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TRASFORMAZIONE IN CRISTO CROCIFISSO

 

Dopo aver scorso nei capitoli precedenti con uno sguardo panoramico l'iter contemplativo del Santo, non trascurando di metterne in luce alcuni aspetti più caratteristici, adesso è indispensabile fermarci ad esaminarne più da vicino le ultime ascensioni, cioè le vette della vita spirituale che coronano il cammino faticoso dell'orazione, rendendola sempre più divina.

Dico è indispensabile, perché la vita mistica matura qui e vi raggiunge l'esuberanza con comunicazioni inesprimibili; ed essendo unione sponsale tra l'anima e Dio, è anche perfetta fecondità. Quindi, oltre a darci un'idea della santità di Paolo, ci mostrerà con più chiarezza pure la grazia propria, il carisma specifico che lo Spirito divino gli assegna in seno al Corpo Mistico.

E siccome l'apostolato è l'irradiazione di una pienezza di amo­re di Dio, di conseguenza esso non potrà che portare l'impronta della grazia mistica che lo ha animato e ingigantito.

'Così ci sarà anche consentito di vedere lo sviluppo logico di una contemplazione passiocentrica che diventa unione sponsale, ma crocifissa per 50 anni, e che irraggia una ubertosità apostolica tipica: quella di Paolo della Croce, immagine viva e testimonianza solenne di Cristo crocifisso.

Riconosciamo onestamente che, nonostante lo studio diuturno e la passione per questa materia, gli argomenti della presente inda­gine sono estremamente ardui, soprattutto per il loro carattere stret­tamente soprannaturale e, perciò stesso, ineffabile.

Faremo riferimento, allora a s. Teresa di Avila, la quale espone la sua dottrina in forma prevalentemente soggettiva e psicologica, ma in modo molto efficace e convincente.

Un alcuni punti ricorreremo anche a s. Giovanni della Croce, il quale, pur avendone avuta personale esperienza, a differenza di' s. Teresa, esprime i suoi insegnamenti in forma piuttosto oggettiva, e ne da quella rigorosa valutazone teologica che lo distingue in ogni trattazione degli stati mistici.

 

1. Fidanzamento spirituale (1)

Non si può tralasciare di parlarne, sia per le comunicazioni divine di cui è ricco, sia perché, per molti versi, presenta le stesse pro­prietà del matrimonio spirituale (2), sia, infine, perché è indicativo per s. Paolo della Croce della data del suo sposalizio mistico.

Già poco dopo la «conversione» il Santo è elevato all'unione estatica. Le affermazioni sono esplicite e così inconfondibili che non lasciano luogo a dubbi. Basti rifarci a qualche accenno. Il p. Giammaria ricorda che « fin dal principio della sua conversione... si sen­tiva talmente rapito in Dio, che mai si sarebbe staccato dal medesimo. Sovente sentivasi rapito extra sensus in altissime estasi... » (3).

Siamo nell'estate del 1720. Paolo descrive le esperienze singolari di quei giorni in questi termini: « ...Fui elevato in Dio con altissimo raccoglimento, con scordamento di tutto e grandissima soavità interiore... » (4). Riferendosi ad un altro rapimento, avuto poco prima nella chiesa dei Cappuccini, il Nostro si esprime come Paolo Apostolo: «Sive in corpore sive extra corpus Deus scit» (5).

E' proprio questo assorbimento completo in Dio di tutte le facoltà (6) il contrassegno del vero rapimento. Anche s. Teresa e s. Giovanni della Croce non fanno che spiegare l'ineffabilità di tale fenomeno mistico con le stesse parole dell'Apostolo (7).

(1) E' «un alto stato di unione di amore (dell'anima)... con il Verbo, Figlio di Dio » (C. 'B\ str. 14-15, 2).

(2) VI M., 4, 4.

(3) POV 420, p. 154.

(4) Lt IV, p. 218 ss, a mons. F.M. di Gattinara, (?) dic. 1720.

(5) P. Giammaria, AC, p. 33, n. 24

(6) Cf. VI M., 4, 9.

(7) Cf. VI M., 5, 8; cf. C. 'B', str. 13, 6.

Ora il modo più comune con cui si realizza il fidanzamento spirituale è indicato precisamente dai rapimenti, che « fanno uscire (l'anima) dai sensi » (8) e immergendola in Dio, l'arricchiscono dei suoi beni, necessari a colmare la sproporzione che c'è tra l'infinito e la sua bassezza.

