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4. Atteggiamento nelle desolazioni

Le pene che soffriva il Santo erano lancinanti e spaventose, ca­paci di fiaccare qualunque altro non pervenuto alla sua altezza spirituale e privo della tempra della sua virtù. Eppure in mezzo a tante angustie, travagli, desolazioni, persecuzioni interne ed esterne, di uomini e di spiriti maligni ha dimostrato sempre la più perfetta rassegnazione alla volontà di Dio, invitta pazienza e una calma invidiabile.

(142) P. Giammaria POV 461, p. 174.

(143) C. 'B', str. 16, 6.

(144) C. 'B', str. 24, 2-4 (passim).

 

a) Perfetta rassegnazione alla volontà di Dio.

Paolo si protesta continuamente: se anche « ...S.D.M. mi fa camminare fra tuoni, tempeste, nebbie ecc. non ho altro desiderio che di fare con perfezione la SS. volontà di Dio in vita, in morte, nel tem­po e nell'eternità ecc. » (145). « II mio maggior desiderio si è di consumarmi tutto in quella divina volontà » (146).

Il suo atteggiamento nel martirio indescrivibile che l'opprime si compendia in un abbandono fiducioso e pacifico : « Sia benedetto Dio! abbasso il capo ai giudizi divini: sia sempre benedetta quella mano che mi castiga » (147). Ripete con energia, quasi con urgen­za, che la sua brama assillante è fare con perfezione la volontà di Dio: «Vorrei cibarmi sempre in tutti gli eventi a questo cibo divino, che fu sempre il cibo del dolce Gesù, vorrei prenderlo in silenzio di fede, di nudità e povertà di spirito e digerirlo al caldo del puro e santo amore... A tal effetto ho abbandonato tutte le case in questo divin beneplacito, né mi curo di saper altro, se non di cibarmi ogni momento della sopradolcissima volontà del mio Dio sopra la tavola nuda della croce del mio Salvatore Gesù Cristo » (148).

A volte è tanto il godimento nella volontà di Dio che esulta, gioisce e magnifica il suo « nudo patire » cantando : « Oh, beata quell'anima che sta crocifissa con Gesù Cristo senza saperlo e senza vederlo, perché priva di ogni conforto sensibile! Oh, fortunata quell'anima che in tale abbandono d'ogni contento intus et foris, cibandosi della divina volontà, china il capo e dice con Gesù: Pater, in manus tuas commendo spiritum meum, e muore misticamente a tutto ciò che non è Dio, per vivere in Dio vita divina nel seno stesso del celeste Padre, tutta vestita di Gesù Crocifisso, cioè tutta unita alle sue pene, le quali l'anima amante... fa sue, mediante l'unione di carità col Sommo Bene... » (149).

(145) Lt II, P. 443, a sr. Colomba 18 set 1743.

(146) Lt I, p. 240, ad A. Grazi, 17 ag. 1739

(147) Lt I, p. 178, alla stessa, 7 marzo 1737.

(148) Lt III 484, ad una Religiosa (?); H.P 4

(149) Lt III, p. 17, a Dom. Panizza, 2 apr. 1750.

 

Anche quando la natura, oppressa oltremodo, reclama i suoi diritti, denunciandoli in un atteggiamento di afflizione e di spavento, Paolo mai perde la calma, ma, sorretto da una forza superiore a sé si mostra gioviale e contento esternamente: «Bisogna ch'io vada' contr'acqua e mostri d'essere contento, per non dar fastidio a questi gran servi di Dio...» (150). Ma ciò non alleggerisce minimamente il suo interno martirio: «Al di fuori mi mostro di faccia ilare, che così vuole il mio Dio, per non atterrire nessuno, ma di dentro sto in gran mare tempestoso » (151).

Tuttavia questo « mare tempestoso » non intacca il fondo della sua anima, dove regna, sovrana, una perpetua pace e intimità con Dio, frutto dell'unione.

 

b) Speranza intrepida in Dio

« Fu ammirabile la speranza del Servo di Dio, quale fece risplendere in mezzo alle desolazioni ed abbandoni spirituali, nei quali il Signore l'esercitò quasi tutta la vita; come altresì è questo l'aspetto negativo della speranza] nel timore della sua eterna salute... in mezzo alle quali desolazioni e timori contra spem in spem credidit » (152). Il « motivo » che animava la sua speranza era la Passione di Gesù: « Sono pieno di miserie, ma spero di salvarmi, spero nell'onnipotenza e bontà divina, spero nella Passione e Morte di Gesù... » (153).

