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QUATTRO LEZIONI DEL CROCIFISSO


« Ero forte e robusto »

Dal Crocifisso che amava appassionatamente e meditava ogni giorno, Paolo imparò ad amare la penitenza, come l'hanno amata i più grandi innamorati della Croce.

Confidava egli stesso a Rosa Calabresi che da giovane digiunava di frequente, e in certi periodi dell'anno, come in quaresima, si asteneva per settimane intere dal toccare qualunque cibo e bevanda, cosi che ebbe a soffrire una fame e una sete orribili e divenne pelle e ossa, magro come uno stecco. Aggiungeva però:

« Ah, allora ero forte e robusto, ma adesso non posso più fare simili penitenze! » (Rom. 2017).

Anche dopo la giovinezza continuò a essere parco nel cibo; eppure avrebbe avuto bisogno di vitto abbondante. Infatti depone un testimonio:

« Benché fosse corpulento, si cibava parcamente, privandosi più volte di quel che gli era dato in refettorio, per darlo a qualche religioso che egli conosceva più bisognoso di cibo » (Orbet. 404).

 

Gli piacevano le pesche e le noci

Era molto goloso; gli piacevano le pesche, l'uva, le albicocche, i fichi, le noci, i funghi, gli asparagi, ma seppe mortificare bene il suo gusto, perché diceva che « non bisogna far trionfare la gola » (Vetr. 385).

Ogni venerdì, in memoria della Passione del Signore, per amareggiare la gola beveva « una tazza di fiele e aceto, cui alcune volte mescolava dell'assenzio, mortificazione che iniziata nella gioventù, continuò fino alla sua morte » (Corn. 55). Voleva che anche i suoi figli spirituali fossero mortificati; quando capiva che non avevano spirito di mortificazione s'impensieriva e ripeteva:

« Chi non mortifica la gola, non sa neppure mortificare la carne » (Rom. 2339).

Perciò « riprendeva i religiosi immortificati, e specialmente se mangiavano qualche cosa fuori pasto senza licenza. Avendone trovato uno che mangiava fuor della mensa comune l'uva della pergola nel convento di Vetralla, diede ordine che fossero tagliate le viti, conforme fu prontamente eseguito» (Orbet. 404).

« Ma se vedeva che qualcuno mangiava poco, lo mandava di nuovo in refettorio, perché mangiasse abbastanza» (Vetr. 385).

 

D'estate sotto il sole

Con sé non fu mai tenero, piuttosto si comportò in modo da potere ripetere con S. Paolo Apostolo :

« Tratto duramente il mio corpo, come uno schiavo, affinchè, dopo aver predicato agli altri, io non finisca reprobo » (I Cor., 9, 27).

Infatti, la tonaca, che indossava sulla nuda pelle, per molti anni gli morsicò dolorosamente le carni come un cilizio, tanto era ruvida. Ai piedi non portava né calze, né scarpe, e nemmeno sandali; anche il capo lo teneva sempre scoperto, e cosi equipaggiato viaggiava in ogni stagione.

D'estate, quando scendeva dal monte Argentaro per andare a predicare le missioni, il sole cocente meridiano gli dardeggiava il capo, e lo faceva tanto soffrire che egli stesso più tardi confesserà:

«Erano sofferenze orribili» (Orbet. 494).

 

D'inverno sotto la neve

D'inverno il freddo gli agghiacciava le membra.

Da Rossiglione, dopo una rigida notte passata presso un benefattore, volle proseguire il viaggio per Roma, nonostante che nevicasse. Il benefattore gli fece notare l'impossibilità di viaggiare con quel tempo da lupi.

«Padre Paolo, nevica, le strade sono pessime, siete malvestito, scalzo e a capo scoperto, come potete arrischiarvi a continuare il viaggio? ».

«Ho viaggiato con tempo peggiore, Dio mi aiuterai ».

« Vi farò preparare il calesse, viaggerete meglio ».

« No, partirò a piedi ».

Salutò, ringraziò il benefattore e si mise in cam­ mino.

