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MAESTRO DI SPIRITO

 

Le anime che diresse

Paolo fu maestro di spirito, degno di stare accanto ai migliori ricordati dalla storia della Chiesa. Diresse nelle vie della perfezione Agnese Grazi, vergine purissima, ascesa ai più alti gradi della contemplazione ; Crocifissa Costantini, anima forte e di vita austera, confondatrice delle Passioniste; Cherubina Bresciani, prima religiosa tiepida, poi datasi alla più alta contemplazione; Lucia Burlini, giovane di vita angelica; Tommaso Fossi, padre di numerosi figli, che ebbe doni straordinari di orazione; Padre Fulgenzio di Gesù, angelo in carne, di gran penitenza e orazione; la signora Giovanna Venturi Grazi, morta in concetto di santità; suor Maria Angela Colomba, prodigio di penitenza, inchiodata per 34 anni a letto; Rosa Calabresi, un angelo sotto sembianze, umane, d'altissima contemplazione, carità e penitenza. E l'elenco potrebbe essere assai più lungo.

 

« Vedo il vostro interno »

Aveva tutte le doti d'un direttore ideale: santità, dottrina, prolungata esperienza personale della vita ascetica e mistica, prudenza e pazienza; e ne usava da maestro consumato.

Nelle conferenze spirituali parlava con tanta efficacia che l'effetto delle sue parole durava per mesi. Prima ascoltava con somma bontà, poi dava con precisione e chiarezza il suo giudizio su quanto gli era proposto. Non erano necessarie lunghe esposizioni per farsi intendere da lui, capiva a volo ciò che gli si esponeva. Diceva:

« Basta, ho capito, lei deve diportarsi cosi e costì » (Orbet. 216).

Spesso leggeva nei cuori, come in un libro aperto. Disse a suor Eletta di Gesù:

«Io vedo il vostro interno, come di giorno si vede la luce del sole » (Vetr. 909).

Di frequente non solo leggeva nei cuori, ma comunicava con le anime. Con le fervorose si sentiva pieno di fervore, e con quelle che andavano in estasi era rapito in estasi. Questo fenomeno soleva esprimerlo così:

« Dormo con chi dorme, veglio con chi veglia » (Rom. 2032).

Quando conferiva con Agnese Grazi sentiva nel suo interno le grazie e le difficoltà che essa sperimentava: ora si raccoglieva in orazione, ora andava in estasi; al termine della conferenza cessava questo tratto intimo con Dio.

« ... E restavo come una rapa » (Orbet. 362), diceva.

Non rare volte dilucidò dubbi, diede consigli e ordini da lontano. Capiva, illuminato da Dio, se le anime che dirigeva erano sincere o false. Quando d'un'anima diceva: «È buona», si poteva stare sicuri ch'era buona davvero; quando invece diceva: « È illusa », anche se operava miracoli o andava in estasi, presto si veniva a scoprire che non era santa.

« Io sono molto obbligato al Signore diceva perché mi ha dato il dono di distinguere la santità vera dalla falsa, col quale non mi sono mai ingannato» (Rom. 1163).

 

La falsa santa di Roma

In Roma, per esempio, una donna era ritenuta santa da tutti. Anche molti sacerdoti erano rimasti ingannati dalla sua apparente virtù e dalle cose prodigiose che si operavano in lei.

Si chiese il suo parere. Egli andò, la esaminò; in sua presenza la decantata donna fu rapita in estasi e si elevò in alto. Osservò che così in alto teneva una posizione alquanto scomposta.

Da questo particolare e da altri segni capi che la creduta santa non era affatto santa. Ritornò da chi l'aveva incaricato di tale missione e disse:

«Non è santa, ma illusa».

Questo giudizio non fu subito apprezzato, ma in seguito si scoprì che era davvero illusa e falsa, perché aveva relazione col demonio (Proc. Ap. Rom. 2635).

 

La pagnotta in tasca

A un uomo che si spacciava, senza eufemismi, santo, e che si vantava di vivere senza mangiare, disse :

« Come puoi vivere senza mangiare, se hai la pagnotta in tasca, e l'hai presa ben grossa? ».

Un po' sconcertato l'uomo si informò:

« Che pagnotta?! ». E il Santo:

«Si, la pagnotta, quella che hai in saccoccia. Avevi paura di morire di fame per la strada? ». Era vero.