Invero, la speranza, oltre che essergli sorgente di gioia e di pace, è l'unica àncora a cui si mantiene saldamente legato nelle tenebre oscure che l'avvolgono di dentro e di fuori: Hoc autem solum habeo residui — esclama — ut oculos meos dirigam ad Domi-num (154). Ma è una speranza talmente pura e remota dai sensi, che appena ne avverte la presenza : « Sempre però spero in Dio e nella sua misericordia, se posso dire che sia vera speranza, mentre spero senza sentire e conoscere di sperare » (155).

(150) Lt I, p. 603, a T. Fossi, (?) giugno 1751.

(151) Lt I, p. 122, ad A. Grazi, 23 dic. 1734.

(152) P. Giammaria POV 285, p. 120.

(153) P. Domenico POR 1735.

(154) Lt II, p. 108, al p. Fulgenzio, 26 nov. 1746.

(155) Lt II, p. 485, a sr. Colomba, 20 dic. 1755.

 

Ciò è vero. Perché le anime purificate soggette ancora a prove passive esercitano gli atti delle virtù teologali in una maniera del tut­to soprannaturale, svincolate dai motivi formali aocessori. L'anima, allora, supera le stesse formule dei misteri, ne penetra il contenuto, inabissandosi nelle « profondità di Dio » (156). Lo insegna proprio Paolo, dicendo che in tale stato « ...le divine operazioni sono tutte nascoste nella porzione suprema dello spirito, ove anche le virtù teologali fanno le loro funzioni senza che la parte sensuale se ne accorga se non come un barlume » (157). A queste altezze l'anima sorvola le tentazioni contro le virtù teologali — quando Dio le permette — con un atto purissimo, diretto, per l'adesione fermissima al motivo formale delle suddette virtù: «Deus veritas prima revelans, Deus auxilians, Deus bonitas infinita ».

Certo, sono atti eroici che rafforzano sempre più gli abiti di tali virtù e fanno meritare immensamente (158). Proprio per questo simili prove sono possibili anche dopo il matrimonio mistico ed è grande predilezione averle (159).

 

c) Gaudio mistico

Può sembrare un paradosso parlare di gioia in una notte oscura in cui l'afflizione e il dolore sono di casa. Ma la « notte » di Paolo è una notte singolare, che non elimina la sostanza del matrimonio mistico a cui succede ; anzi vi si appoggia e ne mostra i contrassegni più veri.

Un gaudio ineffabile inonda lo spirito di Paolo in tante oscurità e tempeste. Esso, ma soprattutto l'unione, da cui procede, sono il segreto della sua pazienza ammirabile, della sua imperturbabile calma, della sua speranza eroica, dell'abbandono sereno alla volontà di Dio. Il « fondo » dell'anima di Paolo è il regno serenissimo dove abita lo Sposo divino e rimane immutabile anche nella notte, come Dio stesso che vi dimora.

(156) 1 Cor. 2, 10.

(157) Ct" 1 ' R. -Lagrange, Perfezione cristiana e contemplazione, p.

(159) Si pensi ad es. alla notte della fede di s. Teresa di Lisieux (cf. Gli Scritti, MA 261, 276, 278, 280; CP 34).

 

(La pace e il fuoco divino che si diffondono da questo centro sono forza, sono coraggio, sono virtù eroica, zelo bruciante per la gloria di Dio. Anche se Paolo non sente gli effetti sensibili di questa irradiazione, ne sentono gli echi gli altri e ne raccolgono i frutti, perché le sue parole hanno un'efficacia travolgente e il suo esempio un fascino irresistibile.

Come è possibile questa simultaneità di tenebre e di luce, di tribolazione e di gioia? Cioè: come è possibile l'abbandono apparente di Dio e l'intimità con Lui più beatificante? Rimane un mistero all'indagine teologica. Ma è un fatto reale, innegabile, di cui la persona di Cristo resta l'esempio più tipico e il suo insegnamento un annuncio sconvolgente (160).

