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LA PROMESSA SPOSA

 

Zio prete intraprendente

Poco dopo la «conversione» Paolo rinunciò a un amore terreno, emettendo il voto di castità. Ma uno zio paterno, don Cristoforo Daneo, pensò di mettere a prova di fuoco il suo luminoso ideale di purezza.

« Paolo ha 25 anni, diceva lo zio che attende a sposarsi? ».

Sposandosi avrebbe migliorate le condizioni finanziarie della famiglia, alquanto precarie. Gli parlò con tatto del progetto, ma fu una disdetta. S'incaricò egli stesso di trovargli una fidanzata buona, bella, ricca, e n'ebbe nuova negativa.

Deciso a vincere ad ogni costo le resistenze del nipote, che secondo lui non camminava coi piedi in terra, don Cristoforo ricorse ad una soluzione estrema: organizzò un incontro con la promessa sposa.

Combinatolo in segreto, Paolo fu invitato a pranzo dalla famiglia della giovane. Non poten­ dosi esimere per ragioni di convenienza, accettò a malincuore.


Il banchetto conviviale

Il giorno fissato, accompagnato dall'intraprendente zio, si portò al pranzo. Lo attendevano.

La tavola era imbandita, i partecipanti al familiare convito allegri e sorridenti, e la sposa promessa, agghindata e profumata, felicissima. Solo Paolo, fra tutti, sembrava un condannato ai lavori forzati. «Mi pareva di stare dentro al fuoco», dirà raccontando in seguito il fatto (Rom. 940).

Lo fecero ad arte sedere a fianco della giovane, che si profondeva in cortesie e sorrisi; tutti gli invitati presero a decantare la bellezza della promessa sposa, che andava in visibilio per la gioia; ma egli, in tutto il tempo che durò il pranzo, non alzò una volta sola gli occhi a guardarla in volto, nonostante i ripetuti inviti che n'ebbe.

Come Dio volle il pranzo giunse al termine, si licenziò con poche parole, e ritornò a casa umiliato, come un ladro colto in flagrante (Rom. 940).

 

Lo segue in chiesa

II comportamento di Paolo sconcertò un po' tutti, ma non riuscì a disarmare la pretendente, che pensò di porre in opera tutta la sua civetteria, decisa a conquistarselo ad ogni costo.

Lo pedinò per le vie, lo segui fuori del paese, tentò di intavolare con lui un colloquio, non vi riuscì. Si ornò di vesti molto eleganti per rubargli almeno un solo sguardo, nemmeno questo le fu possibile conseguire.

Un giorno, sfiduciata di non aver ottenuto nulla dopo tanto corteggiamento, stabili di seguirlo fino in chiesa.

Paolo vi si era recato a fare orazione; ritirato in un canto più solitario, s'era immerso subito in Dio. Il freddo era intenso, solo il fuoco dell'amor divino lo riscaldava.

Accompagnata dalla serva essa entrò in chiesa, gli si accostò pian piano e gli s'inginocchiò accanto per distrarlo e attirare a sé la sua attenzione. Paolo continuò l'orazione senza badarle. Allora la giovane prese a dire sottovoce alla serva, in modo però da essere intesa da Paolo:

« E come fa mai a stare tanto in ginocchio? Come fa a soffrire tanto freddo? ».

Ed ora si soffiava il naso, per richiamare la sua attenzione, ora tossiva intelligentemente e faceva altri segni, ma egli proseguiva a non farle caso con suo grande disappunto. Continuò a dire alla serva:

«È possibile!? E come farà a continuare que­ sta vita cosi austera? Non vedi che non si volta mai?... ».

Riprese a dare certi colpetti di tosse che voleva­ no dire: « Guardami! », a picchiare ad arte il banco, invano. Paolo non cessava l'orazione e se ne stava immobile come uno scoglio.

Finalmente la tentatrice si convinse che era inutile insistere, e se ne andò borbottando tra i denti:

«Bisogna che sia affatto morto! ».

Paolo proseguì la sua orazione effondendosi in azioni di grazie a Dio per la vittoria riportata. Vittoria notevole se si considera la lotta diuturna e accanita dalla quale fu preceduta. Degna di ammirazione anche perché, messo nell'alternativa di scegliere Gesù Crocifisso nudo e piagato o una giovane bella e ricca, scelse decisamente il Crocifisso (Orbet. 392).

 

Strano direttore spirituale

Per non porre piede in fallo, nella difficile opera della perfezione cui si era consacrato, Paolo aveva bisogno d'un ottimo direttore di spirito. La scelta cadde sul parroco del paese, don Stefano Pellati. Non fu una scelta felice. Don Stefano infatti, sacerdote strano, confermò il principio che di buoni direttori spirituali « ve n'è uno su mille » (S. Fran­ cesco di Sales).

