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2. La Conversione

 

Nei Processi come del resto nelle dichiarazioni di Paolo viene presentata come una irruzione improvvisa della Grazia. Ciò è innegabile per gli effetti straordinari che produsse. Ma è altret­tanto innegabile che ad essa Paolo si andava disponendo da tempo con una generosità rara. Infatti, se si riflette alla sua vita: ai prolungati e fervorosi atti di pietà, alla carità sollecita verso il prossimo, alle precoci forme di apostolato e al vivo desiderio di servire con più ar­dore il Signore di cui abbiamo parlato essa arrivò quasi come un premio dell'ascesi attiva.

(19) Cf. Strambi, 'Vita'..., I, e. II, p. 6.

 

E' chiaro che fu principalmente frutto di una grazia preveniente come si è visto in parte ma anche di fattiva collaborazione da parte di Paolo. Il « colpo » sapiente di Dio servì a rompere gli ultimi indugi nel suo animo, a fortificarlo e a lanciarlo, decisamente e senza rimpianti, in un cammino nuovo, irradiato e sostenuto dal divino. Tale intima e prodigiosa metamorfosi si deve chiamare propriamente « seconda conversione o conversione ascetica », la quale ha l'efficacia di far consacrare interamente alla perfezione (20).

Essa è una delle date che conosciamo con certezza e, riteniamo, tra le più indicative per s. Paolo della Croce, perché segna un orientamento decisivo, trasfigurante alla sua vita e alla sua orazione.

E' bene vederla più da vicino per valutarne la portata e l'importanza.

Verso i diciannove anni (21), mentre assiste a una istruzione del suo parroco, il Signore lo folgora con la sua luce. E' un bagliore intellettuale che penetra fin nelle profondità più recondite dell'anima di Paolo, scoprendogli in maniera chiara il suo nulla e facendo­gli conoscere i suoi difetti, anche minimi.

Una segreta commozione e compunzione lo invade, strappandogli abbondanti lacrime. Sotto la luce di quello sfolgoramento soprannaturale Paolo rabbrividisce di se stesso e sente il bisogno di purificarsi con una confessione generale, «nella quale il Signore gli con­cesse tal dolore ed intima contrizione, che poco mancò che non si spezzasse il petto con una pietra con la quale percotevasi e che a bella posta si era provvisto » (22).

L'eco di questa « presa » di elezione da parte di Dio è tanto penetrante nel suo animo da imprimere un radicale cambiamento alla sua vita: «Risolvette di darsi a una vita santa e perfetta» (23). E che fosse un avvio decisivo e duraturo si deduce da quanto egli confiderà un giorno, dichiarando che «dopo che aveva incominciato a conoscere veramente il suo Dio, non si ricordava di aver commesso per grazia del Signore verun peccato mortale né veniale deliberatamente » (24).

Dopo ciò la sua conversione bisogna dirla « straordinaria », e trova un riscontro solo nelle vite mistiche più caratterizzate. Lo notarono subito anche i familiari e i paesani, se possono attestare che spendeva quasi tutto il suo tempo in questa o quella chiesa di Castellazzo (25), se spesso rimaneva genuflesso per più ore accanto al pilastro della chiesa di s. Martino (26) e, infine, se usava alzarsi prestissimo per chiudersi a pregare in uno stanzino della casa (27), imparando alla « divina scuola » di Gesù crocifisso (28).

Ciò significa che la conversione determinò anche un progresso notevole nell'orazione, che diventò marcatamente passiva : « Fin dal principio della conversione... gli concesse il Signore una grazia grandissima d'orazione... » (29).

Ancora per poco tempo, però, continuarono le soavità e le ebbrezze divine, necessariamente legate alla grazia della conversione. Poi la luce contemplativa gradatamente si sostituì alla meditazione e ai suoi sostegni saporosi: «Ben presto spogliollo di queste grazie sensibili, e incominciò a visitarlo con grazie più spirituali e rimote dai sensi» (30).

Proprio qui si inserisce la notte passiva del senso, che è una sottrazione della devozione sensibile ed ha lo scopo di « accomodare il senso allo spirito » (31). Paolo, allora incomincia a provare le aridita nell'orazione, « necessarie come dirà in seguito per esercitare (l'anima) nella viva fede, ed acciò, spogliata d'immagini, pos sa starsene in solitudine interna, riposandosi in Dio ed adorandolo in spirito e verità » (32). Esse aggiunge sono « doni della Divina Pietà... per staccarci da ogni sensibile contento e farci camminare in pura fede e povertà di spirito nella via della santa perfezione, che è la strada più sicura» (33).

