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EREMITA E INFERMIERE

 

Dona mezzo pane a un povero

Uscito dalla residenza del Pontefice, col cuore gonfio di amarezza, Paolo andò in cerca di una fontana, si sedette, ed estratto di tasca il pane avuto in elemosina la sera antecedente dal Card. Tolomei, stava per iniziare il suo magro pasto di mezzogiorno, quando un povero gli stese la mano.

Rimase sconcertato avanti a quella mano tesa. Aveva un forte appetito, che fare? Fra poveri c'è sempre un ponte d'intesa. Dando ascolto solo alla voce del cuore, disse:

«Fratello, facciamo a metà!».

E spezzato il pane in due, gliene diede mezzo. « E si mangiò la metà di quel pane, e bevette un poco di quell'acqua fresca, e così lautamente banchettò quello che spontaneamente si era fatto povero di Cristo» (Vetr. 138).

« Oh dirà poi narrando il fatto feci un gran sacrificio! ».

Sacrificio considerevole se si riflette alle circostanze che l'accompagnarono, e di cui Dio lo premiò subito inondandogli il cuore di spirituale letizia.

 

Emette il voto di promuovere la devozione alla Passione

Terminato il « lauto » pranzo andò a S. Maria Maggiore. Appena entrato, dopo la visita al Santissimo, s'inginocchiò ai piedi della Madonna Salus Po pulì Romani, e pregò a lungo.

Che disse alla Regina del cielo? Sappiamo solo che avanti a quel quadro miracoloso di Maria Vergine coronò il sospiro segreto del cuore di emettere il voto di promuovere la devozione alla Passione di Cristo.

Era il 24 settembre 1721. Data memoranda che Paolo non dimenticherà più. Fondatore dei Mis- sionari della Croce, non poteva scegliersi luogo più adatto a pronunciare il voto che formerà la caratteristica del suo Istituto: Roma, centro del cristianesimo.

 

« Va a lavorare, birbone! »

II giorno seguente parti da Roma. Giunto, dopo varie peripezie, a Livorno, non avendo nulla con cui togliersi la fame, stese la mano ad alcuni mercanti, che gli dissero, vedendolo giovane e robusto:

« Va' a lavorare, birbone! ».

Egli commentò tra sé:

« Oh, questi si che dicono la verità! ».

Uno però dei mercanti, si staccò dal gruppo, e gli fece una piccola elemosina, con la quale potè comprarsi un po' di pane e di vino. Chiese chi era quel mercante, e gli fu risposto che era un ebreo (Vetr. 142).

Arrivato finalmente a Genova, proseguì fino ad Alessandria, dove rese conto a Monsignor Gattinara del viaggio a Roma, dell'udienza pontificia negatagli, delle varie avventure che gli erano accadute, e terminò pregandolo di rivestire dell'abito della Passione il fratello Gianbattista.

Il Vescovo ascoltò con attenzione commossa la narrazione di Paolo e, senza opporre difficoltà, il 28 novembre rivestì del nero saio della Passione Gianbattista, il secondo missionario passionista.

 

Sul monte Argentario

Nella prima domenica di quaresima dell'anno seguente 1722, partì con Gianbattista per il monte Argentaro, sopra Orbetello, nel cuore dell'Italia, un paradiso di solitudine, che si affaccia sul mare quasi a contemplare la placida immensità delle acque azzurre del Tirreno e a inebriarsi ad ogni alba del sole nascente.

Il viaggio fino a Orbetello fu interminabile; ma da qui ai piedi dell'Argentaro la strada non è mol­ to lunga. Inerpicandosi sul dorso del monte, per un sentiero che si snodava tra le piante di bosco, rivestite di germogli dall'incipiente primavera, giunsero al romitorio dell'Annunziata, un gioiello di pace e di serenità, incastonato fra il verde cupo delle macchie.

 

Nel romitorio dell'Annunziata

Erano felici i due fratelli in quell'eremo, lontani dalle sollecitudini del mondo, immersi in Dio, anche se per vitto dovevano accontentarsi d'erbe sel- vatiche, radici d'albero e acqua di fonte.

Tutto il giorno lo passavano dividendolo fra la preghiera, lo studio e la penitenza. L'unico sollievo era andare nella selva a piedi nudi a raccogliere un fascio di legna e ascoltare la fanfara di Orbetello e di Porto Èrcole.

Il riposo notturno era molto breve. A mezzanotte si alzavano a recitare i salmi del mattutino al canto degli usignoli. Dopo mattutino due ore di orazione. Il loro letto era duro.

«Padre Gianbattista dormiva sopra una tavola dirà Paolo più tardi ed io che avevo paura di cadere, dormivo sul lastrico della chiesa. Ma poco dormivo, perché sentendo di primavera cantare gli usignoli, mi sentivo stimolare ancor io a lodare Dìo » (Vetr. 146).