Nel ritiro dei 40 giorni queste penetrazioni soprannaturali sono molto superiori alle precedenti. Dio in questi giorni, nonostante la penosa purificazione, abbellisce l'anima di Paolo con « tocchi sostanziali » (9). Tali sono ad es. le « pene infuse » (10) con conseguente liquefazione d'amore (11). Sono grazie deificanti, manifestazione di segreti inesprimibili che preparano l'anima al matrimonio spirituale. Siamo a una conoscenza più approfondita dello Sposo e dei suoi misteri (12), alle « gioie con le quali il Celeste Sposo adorna l'anima fedele e la fa partecipe de' tesori della sua Passione » (13).

Paolo ha delle visioni intellettuali e conoscenze eminenti sugli attributi divini : ha « altissima intelligenza dell'infinite perfezioni, massime dell'infinita Bontà...» (14). Mentre prega la Vergine, gli Angeli, i Santi, specialmente i Fondatori, li vede « in spirito... pro­strati avanti la Maestà di Dio». E spiega: «Ciò mi successe in un attimo come un lampo in soavità mista con lacrime; il modo con cui li viddi non fu con forma corporea, fu così in spirito con intelligenza dell'anima, la quale non so spiegare, e quasi subito sparì » (15). E' anche «elevato alla cognizione altissima e sensibile (= sperimentale) della Divinità », la sua anima « intende dolcissime e sopraltissime meraviglie », di cui « è impossibilissimo » parlarne (16).

(8) VI M.. 4, 2; C. 'B\ str. 13, 3-6.

(9) Di essi parla s. Giovanni della Croce (cf. S. II, 26, 5-10; 32; 1-5; N. II, 23, 11-13; 24, 3). Sono tocchi indicibili del tutto gratuiti, « sentimenti spirituali... eccellentissimi » (S. II, 32, 2) che Dio, tramite il Verbo (cf. F. 'B', 2, 17), fa direttamente all'anima (N. II, 23, 11); per questo sono anche ' il più alto grado di orazione che esista » (ib.). Da questo contatto con la sostanza divina l'anima resta purificata e fortificata fino a divenire capace dell'unione stabile del matrimonio mistico (N. II, 24, 3). Teologicamente tali « tocchi » si possono classificare tra le grazie attuali soprannaturali, ed operano nella sostanza dell'anima precisamente all'origine delle facoltà, dove agiscono le virtù teologali.

(10) Dsp 26 nov., p. 56; 8 die, p. 67 ecc.

(11) Ib. 8 dic. p. 67; 1 gen., p. 85 ss.

(12) Cf. C. 'B', str. 14 e 15, 14-15.

(13> I,t I, ad A. Grazi. 21 mag. (?); cf. VI M.. 5. 11; Rei. Sp. 5, 20.

(14) Dsp. 23 die, p. 76.

(15) Ib. 28 die, p. 59.

(16) Ib. 1 gen., p. 86 ss.

 

Ha infine «intelligenza infusa del gaudio che avrà l'anima quando Lo vedremo faccia a faccia (Dio) » (17).

Ora è noto che le visioni intellettuali, almeno prima del matri­monio, come attestano i mistici e ritengono valenti studiosi di spiritualità sono possibili solo nell'estasi (18). Perciò bisogna riconoscere che nel ritiro quaresimale di s. Carlo le sublimi comuni­cazioni infuse ricevute da Paolo, soprattutto le delicate notizie sulla Divinità, avvengono o nell'estasi o nel rapimento. E' vero che egli non usa mai nel Diario queste due parole. Ciò dipende dal fatto, forse, che allora non era a conoscenza del termine tecnico del fenome­no mistico in questione.

In compenso adopera altre espressioni a cui annette un particolare sapore mistico. Dice per esempio « fui raccolto... », « con partico­lare elevazione di spirito», «altissimamente elevato...», «elevato a grande altissimo raccoglimento», «particolarmente raccolto», «in altissimo raccoglimento » ecc.

In seguito, però e questa è un'altra conferma che i raccoglimenti a cui si accennava sono estasi più o -meno profonde riferendosi a visioni intellettuali o a fenomeni analoghi, avuti prima del ritiro, li qualifica con il termine proprio « rapimenti » ; anzi si espri­me con la frase di s. Paolo Apostolo: « Sive in corpore sive extra corpus, Deus scit » (19).

(17) Ib. 4 die, p. 63 ss.

(18) VI M., 4. 2-10; X, 2. Cf. Poulain, Grazie d'orazione, Torino 1912, p. 265 ss; cf. id., Epitome di Teologia Mistica, Firenze 1954, p. 63.

