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GIOVINEZZA EROICA

 

Rinuncia all'eredità dello zio

Proseguendo nei suoi tentativi di espugnare la resistenza di Paolo al matrimonio, lo zio don Cristoforo gli aveva promesso di lasciarlo erede di tutte le sue sostanze se si fosse sposato, promessa che rinnova di quando in quando, tornando accanitamente all'assalto. Ma Paolo si mantenne sem­ pre fermo come una roccia nel proposito di castità perpetua, confidando che presto Dio l'avrebbe liberato da questo martirio.

Infatti lo liberò in modo inaspettato, perché don Cristoforo mori quando meno se l'aspettava e non si parlò più di matrimonio. In questa luttuosa circostanza, lo zio lo lasciava erede di tutte le sue sostanze, anche senz'essere riuscito nell'intento che si era proposto.

Paolo, però, della buona eredità si prese solo un breviario, per pregare come i sacerdoti, e al resto rinunciò. Fu in questa occasione che, alla presenza di don Stefano Pellati e di altri testi­ moni, disse rivolto al Crocifisso:

« Signore, di tutta questa eredità io non voglio altro che questo breviario, perché mi bastate voi solo, mio Dio e mio Bene! » (Strambi, Vita, 17).


In ginocchio avanti ai poveri

Dio solo gli bastava; ricco del suo amore, non poteva desiderare altro. Ma perché non si può amare Dio senza amare i fratelli, in questo tempo si dedicò con maggiore impegno ad aiutare il prossimo.

Infatti, benché in casa Daneo non si nuotasse nell'abbondanza, pure trovava sempre qualcosa da offrire ai poveri; in loro, con l'occhio illuminato dalla fede, vedeva Cristo povero, e spesso questo pensiero lo spingeva a distribuire l'elemosina in ginocchio.

Un giorno bussò alla porta una povera donna, tutta lacera nel vestito, e cosi macilenta che la pelle del viso s'informava dall'ossa. Aveva fame, e non la fece attendere.

Immediatamente corse all'armadio, prese del pane e, nel porgerglielo, si pose in ginocchio, compreso di tanta fede e riverenza che sembrava si trovasse dinanzi a Gesù in persona. Sua sorella Teresa che lo vide in quella posizione, rimase molto edificata (Aless. 120).

Per via, incontrando poveri che gli stendevano la mano, non avendo che dare, donava indumenti personali. Ora la camicia, ora la giacca o qualcos'altro, tanto che la mamma Anna Maria ripeteva commossa:

« Un giorno verrà a casa nudo! » (Aless. 121).


Bacia una ferita in cancrena

Prediligeva gli ammalati del paese; passava a visitarli, li consolava con buone parole e prestava loro molti servizi, anche i più umili.

Avvenne che un giorno fu chiamato a visitare un ammalato: Andrea Veggetto. Il povero uomo da tempo era immobilizzato a letto. Una piccola scalfittura al piede trascurata, gli aveva provocato una grave infezione che, allargatasi in piaga, era finita in cancrena. Spaventato ricorse a Paolo, e Paolo si portò al suo capezzale.

Quando gli ebbe sfasciato il piede, si trovò dinanzi ad uno spettacolo impressionante di carne corrotta. Quella vista lo sconvolse, ma fu cosa di pochi istanti.

Disse all'ammalato: «Voltati dall'altra parte», poi si chinò sulla piaga, la guardò fremendo nello spirito e la lambì più volte.

Al bacio dell'angelo della carità, Andrea si sentì guarito. Balzò dal letto, bruciò le bende, ringraziò con lacrime di gioia Paolo e ritornò ai suoi lavori (Aless. 176).

 

Seppellisce i morti abbandonati

Nel 1720 l'epidemia del colera, che devastò al­cune regioni d'Italia, infieri anche a Castellazzo Bormida. Molti furono i morti.

Paolo volentieri si prestava a seppellirli; e quan­do veniva a sapere di cadaveri abbandonati, che nessuno voleva pili toccare (ciò avveniva non di raro a quei tempi), egli, nuovo Tobia, se li caricava sulle spalle e li portava al luogo della sepoltura.

Tanti ne seppellì che prese quasi familiarità con loro. Di fatto, qualche volta, si recava con un giovane amico al cimitero, scopriva una delle numerose tombe e, alla vista di quelle ossa bianche, scomposte e umiliate, meditava a lungo sulla sentenza di Salomone: « Vanità delle vanità; tutto è vanità! » (Eccle., 1, 2).

Era una meditazione così salutare al suo spirito, che quando, rinchiusa la tomba, usciva dal cimi­ tero per ritornare tra i vivi, sentiva fortemente la caducità della vita e la nullità degli onori e della gloria terrena (Vetr. 110).

 

Apostolo di Castellazzo

La sua azione di carità si manifestò specialmente nell'impegno assiduo d'infondere negli altri i suoi stessi sentimenti di bontà e di amore a Dio.