La neve cadeva minuta. Ovunque freddo polare e strade disastrose. Il benefattore si pose a guardarlo alla finestra. Dopo alcuni passi aveva già le spalle ricoperte di neve. Non si perdette d'animo, continuò ad affondare i piedi nudi nella neve, mentre il vento gli flagellava le guance, e s'insinuava sotto la veste, penetrando fino al midollo.

Appiccicato ai vetri della finestra il benefattore rimase a guardarlo finché scomparve alla sua vista.

Quando Paolo giunse a Roma i suoi piedi san­guinavano, e salendo le scale marmoree dei Cardinali vi lasciò impresse le orme di sangue, con grande meraviglia ed edificazione di chi lo vide (Strambi, Vita, 404).

 

Si disciplina nella selva

Le discipline con cui martoriava le sue membra furono davvero eccezionali. Perché nessuno scoprisse le sue penitenze, nella selva dell'Argentaro, si era scelto una capanna di frasche, ove ogni giorno si ritirava e, dopo lunga orazione ai piedi d'una rozza croce, si denudava le spalle e si percuoteva vigorosamente con flagelli.

Avvenne che il pastore Stefanini di Lucca, pa­ scolando le pecore in quei paraggi, senti dentro una folta macchia gran rumore di catene. Meravigliato, s'inoltrò per vedere cosa fosse, e osservò Paolo che si percuoteva senza misericordia. Si ritirò pian piano per non essere notato dal Santo (Vetr. 770).

 

Si rotola nelle spine

Anche alcuni cacciatori lo scoprirono mentre stava compiendo una penitenza che li fece rabbrividire.

Francesco Ferrari di Milano, abitante a Porto Èrcole, con suo cognato era andato a caccia sul monte Argentaro. Giunto vicino alla macchia del convento, udì forti rumori provenire da un folto spineto. Pensando che si trattasse di un cinghiale nascosto, spianò lo schioppo, e con passo cauto si accostò a quella parte.

Quando fu vicino vide, con somma sorpresa, Paolo che a carne nuda e tutto sanguinante, si rotolava fra le spine.

Vistosi scoperto, il Santo disse loro, con evidente disappunto, che non si recassero più in quei paraggi a caccia.

I due cacciatori si ritirarono in silenzio, ammirati di quanto avevano visto (Orbet. 208).

Durò a lungo in queste mortificazioni e penitenze, e pare che un regime cosi duro non gli abbia accorciato la vita, bensì glie l'allungò perché visse sino alla tarda età di 82 anni, e gli diede la gioia di attuare in pieno il programma di vita spirituale di Gesù:

« Chi vuoi venire dietro me, rinneghi sé stesso, prenda la sua croce e mi segua» (Matt., 16, 24).

« Io sono poverissimo »

La seconda lezione che imparò dal Crocifisso fu quella del distacco dalle cose terrene.

« Io sono poverissimo diceva e ne godo immensamente, perché anche Gesù Cristo, venne al mondo povero, nascendo in una stalla, eppure era Dio e Padrone dell'universo, e non dovrò io, umilissima creatura, imitare gli esempi del mio Signore? » (Rom. 466).

Lo imitò molto bene.

 

I gioielli della sposa

Per il denaro e i beni materiali non nutriva sim­ patia. A Rosa Calabresi, in una conferenza spirituale, disse:

« Chi s'attacca a questo mondo è matto, perché quell'amore che deve a Dio, glielo toglie coll'attaccarsi al denaro. La povertà è un tesoro. Quando uno è povero di spirito, oh che ricchezza, oh che ricchezza!».

« Sapete come io stimo le ricchezze? Come una bestia morta gettata in un letamaio » (Rom. 2014).

Era convinto di quanto affermava. Infatti, il signor Leopoldo Zelli, suo benefattore, gli mostrò con visibile compiacimento i gioielli che aveva preparati per sua figlia, che tra poco doveva convolare a nozze. Tutti d'oro puro, e gemme di valore. La moglie del signor Leopoldo gliene faceva l'elogio con vera passione:

«Padre Paolo, guardate come sono belli! ».

Egli non mostrò di essere del loro parere. Solo per cortesia li prese in mano, li osservò quasi di­ strattamente, e restituendoli ripetè più volte:

«Vanitasi Vanità!».