Il poveretto se ne partì pieno di confusione (Rom. 2030).

 

Maria Domenica Bravi

Sostenne invece, contro tutti, Domenica Bravi di Barbarano, che dirigeva da anni.

Domenica ebbe a soffrire molte contraddizioni perché i suoi familiari volevano che si sposasse, ma, consigliatasi con Paolo, si rifiutava costantemente. Supponendo che non volesse perché cosi le aveva imposto il Santo, le proibirono di confessarsi da lui. Solo un ordine del Vescovo di Viterbo fece ritirare la proibizione.

Delicata di salute, divenne cosi debole da non potere più ritenere cibo alcuno, sino a rimettere con sbocchi di sangue quanto mangiava. Tutti attribuirono questo male alle penitenze che faceva con l'approvazione di Paolo. Non era vero, perché penitenze particolari non ne faceva e Paolo non gliene permetteva anche per evitare la singolarità che molte volte è motivo di vanagloria. Domenica soffri insinuazioni poco benevoli per questo, ma sostenuta da Paolo seppe superare la prova.

Subito dopo, però, ne dovette soffrire un'altra più cruciale. Ammalata com'era, pure in volto appariva rosea e paffuta. Aveva pregato Dio affinchè non facesse apparire all'esterno quanto soffriva, ed era stata esaudita. Molti presero a sussurrare che ci fosse chi le portava cibi in segreto. Perché, se non mangiava, come si poteva spiegare il volto rotondetto? La voce giunse al Vescovo di Viterbo, che ordinò una inchiesta. Due Padri Gesuiti e un sacerdote per 15 giorni la chiusero in casa del canonico Vallerani e la tennero sotto rigorosa sorve­ glianza. Frattanto comandarono al popolo con pre­ cetto grave che denunciasse se vi era qualcuno che le portava cibi in segreto. Nessuno comparve a de­ nunciare.

Non avendo scoperto inganni, il Padre Ruschi, uno dei due Gesuiti, dopo 15 giorni la liberò da quella prigione, approvando la sua virtù; anzi, volle condurla dal Vescovo di Viterbo, il quale la confortò a seguire gli insegnamenti e le direttive del suo santo direttore (Proc. Ap. Rom. 2627).

 

La signora vanitosa

Amava intensamente in Dio le anime che diri­geva, ma non voleva che, particolarmente donne, gli mandassero doni, e le sgridava quando gliene mandavano; si accontentava che pregassero per lui. Il suo metodo di direzione era estremamente semplice. Agl'inizi chiedeva poco per ottenere molto.

Avvenne che una signora andò a confessarsi da lui vestita con ricercatezza eccessiva. Un altro di­rettore l'avrebbe forse licenziata, ma egli si accontentò di imporle un quarto d'ora di meditazione quotidiana. Accettò volentieri.

Ritornò a confessarsi ancora profumata, ma più disposta alla vita spirituale. Le impose mezz'ora di meditazione quotidiana, senza accenno alcuno alla sua vanità. La terza volta che la confessò non era più profumata, e le impose tre quanti d'ora di orazione. Quando ritornò di nuovo non indossava più vesti sfarzose, ma di semplice lana nera, senza vani ornamenti.

Non lasciò più l'orazione, mutò la vita mondana in santa, e se ne mori in concetto di serva di Dio (Rom. 2314).

Con la stessa discrezione si regolava con tutti. Sempre agl'inizi insisteva sulla virtù soda e sulla fede viva, perché se buono è il fervore, migliore è la virtù. Abborriva il sentimentalismo e il bigottismo. Diceva:

« Il profitto spirituale non si misura con le dolcezze, ma con l'esercizio delle sante virtù » (Let- tere, I, 460). « Non si deve andare dietro alla sensibilità, ma alla sostanza » (Rom. 362).

Prudenza nella pratica della virtù

Dopo gli inizi, seguiva e curava i progressi delle anime che dirigeva con attenta premura.

