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FINO A VENTICINQUE ANNI

 

La « conversione »

All'inizio del 1710, si trasferì con la famiglia da Ovada a Campoligure. Qui la sua vita si svolse senza avvenimenti di rilievo sino al 1714, quando alcuni colpi di scena impressero alla sua via una svolta decisiva e imprevista.

Il primo fatto avvenne una domenica del 1714. Paolo era prossimo ai vent'anni, allora. Dopo il pranzo in casa, si recò in chiesa alle funzioni vespertine, cui non mancava mai. Il parroco, don Bernardo Leoncini, quel pomeriggio tenne un accalorato discorso, per spronare i fedeli all'amore della Passione del Signore.

Paolo fu talmente tocco dalla sua parola ardente che, terminate le funzioni, usci di chiesa acceso da incredibile fervore, cercò una pietra nel torrente vicino, la prese, se la nascose sotto il ferraiolo e rientrò.

Compiuto un lungo esame di coscienza, chiese del parroco per confessarsi. Don Leoncini si portò al confessionale. Paolo gli si gettò ai piedi e diede immediato inizio alla confessione generale. Non riusciva a parlare che singhiozzando.

Finalmente, estratta la pietra, prese a percuotersi il petto con tanta forza, che poco mancò non se lo spezzasse.

Il confessore, impressionato di cosi straordinario pentimento, lo confortò col pensiero della bontà infinita di Dio, e l'animò a perseverare nel proposito di vita sempre più perfetta e di amore sempre più generoso alla Croce di Cristo.

Ricevuta l'assoluzione uscì di chiesa, rinnovato nello spirito (Vetr. 107).

 

Come va intesa questa « conversione »

Questo episodio risolutivo non deve trarre in inganno, inducendo a pensare che la vita di Paolo, fino a vent'anni, sia stata dissipata, irretita e agitata da passioni peccaminose, come quella di Sant'Agostino; fu solo scarsamente impegnata, senza una mèta precisa e superiore da raggiungere, pri­va dell'anelito stimolante della santità.

La sua conversione, quindi, va intesa come una consacrazione irreversibile all'amore e al servizio di Dio, una donazione totale di sé a Cristo, all'ideale della Croce.

Lo conferma il fatto che, da questo momento, incominciò a camminare nelle vie dello spirito, con volontà ed energia indomite e costanti, senza mai concedersi una sosta di riposo.


Prima conseguenza: parte per la crociata

Non molto tempo dopo questo avvenimento, Paolo venne a conoscenza della guerra santa, in­ gaggiata dalla Repubblica di Venezia contro i Turchi. Per un giovane come lui, che sentiva scorrere nelle vene il sangue caldo e generoso dei suoi nobili e valorosi antenati, versare il sangue per la Fede, nella guerra contro i nemici di Dio e della Chiesa, era un ideale entusiasmante, e partì, volontario di Cristo. Aveva ventun anni.

Il viaggio a piedi durò alcuni mesi. Toccate varie città, giunse finalmente a Crema, il 20 febbraio 1716, dove si presentò al centro locale di reclutamento dei volontari, si iscrisse nel registro dei crociati, e indossò la divisa militare.

 

Nuovo colpo di scena

Ormai non sognava che armi, battaglie e vittorie, per il trionfo del vessillo di Cristo. Ma l'occhio vigile di Dio, che segue ogni passo dell'uomo, fermò il giovane guerriero sulla via dei successi bellici, e gliene indicò un'altra ben diversa.

In una chiesa della città, demolita verso la fine del secolo scorso, dove era entrato ad adorare il Santissimo esposto per le quarantore, mentre effondeva gli affetti della sua anima, Gesù dall'ostensorio gli disse:

« Paolo, ritorna al tuo paese! Un'altra milizia ti attende! ».

Fu come un fulmine a del sereno. L'ardente giovane, benché bramasse di versare il sangue sui campi di battaglia, piegò il capo alla volontà di Dio. La guerra che dovrà combattere fino alla morte, sarà una guerra spirituale, per la gloria e l'avvento di Dio e della Croce nel mondo.

