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2. Matrimonio mistico

 

Siamo così giunti, secondo una logica intrinseca di sviluppo contemplativo, a trattare del matrimonio spirituale del Santo, vetta «di quella santissima ed altissima scala, su la quale salgono le anime generose e grandi, ove a grado a grado, salgono sino alla cima, ove si trova il purissimo patire senza conforto, né dal Cielo, né dalla terra; e se sono fedeli a non cercar contento dalle creature, da que­sto puro patire arrivano al purissimo amore d'Iddio...

Ma se l'anima è fedele — aggiunge —, oh, che tesori acquista! Spariscono poi queste tempeste ed arriva a veri, dolci, cari e soavissimi amplessi del dolce Amante Gesù. Allora Dio la tratta da Sposa: allora si fa tra Dio e l'anima il santo Sposalizio d'amore: oh che tesori! » (83).

Il grande incontro di Paolo con lo Sposo crocifisso del 1 gen. 1721 è seguito da altri incontri non meno eccelsi, ricchi di cognizioni sublimi, di amore e di ornamenti per il matrimonio (84).

(79) Cf. Gv 14, 23; 1 Gv. 1, 3; 2, 24.

(80) Cf. Sr. Elisabetta della Trinità' Scritti, Roma 1967, Lt 151, p. 274.

(81) Cf. Rom. 8, 29.

(82) Cf. Sr. Elisabetta, Lt 196, p. 347.

(83) Lt I, p. 153 ss, ad A. Grazi, 3 ott. 1736.

(84) P. Giammaria POV 421, p. 154.

 

Allora « in spirito » egli va a pescare « nel mare Ss. delle pene di Gesù Cristo... le gioie delle sante virtù e la (sua) anima resta... sempre più bella ed adorna di queste preziose margarite » (85). E canta che è passato « l'inverno e viene la fiorita primavera e si sente vox turturìs in terra nostra (Cant. 2, 11-12) (86). Ecco con quale paragone Paolo tentava di spiegare al suo Direttore di spirito di quel tempo gli effetti di « quelle intime comunicazioni » con cui il Crocifisso lo preparava all'amplesso sponsale: « Si figuri d'aver nelle mani un catino d'oro finissimo, e che quivi gettasse, e versasse la quinta essenza dagli odori più rari, singolari ed isquisiti, e di poi vi intingesse, e v'inzuppasse un finissimo fazzoletto d'Olanda, e quindi estratto, l'odorasse; certo si è che quel fazzoletto tramanderebbe un odore inespicabile, composto di tutti gli odori. Così succede nel mio spirito, allorché riceve quell'intime nascoste comunicazioni » (87). Infatti lo Sposo crocifisso spesso lo « tiene seco... perfeziona l'o­pera che ha incominciata... oh, che nobile lavoro fa Dio nell'anima!... (Essa) diviene come un nobile Cristallo, in cui si riverbera la luce del Sole divino, e rest(a) tutta in Dio trasformata per amore e carità... Allora riposa... in pace sulla Croce, anzi (si) addormenta di sonno di fede e d'amore nel Cuore di Gesù Crocifisso: pati(sce), tace... e canta... in spirito: lo non mi glorierò in altro che nella Croce del mio dolce Salvatore » (88).

I rapimenti, i voli di spirito che rendono sempre più alta la contemplazione sulla Passione, moltiplicano a dismisura la pena e le aspirazioni di Paolo per l'unione definitiva, per « essere con perfezione unito con Lui... in Croce con Lui » (89).

E ci preme mettere in risalto ohe è proprio la contemplazione sulla Passione, centro dell'anima di Paolo della Croce, che, per una dinamica di sviluppo unitivo sempre maggiore con Cristo crocifisso, sfocia nell'unione stabile del matrimonio spirituale, nel quale l'ani­ma tratta « a solo a solo col Sommo Bene » (90).

(85) Lt I, p. 717, a L. Burlini, 4 luglio 1748. S. Giovanni della Croce afferma che i rapimenti servono a disporre l'anima per la « comunicazione totale » con Dio (Cf. C. 'B', str. 13, 6).

(86) Lt III, p. 173, al p. Giammaria, 7 set. 1759.