Era stato eletto priore della confraternita di Sant'Antonio, e nelle riunioni domenicali, vestito del sacco della compagnia, dalla sedia priorale parlava con fervore ai congregati di Dio, dell'anima e delle verità eterne. La sua opera a beneficio dei confratelli non si limitava a bei discorsi; si interessava d'ognuno personalmente, perché gli premeva il progresso spirituale di tutti.

Dalla sede della confraternita passava a istruire i fanciulli nel locale della dottrina cristiana. Il parroco di Castellazzo trovò in lui un prezioso e valido aiuto nell'apostolato dell'istruzione religiosa. Paolo si dedicò con vera passione a quest'opera di fondamentale importanza. I fanciulli pende­ vano dal suo labbro; spiegava cosi bene le verità della fede! Anche i più discoli, alla scuola di questo impareggiabile catechista, si fecero più buoni.

 

Giovane coi giovani

L'apostolato spicciolo che esercitava tra la gioventù maschile, non era meno proficuo. Se evitava la familiarità con le ragazze « fuggendole come il fuoco » (Aless. 127), cercava invece la compagnia dei giovani, e la gradiva. Si sentiva tanto gio­ vane! Con loro faceva volentieri due passi in cam­ pagna. Amava l'allegria composta e, seguendo la linea di S. Filippo Neri, inculcava il principio che i giovani devono divertirsi ma non peccare.

Si era formata la sua cerchia di amici, e riuscì a infervorarli talmente, che quasi tutti si avviarono al sacerdozio. Un successo davvero lusinghiero.

Paolo stesso raccontava che un giorno, uno di questi suoi cari amici, camminava solo in aperta campagna, quando vide avvicinarsi una donna, che con lusinghe e moine, tentò di trascinarlo a malfare. Il giovane, dapprima, rimase sorpreso a simile turpe proposta; ma, ricordandosi dei buoni ragionamenti di Paolo, non si smarrì.

Strappò un grosso ramo da un albero, e caricò la tentatrice di legnate, ben date e ben assestate. A quelle carezze inattese di nuovo genere, la malcapitata se ne fuggì via precipitosamente (Strambi, Vita, 8).

 

Interrompe un ballo

Un'altra volta stava recandosi a Montalero, quan­ do disse al suo giovane compagno di viaggio:

« Tu sei alquanto stanco, non affrettarti a se­ guirmi; vado avanti solo fino a Montalero, là ci ritroveremo ».

E prese a camminare con passo spedito. Giunto a Montalero, si diresse con un Crocifisso in mano alla casa, dove era in atto un ballo in occasione di nozze, ed entrato nella sala del ballo, cominciò a portarsi da una parte all'altra, tra lo sbalordimento generale. Nel parapiglia che subito segui alla vista di Paolo col Crocifisso in mano, ebbe inizio un fuggi fuggi universale.

Naturalmente il padre della sposa, credendosi fortemente offeso, montò su tutte le furie, ma Paolo gli disse:

«Signore, calmai Se non avessi agito cosi, so di certo che questa notte ci sarebbero stati parecchi morti in questa casa, e sicuramente sarebbe rimasta uccisa la sposa sua figlia, per mano di colui col quale antecedentemente aveva combinato di unirsi in matrimonio; abbandonato, costui ha deciso di vendicare e lavare nel sangue l'ingiuria ricevuta».

Il padre si calmò a questa spiegazione, e Paolo, ritrovato il compagno, riprese la via del ritorno, soddisfatto dell'opera buona compiuta (Rom. 246).

« Arriva il santo ».

Dopo quanto abbiamo narrato, non fa meraviglia che i giovani più scapestrati di Castellazzo, anche se facevano i riottosi alla sua azione di bene, lo temessero. Quando, infatti, lo vedevano venire da lontano si dicevano:

«Scappiamo, arriva il santola.

E si squagliavano per non lasciarsi prendere in fallo (Aless. 175).

 

Sei ore di orazione al giorno

Il segreto di questa giovinezza edificante di Pao­ lo sono le ore prolungate di orazione in cui s'intratteneva ogni giorno. Lo confessò egli stesso al suo direttore spirituale Padre Gianmaria, verso la fine della vita:

« Ah, mi pare d'aver sbagliato stradai Se restavo laico forse mi sarei salvato, e cosi!... Spendevo almeno sette ore fra notte e giorno in orazione, ed altri devoti esercizi. La mattina poi delle feste mi alzavo di buonissima ora e me n'andavo in una confraternita in cui ero ascritto.

« Terminata la confraternita, mi portavo alla chiesa principale dove, secondo il solito costume, si teneva esposto il Santissimo Sacramento, e vi dimoravo almeno cinque ore in ginocchio.

« Indi andavo a prendere un po' di ristoro, e dipoi me n'andavo ai vespri in compagnia d'alcuni giovani devoti, coi quali si facevano santi ragionamenti. Si andava a prendere un poco d'aria, e finalmente visitavo la chiesa dei Padri Cappuccini; facevo un'altra ora di orazione mentale e poi mi ritiravo in casa » (Vetr. 108).

Sette ore di preghiera al giorno! Ecco la fonte da cui attingeva la forza per camminare nella via dei Santi, come si era proposto nel giorno della sua conversione a Campoligure.

 

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