Anche Gesù ha attraversato la « notte » dell'abbandono del Padre e sofferenze indicibili di spirito; eppure nella stessa anima, così sommersa nelle tenebre e nelle angustie, Gesù ha fruito sempre, ininterrottamente, della visione intuitiva (161). Gesù è andato alla Passione come alla sua « ora » : l'ora della glorificazione (162) e con ardore immenso l'ha sospirata come il suo battesimo (163); eppure ciò non ha impedito che Egli sentisse tutta la terribile realtà dell'agonia. Infatti geme, parla di tristezza fino a morirne (164), cade con la faccia a terra come oppresso da una sofferenza eccessiva che lo prostra. La sua natura umana freme dinanzi al calice della Passione che il Padre gli presenta; perciò lo prega di risparmiargli l'amarezza di quell'ora, rimettendosi, in ogni caso, al suo volere (165).

(160) Gesù, infatti, svela una gioia segreta riposta nel patire per Lui (cf. Le 6, 22-23). La stessa liturgia coglie con un intuito — si direbbe mistico — l'esperienza misteriosa di Gesù nella Passione, chiamandola con un termine antitetico beata Passione (ci. Can. Rom.).

(161) S. Th. Ili, q. 46, a. 8; cf. Nov. Verba, 6 luglio, dagli Scritti, p. 328. Anche la Madonna sul Calvario era addolorata e gaudiosa (cfr. l'Enc. Ad diem illuni laetissimum Pii X: A.S.S., voi. XXXVI, Romae 1903-4, p. 453).

(162) Gv 17, 1.

(163) Le 12, 50.

(164) Me 14, 34; Mt 26, 38.

(165) Mt 26, 39; Me 14, 35-36.

 

All'agonia del Getsemani fa eco il grido dell'abbandono estremo sulla Croce, che gli fa esclamare: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? (166).

Paolo della Croce, specialmente dal matrimonio mistico in poi, viene associato in maniera singolare alla Passione di Cristo e rivive in­tensamente l'abbandono del Calvario. Anche in lui questa « notte » amara esercita il suo influsso penoso. Ma essa, pur facendolo soffri­re in una maniera incomprensibile, non può neppure minimamente turbare l'amplesso permanente della unione trasformante raggiunta nel centro dell'anima, « ...ove — insegna Paolo — non si puole accostare creatura veruna, né angelica né umana, ma solo Dio abita in quell'intimo o sia essenza, mente e santuario dell'anima, ove le stesse potenze stanno attente al divin lavoro ed a quella divina natività che si celebra ogni momento in chi ha la sorte d'essere morto misticamente » (167).

In Cristo la Divinità era fonte della visione beatifica. Infatti « né Dio abbandonò la carne (di Cristo) lasciandola sola a penare, né la carne rese Dio passibile; perché la Divinità che era nel Dolente non era il dolore » (168). Allo stesso modo Cristo sposo è fonte di gioia ineffabile e di fortezza in Paolo della Croce: soffre con lui e in lui, senza per questo ricoprire di disonore la gloria della sua Maestà divina, perché la « debolezza di Dio è più forte degli uomini » (169).

Paolo in questo non si smentisce mai. Fin dalle prime espe­rienze mistiche sulla Passione manifesta questa ineffabile mescolanza di dolore e di amore, di sofferenza e di gaudio, di morte e di vita, di croce e di gloria. E dopo la stigmatizzazione « estremo dolore» ed «eccessivo amore». Sono i due mari sconfinati, il duplice volto dell'Amore di Dio, rivelato nel Verbo crocifisso: amore che anche quando sprofonda nell'obbrobrio inaudito della Passione, è gloria di Dio (170), che gli proviene necessariamente per la « comunicazione degli idiomi » nell'unica Persona del Verbo.

(ÌS) illese l, Sermo LXVIU; PL 54, 373.

Expositio in Ps. CXVI1I, 40; PL 15, 1333.

 

Per questo Paolo può cantare la gioia che sovrabbonda nel suo spirito (171) tra le sofferenze più strazianti: «Il calice amoroso di Gesù... sebbene amaro, è però dolcissimo al palato dell'anima » (172). Nella partecipazione effettiva alla Passione di Gesù egli gusta quan­to son vere le parole del Salmista : « Cum anxietates multiplicantur in corde meo, consolationes tuae delectant animam meam » (173).

L'unica felicità per lui sulla terra è soffrire, è sentirsi in croce con Gesù:

« Fortunato è quel cuore Che sta in croce abbandonato Nelle braccia dell'amato Brucia sol di sant'Amore » (174).