(19) Cf. P. Giammaria, AC, p. 33, n. 24. L'« estasi », il « rapimento » e il « volo di spirito » sono tre nomi che indicano sostanzialmente la stessa cosa (cf. De Veritate, q. 13, a. 2, ad 9; cf. S. Teresa, V. 20, 1; cf. C. 'B\ str. 13, 7). L'estasi è prodotta da un intenso amore di Dio ohe fa uscire l'a­mante fuori di sé per la meraviglia, trasferendolo nell'amato: « Amor extasim f acit, quia ponit amantem extra seipsum » (De div. noni., e. 14, lect. 10; cf. I-II. q. 28, a. 3), Aliquis dicitur rapi a seipso, quando propter aliquid homo efficitur extra seipsum et hoc est extasis » (In 2 Cor., lect. 1).

Tra il rapimento e l'estasi S. Tommaso pone una distinzione accidentale. Anche il rapimento è un'« estasi », è un uscire extra se » ma con una certa violenza: « extasim importat simpliciter excessum a seipso...; sed raptus super hoc addit violentiam quandam » (II-II, q. 175, a. 2 ad 11) In conclusione, si può dire che la distinzione tra estasi, rapimento e volo di spirito è solo ' accidentale ' e dipende dal « modo » con cui l'anima è trasferita nell'Amato.

Al Nostro, però, Gesù si scopre in modo tutto particolare nel mistero della sua Passione e gliela imprime ripetutamente nello spirito, acuendo in maniera rovente il desiderio dell'unione perfetta e definitiva con Lui, Sposo crocifisso. E ogni infusione delle « pene » di Cristo tocco divino nella sostanza dell'anima provoca l'assorbimento in Dio, un'estasi amorosa e dolorosa: «...Nel raccontare le pene al mio Gesù, alle volte come ne ho raccontata una o due, bisogna che mi fermi così, perché l'anima non puole più parlare, e sente a liquefarsi; sta così languendo con un'altissima soavità mista con lacrime con le pene del suo Sposo infuse in sé... alle volte ne ha intelligenza di tutte, e se ne sta così in Dio con quella vista amorosa e dolorosa: ciò è difficilissimo a spiegarsi, parmi sempre cosa nuova » {20).

« Ebbi molta intelligenza infusa degli spasimi del mio Gesù... queste meraviglie con parità corporea (= con paragone sensibile) non si possono spiegare, perché Dio le fa intendere altissimamente all'anima con moti tanto spirituali che non si possono spiegare, e le intende in un attimo ecc. » (21).

I rapimenti del ritiro che rischiarano la notte oscura di Paolo, come si vede, lo introducono in una maggiore penetrazione e par­tecipazione ai misteri della Passione. La frequenza poi con cui accadono, gli effetti che causano [l'ineffabile mescolanza di amore e di dolore, il dolce riposo in Dio, la brama di sentire attualmente gli spasimi di Gesù, di essere in croce con Lui, la smania di sciogliersi dal corpo... ecc] e il languore per l'essenza dello Sposo in cui lo lasciano al loro termine denotano un 'fidanzamento già parecchio avanti. Lo Sposo celeste non resiste per molto tempo alle ansie di Paolo. IPer dirla con le sue parole gli «fa fare il volo», lo «porta con Lui nelle sue braccia amorose», lo fa «entrare nella sua cantina a bere... dolcissimo vino... » (22), dove si vive « vita deifica, vita d'amore e vita santa, rinascendo ogni momento più nel Divin Verbo Cristo Signor Nostro » (23).

(20) Dsp. 8 die, p. 67 ss; 26 die, p. 80

(21) Ib. 6 die, p. 65 ss.

(22) Lt I, p. 113, ad A. Orazi, 4 ag. 1734 U3> Lt I, p. 641, a T. Fossi, 22 giug 1754

 

Un giorno, edotto da questa invidiabile esperienza, potrà scrivere: «Chi può resistere a questa divina operazione?...» (24). Nessuno; perché «quando Dio vuole alzare un'anima, oh che dolci violenze! Dolci, ma tanto forti, che l'anima non puole resistervi... » (25).

« Con queste grazie così elevate scrive s. Teresa l'anima desidera sì al vivo di godere Chi gliele fa, che vivere per lei diviene un grande, benché delizioso tormento. Sospira ardentemente di morire, e con lacrime incessanti supplica il Signore di toglierla da questo esilio, dove tutto l'annoia... Benché riceva queste grazie da molti anni, tuttavia ognuna di esse accresce il suo tormento, perché meglio vi conosce la grandezza del suo Dio. Ed ella vedendosi da Lui separata e così lontana dal possederlo, sente aumentare i suoi desideri in proporzione dell'amore che va pur esso aumentando a misura che più scopre quanto meriti di essere amato quel suo gran Dio e Signore» (26).