(87) P. Giammaria POV 421, p. 154; cf. C. 'B', str. 4, 4.

(88) Lt II, p. 719, a L. Burlini, 9 ag. 1749.

(89) Dsp. 6 die, p. 65.

(90) Lt II, p. 289, ad A. Grazi, 29 luglio 1742.

 

Non è soltanto la nostra conclusione che scaturisce da una dialettica intrinseca di progresso nell'orazione; ma è anche il parere di autorevoli studiosi di spiritualità. Sentiamo ad es. il Pourrat: « ...L'amour de Jésus Cruci­le a conduit notre sàint aux états mystiques les plus élevés... » (91). P. Breton C. P. scrive: « La Passion est bien dans cette vie l'elé-ment dominateur. C'est elle qui est au premier pian de l'intentionalité de conscience, corame voie privilégiée de l'union à Dieu... » (92). Già abbiamo visto diffusamente anche il pensiero del Santo al riguardo, che il Viller riassume cogliendone la nota dominante : « Une première idèe fondamentale chez saint Paul est que la Passion du Crist est la porte de tout ce qui conduit à la contemplation... » (93). Così, attraverso la contemplazione sulla Passione, Paolo resta trasformato per amore nel Crocifisso, ma per « starsene su la Croce come una vittima d'amore tutta unita al dolce Gesù, e tutta bruciata e consu­mata dal fuoco dell'infinita sua carità...». Paolo si sente strettamente unito al Crocifisso e lascia a Lui « la cura di fare la sua Divina Operazione nell'anima sua, cioè di trapassarla coi raggi della sua divina luce, di trasformarla tutta in sé per amore, di farla vivere del suo Divinissimo Spirito, di farla vivere vita d'amore, vita divina, vita santa» (94).

Quando si celebrò il tanto sospirato matrimonio di Paolo?

La data precisa non ci è nota. Ci sono, in compenso, accen­ni indiretti di Paolo al suo confessore, che ci consentono di situarla con molta approssimazione. Il p. Gaétan du St. Nom de Marie, C. P., è stato il primo ad indagare e a dare la data più probabile della grande tappa mistica del Santo, avvenuta, secondo il suo computo, tra la Pasqua del 1722 e l'autunno del 1723 al Monte Argentario (95).

Il p. E. Zoffoli, C. P., benché sulle prime cerchi di contestare il « luogo » dove esso sarebbe avvenuto (forse qui ha ragione) e la stessa data, poi, in definitiva, anche lui punta su una data prossima a quella indicata dal p. Gaétan (96).

(91) La Spiritualité Chrétienne, t. IV, p. 500.

(92) La Mystique de la Passion, Desclées 1962, p. 51.

(93) Contemplation..., in Dict. de Spir., II, 1041.

(94) Lt I, p. 216, ad A. Grazi, 4 ag. 1738.

(95) Cf. Orasion..., pp. 93-94.

(96) Cf. SPC..., II, pp. 1383-9.

 

Le fonti che ci consentono di fissare il tempo dello sposalizio mistico sono la relazione di Paolo fatta a R. Calabresi (97) e due testi del p. Giammaria, suo confessore.

Quest'ultimo dice che dopo la conversione (a. 1713) «proseguì Sua Divina Maestà ad ungerlo ed imbalsamarlo per lo spazio di circa 12 anni unctione misericordiae suae...»; poi aggiunge: «...Lo lasciò per il rimanente di sua vita, vale a dire per lo spazio di 50 anni incirca, in quelli orribilissimi abbandoni, aridità e desolazioni interne, delle quali ho altrove parlato... » (98).

Nel secondo testo, dopo aver parlato dell'atrocità delle desolazioni del Santo, ne riferisce la seguente confidenza: « ...'Son circa cinquant'anni che non mi ricordo di aver passato neppure un giorno senza travagli... » (99).

Stando a questi dati forniti dal p. Giammaria, il matrimonio mistico di Paolo sarebbe avvenuto nei primi anni dopo il ritiro di s. Carlo in prossimità del Sacerdozio (7 giugno 1727) e precisamente quando il Nostro era circa sui 30 anni.