Sì! Ma non è tutto. C'è ancora una gioia più pura, riservata a pochissimi. E' il «nudo patire», segreto svelato ai veri amanti:

« Ancor più e avventurato Chi nel suo nudo patire Senza ombra di gioire Sta in Cristo trasformato.

Oh, felice chi patisce

Senza attacco al suo patire,

Ma sol vuoi a sé morire

Per più amar chi lo ferisce! » (175).

Infatti, solo «il purissimo patire senza conforto, né dal cielo, né dalla terra... » fa salire « al purissimo amore di Dio » (176).

Ma unico è il modello che lo giustifica e lo illumina: «imitare il dolce Gesù paziente... è il gran colpo del puro amore » (177).

(171) Cf. 2 Cor. 7, 4.

(172) Lt I, p. 162, ad A. Grazi, 28 die 1736.

(173) Ps. 93, 19.

(174) Lt I, p. 301, ad A. Grazi, 31 ag. 1743.

(175) Ib.

(176) Lt I, p. 153. ad A. Grazi, 3 ott. 1736.

(177) Lt II, p. 440, a sr. Colomba, 10 luglio 1743.

 

Allora i patimenti sono dolci, si amano: «O cari patimenti! O care tribolazioni! » (178). Allora si può proclamare una felicità segreta, una grazia incomprensibile:

« Oh beati quelli che arrivano al puro patire senza conforto, e seguitano a servir Dio! Ah! che questi sono quei servi fedeli che entrano nei gaudii del divin Padrone » (179).

E' l'ultima beatitudine del discorso della Montagna, apice del Vangelo; è la sorte riservata agli Apostoli (180). E' il puro patire insieme a Cristo, è il Calvario che già annega nella luce della Pasqua: gioia inesprimibile... preludio di quella eterna.

Questo «nudo patire», questa partecipazione all'agonia mortale del Redentore è compossibile con il matrimonio spirituale?

Certamente. Anzi per noi è la prova più indicativa dell'avvenuto sposalizio mistico. Con una espressione audace la diremmo una « teofania », perché l'anima, ormai, è reputata capace di amare davvero con il « nudo patire » senza alcun sostegno di consolazione ma soltanto fondata in Dio, senza conforto, come ci ha amati Gesù durante la Passione.

Questo è il culmine della vita spirituale, il frutto del matrimonio mistico (181), l'ultimo grido dell'amore che si consuma nell'estrema povertà spirituale, contento solo del puro patire.

S. Giovanni della Croce, che pure magnifica la raggiunta pace e la fruizione felice dell'unione sponsale, annuncia per alcune anime questa meta come il perfezionamento di tale unione (182).

In verità, il « nudo patire » non è che una consumazione di amore senza sentirlo. Se, infatti, ci immergiamo nel mistero della Croce, vi scorgiamo che la massima espressione dell'amore di Gesù verso di noi è stato il « nudo patire » senza conforto (183).

(178) Lt I, p. 305, ad A. Grazi, 21 mag. (?) — «Una sera il P. Paolo, essendo io presente e quasi tutta la Comunità... disse che le tribolazioni e le croci non gli dispiacevano; ma bensì vi trovava gusto e piacere » (Memorie del P. Paolo della Croce... del P. Tommaso del Ss.mo Crocifisso in AGCP; cf. Zoffoli, SPC... Ili, Appendici, p. 2261, n. 50).

(179) Lt I, p. 403, a don F. A. Appiani, 25 nov. 1736.

(180) Le 6, 22-23.

(181) VII M., 4, 4-5.

(182) C. 'A', str. 29, 7; C. 'B', str. 20, 10.

(183) Mt 27, 46; Me 15, 34; Salmo 22, 2. 16-18.

 

Meta ardita, che introduce nel più intimo del mistero di Cristo crocifisso, che rifulge nei suoi paludamenti di gloria proprio nell'ignominia più stupefacente (184). Ora siccome gli eletti sono chiamati a diventare un'immagine perfetta del Figlio (185), ne segue che, se Gesù ha sofferto, a più forte ragione tale sorte è riservata ai suoi seguaci, i quali non potranno mai essere da più del Padrone (186).

Ammessa questa logica del piano divino per gli eletti, cioè: se Dio fa soffrire di più chi più ama (187) e se le tribolazioni sono la misura del suo amore verso di noi (188), non meraviglia che il « nudo patire » sia l'apice della trasformazione di amore e contrassegni anche l'unione sponsale in maniera attonitamente spaventosa (come in Paolo della Croce), ma per nulla eccezionale; perché l'amore è potente come la morte (189) e perché tali anime sono avvinte e sostenu­te dal « Forte » (190), da Colui che ci ha amati fino all'ultimo se- (191).