Depose la divisa militare, consegnò la spada alla Serenissima Repubblica di Venezia, e attese per cinque anni che il Cielo gli significasse il suo volere (Aless. 15).

Per Paolo questa fu una nuova conferma delle parole del Signore : « I miei pensieri non sono i vostri, e le vostre vie non sono le mie. Quanto il cielo e più elevato della terra, altrettanto i miei disegni superano i vostri progetti e i miei pensieri sono al di sopra dei vostri » (Isaia, 55, 8-9).

 

Nuove conseguenze della conversione

Raggiunta la famiglia, che l'accolse con dimo­ strazioni di gioia, nel 1718 si traslocò coi suoi a Castellazzo Bormida, ridente borgo d'Alessandria, che avrà l'onore di godere delle primizie delle sue penitenze e del suo apostolato, e di vedere l'inizio della novella congregazione della Passione, che Paolo sarà chiamato a fondare.

Di fatto, in questo tempo, si consacrò a una vita di gran penitenza. Come tutte le anime che vivono della Croce di Cristo e bramano di trasformarsi in Lui Crocifisso, era divorato da una sete struggente e continua di soffrire e sempre più soffrire.

Di notte, invece di mettersi a letto, si prostrava in ginocchio e si raccoglieva in profonda orazione, che prolungava finché tutti i familiari fossero immersi nel sonno; quindi, accompagnato dal fratello Gianbattista, usciva pian piano dalla stanza e si recava nella soffitta della casa. Là si prostrava ai piedi d'una croce appesa al muro, si immergeva ancora in lunghe ore di meditazione della Passio­ ne dolorosa di Cristo, poi, fiammante di fervore, si denudava le spalle, si armava di aspro flagello e si percuoteva duramente.

Dato sfogo al fervore, deponeva la disciplina, stendeva due tavole di legno sul pavimento, e il letto era pronto. Per guanciale sotto il capo poneva due mattoni, quindi stendeva le stanche membra sul duro giaciglio per alcune ore di riposo, in attesa del nuovo giorno.

 

« Volete ammazzarvi? »

Spesso si flagellava anche di giorno. Accadde una volta che, mentre si martoriava, fu sorpreso dal padre. Aveva costruito un nuovo flagello con pezzi di tallone di scarpa, e stava collaudandolo. Con lui si disciplinava anche Gianbattista. I colpi che si vibravano entrambi erano assai energici. La sorella Teresa li udì e volò ad avvisare il padre. Questi accorse, vide la spietata operazione in atto e, pieno di commozione e meraviglia, disse:

« Volete proprio ammazzarvi? ».

I due penitenti, spiacenti d'essere stati scoperti, troncarono la carneficina (Aless. 115; 129).

 

Il tormento del freddo

Alla privazione del sonno e alle discipline, Paolo aggiunse altre penitenze. D'estate, sotto il sole rovente, teneva sempre il capo scoperto, con suo gran tormento. D'inverno, non solo teneva scoperto il capo, ma camminava a piedi affatto nudi. Il freddo più intenso, la neve, il ghiaccio non lo facevano recedere dalla dura mortificazione.

Due giorni alla settimana digiunava a pane e acqua, e, ogni venerdì, in memoria della Passione del Signore, beveva aceto misto a fiele (Rom. 2010).

Questa sete di penitenza è certamente straordinaria in un giovane pieno di vita come Paolo, ma non meraviglia, se si pensa ch'egli teneva sempre sotto gli occhi il Crocifisso, che lo spingeva di continuo ad attuare il programma dei Santi: supplire nella propria carne a quello che manca alla Passione di Cristo (Cfr. Coloss. 1, 24).

 

Le rose di Paolo

Ciò che lo sostenne in una vita di tanta mortificazione, oltre la continua meditazione della Pas­ sione di Gesù, fu anche l'Eucaristia, il pane dei forti.

Si comunicava almeno tre volte alla settimana, cosa rara a quei tempi (Vetr. 111). Le sue visite all'Ospite del tabernacolo si moltiplicavano ogni giorno e le protraeva a lungo. Non sapeva distaccarsi dall'altare, e dinanzi ad esso passava le ore più belle della giornata.

