home  |  passionisti  |  links   |  contatti   |    
 
 
 
 

COME AMAVA IL PROSSIMO

 

« Mamma della misericordia »

L'amore di Dio non può andare disgiunto dal­ l'amore del prossimo, si confondono e si completano a vicenda, come il fiore col profumo, il calore con la fiamma. E Paolo, che amava tanto Dio, amò anche il prossimo sino a essere definito: la mamma della misericordia.

 

« La mia minestra datela ai poveri »

A Padre Lodovico di Gesù, che si lamentava con lui perché per aiutare il prossimo doveva lasciare lo studio e la lettura spirituale, disse:

« Lasci pure ogni cosa quando si tratta di aiutare il prossimo perché non può fare cosa migliore e di maggior gusto a Dio che praticare la carità» (Orbet. 218).

Quando sentiva parlare delle necessità dei poveri, esclamava commosso:

« Oh, poveretti! », e si levava il pane di bocca per sfamarli.

Durante la carestia del 1764, che desolò molte regioni d'Italia, scrisse una circolare a tutti i suoi religiosi, invitandoli a restrizioni nel vitto per soccorrere i poveri che accorrevano affamati ai conventi a chiedere la carità d'un pezzo di pane. Con sua somma gioia l'appello non fu voce nel deserto.

Non contento di questo, ai religiosi di Vetralla fece un discorso infiammato sulla carità cristiana, per indurii a lasciare mezza pietanza da distribuire ai poveri. Proposta che fu accettata all'unanimità.

Per conto suo al Fratello cuoco ordinò:

«La mia minestra datela ai poveri e anche la pagnotta, e per me ponete in refettorio un tozzo di pane. Avete capito? ».

In quel tempo, entrando in refettorio, disse più volte:

« Noi non moriremo di fame. Chi vuole lasciare la minestra o il piattino d'erba cotta con mezza pagnotta per i poverelli, lo faccia pure con la benedizione del Signore» (Vetr. 563).

Così avvenne che, dietro l'invito e l'esernpio di Paolo, i religiosi si privarono chi di mezza pie­ tanza, chi della minestra, chi di mezza pagnotta o del piattino di erba, e i poveri ebbero da sfamarsi.

 

Denaro e vesti ai bisognosi

Li aiutò distribuendo loro oggetti di prima necessità come vesti, coperte, letti, denaro. A Roma ordinò a Fratel Bartolomeo che ogni giorno desse pane, vino e altri commestibili a una donna bisognosa chiamata «signora Rosa», e quando era ammalata le inviava anche uova fresche.

A Ischia stese la mano a persone facoltose affinchè l'aiutassero a provvedere di vesti alcune zitelle povere, sprovviste di tutto. La questua quella volta fu molto fruttuosa.

A Vetralla una giovane doveva sposarsi, ma non aveva il denaro per acquistarsi il letto; ricorse a Paolo che l'aiutò a comprarlo e cosi potè convolare a nozze.

A un'altra giovane che doveva prepararsi la dote fece consegnare una lunga pezza di tela che doveva servire per rivestire i religiosi dicendo:

«Dio per noi provvederci ».

Una volta in campagna s'incontrò con alcuni carrettieri. Faceva freddo; corse a cercare della legna, l'accese e li riscaldò bene.

Diceva parlando del prossimo bisognoso:

« Piuttosto starei senza mangiare, che abbandonare i poveri! » (Rom. 1464, 1991).

 

Nei poveri vedeva Cristo

Conversando con loro era molto cortese e li consolava con queste parole: « Fatevi coraggio, poverelli di Cristo, perché il Paradiso è dei poveri. Guai ai ricchi se delle ricchezze non si saranno serviti bene, perché saranno loro di maggior tormento nell'inferno» (Rom. 2274).

Sotto le vesti umili e povere che indossavano vedeva Cristo, umile e povero.

A Vetralla cinque d'essi avevano bussato alla porta del convento per chiedere la carità. Paolo ordinò subito di sfamarli dicendo:

«Prima di dare loro da mangiare, guardateli bene in fronte, che tutti cinque portano scolpito il nome di Gesù Cristo».

 

« E se fossi Cristo stesso? »

Questa sua fede venne premiata dal Signore con un favore insolito, anche se non nuovo nella storia della carità cristiana. Lo confidò a Rosa Calabresi in un colloquio:

« Rosa, fate la carità ai poveri come se la faceste a Gesti Cristo. A me una volta successe questo che vi dico. Stando in un convento, mi si presentò un povero strappato e cencioso che se ne cascava. Mi domandò l'elemosina, e io gliela feci. Dopo, rivolto a me, mi disse: "Mi conosci?". Risposi: Ti conosco sicuro, tu rappresenti Gesù Cristo. " Rappresento Gesù Cristo? ", mi disse e faceva la bocca a riso. Soggiunsi io: Si, rappresenti Gesù. Cristo!. "E se fossi Cristo stesso? "».

«Mi arrivò una commozione cosi viva a tali parole, che cascai in terra. Facevo tante espressioni e provavo un giubilo interno indicibile. Lo vedevo non come prima, ma in figura di bellissimo giovane, che mi prese per la mano e mi sollevò da terra».

« Se io sino alla fine del mondo ne parlassi, non potrei dire niente di quello che era. Che splendore! Che bellezza! Che dolcezza! » (Rom. 1922).

 

Carità coi suoi religiosi

Se aveva tanta carità coi poveri, ne aveva maggiore coi suoi figli spirituali. Li trattava con tale bontà, affetto e finezza d'amore che essi dicevano:

« Simile alla carità del nostro Padre non si trova! » (Vetr. 389).

