente, si era impressa nella carne viva sopra il cuore il nome di Gesù. Rimase talmente com­mosso da questa notizia inaspettata che, terminata la conferenza, disse fra sé:

« Come, una donna ha avuto tanto spirito, e a te non basterà l'animo di fare altrettanto? ».

Si fece consegnare dalla religiosa il ferro di cui s'era servita per compiere il gesto coraggioso, ritornò al convento, e si chiuse in cella. In un bracere ardente fece arroventare il ferro, mentre guardava il Crocifisso, che gli sembrava sprigionasse dalle ferite fiamme d'amore, come si sprigionavano dal suo cuore.

Quando il ferro fu incandescente, lo prese, si scopri il petto e vi impresse con intrepidezza il nome del suo Amore: GESÙ'.

Le carni, al contatto del ferro rovente, friggevano, ma dal cuore gli usciva il canto melodioso dell'amore congiunto al sacrificio (Vetr. 710).

 

« Vorrei attaccare fuoco a tutto il mondo »

Dopo questo gesto, che meraviglia se Paolo quando discorreva di Dio e del suo amore, anche nelle più gravi malattie si dimenticava dei dolori che lo martirizzavano, gli occhi gli brillavano, e il suo volto rubicondo sfavillava? Il fervore intimo lo trasportava talmente, che in parecchie occasioni gli mancò perfino la voce, restava come estatico, il suo corpo si elevava e rimaneva sospeso in aria fuori dei sensi, con gli occhi bellissimi fissi al cielo. Allora esclamava con fuoco:

« Come, non amare un Dio fatto uomo! Un Dio morto in crocei? ...Ah, vorrei, se fosse possibile, attaccare fuoco a tutto il mondo, affinchè tutto amasse il nostro buon Dio!...» (Rom. 452. Proc. Ap. Rom. 2265).

« Fratelli, amate Dio, amate Dio! »

Non perdeva occasione di parlare di Dio e del suo amore. Narra Padre Giovanni di S. Raffaele:

« Nel 1755 Paolo mi menò da Terracina a Cec- cano, e per la strada, fino a Fossanova, rimase quasi sempre in silenzio. Inoltratici nella macchia dì Fossanova, per una scorciatoia, mi ordinò che andassi avanti; lo feci per un poco, ma poi l'aspettai dietro a un albero e lo vidi tutto acceso in faccia in modo che dimostrava essere ebrio d'amore di Dio. Vedendomi disse:

"Ah, furfante, qui stai! ", e poi aggiunse:

"Non senti che questi alberi e queste foglie ci gridano di amare Dio? Ama Dio, Giovannino, e va avanti! ".

lo l'obbedii, e l'aspettai un'altra volta prima di entrare nella strada Romana, e lo ritrovai più infiammato dì prima, in modo che mi pareva vibrasse raggi come dì sole. Con gran trasporto e fervore mi disse:

"E come non ami tu Dio, e come non ami tu Dio? ".

Arrivati poi nella strada Romana a chiunque incontrava diceva con fervore tale, che non solo inteneriva me, ma le persone ne restavano incantate:

"Fratelli, amate Dio, amate Dio, che lo merita tanto. Oh, amor di Dio! Oh, amor di Dio! ".

Sotto Piperno incontrò delle donne che lavavano i panni accanto alla strada, si fermò ad esortarle che amassero Dio, e lo fece con tali parole, che ne restarono compunte e proruppero in pianto» (Rom. 367).


La predica dei fiori campestri

Era giunto a tale punto il suo amore per il Si­ gnore che tutto gli serviva ad alimentarne gli incendi. Camminando per le campagne gli sem­ brava di sentire mille predicatori che gli gridavano incessantemente:

« Ama Dio! Ama Dio! ».

I fiori, le foglie, le piante, il cielo, il sole, gli uccelli erano i suoi predicatori. Allora egli sten­ deva le braccia in forma di croce e sfogava il suo cuore in affetti d'amore a Dio. Poi prendeva in mano un mazzetto di fiorellini e, mostrandoli al religioso che l'accompagnava, diceva:

«Ecco il mio predicatore! ».

A Vetralla andava spesso a passeggio nei prati di primavera, « e vedendo quei bei fiorellini li percuoteva (teneramente) col suo bastone dicendo:

" State zitti, state zitti! Voi mi dite: Ama il tuo Dio, ama il tuo Dio, come l'amiamo noi! Ho inteso la vostra predica! State zitti! " » (Rom. 1439).

 

I due canarini cantano bene

Grazioso l'episodio dei canarini avvenuto in casa di Suor Maria dello Spirito Santo che lo depone nei Processi di Vetralla, e al quale fu presente.

Paolo era a letto ammalato da molti giorni, quando senti provenire dalla stanza vicina il canto melodioso di due canarini, e disse:

« Come cantano bene, non sentite? Portatemeli qui, desidero sentire meglio il loro canto ».

La gabbia coi due canarini gli venne subito portata.