(20) Cif. P. Lallemant in Doctrine spirituelle, e. 6, a. 2, 2 piine, Paris 1936, p. 67.

(21) Avvenne nel 1713, quando la sua famiglia dimorava a Campo Ligure.

(22) P. Giammaria POV 107v, p. 32.

(23) Ib.

(24) R. Calabresi POR 1983v; Fr. Pasquale POV 555v-6, p. 248.

(25) G. Danei PA 174v.

(26) N. Canefri PA 144v.

(27) T. Danei PA 119v.

(28) Lt I, p. 655, a T. Fossi, 10 giugno 1755.

(29) P. Giammaria POV 420, p. 154.

(30) P. Giammaria POV 420, p. 154.

(31) S. Giovanni d. C, N. II, 2, 1; N. I, 8, 3.

(32) Lt I, p. 523, a sr. C. Bresciani, 15 sett 1751.

(33) Lt I, p. 514, alla stessa, 13 luglio 1754; cf. ' S', II, 9, 1.

 

E che fosse proprio notte passiva del senso lo indicano chiara mente anche le grandi tentazioni legate a tale purificazione: «Mi disse... riferisce il p. Giammaria che fin dai pricipi che si diede alla vita spirituale fu molto molestato da tentazioni contro la fede, a segno tale, che essendo giovanetto, ponevasi con la testa so­pra certa balaustra dell'altare, per non sapere difendersi in altra maniera da sì molesta tentazione » (34).

Ciò che ci autorizzano a ritenere altre vicende dolorose concomitanti che gli sopraggiunsero in questo periodo. Infatti, «fu assalito da tanti scrupoli, che gli pareva d'esser pieno di peccati... » (35). Ma non basta: fu colpito da una malattia mortale misteriosa, durante la quale fu oggetto di vessazioni diaboliche. Fu sconvolto anche da una visione dell'inferno (36) e, assalito dallo spirito di bestemmia, maledisse Dio, la Vergine, Ovada (37), suscitando spavento e compassione in casa.

Prove acute ed eccezionalmente violente, come si vede: segno che Paolo stando alla dottrina di s. Giovanni della Croce era un'anima forte e destinata ad un'altissima unione con Dio : « Quel­le che hanno più capacità e forza per soffrire vengono purificate dal Signore con maggiore intensità e prontezza » (38). Parole che sembra poter applicare « ad amussim » al nostro Paolo.

Il mistico del Carmelo ci avverte ancora che la durata delle purificazioni con le sofferenze connessevi, dipende sia dalla volontà di Dio la quale solo conosce il grado di unione a cui chiama che dalle imperfezioni da cui l'anima si deve depurare (39). A riguardo Paolo è una felice eccezione. I suoi difetti e imperfezioni, infatti, non dovevano esser poi tanti... dal momento che era innocente ed era vissuto esemplarmente (40).

L'unione, però, a cui Dio voleva elevarlo era altissima: ciò che spiega, in parte, la drasticità delle purificazioni, capaci di affinarlo per tale ultimissima unione.

(34) P. Giammaria POV 278v, p. 117.

(35) Idem. POV 415v, p. 152. Si tratta dello ' spiritus vertigiriis' di Isaia, di cui parla s. Giovanni d. C. in N.. I, 14, 3.

(36) Cf. Vita, 32, 1 s.

(37) T. Danei PA 120v-121v; P. Giammaria POV 114, p. 35.

(38) N. I, 14, 5.

(39) Ib.

(40) P. Giammaria POV 197v, p. 32.

 

Le prove passive riferite e simili dovettero durare stando a una indicazione di Paolo contenuta in una lettera a mons. Gattinara non più di due anni e mezzo (41). Il p. Giammaria fa notare la repentinità con cui cessarono quelle degli scrupoli (42). Anche le tentazioni contro la fede scomparvero d'incanto un giorno di Pen­tecoste, quando Paolo fu « rapito in alta e sublime orazione... » (43).