La cronologia del matrimonio spirituale ha la sua importanza, specialmente in s. Paolo della Croce per l'avvenire di tenebre che gli apre; ma non è tutto. E' necessario, perciò, cercare di scoprire e, eventualmente, sottolineare i contrassegni di questo connubio ineffabile tra Dio e Paolo per scorgere le luci meravigliose e gli aspetti più eloquenti della grazia distintiva, che lo lancia a tutta prova nella sua missione ecclesiale. La conoscenza di questa esperienza singolare la dobbiamo a Rosa Calabresi (100), sua confidente negli ultimi anni di vita. Possediamo due relazioni dell'avvenimento, fatte rispettivamente nei Processi Ordinario e Apostolico di Roma.

(97) POR 2007V-8; PAR 2331v-2322.

(98) POV 421r-v, p. 154ss.

(99) POV 298, p. 126 ss. Il p. Giammaria conferma tali relazioni anche nel PAR 721.

(100) Rosa Calabresi (1743-1805) di Cerveteri (Roma), penitente del Santo dal 1765 al 1775, ricca di eccelsi doni mistici. «...P. Paolo parlando appunto della medesima, ma senza nominarla, diceva che di queste anime ne viene alla luce ogni cent'anni una » (Lt conserv. neU'arch. del Mon. di Tarquinia, 7 ag. 1778). Sulla serietà e veridicità di questa teste non ci sono dubbi. Anche il p. Gaétan la definisce « une servante de Dieu insigne » (cf. Oraison... p. 230).

 

Benché siano sostanzialmente identiche, preferiamo la prima perché anteriore di tempo e perciò più immediata, inserendo, però, anche qualche frase del Proc. Apostolico, la quale chiarisce particolari interessanti.

Ascoltiamo la Calabresi: «Mi disse... che un giorno che era la festa della Presentazione di Maria Ssma, di cui era egli divoto, mentre stava tutto assorto in Dio, gli comparve la Madonna Ssma con Gesù Cristo in seno. Sant'Elisabetta, S. Paolo, S. Giovanni E-vangelista, S. Giovanni della Croce, S. Teresa, S. Maria Maddalena de' Pazzi (101) e gli Angeli Santi. Egli si buttò prostrato con la fac­cia per terra, ma sentì una voce dalla Madonna e dal Bambino, che gli dissero se era contento di sposare misticamente l'anima sua col Divin Verbo. Lui però senza rispondere niente, tra sé diceva che non era degno di ricevere simile grazia, e che in questo mentre fu sollevato da terra da S. Elisabetta, da S. Maria Maddalena de' Pazzi e dagli Angeli Santi, i quali lo confortarono a ricevere l'anello, ed in questo mentre la Madonna e S. Elisabetta gli misero in dito un anello d'oro tutto intarsiato con gl'instromenti della Passione, ed il S. Bambino finì di metterglielo, e dopo averglielo messo gli dissero che con questo sposalizio si doveva sempre ricordare dell'acerbissima Passione di Gesù Cristo, e dell'amore che portava all'anima sua... » (102).

(101) Non ci sembra esatto il p. E. Ancilli, OCD, quando, nel suo pregiato studio S. Maria Maddalena de' Pazzi, Roma 1967 (citando il 2° voi. del p. Zoffoli, CP, S. Paolo della Croce..., Roma 1966) sostiene che la Santa sia praticamente assente dalla dottrina e dalla pietà di S. Paolo della Croce » (p. 280).

A prescindere dal fatto — peraltro molto indicativo — che sia presente alla celebrazione del suo matrimonio mistico, noi studiando le 'fonti' della spiritualità di Paolo ci siamo imbattuti in prove incontrovertibili che testimoniano con evidenza la sua devozione a s. Maria Maddalena de' Pazzi e anche una certa conoscenza del suo pensiero spirituale, attinti

— quasi certamente — nei molti Carmeli dove egli predicava gli esercizi spirituali.

Ecco alcune prove che giustificano la nostra chiarificazione: — « Accarezzi la volontà di Dio in un nudo patire: pati et non mori; e poi: et pati et mori. Sono parole di due gran Sante » (Lt I, p. 686).