Infatti, cessando queste visite delicate dello Sposo, Paolo sente ancora più forte il tormento della sua assenza, e perciò desidera « scio­gliersi dal corpo » per immergersi nello « infinito amore del suo Dio » (27). Ma non ottenendo questa felice morte moltiplica gli ap­pelli, le ansie, i sospiri e le lacrime per ritornare a quell'ineffabile contatto con lo Sposo per rimanere sempre « in quella divina cantina del suo santissimo Cuore, dove si beve il mosto più dolce, più vigo­roso ed ubbriaca tanto che addormenta d'amore chi lo beve... » (28).

Paolo della Croce rivive questa nostalgia penosa per l'assenza dello Sposo quando chiede a Gesù di lasciargli « levar la sete del SS. Amore » facendolo bere all'« infinita Fonte del suo SS. Cuore » (29), o quando scrive: «...Avevo tanta brama dell'essere con perfezione unito con Lui, che desideravo attualmente i suoi spasimi ed essere in Croce con Lui » (30).

(24) Lt II, p. 491, a sr. Colomba, 20 luglio 1756.

(25) Lt I, p. 538, a T. Fossi, 10 ott. 1736; cf. VI M. 6, 1-2.

(26) VI M., 6, 1; 11, 1. S. Giovanni della Croce vede il motivo di questo tor-miento nel vuoto delle facoltà, prodotto dalle profonde purificazioni operate dalla Sapienza; e proprio per questo anelano ardentemente di riempirsi di Dio (cf. F. 'B', str. 3, 18).

(27) Dsp. 4 die, p. 64; cf. Fil. 1, 23; cf. Rei. Sp. 5.

(28) Lt I, ,p. 291, ad A. Grazi, 20 set. 1742.

(29) Dsp. 27 die, p. 81.

(30) Ib.. 6 die, p. 65.

 

Ora in questi tormenti e desideri di unione sia s. Teresa ch s. Giovanni della Croce (31) riconoscono un progresso nel fidanza mento spirituale, che annuncia prossima l'unione definitiva del ma trimonio.

E' vero che anche il fidanzamento spirituale non è una tapp così specifica che si possa separare dalle purificazioni passive; anz è esso stesso purificazione e abbellimento dell'anima. Il Santo dic al riguardo che «questi sono lavori puri, (tanto) divini, che noi nu la vi abbiamo a che fare... » (32). Perciò aggiunge: « Lasciamoci ma neggiare da Dio, passivo modo, sempre però, s'intende, col consens della volontà, che elegge il suo Dio... » (33).

S. Giovanni della Croce parla di queste visite (tocchi sostanzia li, voli di spirito e rapimenti) come « disposizione all'unione » (34).

Ma non è tutto, perché l'anima ha ancora bisogno di rinserrare « in quel Sancta Sanctorum del Cuore Santissimo di Gesù... dove Sposo divino da a bere di quel mosto che inebria, profuma, conforta vivifica, accende, innalza e fa volare in alto alla contemplazione del sovrano Monarca, dove s'impara la scienza dei Santi insegnata veri umili » (35). Quando, finalmente, l'anima, trasportata dall'« aura amorosa come piace a sua divina Maestà... sarà più innalzat(a), arricchit(a) ecc, ed avrà l'ingresso più sicuro in quel gran gabinetto, in quella gran cantina, in quella gran cella vinaria, in questa sala regia, dalla quale si passa al segreto gabinetto, ove la sposa tratta a solo a solo con lo Sposo divino », allora « l'anima trasformata e divinizzata, si perde tutta in quell'Abisso d'infinite perfeziono (del) Cuore dolcissimo di Gesù. Ed ivi, tutta arrostita, incenerita stemperata, liquefatta in quel fuoco d'immensa carità, canta le misericordie, i trionfi, le magnificenze, le meraviglie dell'Agnello immacolato» (36).

(31) VI M., 6, 1; F. 'B', 3, 18.

(32) Lt IV, p. 338 ss., ad una Religiosa, 18 gen. 1763.

(33) Lt III, p. 176, al p. Giammaria, 10 ott. 1759.

(34) C. 'B', str. 14 e 15, 2. 18-21; F. 'B', str. 3, 26.

(35) Lt I, p. 289, ad A. Grazi, 29 luglio 1742.

(36) Lt I, p. 273 (passim), alla stessa, 22 luglio 1741.

 

Questi, alcuni balbettii, nel linguaggio di Paolo della Croce, delle « altissime e stupendissime meraviglie che Dio opera nell'ani­ma » (37) che prepara allo sposalizio mistico.