E portò il discorso su altro argomento (Rom. 658).

Non voleva nemmeno toccare il denaro, e quando gliene offrivano, lo faceva prendere dal compagno, che sempre aveva con sé.

 

Specchio di povertà

I suoi conventi e i suoi religiosi li esigeva poveri. Egli ne dava l'esempio. Infatti era povero nelle vesti che usava, nel cibo non aveva esigenze, e voleva che fosse da poveri, nelle infermità non voleva cure o medicine costose.

La sua cella era uno specchio di povertà religiosa, piccola, con un piccolo tavolino rozzo, due sedie ordinarie, qualche libro, un quadro della Madonna appeso al muro, e un letto cosi morbido che gli sembrava di dormire sui sassi. Questa, a Vetralla, fu la reggia del suo spirito, per più di vent'anni.

Era sincero quando affermava:

« Oh, quanto amo la santa povertà di Gesù Cristo! » (Lettere, I, 141).

« È un angelo! »

Dal Crocifisso imparò anche un'altra virtù: la purezza. Chi lo vedeva era costretto a esclamare: «È un angelo! ».

Il sembiante, i discorsi, le opere, tutto in lui spirava purezza di cielo. Più testimoni affermano che si conservò «vergine» tutta la vita, e che non senti mai gli « stimoli della carne » (Corn. 240).

Eppure, si controllò sempre, perché diceva:

« Finché abbiamo questa pelle attaccata alle ossa, vi è sempre da temere e tremare, e però bisogna stare cauti. Sono caduti in colpe ben grandi in questo genere persone avanzate negli anni, e che per il loro merito si potevano dire colonne della Chiesa, e ci fideremo di noi stessi? Ho girato molti stati, città e paesi e castelli, ho dovuto trattare con ogni sorta di persone, sono sempre stato cauto, ammaestrato da orribili cadute in questa materia che mi è occorso di risapere » (Rom. 992).

 

Il principe Gonzaga

Dello stesso parere non era il principe Gonzaga, che andato a visitare Paolo in Roma, si senti dire dal Santo:

« Mi rallegro con lei, che ha fra i suoi antenati San Luigi. Signor principe, deve imitare gli esem­ pi di cosi gran Santo ».

«Si, ma non nell'essere gesuita! ».

« Non dico questo, bensì lo deve imitare nella purità della vita. Vedo che lei, eccellenza, è cava­ liere di spirito, e nel mondo vi sono molti lacci che s'incontrano specialmente nel conversare, perciò ad esempio di San Luigi conviene usare cautela e fare orazione».

Replicò il principe:

« Padre Paolo, anzi, io vorrei che i preti e i frati trattassero con libertà con le donne come i laici. Io non patisco tentazioni, e credo che il non patirne derivi da questo, dalla dimestichezza con la quale tratto con le donne. Patisce tentazione chi ne sta lontano ».

Paolo, sdegnato, lo ammoni:

« Come, non sa cosa dice lo Spirito Santo?! Chi ama il pericolo in esso perirà ».

Il principe non volle cambiare idea e si licenziò in bella maniera (Orbet. 529).

 

Una barca di refe

Già avanzato negli anni soleva dire: « Se conoscessi di avere in me un minimo attacco a una donna, me ne starei lontano più che una barca di refe. Conviene stare sopra di noi e non fidarsi, lo ho paura più adesso che sono vecchio, che quando ero giovane. Cautela in tutto, fratelli miei, nessuno è sicuro in questo mondo, lo benché vecchio, non mi fido, non mi fido! » (Corn. 417. Rom. 2340. Vetr. 866).

E non fidandosi di sé, riuscì a conservarsi sempre cosi casto, che molti sentirono emanare da lui e dagli oggetti che usava un profumo di paradiso, profumo che richiamava ai luminosi ideali del cielo (Vetr. 868).

 

Un corvo fra le colombe

La quarta lezione che apprese dal Crocifisso fu quella dell'umiltà.