Veramente in casa la sua opera sarebbe stata preziosa, ma il padre suo, Luca, lo lasciava fare, perché aveva capito che Dio lo chiamava a una missione particolare.

Quando in chiesa, inginocchiato in un banco e raccolto in profondo raccoglimento, andorava Gesù sotto i bianchi veli, a chi l'osservava dava l'impressione d'un serafino in carne. Rimaneva così as­ sorto nel Dio Eucaristico per ore e ore, che nessu­ na cosa al mondo avrebbe potuto distrarlo.

Una domenica entrò nella chiesa dei Cappuccini di Castellazzo per ricevere la benedizione del Santissimo. Aveva come compagno il suo intimo amico Paolo Sardi.

Appena « entrati in chiesa narra lo stesso Sardi alcuni ragazzi fecero cadere sopra d'un piede di Paolo un banco ben pesante, malmenandoglielo. Egli senza commuoversi non fece altro che alzare il banco e porsi immediatamente in ginocchio vicino alla balaustra.

lo mi sono inginocchiato poco lontano da lui, quando, guardandogli il piede scalzo ferito, ho osservato che ne scorreva il sangue, onde non ho potuto tenermi di avvisarlo. Egli non ne fece caso, e lo stesso fece pure allorché, a funzione finita, gli feci istanza di entrare nel convento per medicare la ferita.

Finalmente, facendogli io di nuovo insistenza di guardare il piede, mi rispose:

" Queste sono rose. Gesù Cristo ha patito molto di più, ed io merito peggio per i miei peccati! ".

E non ha voluto nemmeno guardarvi» (Aless. 131).

Versava sangue da un piede e non volle per questo interrompere la sua orazione. Vi era Qualcuno sull'altare, nell'ostensorio, che lo attirava irresistibilmente e gli impediva di occuparsi d'altro: Gesù Eucaristia.


Cade nel fiume Tànaro

Fu in questo tempo che a Paolo accadde una terribile avventura le cui conseguenze potevano essere irreparabili.

Col fratello Gianbattista era uscito di casa in­ camminato verso la campagna. Conversando giun­se al fiume Tanaro. Il ponte che li doveva portare alla sponda opposta era in condizioni precarie, ciò nonostante ne tentarono il passaggio. In mezzo ad esso sostarono alquanto in ammirazione delle on­ de tumultuanti.

Mentre contemplavano l'insolito spettacolo, non si sa come, il vecchio ponte di legno venne meno, o più probabilmente cedette il parapetto tarlato al quale si erano appoggiati, e precipitarono nei gorghi vorticosi delle acque. Il tuffo fu pauroso.

Tentarono di salvarsi lottando contro la violenza della corrente, gridando al soccorso, invano. Le acque li trascinavano alla deriva e nessuno compariva.

Ormai erano sul punto di annegare, travolti dai gorghi crudeli del fiume, quando invocarono un'ultima volta aiuto. Il loro grido si disperse nel fragore dei flutti rabbiosi. L'avesse udito la loro mamma! Ma la mamma Anna Maria era troppo lontana, serenamente ignara della disgrazia di cui erano vittime i suoi due figli; però lo udì Maria SS.ma, la Mamma celeste, e corse sollecita a soccorrerli.

Quando i due naufraghi si credevano miseramente perduti, videro apparire sulle acque torbide una Signora di celestiale bellezza che li rianimò col suo ineffabile sorriso, stese loro la mano, li trasse dalle onde mugghianti, e li portò sulla sponda verde, salvandoli da certa morte imminente.

Come rimasero i loro genitori quando, ritornati a casa, molli d'acqua, narrarono la pericolosa avventura, coronata da cosi lieto fine?

Paolo per questa segnalata grazia fu riconoscente alla Vergine SS.ma tutta la vita. Dopo molti anni, ricordando l'episodio, dirà al fratello Gianbattista:

« Ricordi quando dal ponte cademmo nel fiume Tanaro, e quella Matrona che ci comparve ci portò in palma di mano alla riva? Quanto le siamo obbligati! (Rom. 364).

 

 

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