Paolo, da parte sua, rivela la perfetta convinzione di esservi chiamato: il desiderio di Dio è unico, totale, struggente. Infatti, chiede « da bere assai » lasciando che « trabocchi » ; si abbandona alla « santa ubbriachezza (che) fa diventare sapiente, umile e tutto di Dio... (e) quando il mosto (lo) fa dormire » non si sveglia « senza licenza dello Sposo » (38). E sono proprio la crescente infusione di amore e le frequenti visite, ricche di conoscenze riguardo allo Sposo, che lo fanno spasimare per l'unione. Significativo, infatti, il suo atteggiamento verso Gesù. Lo chiama quasi sempre « Sposo ». Il termine, che gli è caro per particolari esperienze mistiche, ricorre ben undici volte nel Diario, cominciando dal quarto giorno del ritiro (39).

Che l'unione matrimoniale si avvii ormai alla celebrazione lo indica Paolo stesso, che parla, con una sicurezza che non ammette dubbi, di « beata trasformazione » (40) e lo comprova l'ultima grande manifestazione dello Sposo, che si rivela nel mistero della sua duplice natura; e singolare davvero come l'anima si unisca a Dio tramite la sua Ssma Umanità (41). Ora è noto che lo sposali­zio mistico si celebra normalmente con l'umanità del Verbo (42), che appare nel centro dell'anima con visione intellettuale (43). Sia­mo alle porte, non c'è dubbio.

E' evidente che questi rapimenti non solo abbelliscono l'anima, ma producono anche i loro frutti che ne garantiscono la genuinità.

S. Teresa ne riassume gli effetti:

nella « contastazione della Somma Potenza di Dio », cui fa ri­scontro nell'anima una più profonda umiltà» (44);

(37) Lt II, p. 469 ss, a sr. Colomba, ag. 1756.

(38) Lt I, p. 291, ad A. Grazi, 20 set. 1741.

(39) Dsp. 26 nov., p. 56.

(40) Ib. 21 dic. p. 75.

(41) Ib. 1 gen. 1721 p. 65 ss.

(42) S. Th., Ili, q. 3, a. 8; cf. C. 'B', str. 14 e 15, 2. Teologicamente parlando, però, si può attribuire indifferentemente a tutte e tre le divine Persone, perché è un'opera ad extra comune a tutta la Trinità. Si veda ad es. il caso della Ven. Maria d'Escobar, che ha avuto prima il matrimonio mi­stico con il Verbo e poi con lo Spirito Santo (cf. Poulain. o. c, p. 307, 18).

(43) VI M. 2, 3.

(44) Vita 20, 7.

 

in «un distacco straordinario che sorpassa qualunque possibile discrezione» (45);

in uno zelo eccezionale per la gloria di Dio e per il bene delle anime: «Arrivata a questo punto l'anima non si pasce più di soli desideri per il servizio di Dio. Sua Maestà le da forza per metterli in pratica. Non vi è cosa in cui pensi servirlo che subito non abbracci... » (46).

Ora Paolo, soprattutto dopo la grande « presa » dell'ultimo giorno di ritiro, osservando il suo spirito, vi scopre le ricchezze che vi ha lasciato tale unione. E sono proprio gli stessi effetti che annota la grande Madre del Carmelo.

«Mi sentivo tanto alto lume della gran carità che Dio mi usa e della mia miseria, ingratitudine e vita che non m'incallavo (= non ardivo) nemmeno di alzar gli occhi a guardare l'immagine di Maria Santissima... » (Concetto della trascendenza di Dio e della propria radicale miseria).

L'anima « non desidera che la sua gloria (= di Dio), il suo amore... » (= distacco), « e che sia temuto ed amato da tutti... » (= zelo apostolico) (47).

Quindi si può dire che anche il fidanzamento spirituale ha le stesse proprietà, benché in misura minore, del matrimonio spirituale. Infatti s. Teresa non vede tra le ultime due mansioni nessuna porta di separazione. Sono così vicine che « si possono unire benissimo... » (48).

Data questa vicinanza e affinità di fenomeni si può dire che l'amore del fidanzamento spirituale, radicato nelle profondità dell'anima (49) è già fecondo, è pienezza che trabocca nell'anelito incessante di piacere in ogni cosa all'Amato: «Le grazie e doni d'Iddio... causano effetti mirabili: elevazione di mente in Dio, amore delle anime e zelo, amore alla virtù, al patire, un sommo annichilamento, una soggezione a tutti... Chi può spiegare le ricchezze immense che portano all'anima i doni di Dio!...» (50).

(45) Vita 20, 8.

(46) Vita 21, 5; cf. anche VI M., 5, 10.

(47) Dsp. 1 gen. 1721, p. 87.

(48) VI M. 4, 4.