— Nei Regolamenti dice esplicitamente: « Visitino spesso il Ss.mo Sacramento per raccomandarsi a Gesù: S. Maria Maddalena de' Pazzi trenta volte il giorno andava a riverirlo » (Regol., p. 2°, reg. XI, n. 16).

— « ...Ancora mostrò divozione grande verso i Santi, poiché l'ho inteso raggionare di S. Maria Maddalena de' Pazzi ed altri, esaltando molto le loro virtù.,. » (Sr. Maria Vittoria dello Spirito Santo, Carmelitana, POV 1352, p. 616).

(102) POR 2007-8; cf. PAR 2321v-2.

 

Diciamo subito che la narrazione è incantevole per la sua semplicità e sobrietà.

Uno degli elementi che colpisce è la solennità che incornicia l'avvenimento. L'apparato di gloria in cui esso si svolge, dato dal cor­teggio di Angeli e Santi di cui Paolo si sentiva particolarmente devoto, fa pensare di colpo a una frase di s. Teresa scritta in caso ana­logo : « Sembra che Dio voglia mostrare all'anima la gloria del cie-lo » (103). La visione, non c'è dubbio, è intellettuale — anche se non è accennato — ed è una delle più sublimi, quella che s. Tommaso chiama il « supremo grado » (il 3° grado), compossibile ancora in regime di fede, in cui si vede in un lume spirituale ciò che Dio vuole manifestare all'anima (104).

Ciò non esclude che il matrimonio spirituale si celebri nel fondo, nella sostanza stessa dell'anima, perché « il Signore appare nel centro dell'anima » (105). Ed è una cosa così incomprensibile che s. Teresa afferma che non vi è paragone che riesca ad esprimerla in qualche modo (106). Nello stesso senso si spiega s. Giovanni della Croce: «E' del tutto impossibile dire ciò che Dio comunica all'anima in questa intima unione » ( 107) ; anzi l'unione è così profonda che « l'anima o meglio il suo spirito, diviene una sola cosa con Dio... e rimane sempre in quel suo centro con il suo Dio » (108).

Il mistico del Carmelo lo chiama « una trasformazione totale nell'Amato. In esso l'una parte si da all'altra in possesso totale con una certa consumazione di unione amorosa in cui, per quanto è pos­sibile in questa vita, l'anima viene resa divina e Dio per partecipazione... » ; perciò è uno « stato felicissimo... » (109).

 

(103) VII M., 2. 3.

( 104) « In supremo gradu compossibili cum fide, videtur fieri in ipso Deo, non tamen claro viso. Quodcumque tamen sit medium in quo perficitur haec visio, medium quo semper est aliquod lumen spirituale, quo facile, dare et suaviter percipit anima quae Deus ei manifestat, sive caelestia, sive terrestria » (De Veritate, q. XII, a. 7).

(105) VII M., 2, 3.

(106) Ib.

(107) C. 'A', str. 26, 4.

(108) VII M., 2, 3. 4 (passim); cf. F. 'B', str. 1, 12.

(109) C. 'B', str. 22, 3. 5.

 

Ontologicamente questa deificazione di cui parla il santo non è diversa da quella della grazia santificante, ricevuta nel Battesimo; ma qui — nel matrimonio mistico — operativamente la Grazia è arrivata allo stato più alto raggiungibile sulla terra. L'anima « ormai è adagiata sulle braccia di un tale Sposo, al quale si sente sempre stretta in un vero abbraccio spirituale per mezzo di cui ella vive la vita di Dio». Perciò ad essa «si attribuisce quanto S. Paolo scrive: non vivo più io, ma e Cristo che vive in me » (Gai. 2, 20) (110).

Occorre anche notare che in tale connubio, pur sembrando più Dio che anima, anzi Dio per partecipazione (111), va esclusa ogni idea di panteismo. Abbiamo visto che Paolo ci tiene a dichiarare che l'anima, pur essendo così immersa in Dio e quasi perduta in Lui, ontologicamente ne rimane distinta.

Questa l'unione ontologica che instaura il matrimonio mistico; ma quali le ripercussioni psicologiche nell'anima derivanti da questa trasformazione in Dio?