Esigeva prudenza, perché gli errori sono sempre errori, anche se fatti con fervore. Le signore dovevano vivere da signore, e non da suore claustrali; buone, caritatevoli, esemplari in tutto, obbedienti al marito sino a lasciar la comunione frequente se necessario, amanti dell'orazione e della mortificazione, ma sempre da signore. I coniugati dovevano vivere da coniugati e non come frati da convento. Scrive a uno d'essi:

« Ognuno è obbligato a vivere santamente nel proprio stato, e chi ha moglie non deve vivere da cappuccino. Lei è padrone di fare il viaggio alla santa casa di Loreto, ma stimo che sia maggior servizio di Dio assistere la sua famiglia» (Strambi, Vita, 296).

 

Abborriva le dottrine rigoriste

Faceva coraggio ai timorosi. La vita spirituale non è fatta per rendere infelici le anime, e voleva che servissero il Signore con cordialità e serenità, senza scrupoli e tentennamenti. Dovevano sì diffidare di sé, ma confidare molto in Dio, che è infinitamente buono. Le dottrine rigoriste le abborriva.

In un monastero molto osservante, trovò tutte le monache piene di timore e di sfiducia. Le incoraggiò e animò alla confidenza in Dio. Al Padre Gianmaria, cui narrò questo fatto, osservò:

«Non è modo questo di guidare le anime, tenendole sempre avvilite e piene di paure e timori. Bisogna far loro coraggio e animo, e farle camminare con la confidenza in Dio, altrimenti non fanno mai cammino nella vìa della perfezione » (Vetr. 291).

 

Cauto nel concedere penitenze corporali

Le penitenze le permetteva, ma con cautela. Alle persone delicate di salute ordinariamente le proibiva. A Tommaso Fossi, che non stava bene, scrive:

« Circa le penitenze per ora, bisogna contentarsi di quelle che da Iddio, che sono infinitamente mi­ gliori di quelle che si pigliano da sé» (Lettere, I, 542).

A quelle di buona salute concedeva con discreta facilità la disciplina, la catenella, il cilicio, i digiu­ ni; ma se si accorgeva che nuocevano alla loro salute, le proibiva rigorosamente.

Singolare la penitenza che impose a una signora; le ordinò che ogni mattina si chiudesse nella sua camera, e postasi per terra, stesa come se fosse morta con la candela accesa, rimanesse in simile posizione un quarto d'ora, dicendo fra sé: «Forse di qui a poco sarò morta anch'io! ». Obbedì fedelmente la signora, e in breve tempo si diede a vita santa. Parlando di questa signora disse:

«Le imposi simile penitenza perché so benissimo che il pensare seriamente alla morte è un mez­ zo efficacissimo per mettere il capo a partito » (Orbet. 385).

 

Umiltà e orazione base del suo metodo

Alle visioni, luminosità, locuzioni interne e altri simili fenomeni mistici, dava scarso peso; in particolare metteva in guardia le donne, che hanno più viva l'ammaginazione.

Anima della sua direzione era il Crocifisso « nel quale non c'è inganno » (Vetr. 76), ma alla base poneva l'umiltà e l'orazione.

Senza umiltà non si da santità. Insisteva di con­ tinuo su questo principio. « Un granello di super­ bia diceva è sufficiente ad abbattere una mon­ tagna di santità ». Non voleva, però, che si facesse consistere l'umiltà in certe esteriorità; doveva venire dal cuore, perché le esibizioni son piuttosto effetto di superbia che di umiltà.

Più a cuore gli stava l'orazione. «È certo che se manca l'orazione tutto l'edifìcio spirituale cade a terra. Nell'orazione s'impara la scienza dei santi, che consiste nell'esercizio di ogni virtù » (Lettere, III, 17). Ripeteva spesso questa massima, e aggiungeva: «Scotta molto al diavolo l'orazione! » (Let­ tere, II, 505).

Perciò la sua cura principale era condurre le anime alla meditazione quotidiana: tutte senza eccezione, anche gli uomini d'affari, padri e madri di famiglia, persino soldati, come il generale De Las Minas che convinse a fare tre ore di meditazione ogni giorno.

Per facilitare l'orazione consigliava il raccoglimento interno e la lettura spirituale fatta su libri di buoni autori, specialmente scritti dai Santi, pili sicuri.

In breve, col suo metodo di direzione, riuscì a formare molte anime forti e generose, delle quali parecchie raggiunsero le vette della santità.

 

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