Poi l'azione di Dio diventò inondante e impetuosa come un fiume. Il Signore sembrava che avesse fretta di bruciare le tappe. Infatti il citato p. Giammaria che, come suo confessore, con santi raggiri gli aveva carpito tanti segreti degli anni giovanili afferma che Paolo gli confidò più volte che « il Signore gli concesse una grazia grandissima di orazione... » tanto che « sovente sentivasi rapito extra sensus in altissime estasi... » (44). Anche « le visioni gliele dava intellettuali, e l'intelligenze gliele infondeva ordinariamente per modo d'impressione in quella guisa, che s'imprime la forma del sigillo nella molle cera... » (45).

Oltre a ciò siamo informati che durante l'orazione « il Signore gl'infondeva nella mente... tali illustrazioni delle verità della fede che... gli sarebbe bisognata una stanza di libri per dichiarare ciò che egli intendeva e capiva di quelle verità. Ed una volta in specie ebbe tal lume ed intelligenza della Divinità, che sparivagli tutto il creato, e sembravagli la fede esser cambiata in evidenza. Onde l'anima sua ardentemente bramava sciogliersi dal fragil corpo, e strettamente unirsi al sommo Bene. E sembravagli che oltre la vision beatifica, maggiore non si potesse avere in questa vita mortale. Sicché poteva dire francamente col profeta reale: «testimonia tua credibilia facta sunt nimis-» (Salmo 92,5) (46).

(41) Lt TV. p. 217 s.....1720.

(42) POV 415v-6, p. 152.

(43) P. Giammaria POV 278, p. 117.

(44) Idem ib. 420, p. 154.

(45) Ib. 420v.

(46) P. Giammaria POV 278r-v. p. 117. Questo brano va inteso con riserva. Lo fa supporre il verbo stesso (' sembravagli... ') usato nel testo. Le grazie mistiche, proprio per la loro ineffabilità, molto spesso neppure chi ne è favorito è in grado di coglierle in tutta la loro portata; più difficilmente poi si riescono ad esprimere nella loro realtà. Resta, quindi, un punto interrogativo. A questo punto della vita spirituale sarebbe un'eccezione ben rara.

 

Non mancò chi tentò di arrestare quest'onda contemplativa così luminosa e divinizzante. E fu strano a dirlo! il suo confessore di quel tempo: un certo don Paolo P. Cerruti, Canonico Penitenziere di Alessandria. Gli ordinò di disprezzare tutti i lumi e comunicazioni divine e di meditare come un principiante, discorsivamente, sui novissimi. Paolo obbedì; ma chi può resistere allo Spirito del Signore? Appena iniziava con difficoltà le aride considerazioni « il Signore lo illustrava a tal segno che non poteva andare più avanti... sollevandosi il suo spirito ed altre considerazioni di cose celesti...». Quando giunse alla meditazione del Paradiso «sentissi interamente rapito in Dio, ed udì dirsi dal Signore con locu­zione interna: "figlio, in paradiso il beato non sarà unito a me com'un amico all'altro amico, ma come il ferro penetrato dal fuo­co ". E quivi intese arcana verba quae non licei homini loqui » (2 Cor. 12,4) (47).

Nel frattempo fu rischiarato dai primi lumi «di portar una povera tonica nera d'arbagio... andare scalzo, vivere in altissima povertà, insomma con la grazia del Signore fare vita penitente » (48). Ad essi seguì l'« ispirazione di radunar compagni... » (49).

Questi « santi desideri ed ispirazioni » culminarono nei grandi rapimenti e visioni intellettuali dell'estate del 1720, diretti a confermarlo nella certezza della sua vocazione di fondatore. Paolo tiene a sottolineare la realtà di queste eccelse rivelazioni: « ...Fui elevato in <Dio con altissimo raccoglimento, con scordamento di tutto e grandissima soavità intcriore; e in questo tempo mi vidi vestito di nero fino a terra, con una croce bianca in petto e sotto la croce avevo scritto il nome ss. di Gesù in lettere bianche... ». E precisa: « Sappia chi leggerà questa che nel vedermi porgere la s. tonica non vedevo forma corporea, come di figura d'uomo, questo no, ma in Dio: cioè l'anima conosce che è Dio, perché glielo fa intendere con moti interni del cuore ed infusa intelligenza nello spirito, e tanto altamente che è difficilissimo spiegarsi, perché l'anima è tanto quello che in­tende, che non si puole né dire né scrivere...». Poi aggiunge una sua convinzione di cui ha fatto esperienza : « Tengo più certo quello che vedo in spirito con il lume altissimo della S. Fede, che se lo vedessi con gli occhi corporali... » (50).