S. Teresa ne enumera tre principali:

— Presenza di Dio pressoché continua, anche durante le occupazioni, e perfino durante il sonno (112).

— Adesione totale della propria volontà con quella di Dio. Tra i due non vi è più che una sola volontà: quella di Dio (113).

— A volte una visione intellettuale della Ssma Trinità. Ne parla S. Teresa (114); ma è una eccezione perché san Giovanni della Croce non ne parla né nel Cantico e né nella Fiamma Viva. Non rientra, perciò, nell'esperienza psicologica ordinaria dello sposalizio mistico.

Si riscontrano in s. Paolo della Croce tali esperienze, dovute all'unione sponsale? Certamente, e in una maniera marcata.

Il Santo rivela in tutta la vita, specialmente a partire dal matrimonio spirituale, una continua avvertenza della Presenza di Dio: « Se mi domandassero — diceva al Confessore — in qualunque tempo o occasione: cose pensi tu? Mi pare che potrei rispondere che nella mia mente non vi è che Dio » (115).

(110) C. 'B', str. 22, 6

(111) S., II, 5, 7.

(112) VII M., 1, 8-9; F. 'B', str. 4 15

(115) P. Giammaria POV 239, p. 97.

 

« Lo vedevo sempre assorto in Dio, anche nelle comuni ricreazioni », conferma il p. Giuseppe di S. Maria (116).

Presenza di Dio sentita molto viva, almeno nella punta dello spirito, anche durante i 50 anni di desolazioni: «Quantunque mi trovi in questo sì miserabile stato... chi mi domandasse in qualche tempo: cosa pensi tu? 'mi pare che gli risponderei che nell'alto dello spirito non ho altro che Dio presente» (117).

Anche predicando « si trovava talmente unito ed assorto in Dio, che gli levava il Signore nella mente quello che aveva imparato ed apparecchiato per la predica e gli infondeva lumi e parole tanto efficaci che il popolo nel sentirle le riceveva a guisa di celeste rugiada e gli recava una compunzione accompagnata da lacrime senza scomporsi. E diceva il Servo di Dio che in quell'atto si sentiva un gran dono d'orazione, onde conchiuse che quando ciò gli accadeva era sicuro di non errare» (118).

Presenza di Dio, dunque, sempre e dappertutto, perfino durante il sonno, come accadeva talvolta a s. Teresa: «Parlando di sé, ma in terza persona era solito dire che [la presenza di Dio] non si perdeva 'nemmeno quando si dormiva» (119).

L'altra esperienza psicologica derivante dall'unione è la perdita della proprio volontà per amare solo quella di Dio. Anche in questo il Santo conferma la dottrina mistica: «Due cose, diceva egli — e me le replicò più volte — continuamente si praticavano da lui: la prima, aver Iddio continuamente presente; la seconda, subordinare a Dio... ogni sua intenzione, cioè ogni atto di sua volontà... Da questa subordinazione alla divina volontà e dalla considerazione continua della Divina Presenza e della divina grandezza nascevano in lui continui affetti e slanciamenti amorosi verso Dio » (120). La conformità alla volontà di Dio è straordinaria soprattutto nei 50 anni di tenebre: « ...Godo e gusto di essere povero e spoglio di lumi e di doni celesti, così volendo il mio Dio » (121),

(116) P. Giuseppe di S. M. POR 1436v.

(117) P. Giammaria POV 422, p. 155.

(118) P. Bonaventura POC 213v-4.

(119) P. Bonaventura POC 213v; cf. Vita, 28, 7.

(120) G. Suscioli POR 261.

(121) P. Giammaria PAR 617v; cf. POV 302r-v, p. 129.

 

« ...Né mi curo di saperaltro, se non di cibarmi ogni momento della sempre dolcissima vo­lontà del mio Dio sopra la tavola nuda della Croce del mio Salvatore Gesù Cristo» (122).