(49) S. Teresa dice: « Si tratta di beni che rimangono impressi nella parte più intima dell'anima » (VI M. 4, 6) facendone « una sola cosa con Dio » (ib., 4, 8).

(50) Lt I, p. 150, ad A. Grazi, 30 ag. 1736.

 

Appena Paolo, infatti, esce dal ritiro esplode l'incendio che lo ha avvampato in quei giorni. Inizia con il catechismo ai ragazzi, poi seguono le prediche al popolo, le prime missioni, i ritiri ecc: è un vero trionfo della grazia che si afferma anche con segni strepitosi. E' in questo periodo che matura anche l'idea di realizzare la fondazione della Congregazione.

Si può dire che all'epoca del fidanzamento spirituale inizia quel peregrinare continuo a gloria di Dio e per il bene del Corpo Mistico che non si arresterà più 'fino alla morte. Può scrivere, infatti, appena pochi mesi dopo il raccoglimento di s. Carlo: «Ho avuto tonto cuore che sarei andato per amore del nostro caro Gesù sino in capo al mondo, non è regnato timore nel mio cuore » (51).

L'amore di Dio l'ha talmente fortificato che Paolo, in sostanza, si sente trasformato e non pensa ad altro che a mettere in pratica quei tesori che l'ultima grande visita divina gli ha lasciato : « L'anima non desidera che la sua gloria, il suo amore, e che sia temuto ed amato da tutti... » (52).

In questa disposizione, cioè provando il suo amore con le opere, compiute a gloria dello Sposo, si prepara all'incontro definitivo del matrimonio spirituale, che darà l'ultimo tocco alla sua anima per rendere stabile e sempre più perfetto questo amore di Dio e del prossimo.

Qualche commentatore del Diario del Santo (53) ha voluto vedere nell'ultima grande comunicazione avuta da Paolo al termine del suo ritiro di s. Carlo la celebrazione del suo matrimonio mistico (54).

(51) Lt I, p. 52, al ,p. Giov. Battista, 9 set. 1721.

(52) Dsp. 1 gen. 1721, p. 87.

(53) P. Stanislao dell'Addolorata, GP, Diario spirituale di S. Paolo della Croce (2 a ed.), Torino 1929, pp. 175-189.

(54) Indubbiamente il testo rivela tale ricchezza di contenuto ed esprime tale elevazione che, senza una meticolosa analisi degli elementi ed in mancanza di altre indicazioni, si sarebbe seriamente tentati a vedervi già l'unione sponsale. Il caso è capitato anche al p. E. Zoffoli (cf. Diario Spirituale..., pp. 37 e 86 in n. 2), ohe poi, alla luce di altri dati, ha mutato la sua opinione (cf. SPC..., II, p. 1388 in n. 15).

 

Una tale affermazione non è sostenibile.

Innanzitutto il testo presenta elementi positivi che fanno esclu­dere una unione perfetta e stabile come quella del matrimonio, e poi possediamo una relazione di Paolo del suo sposalizio mistico che lo pone in tutt'altro contesto, corredato di particolari per quanto accessori all'unione sponsale del tutto inconfondibili.

Le frasi usate dal Santo sono molto rivelataci: dice di essere stato «elevato dall'infinita carità del dolcissimo nostro Iddio a grande raccoglimento e lacrime in abbondanza... » (55). Tutto fa pensare a una unione, per quanto intensa, molto rapida e transitoria (56). Lo fa supporre proprio Paolo quando precisa: « ...sono cose che si provano ed intendono in un attimo, almeno all'anima le pare così... » (57). L'anima ancora non entra nel suo centro, ma è soltanto trasportata « nella sua parte superiore » (58), come bene indica l'espressione di Paolo « altissimamente elevato... » ecc.

Infatti in lui si nota molto bene un certo scompenso tra anima e spirito. Solo questo ultimo viene trasportato in Dio (59). Nel matrimonio, invece, la « grazia » penetra profondamente in tutto l'essere trasformandolo, divinizzandolo, portando quella perfetta armonia tra natura e grazia tanto da farlo chiamare anche stato di innocenza originale (60).

Personalmente riteniamo che l'esperienza dell'ultimo giorno di ritiro sia una unione superiore alle precedenti. La possiamo chiamare tecnicamente un rapimento altissimo, quasi violento e inebriante al tempo stesso, che corona un impegno ascetico eroico e suggella altre comunicazioni meno saporose, rischiarando con bagliori estasianti e ardori serafici una notte dello spirito molto afflittiva. In questi bagliori e ardori lo sposo Verbo si svela a Paolo nella realtà della sua duplice natura, dandogli in tal modo un saggio e un'assicurazione di quella unione da lui tonto bramata soprattutto nei giorni del ritiro e che fra non molto diventerà stabile e permanente.