«Mettetemeli sul letto, voglio vederli bene! ».

Gli fecero notare:

«Se glieli mettiamo vicini non canteranno più, perché quando la gente è vicina non cantano». Egli insistette:

«Mettetemeli che vedremo cosa fanno».

Appena posta la gabbia sul letto, i due cana­ rini, rivoltisi verso di lui, incominciarono a cantare con tanta armonia, che Paolo s'infiammò nel volto, e sciolse la lingua in parole meravigliose riguardanti l'amore di Dio. Si vedeva che giubilava udendo i due canarini cantare melodie cosi belle!

Anche i presenti erano estasiati vedendo i due canarini che cantavano senza interruzione e con tanto gusto, ma molto più osservando Paolo che sembrava un serafino del cielo. Il Santo notò questa loro meraviglia, e sentendosi il cuore accendersi sempre più d'amore divino, cercò di sviare l'attenzione da sé, chiedendo che i canarini fossero portati via.

Furono portati nella stanza vicina, ma essi con­ tinuarono a cantare.

« Fateli tacere, fateli tacere, quei canarini! », supplicava Paolo.

Vennero portati nella stanza più remota, e con­tinuarono a cantare con più foga. Si chiusero le finestre della stanza, ma non si decisero a inter­ rompere il bellissimo canto, e Paolo che si sentiva venire meno per l'amor di Dio che lo bruciava, ripeteva :

« Fateli tacere, fateli tacere, quei canarini! Non sentite come cantano? ».

Sentivano benissimo! Provarono persino a dare loro dell'erba da beccare, ma non beccarono per continuare il canto. Non c'era altro rimedio che aprire la gabbia e lasciarli andare in libertà. E cosi fu fatto.

I due canarini, pazzi di gioia per la libertà riac­ quistata, volarono per il cielo azzurro, sempre cantando le lodi di Dio loro Creatore (Vetr. 1343).

 

 

Lettera d'amore ad Agnese Grazi

« 0 morte, o amore » era il suo programma. Avrebbe preferito morire mille volte piuttosto che rinunciare all'amore di Dio, e si immerse talmente in qull'incendio divino che potè indirizzare alla sua penitente Agnese Grazi questa lettera, scritta più col cuore che con la penna:

« Mia figliuola in Gesù Cristo, rispondendo alla vostra lettera oggi, che già abbiamo celebrati i primi Vespri dell'Ottava dell'infinito Amore Sacramentato. Gran cose vorrei dirvi, ma chi non ama, non sa parlare di amore. Questo è linguaggio che solamente è insegnato dall'amore.

Letta che ebbi la vostra lettera ieri, che mi trovavo ad Orbetello, nel mio ritorno al Ritiro verso <era, gran cose disse il mio povero spirito al vostro cuore. Basta, taccia la terra avanti al grande Iddio. Sileat terra! Gran cose vi replico vorrei dirvi, ma resto muto.

Ascoltate, figlia mia, l'Amante Divino e lasciatevi insegnare da Lui. lo vorrei incenerirmi di amore. Ah, che non so parlare! Vorrei quello che non so dire. Ah, mio grande Iddio, insegnatemi voi come ho da dire! Vorrei essere tutto fuoco d'amore. Più, più, vorrei sapere cantare nel fuoco dell'amore, e mangificare le grandi misericordie che l'increato Amore comparte all'anima vostra... Vorrei e non so come fare. Spasimare di desiderio di più amare questo gran Dio, è poco; incenerirsi per Lui e poco, come faremo? Ah, meneremo una vita in continue agonie dì morte d'amore per il nostro Amante Divino!

Ma che vi credete che io abbia detto bene? No, perché vorrei dire di più, e non so. Sapete come mi consolo, un poco? In compiacermi che il nostro grande Iddio sia quali'infinito Bene che e, e che nessuno possa lodarlo e amarlo abbastanza come merita. Godo che Egli ami infinitamente sé stesso, godo dell'essenziale sua beatitudine che ha in sé, senza avere bisogno di nessuno: ma io sono pazzo.

Non sarebbe meglio, che a guisa di farfalletta mi slanciassi tutto nelle amorose fiamme, ed ivi in silenzio d'amore restassi incenerito, sparito, per­ so in quel Divin Tutto? Ma questa è opera d'amore, ed io sempre più mi rendo indisposto con la mia cattiva vita a questa perdita felicissma di amore...

Pensate bene, che ormai le mie viscere sono tanto inaridite, che i fiumi non bastano a disse­ tarmi, se non bevo ai mari non mi levo la sete: ma avvertite che voglio bere ai mari di fuoco di amore... Gesù vi benedica. Amen » (Lettere, 1,295).

Chi parla cosi è pazzo d'amore di Dio. Ormai l'amore è il « re sovrano » del cuore di Paolo che non può vivere se non in Dio e per Dio, bevendo « ai mari di fuoco d'amore » e menando « una vita in continue agonie di morte d'amore per il suo Amante Divino ».

 

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