Il p. Giammaria la chiama « ...sublime uniformità in tutti gli eventi a ciò che voleva e disponeva il Signore». Anzi il Santo manifesta chiaramente l'impossibilità — dovuta allo sposalizio mistico —di poter volere diversamente da Dio: « ...Io non posso voler altro che quello che vuole il mio Dio » (123). « Mi scrisse in certa occasione — annota ancora il Confessore —: in tutto sia fatta la ssma volontà di Dio, che voglio sempre amare e fare in vita, in morte et in aeternitate, come ne spero la grazia; qual sempre bramo e chie­do, né posso desiderare per me, né chiedere altro » (124).

Altra esperienza del connubio sponsale è, in qualche caso, la vi­sione intellettuale della Ss. Trinità. Anche il Santo è favorito di questa ineffabile compagnia. La grazia sembra si debba far risalire al giorno della sua prima Messa (8 giugno 1727): «Un giorno — attesta il citato padre — domandai al P. Paolo se in quella prima Messa la 'Ssma Trinità l'avesse niente favorito. Ed esso con santa sinceri­tà mi rispose di sì: anzi (mi soggiunse) durai per molti anni, che non mai celebravo senza molte lacrime » (125).

Il Santo si spiega meglio con la Calabresi; ma non è certo che alluda alla stessa circostanza. Sentiamo la sua confidente: «Un anno, celebrandosi la festa della Ssma Trinità, mentre stava facendo orazione, ebbe il seguente singolarissimo favore: «Fui portato (mi disse egli con gran sentimento di umiltà e divozione) in Paradiso a vedere e contemplare il celeste Regno. Ivi vidi le gerarchie angeliche, gli ordini e cori dei Santi, la Vergine Ssma, l'Umanità sacrosanta di Gesù Cristo. Oh Dio! (esclamò) che vista! Udii le melodie angeliche, con le quali mi dicevano gli Angeli santi: "al ciclo! al ciclo!"

(122) Lt III, p. 484, ad una Religiosa, 9 ag. 1757.

(123) P. Giammaria POV 302, p. 129.

(124) P. Giammaria POV 304, p. 130.

(125) POV 156, p. 55.

 

«A tali angeliche voci restai sopramodo rapito ed ebbi intelligenza altissima sopra ogni umana credenza. Osservai un trono d'immensa gloria, sopra il quale viddi la Ss. Trinità sotto il simbolo di tre nobilissimi e luminosissimi Personaggi, e lo Spirito Santo con amore indicibile mi mostrò il posto di gloria, che mi teneva prepa­rato. Oh, quanto intesi allora della potenza, della sapienza, della bon­tà e degli altri divini attributi! Alto assai: non se ne può parlare! Non vi dico termini adeguati. Dicendomi che per una ora e mezza incirca se ne stette in Paradiso » (126).

Da ciò scaturiva la competenza, lo stupore, il gusto e l'unzione con cui parlava di questo augusto mistero (127).

Perfino decantati teologi e professori, versatissimi in scienze sacre, rimanevano sorpresi nel sentire la perizia, la profondità e il « sapore spirituale » con cui Paolo si esprimeva su questo altissimo mistero (128). Talvolta era così esuberante l'intima esperienza che ne ragionava nelle comuni ricreazioni ai religiosi : « ...Discorreva così bene della generazione eterna del Divin Verbo e della Processione dello Spirito Santo e come tutto questo si faccia in un'anima misticamente, che recava meraviglia l'udirlo » (129).

E sentenziava: «Vi sono di quelli che hanno una gran divozione di andare a visitare i luoghi santi e i templi magnifici. Non disapprovo una tal divozione. Ma la fede ci dice che il nostro interno è un gran santuario, perché è il vivo tempio di Dio, e vi risiede la Ssma Trinità. Entriamo dunque spesso in questo tempio, ed in spirito e verità adoriamo quivi la Ssma Trinità. Oh! questa sì che è una devozione assai sublime!» (130). L'esperienza già avuta, il fervore e l'assiduita con cui inculcava questa grande verità di fede, chiamando l'anima « tempio vivo dello Spirito Santo » (131), « cielo spirituale » dove « tiene il suo trono la Divina Maestà » (132), « tempio vivo di Dio, ove risiede la Ssma Trinità » (133), indurrebbero a credere a una presenza sperimentale continua dell'augusto mistero, an­che se non sempre allo stesso grado. Resta, però, una mera supposizione perché gli indizi di cui siamo a conoscenza — in mancanza di altri dati (di cui siamo privi per la riservatezza di Paolo) — non suffragano con prove ineccepibili una tale affermazione.