(55) Dsp. 1 gen. 1721, p. 85.

(56) Cf. C. 'B', str. 13, 10.

(57) Dsp. 1 gen., p. 87.

(58) VII M., 1, 5.

(59) Cf. VII M., 1, 5. Lo spirito spiega s. Giovanni della Croce è « la parte superiore dell'anima che guarda e comunica con Dio » (cf. S. m, 26, 4).

(60) Cf. C. 'B', str. 26. 11.

 

Giacché ci troviamo a parlare dell'ultima grande esperienza del Diario, non è fuori luogo notare un particolare (che qui appare per la prima volta e spicca in modo più evidente) di non lieve incidenza teologica, e che avrà uno sviluppo successivo nella contemplazione del Santo e nel suo magistero spirituale. Ci riferiamo alle missioni invisibili del Figlio e dello Spirito Santo, i quali, benché inseparabili fra di loro e dal Padre (61), compiono in ogni accrescimento della grazia nell'anima la funzione specifica che compete ad ognuno per appropriazione: il Figlio illuminando l'intelletto e lo Spirito Santo infondendo amore divino nella volontà (62).

Paolo chiaramente mette in luce questa sua esperienza, parlan­do di « cognizione altissima e sensibile » (= sperimentale) della Divinità e di « anima unita con amore Ssmo alla Ssma Umanità ed assieme liquefatta... » (63). Anche se egli non da peso alla portata teologica della conoscenza eccelsa che lo folgora e non si preoccupa di questioni teoriche o speculative, però annota la sua esperienza e la ritiene una delle fondamentali. Sarà questa la sua « via » e sulla quale instraderà anche le anime avanzate.

Infatti, stupisce la frequenza con cui il Santo esorta le anime a concentrare l'intelletto e la volontà alla divina presenza nel « fondo interiore dello Spirito, nell'apice della mente » (64) per abissarsi per la porta di Gesù crocifisso « nel seno del Celeste Padre », dove si capisce ci sono anche le altre due Persone divine. Lo scopo che Paolo si prefigge con queste introversioni è l'aumento nelle anime della « conoscenza » ed « amore » soprannaturali. Anzi sembra che ne faccia il centro della contemplazione, perché parla spessissimo di orazione in « pura o viva fede » e « santo amore » (65).

(61) S. Th., I, q. 43, a. 5 ad 3.

(62) S. Th., I, q. 43, a. 5 ad 1, 2 et 3.

(63) Dsp. 1 gen., p. 86. Infatti, ? ...Augustinus dicit... quod tunc unicuique mittitur Filius, cum a quoquam cognoscitur atque percipitur, quantum cognosci et percipi potest prò captu vel proficientis in Deum, vel per-fectae in Deo animae rationalis... » (Th., I, q. 43, a. 6 ad 2).

(64) Lt II, p. 731, a sr. Marianna di Gesù, 14 (?) 1749.

(65) Lt I, pp. 165, 210, 458 eoe.

 

Forse qualche citazione più esplicita ci illuminerà meglio : « Seguiti a stare spogliata di tutto ed abissarsi in Dio in pura fede, ed incenerirsi tutta nel Cuore di Gesù, ove arde il fuoco del santo Amore » (66). « Quando sente che lo spirito è tirato dolcemente al sacro silenzio di fede e di santo amore lo lasci star così, che si arric­chisce sopra modo. Vedo insomma che lo Spirito Santo dirige la di lei condotta: sia ubbidiente interiormente alle attrattive amorose dello Spirito Santo » (67). « Seguiti l'attrattiva dello Spirito Santo che la tira a stare in solitudine alla Divina Presenza in sacro silenzio di fede ed amore...» (68); «Si riposi nel seno divino di questo gran Padre in silenzio di fede e di santo amore... seguiti il suo riposo in Dio con fede ed amore » (69).

Dunque l'anima nell'orazione, esercitando attivamente la « fede » pura con l'intelletto e la « carità » con la volontà, si dispone a rinascere « a vita deifica » mediante le missioni invisibili del Figlio e dello Spirito Santo. E' questo il motivo per cui il Santo insiste tanto su questa orazione così segreta, sostanziosa e ricca di comunione con la Trinità. Lo spiega egli stesso: « ...Ogni volta che l'anima si raccoglie tutta in Dio, nel tempio interno del suo spirito « in sacro silenzio di fede e di santo amore » rinasce a nuova vita d'amore nel divin Verbo Cristo Gesù » (70).

L'attività dei due Inviati mette in contatto anche con il Padre, subito fa penetrare l'anima nell'abisso della Divinità: «...Lasci che tutto vada a terminare in un Sonno di fede e ss. amore nel seno del Sommo Bene » (71).