Queste sublimi ineffabili esperienze, se da un canto riflettevano la sovrana munificenza divina, dall'altra miravano a un disegno provvidenziale stupendo. Esse, tuttavia, erano alternate dai primi assaggi della notte passiva dello spirito. Lo sappiamo da una lettera di Pao­lo, scritta quasi venti anni dopo, in cui accenna ai contrasti e alle prove che subì prima di ritirarsi a vita penitente. Tra queste ultime ricorda «le desolazioni interne, le malinconie, i timori; ...sopra tutto sottolinea mi era cessata ogni divozione, mi trovavo arido, tentato in tutte le maniere; mi faceva orrore sino il sentir suonare le campane: tutti mi parevano contenti fuori che me... Tutto questo è la pura verità, ma v'è di più assai, che non so spiegare, e per brevità tralascio » (51).

Siccome si è dato vinto « al Santo Amore » per dirla con le sue parole deve passare « per la trafila di un nudo penare, affinchè si purifichi l'oro e si separi dal terreo, acciò l'anima, ben purgata e netta da tutti quei nei d'imperfezioni che sono impercettibili ai nostri occhi, voli in alto e si riposi nel seno celeste del santo e puro amore che è Dio, Sommo Bene e tutto amore e carità» (52).

Questo susseguirsi di prove passive e misteriose intimità divine, legate ad una contemplazione per lo più passiocentrica come vedremo meglio appresso fanno pensare a un itinerario eccezionale, almeno per la repentinità delle ascensioni e per la loro singolare elevatezza (53), come eccezionale continuerà ad essere per il resto del­la vita del Santo.

(47) P. Giammaria POV 113v-4, p. 35.

(48) Lt IV, p. 217, a mons. Gattinara, ...1720.

(49) Ib.

(50) Ib.

(51) Lt I, p. 410, a don F. A. Appiani, 28 marzo 1737.

(52) Lt III, p. 827, ad A. M. Oalcagnini, 12 dic. 1769.

(53) Cf. S. Giovanni d. C, S. II, 17, 4.

 

Per questo ci pare di non poter accettare la ricostruzione dell'orazione di Paolo secondo lo schema teresiano, fatta dal p. Gaètan du St. Nom de Marie (54). Il suo tentativo, per quanto lodevole, appare un po' forzato, sia per mancanza di dati precisi per tale ricostruzione e poi perché egli stesso deve ammettere l'eccezione dei cinquant'anni di desolazioni, seguiti al matrimonio mistico. Riconosciamo che lo stile di Dio sia generalmente identico, ma ciò non toglie la sua sovrana 'libertà.

Quella di Paolo appare una mistica sui generis che sboccia da una contemplazione centrata in prevalenza su Cristo e, più ancora, sui misteri della sua Passione. Basti pensare alla visione della tonaca nera in segno di lutto per la Passione di Gesù e all'orientamento della sua vocazione in seguito. Tale caratteristica la vedremo delinearsi chiaramente nel ritiro di Castellazzo, dove affiora lo stile della sua contemplazione passiocentrica, che incomincia ad associarlo singolarmente alla Passione di Cristo.

Dunque, il cammino fatto da Paolo dal giorno della conversione (1713) fino al ritiro di Castellazzo (1720) anche se non si può determinare cronologicamente nelle sue singole fasi si presenta particolarmente intenso di infusioni soprannaturali e di pene passive. Un giorno egli confiderà che « Iddio per sua divina misericordia l'aveva fatto passare per tutti i gradi della contemplazione... » (55). Una lettera del p. Colombano cappuccino, già confessore del Santo, a mons. Gattinara contiene accenni eloquenti sulla sua orazione, che chiama « ...molto elevata e soprannaturale... » (56).

Prima del ritiro, come risulta dai dati su riferiti, Paolo ha già raggiunto l'unione estatica, frammezzata da acuti affinamenti di spirito. Il ritiro dei quaranta giorni sarà come il lavoro di cesello che intensificherà il processo purificativo attraverso una misteriosa partecipazione alla Passione di Gesù.

In definitiva, si può dire già che il suo è un itinerario mistico a ritmo accellerato, che in pochi anni lo porterà al matrimonio spirituale.

 

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