(126) R. Calabresi POR 2009v; PAR 2323v-4v.

(127) Cf. Strambi, o. c, II, e. II, p. 214.

(128) Fr. Francesco POR 1158v-9.

(129) CI Zoffoli, SPC..., Ili, p. 2251, 17; cf. POR 775v.

(130) P. Valentino POV 810-811, p. 365.

(131) Sr. M. C. Serafina POV 987, p. 447.

(132) P. Giammaria POV 422, p. 155.

(133) Sr. M. Dolcissima POV 1098, p. 498.

 

Un effetto immediato e vistoso dello sposalizio mistico è la dilatazione dell'amore divino a servizio di tutta la Chiesa. Ma quello che occorre soprattutto scorgere è il modo particolare, la caratteristica specifica con cui si esprime questa partecipazione alla vita del Corpo Mistico. In s. Paolo della Croce tale inserzione ecclesiale è chiaramente rivelata dalla celebrazione del suo matrimonio divino, che si sigla con un ricordo perenne della Passione di Gesù. Il mezzo sensibile e simbolico che ratifica l'amore stabile tra il Verbo e l'anima di Paolo è un anello d'oro tutto intarsiato cogli istromenti della Passione con una consegna precisa: con questo sposalizio si doveva sempre ricordare dell'acerbissima Passione di Gesù Cristo, e dell'amore che portava all'anima sua.

Per Paolo, quindi, il matrimonio segna il punto culminante di una trasformazione nell'Amato, ma crocifisso. Il favore degli strumenti della Passione non poteva essere soltanto mera decorazione, ma annuncio di una partecipazione intensissima ai tormenti più atroci del Verbo crocifisso, che culmineranno nella stigmatizzazione.

Sotto questo aspetto l'unione perfetta con Dio di Paolo getta luce anche sui 50 anni di desolazioni. La sua devozione al Crocifisso, pur trovando nell'intimità sponsale il momento indbriante, non vi si può fermare per un riposo paradisiaco; ma è destinata ad intensificarsi, a crescere ancora fino all'immedesimazione con Lui, fino a riviverne le agonie dello spirito e gli strazi del corpo. L'anello infatti, invisibile agli altri ma visibile a Paolo, gli grida, con il suo simbolismo rivelatore, questa assimilazione.

Un matrimonio mistico singolare, quindi, come originale è il lavoro che Dio compie in ogni anima. Altri — e non pochi — lascia stupiti per l'avvenire che apre al Nostro. Ma, in fondo, è nella logica di una contemplazione che fiorisce e cresce sotto la Croce e dove anche produce il suo frutto naturale, esattamente nel punto culminante dell'abbraccio definitivo e trasformante nel proprio oggetto contemplativo: Il Crocifisso.

Ciò realizza il sogno più vivo di Paolo che lo affascina potentemente fin dalla celletta di s. Carlo, quando, sotto l'impeto dello Spirito che ormai domina in lui, esclama quasi con la certezza del presentimento: «Desidero sentire attualmente i suoi spasimi ed essere in Croce con Lui » (134).

Ora precisamente da questo amore di Dio così caratteristico, intonato al Verbo crocifìsso, scaturisce anche il moto caritativo del nostro Santo per le anime, che si sublima in una donazione generosa per il rinnovamento e la crescita del Corpo Mistico. Dopo il divino connubio Egli scorge in tutta l'ampiezza la sua vocazione in seno alla Chiesa. In realtà giunto a tale stato il mistico non può che partecipare alle intenzioni e ai desideri dello Sposo. E quali sono i desideri del Redentore crocifisso se non la salvezza delle anime ? « La perdita di tante anime — esclama S. Teresa — mi spezza il cuore... » (135).