Il pasticcio di Fra Biagio

Nell'estate del 1723, chiamati dal Vescovo di Gaeta Mons. Pignatelli, Paolo e Gianbattista si unirono agli eremiti della Madonna della Catena. Uno di quegli eremiti si chiamava Fra Grillo e un altro Fra Biagio.

Paolo continuò in quel romitorio la vita di penitenza dell'Argentaro. A mezzogiorno prendeva « una scarsissima minestra di legumi senza condimento, e la sera un poco dì biscotto o qualche frutto secco, oppure qualche ravanello. Di notte dormiva poco, per terra, con una pietra al capo. Faceva spessissimo la Comunione. La sua vita era un continuo esercìzio di orazione. Tutte le mattine andava in chiesa a sentire la S. Messa. Nel viaggio d'andata e ritorno recitava con Gianbattista il Ro­ sario. Era sempre allegro e contento » (Gaet. 273).

Fra Biagio, invece, non era cosi mortificato come Paolo. Difatti di lui don Ricinelli narra questo episodio.

«Mi ricordo molto bene che una mattina, men­ tre stavamo alla Madonna della Catena, Mons. Pi­ gnatelli mandò a regalare alii due fratelli Paolo e Gianbattista un bel pasticcio, che da essi fu ricevuto e fecero portare in tavola.

Il Padre Paolo disse che ci facessimo sopra una meditazione. Ordinò quindi che io lo dessi per carità al primo povero che fosse passato.

Poco dopo passò un contadino chiamato Angelo, io lo chiamai e gli diedi il pasticcio.

Il detto Angelo, credendo che io lo burlassi, ricusò di pigliarlo, contentandosi di averne una par- te, io però glielo diedi intero, dicendo che cosi aveva ordinato il Padre Paolo, e allora se lo pigliò e se ne andò.

Questo fatto fu veduto da un altro eremita, Fra Biagio, e pigliando un'altra strada, andò solo a incontrare il detto Angelo che sì portava il pasticcio, e se ne fece dare una porzione, e se la mangiò. Ritornato poi al romitorio, gli si fece avanti il Padre Paolo, il quale niente aveva veduto, né da alcuno aveva inteso ciò che era passato tra Fra Biagio e Angelo, e riprese fortemente Fra Biagio per la porzione del pasticcio che. aveva mangiato, fa­ cendosi trasportare dalla gola.

Restò tutto mortificato detto Fra Biagio, e venne a dolersi con me, credendo che io avessi raccontato il fatto al Padre Paolo, il che veramente non era cosi, perché io di questo gli avevo detto niente » (Gaet. 297).

 

Assiste gli ammalati di San Gallicano

Un biglietto urgente del Cardinal Corradini, pervenutogli ai primi di settembre 1726, lo chiamò a Roma con l'incarico di assistere gli ammalati dell'ospedale di San Gallicano. Parti subito, assie­ me a Gianbattista suo fratello.

Nell'ospedale di S. Gallicano, conscio della gravita del suo ufficio, non risparmiò sacrifici; ogni giorno catechizzava gli ammalati, vigilava affinchè tutto procedesse con buon ordine, assisteva gli infermi anche di notte e li serviva con impareggiabile delicatezza e carità, e introdusse la Comunione generale in tempi stabiliti dell'anno.

Se « per servire gli ammalati ci vuole o una madre, o un santo », come dirà Paolo più tardi, egli aveva il cuore di una madre e la fede d'un santo. Tutti erano ammirati della sua opera di pio sa­ maritano.

 

È ordinato sacerdote in S. Pietro

II Card. Corradini, che era il suo superiore diretto, pensò giustamente che se Paolo fosse stato sacerdote, avrebbe compiuto un bene maggiore. Ne parlò a Paolo, il quale dapprima si oppose, spa­ ventato dall'altissima dignità del sacerdozio, ma in seguito si piegò alla volontà di Dio.

Si preparò con lo studio della teologia, ricevette in date successive gli ordini minori e i maggiori, poi, il 7 giugno 1727, fu consacrato sacerdote, da Benedetto XIII, nella basilica di S. Pietro. Con lui venne ordinato anche Padre Gianbattista.

Il giorno seguente celebrò la Prima Messa nella chiesa dell'ospedale di S. Gallicano, con abbonanza di lacrime.

Ora che era anche sacerdote, poteva prodigarsi ancora di più per il bene spirituale degli ammalati, come in realtà si prodigò, confermando in pieno le speranze del Cardinale Protettore suo superiore. Ma Paolo non doveva fondare un ordine ospitaliere, bensì una congregazione di missionari. Infatti, col permesso del Card. Corradini, all'inizio della primavera del 1728, dopo un anno e mezzo di servizio, lasciò l'ospedale di S. Gallicano, e ritornò con Gianbattista al monte Argentaro.

 

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