E proprio perché si tratta di patire senza conforto Paolo è impe­dito di conoscerne la preziosità: non avverte, cioè, di patire per amore. E' la « morte mistica » nella sua forma più alta. Allora è spiegabile anche perché si meravigli che anime di altissima unione con Dio, da lui dirette, possano stimare invidiabile tale suo stato : « Voi giubilate delle mie croci — risponde a Lucia Burlini, pervenuta al matrimonio mistico — su ciò non so che dire. Tutte le anime unite con Dio mi guardano con invidia, ed io credo certamente che su ciò molto si ingannano e parmi di non poterne dubitare, fondato mlle mie esperienze » (192).

(184) La Passione, infatti, è «l'ora della glorificazione del Figlio dell'Uomo» (Gv 12, 23).

(185) Rom. 8, 29; cf. Lt I, p. 704

(186) Gv 13, 16.

(187) Lt I, p. 529; II, p. 300; IU, p. 719. Cf. Cam. di Perf. 32, 7.

(188) Lt II, p. 317; cf. Rei. Sp. 36 p. 505

(189) Cant. 8, 6; cf. Lt I, p. 687

(190) VII M., 4, 10

(191) Gv 13, 1.

(192) Lt II, p. 720, 25 mag. 1751.

 

Alla Grazi — che sperimenta una misteriosa unione spirituale con lui —dice più recisamente: « ...Non dica più di me che Dio è impazzito d'amore, perché ne sono troppo lontano e con verità dico: lei non mi conosce; le mie cose vanno sempre peggio. Adoro la volontà di Dio che così dispone. I segni che ho io non sono tali che possa conoscere essere sì parzialmente amato da Dio, ma tutto al contrario » (193).

Ma ciò non impedisce l'intima realtà, che — cioè — Paolo giunge qui, col «nudo patire », alla vera trasformazione di amore, la massima raggiungibile su questa terra, che coincide con il martirio. Infatti « nessuno ha amore più grande di Colui che da la vita per gli amici» (194).

Questa conformazione a Cristo crocifisso attraverso la sofferen­za (195), accettata con intensa carità soprannaturale — come avviene necessariamente nel matrimonio mistico —, assimila a Lui, trasforma sempre più nella sua immagine «di gloria in gloria» (196); e, perciò stesso, costituisce la più perfetta imitazione di Cristo e vi è nascosta anche « la più preziosa Santità » (197), la quale si sprigiona da quella Croce vittoriosa che rifulge di tutta la gloria di Dio.

Un Cristo la « kenosi » vela la gloria della Deità (198), ma, per un altro verso, irraggia in tutto il suo splendore le perfezioni divine, le quali soprattutto nella Passione toccano la più stupenda manifestazione. Analogamente l'anima di Paolo della Croce, che gode la gloria del matrimonio mistico, immersa ancora in una « notte » di dolore e di abbandono, nasconde (ma in realtà non ne è priva) i raggi della sua beatificante unione e rinuncia al godimento sensibile dell'amplesso amoroso dello Sposo; ma, nello stesso tempo, con la pratica delle virtù eroiche sfolgora il misterioso connubio col Dio della gloria.

L'anima di Paolo della Croce, innalzata all'apoteosi del matrimonio, è abbassata alla umiliazione della «notte». Ma anche qui risplende in tutta la sua sovrana bellezza: una bellezza velata come quella di Gesù nella Passione. Infatti niente di più glorioso in questa vita che rivivere nella massima intensità il ludibrio della Passione del Signore. La Croce di Cristo abbracciata e amata già è gloria di Dio, che erompe dal mistero del dolore e dell'ignominia. Sconcerta l'uomo questo parlare, perché è un paradosso inaudito; ma i misteri di Dio non si possono altrimenti esprimere che con il paradosso, giacché i termini consueti sviliscono di fronte all'ineffabile.

(193) Lt I, p. 329, 25 giugno (?).

(194) Gv 15, 13.

(195) Cf. Mt 16, 24.

(196) 2 Cor. 3, 18.

(197) Lt I, p. 685, a T. Fossi, 13 ag 1757

(198) Cf. Fil. 2. 6-8.

 

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