Ed ecco il motivo: l'ineffabile possesso di Dio, essendo contemplazione permanente, trabocca in fecondità apostolica e segna il pe­riodo di massima attività nelle anime che ne sono favorite. Lo dice la stessa Santa : « Gran sollievo per un'anima abitualmente immersa nelle delizie della contemplazione è vedersi circondata da croci, travagli e persecuzioni... »; e aggiunge che è proprio la dovizia della contemplazione che induce tali privilegiati a consacrarsi « ai bisogni del prossimo, specialmente alle necessità delle anime, pronte, sembra, anche a sacrificare mille vite pur di trame una sola dal pec­cato mortale... » (136).

E' dopo il matrimonio mistico, infatti, che in Paolo si nota l'apparente conflitto tra il rinchiudersi nella solitudine per immergersi nel suo Dio e la sete delle anime che lo spinge per ogni dove, incurante dei disagi e pericoli. Sembra un conflitto, ma in realtà è armonia divina; perché, mentre rivela quanto sia morto ad ogni cosa, mostra anche la totale disponibilità per il suo Dio crocifisso.

(134) L'anima, infatti, «si sente trasformata in tal maniera da non riconoscersi più. Non pensa più né al cielo che l'attende, né alla vita, né all'onore, ma solo a impiegarsi alla maggior gloria di Dio ». (VII M., 3, 2).

(135) Carri, di Perf. 1, 4.

(136) Pens. sull'amor di Dio, 7, 8.

 

Perciò insegna che « la vera vita apostolica (è) nell'azione per le anime e nella continua orazione e contemplazione, la quale non consiste nel fare orazione in ginocchio di continuo, ma in quell'alto raccoglimento interno e in quello starsene nel fondo intcriore, tut­to abissato nella carità di Dio, pascendosi die ac nocte del sacro latte del santissimo amore » (137).

Tra le due tensioni: verticale, con vantaggio personale, e oriz­zontale, volta al servizio del prossimo, vince sempre il moto caritativo verso i propri simili, perché mai colmatale e sconfinato come i fratelli in Cristo sparsi nel mondo e perché l'anima, pur conservando il dono del timore in modo superiore, è ardita, vedendosi sorretta da Dio.

A queste altezze, la forza dell'amore divino, non conoscendo più ostacoli, allarga le dimensioni dell'amore del prossimo smisuratamente, fa abbracciare tutti e tutto: «Oh!... vorrei, che venisse in noi tanto fuoco di carità sino a segno di bruciar chi ci passa vicino; e non solamente chi ci passa vicino, ma anche i popoli lontani, le lingue, le nazioni, le tribù, ed in una parola tutte le creature, acciò tutte conoscessero ed amassero il Sommo Bene » (138).

Queste anime eccezionali trovano la sola capacità di accrescimento di amore nel donarsi a Dio con l'immolazione di tutto il loro essere e nel consumarsi per gli altri, al fine di arricchirli e di conquistarli a Lui. Le cure apostoliche, animate e sorrette da questa in­tenzione purissima, non ostacolano la santità ma l'incrementano (139).

In conclusione, l'amore di Dio di anime come quella di Paolo si riversa nei fratelli per amare in essi, fino alla follia, il loro Dio. Sia­mo alla piena realizzazione del messaggio dell'Apostolo dell'amore: «Da questo abbiamo conosciuto che cos'è l'amore: dall'aver Egli data la sua vita per noi! Noi pure dobbiamo spendere la vita per i nostri fratelli» (140).

(137) Lt II, p. 722, al p. T. Struzzieri, (?) 1746.

(138) Lt I, p. 315, ad A. Grazi, 22 luglio (?).

(139) Cf. LG, n. 41.

(140) Gv. 3, 16.

 

E' spiegabile allora perché Paolo dichiari di avere un'unica bra­ma, quella stessa di Gesù, venuto ad appiccare il fuoco della carità di Dio sulla terra (141): «Vorrei... se fosse possibile attaccare il fuo­co a tutto il mondo, acciò tutti unitamente amassimo il nostro buon Dio! Ah! un poco di forze per tornare in campo aperto a predicare id mio caro Gesù Crocifisso, il nostro buon Padre, morto sopra la Croce per noi peccatori, e così impedire tanti peccati » (142). Ecco i veri frutti dell'orazione; qui la devozione alla Passione è perfetta perché tesa a condurre tutte le anime — almeno con il desiderio, l'immolazione e la preghiera — al Redentore crocifisso.

 

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