Dovevano essere trattati con riguardo nel vitto, nel vestito e nell'abitazione. Scendeva persino in cucina a insegnare al cuoco come cucinare bene le vivande. Era felice quando poteva rendere loro un favore!

Coi religiosi ammalati poi, aveva squisitezza di bontà senza limiti. Soleva dire:

«Per gl'infermi ci vuole una mamma o un santo» (Corn. 222).

Egli aveva tenerezza di mamma e delicatezza di santo. Li andava a visitare più volte al giorno, benché fosse sovraccarico di lavoro, e non di raro anche di notte, e faceva loro apprestare le medi­ cine necessarie, brodi e buone pietanze ; li animava, li confortava e perfino li serviva negli uffici più umili. E giunse a dire più volte:

« Quando non c'è altro modo di sovvenire i nostri poveri religiosi infermi, si vendano i calici e le suppellettili della chiesa! la povertà è buona, ma la carità è migliore » (Orbet. 382. Rom. 2268).

 

Buono e cortese con tutti

La sua cortesia coi religiosi era proverbiale. Non usava distinzioni con nessuno: anche l'ultimo fra­ tello e novizio erano trattati con uguale rispetto e riguardo. Incontrandoli non mancava di salutarli con un inchino. Quando, come superiore, doveva correggerli, lo faceva quasi con dispiacere. Se qualche volta gli sembrava di avere esagerato nella correzione, non mancava di chiedere umil­ mente perdono in ginocchio.

Anche con gli estranei era cortese e buono. Curioso al riguardo l'episodio del contadino che aveva rubato le ciliegie al convento.


Trippanera ruba le ciliegie

I religiosi avevano notato con sorpresa che le ciliegie dell'orto erano scomparse, senza che essi avessero potuto assaggiarle. I sospetti del furto si concentrarono su un contadino di nome Trippanera.

«Padre Paolo, Trippanera ci ha rubato tutte le ciliegie! ».

« Oh, povero Trippanera! », disse il Santo con sentimento di compassione.

Il giorno appresso al furto, Trippanera, saputo dei sospetti dei religiosi, per evitare ogni punizione, si portò al convento a scagionarsi d'ogni responsabilità. Paolo stava passeggiando con Padre Valentino avanti alla porta del convento. Padre Valentino gli disse indicandolo:

«Ecco quello che si dice abbia rubato le ci­ liegie! ».

Paolo gli andò incontro ; prima però che aprisse bocca, Trippanera gli disse:

« Ah, Padre, i vostri religiosi mi hanno accusato falsamente che io ho rubato le ciliegie, ma non è vero! ».

« Dimmi un poco: come ti chiami tu? ».

«Io mi chiamo Trippanera! ».

Sorridendo con somma benignità, lo ammoni:

« Trippanera!? Oh bene! Sta attento, Trippanera, a non rubare più le ciliegie. Va, e non dubi­ tare di nientel ».

Trippanera se ne andò consolato. Padre Valentino, però, fece notare che intanto i religiosi rimanevano senza ciliegie. Paolo gli disse:

« 0 Padre Valentino, ci vuole pazienza! Dica ai religiosi che non parlino pie del furto di Trip­ panera, e che soffrano per amor di Dio la man­ canza di ciliegie » (Vetr. )

 

Perdona ai suoi nemici

Se nel condonare il furto a Trippanera era stato longanime, molto più virtuoso fu nel sopportare e perdonare i nemici.

Sapeva benissimo che in certi crocchi si parlava ora con ilarità e disprezzo, ora con astio e malignità di lui e della sua opera; pure non ebbe una parola di risentimento in tutte le lettere scritte in quel tempo, nemmeno con i più intimi, coi quali è facile scendere a simili confidenze. Lo attaccavano sulla sua virtù, dicendo che era un ipocrita ignorante, che non osservava quanto aveva ordinato nelle regole, e, ciò nonostante, li acco­ glieva sempre con amorevolezza nelle sue case.

Avvenne perfino che « quando si portò a Roma per ottenere l'approvazione delle regole, in una strada solitària s'incontrò in un religioso che aveva perduto tutto lo spirito della sua vocazione, poiché divenuto fiero e inumano, senza che Paolo gliene desse motivo, incominciò a maltrattarlo con molte ingiurie. E invece di restare commosso dalla sua bontà, prendendo occasione d'infuriare impunemente contro di lui (che non reagiva affatto), lo investì con impeto, lo gettò a terra, lo percosse senza riguardo, e giunse a calpestarlo ferocemente coi piedi » (Strambi, Vita, 342).

Finalmente l'energumeno si stancò di percuoterlo e calpestarlo, e lanciandogli l'ultimo velenoso insulto, lo lasciò tutto malconcio e con le ossa ammaccate.

Paolo, raccontando l'accaduto poco dopo, disse di quel religioso furioso e manesco:

« Preghiamo per lui! », e non aggiunse altro.

Preghiera e perdono, è la vendetta dei santi!


Torna all' INDICE TEMATICO

 
 
 



LA BIOGRAFIA


LA MISTICA


REGOLE E COSTITUZIONI


LETTERE AI FIGLI SPIRITUALI


IL DIARIO SPIRITUALE


IL PASSIONISTA SECONDO S.PAOLO


MASSIME SPIRITUALI


LA VITA DI S.PAOLO IN IMMAGINI


PREGHIERE A S.PAOLO DELLA CROCE

 

 

 
 

home  | passionisti  | links  |  contatti   |  
Copyright ? No Grazie : diffondete, stampate e utilizzate il contenuto di questo sito