Confesserà in seguito Paolo:

« Oh, sapeste quante me ne ha fatte, quel buon Curato! » (Rom. 1044).

Lo mortificava aspramente in pubblico, di frequente si rifiutava di confessarlo. « Una mattina in particolare, ogni volta che gli si presentava per essere confessato, gli faceva un rimprovero, e si voltava dall'altra parte, e lo fece aspettare mezza giornata» (Gaet. 318). Nei giorni di ressa al banchetto eucaristico gli negava anche la S. Comunione.

Non poche volte gl'impose per penitenza di mettersi in ginocchio in mezzo alla chiesa stipata di gente, come un pubblico peccatore. Spesso ancora, in chiesa, lo umiliava davanti a tutti, lo scacciava dal coro come indegno, e, mentre stava assorto in profonda orazione, lo prendeva per il braccio e scuotendolo gli gridava burbero:

« Così si prega in chiesa!? » (Rom. 1044).

D'estate quando l'incontrava per la campagna, gli ordinava di entrare in paese con dei fiori cam­ perecci collocati sulle orecchie, come i giovani galanti, con sua grande umiliazione e vergogna. La gente ne faceva delle grasse risa.

Era evidente che Don Stefano non conosceva l'arte difficile della direzione delle anime e che era affatto digiuno di dottrina ascetica e mistica, e Paolo sentiva moti interni che lo spingevano a lasciarlo, ma non lo abbandonò, perché diceva:

« Oh, questo poi no; don Stefano e il direttore che fa per me, perché mi fa abbassare la testa. Non lo lascerò » (Gaet. 318).

E nonostante che gli ripugnasse molto questa direzione allegra, continuava a obbedire sempre e a soffrire tutto in silenzio (Orbet. 75).

 

È invitato al ballo

Don Stefano giunse ad invitarlo ad un ballo. Aveva una nipote. Il giorno in cui questa si maritò, si fece gran festa in Castellazzo. Al banchetto nuziale naturalmente intervenne anche lo zio prete.

L'abbondanza delle buone pietanze e del vino eccellente diede presto origine ad un'allegria chiassosa, ed ebbe inizio il ballo. Caso volle che Paolo, andando in chiesa, passasse dinanzi alla casa dove si ballava; dalle finestre i convitati lo videro e subito balenò loro un'idea luminosa: perché non in­ vitare anche lui a prendere parte alla danza?

Gliene fecero la proposta, ma egli si schermi, dicendo che doveva andare in chiesa. Non si perdettero di animo, corsero dal parroco presente, e gli esposero in fretta di che si trattava.

Don Stefano approvò la trovata e portatosi di persona alla finestra, ordinò a Paolo di entrare. Per obbedienza al confessore entrò. Notò con meraviglia il ballo in atto, e gli strumenti da suono che modulavano allegri motivi. Egli fece per ritornare sui suoi passi, ma i presenti con molta insistenza lo pregarono che partecipasse alla comune allegria. Si rifiutò energicamente, anche perché di ballo non se ne intendeva.

Allora intervenne don Stefano comandandogli di assecondare il desiderio dei convitati. Egli si scusò adducendo ancora la ragione della sua imperizia in quell'arte, ma alle ripetute insistenze del parroco, dovette finalmente cedere. Intanto in cuor suo si raccomandava caldamente a Dio che lo aiutasse in quell'inaspettato frangente.

Quando tutti si aspettavano di assistere ad uno spettacolo eccezionale, avvenne quello che nessuno attendeva. Mentre Paolo, costretto dall'obbedienza, stava per dare inizio alla danza, come ad un segnale convenuto, tutti gli strumenti cessarono di suonare, fra lo stupore e la costernazione generale. Forse furono spiriti invisibili a spezzarne nello stesso tempo le corde.

Il caso strano fu accolto come un fulmine a ciel sereno.

Dopo l'amara costatazione del misterioso avvenimento, tutti credettero di dovere attribuire a Paolo la colpa dell'accaduto. Pieni d'indignazione, sia la sposa che si vedeva rovinata la festa da un fatto cosi funesto, sia i presenti con don Stefano, lo cacciarono gridando:

« Via il mago! Via il mago! ».

Egli partì subito, tutto lieto che il Signore lo avesse liberato da quell'occasione in cui si era trovato, di dover danzare contro sua voglia (Gaet. 318).

Dopo questo clamoroso episodio, don Pellati comprese, finalmente!, che non possedeva le qualità necessarie a dirigere Paolo, e lo affidò a Padre Colombano, un cappuccino, prudente, dotto e virtuoso.

 

 

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