Se ogni « rinascita » in Dio implica un accrescimento di grazia (72), esso si opera mediante le missioni invisibili temporali del Figlio e dello Spirito Santo (73), i quali non solo abitano nell'anima in grazia come principi di vita soprannaturale, ma anche come princi­pi dinamici di essa: il Figlio con i doni che perfezionano l'intelletto e lo Spirito per mezzo di quelli che perfezionano la volontà (74) Da ciò segue che non è possibile un accrescimento di fede, di conoscenza soprannaturale e un aumento di carità senza l'attività sublime di questi due Messi divini.

(66) Lt I, p. 336, ad A. Grazi, 13 ag. (?).

(67) Lt III, p. 378, a T. Palozzi, 29 marzo 1761.

(68) Lt III, p. 386 ss, alla stessa, 24 dic. 1763.

(69) Lt III, p. 362, alla stessa, 13 luglio 1757.

(70) Lt I, p. 526, a sr. Ch. Bresciani, 15 dic. 1761.

(71) Lt IV, pp. 64, 55, 58, 109...

(72) « ...Secundum acceptionem hujus naturae (divinae), dicimur regenerari in filios Dei » (S. Th., I-H, q. 110, a. 3).

(73) « ...Secundum illud augmentum gratiae praecipue missio invisibilis attenditur, quando aliquis proficit in aliquem novum actum, vel novum staturn gratiae... » (S. Th., I, q. 43, a. 6 ad 2).

(74) S. Th., I, q. 43, a. 5 ad 1.

 

Per questo il Santo esige una continua elevazione in «pura fede» e assidui svegliamenti di «carità», perché essi, «concentrando» l'anima nel suo interno, la fanno « riposare... nel seno di Dio come una bambina, con silenzio di fede e di santo amore». Si noti l'e­spressione: l'anima «riposa nel seno di Dio... con sacro silenzio di fede e santo amore ». Dunque diventa passiva, e allora agiscono i Due e la rinnovano. Infatti prosegue Paolo l'anima « stando... nella solitudine interna, in quel sacro silenzio di fede e di santo amore... rinascerà sempre a nuova vita di grazia nel Divin Verbo » (75).

Ripetiamo: (Paolo non va tanto per il sottile, non si attarda su questioni speculative: a lui premevano indirizzi pratici, di direzione. Ma teologicamente è così. Ed è nostro compito, per quanto ci è possibile, dare una inquadratura teologica a tali esperienze.

Però non si può non riconoscere che egli abbia sempre di mira i due Ospiti divini (76), presenti attivamente in noi (e di cui le stesse facoltà superiori ce ne riproducono una viva immagine), i quali, illuminando progressivamente l'intelletto e accendendo sempre più di ardore divino la volontà, preparano quella « beata trasformazione » in Dio che si eterna nella Visione. Non diversa è la posizione di s. Tommaso. Per l'Angelico il Padre, proprio tramite queste due missioni temporali invisibili perfetta immagine di quelle immanenti: la generazione eterna del Verbo e la spirazione di amore dello Spirito (77) , ripetute continuamente secondo la ge­nerosità dell'anima, opera in essa quella somiglianzà con Lui fino alla trasformazione di amore e alla divinizzazione (78).

(75) Lt III, p. 834, ad A. M. Calcagnirìi, dic. 1770.

(76) Infatti esortava le anime ad entrare nel proprio « interno... gran santuario, vivo tempio di Dio » dove « risiede la Ss.ma Trinità: « Entriamo spesso in questo tempio, ed in spirito e verità adoriamo quivi la Ss.ma Trinità » (P. Valentino POV 810-811, p. 365).

(77) CI S. Th., I, q. 43, aa. 3 e 5.

(78) « ...etiam secundum profectum virtutis aut augmentum gratiae fit missio invisibilis... etc » (cf. S. Th. I, q. 43, a. 6 ad 2); cf. C. 'B', str. 13, 11.

E ciò non è poco. E' centrare la vita anteriore, è penetrare lo scopo dell'orazione: è arrivare a vivere con coscienza la pienezza della Grazia instaurando quei rapporti di intimità con le tre divine persone, la cui comunione è la realtà più vera della Grazia (79).

Ora l'orazione svela presenti i tre Ospiti divini nel tempio intcriore dell'anima (80). dove il Padre e lo Spirito Santo operano incessantemente una conformazione sempre più perfetta dell'anima al Figlio (81). Infatti l'anima proprio «in veste di figlia» si deve inserire nella società dei Tre, la cui intimità è già fin d'ora, in qual­che modo, la nostra eternità (82).

 

 

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