Era convinto di non essere santo anche se stimato tale da tutti, anzi si riteneva il più grande peccatore della terra. Diceva di essere « il crocifissore di Cristo », una canna fragile, un diluvio di difetti, inabile a ogni bene. Di tutti si fidava e aveva buon concetto «.fuorché di Fra Paolo». Stimava più i suoi sandali che sé stesso; fra i suoi religiosi si diceva « un corvo nero fra colombe bianche ». I banditi e i delinquenti in suo paragone, erano « Santi di prima classe con ottava » (Rom. 406; Corn. 238; Vetr. 1287).

 

« Raccomandatemi a Dio »

Nelle conferenze spirituali non si stancava di ripetere d'essere una creatura vilissima, che im­ brattava le opere più sante che aveva per le mani.

« Oh, povero Paolo esclamò una volta quanti anni di vita, quanti sacramenti, quanti benefici, quante grazie, quante Messe, quante missioni, quante confessioni e altri sacramenti ammi­nistrati, e come andrà al tribunale di Dio? Oh, non mi voglio sgomentare, il Signore è buono con chi spera in Lui » (Rom. 1898).

Desiderava che nessuno conoscesse quello che c'era di buono in lui e diceva a Rosa Calabresi: «Raccomandatemi a Dio, che sono pieno di peccati fino agli occhi! lo non merito altro che di essere messo sotto i piedi! ». « Ma perché, quando non se lo merita?! ». « Ma io lo merito! Mi vedo fare tante finezze, e

merito d'essere buttato in un letamaio! » (Rom. 2021-5).

Se qualche volta parlava di sé e delle grazie di cui Dio l'aveva favorito, lo faceva per infondere coraggio nelle anime che dirigeva e con sentimenti di profonda umiltà.

 

Ritornava come un cane frustato

Quando entrava nei paesi dov'era conosciuto, molti volevano baciargli la mano, ma egli non lo permise mai. Anche i Vescovi, i Cardinali abbon­ davano con lui di stima, e più ancora i Papi, e lui se ne rammaricava e diceva:

« Vedete quante finezze mi fanno! Il Papa mi tratta con tanta carità, eppure credete, che queste cose non m'invaniscono punto, che anzi ritorno a casa come un cane frustato, pieno di confusione e di annichilamento » (Strambi, Vita, 500).

Anche il titolo di « reverendissimo », che si costuma dare dai religiosi passionisti al Generale dell'Istituto, gli dava noia e commentava:

« Che reverendissimo! Ben presto andrò a fare il reverendissimo sotto terra! Dopo la mia morte, se muoio ali'Argentaro, seppellitemi sotto un ca­ stagno, perché non merito di essere seppellito nep­ pure in chiesa» (Rom. 1150; Vetr. 891).

Non desiderava cariche; piuttosto avrebbe voluto ritirarsi sul monte Argentaro a condurre vita solitària, dopo aver scritto sulla porta della cella: « Fra Paolo e morto » (Vetr. 85).

 

Scopava i corridoi e le scale

Amava i lavori umili e si adattava a tutti gli uffici del convento. Suppliva il portinaio, aiutava il sarto, tagliava i capelli ai religiosi e lavava loro i piedi, scopava i corridoi e le scale, in cucina lavava le stoviglie, preparava da mangiare alla comunità col cuoco, lavava la biancheria e assisteva in tutto gli ammalati come infermiere.

I religiosi rimanevano sommamente edificati nel vedere l'umiltà e la gioia con cui il fondatore della congregazione compiva tutti questi uffici.

 

Nemico degli onori

Li abborriva, anche perché non voleva essere « ladro della gloria di Dio » (Orb. 527).

Quando, circondato dalle folle che lo acclama­vano santo, qualcuno gli tagliava un brandello di mantello per tenerlo come reliquia, egli accorgendosene diceva:

« Andate, andate a fare la calzetta alle galline! ».

E insisteva col vetturino perché sferzasse i cavalli, per liberarsi da quelle dimostrazioni di stima, che lo ferivano profondamente (Rom. 1899).

Si guardò sempre dal «demonio della superbia che suole entrare con pie' di lana» (Rom. 393), perché diceva che « un granello di superbia basta a rovinare una montagna di santità».

Ma più Paolo fuggiva gli onori, più questi lo perseguitavano. Infatti dice il Signore: « Chi si umilia sarà esaltato » (Matt. 23, 12).


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