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2. Metodo contemplativo del Santo

La contemplazione di Paolo ordinariamente inizia con qualche parola di affetto o di compassione, con qualche dolce colloquio od esclamazione sopra la Passione di Gesù : « Oh, dolce Gesù, come stava il tuo divin Cuore in quell'agonia dell'orto! Anima mia! Un Dio suda sangue per te! Un Dio in agonia per te! Oh amore! Oh carità! Oh gran Padre, quanto hai amato ed ami l'anima mia! Ed io t'ho offeso!... Ah dolce Gesù lavami col tuo sangue prezioso, bruciami del tuo santo amore! ecc. » (108).

'Ma dopo una o due parole resta assorto « con le pene infuse del suo Sposo in sé... e se ne sta in Dio con quella vista amorosa e dolorosa » (109).

Paolo tiene presente questa esperienza quando scrive: «L'amo­re lascia parlar poco e si esprime più col silenzio. Una parola d'amore basta. Oh Padre! Oh gran Padre! oh bontà! Oh amore! Una di queste giaculatorie basta a tenere un'anima amante lungo tempo in orazione» (110). Anzi insegna che il solo guardare il Crocifisso, baciargli con amore le Piaghe sanguinanti può immergere in alta contemplazione (111).

Nella contemplazione del Crocifisso non si ferma esclusivamen­te ai patimenti fisici, esteriori di Gesù, anche se li tiene nella dovuta considerazione e li stima incentivi dell'amore; ma va più a fondo. Si addentra nelle disposizioni intcriori che animarono Cristo nel soffrire la sua Passione. A conferma richiamiamo qualche espressione più significativa: «So che feci anche dei colloqui sopra la dolorosa Passione del mio caro Gesù. Quando gli parlo dei suoi tormenti (V. G. gli dico): Ah mio Bene, quando foste flagellato come stava il vostro Ssmo Cuore; caro mio Sposo, quanto vi affliggeva la vista dei miei gran peccati e delle mie ingratitudini... » (112)!

(108) Lt III, p. 214, ad A. C. Anguillara 27 ag. 1754.

(109) Dsp. 8 die, p. 67 s.

(110) Lt III, p. 367, a T. Palozzi, 31 ag. 1758; ci. Lt I, p. 433.

(111) Cf. Strambi, o. c, II, e XVI, p. 352.

(112) Dsp. 26 nov., p. 56.

 

Lo stesso metodo insegna alle anime : « Se non puole meditare la Passione di Gesù, ne parli con S.D.M. con qualche colloquio amoroso: "Oh amor mio! come stava il vostro Cuore in quell'Orto! oh, che pene! Oh, quanto Sangue! Oh, che amara agonia! e tutto per me! ecc". Fatto questo, seguiti il suo riposo amoroso in Dio in pace, in sacro silenzio » (113).

Per questa « via » perviene alla Divinità, perché le azioni di Gesù e quindi anche le sue disposizioni intcriori poggiano direttamente sull'unica Persona, la quale è divina (secondo il noto principio actiones sunt Suppositorum). E' interessante constatare che proprio quando il suo spirito comunica con queste disposizioni interiori di Cristo paziente, allora raggiunge l'atto contemplativo, penetra in Dio e si sente i tormenti di Gesù infusi nell'anima, che gli fanno provare un misto di amore e di dolore insieme: « ...Sento che alle volte lo spirito non può più parlare, e se ne sta così in Dio con i suoi tormenti infusi nell'anima, ed alle volte pare che si disfac­cia il cuore » (114).

Il suo magistero ricalca questa esperienza : « Vorrei... che si lasciasse tutta penetrare dall'amore con cui Egli le ha patite; la via corta però è di perdersi tutta nel mare di queste pene, giacché come dice il Profeta, la Passione di Gesù è un mare di amore e di dolore» (115). Abbiamo potuto rilevare che quando per esempio scrive: « ...Si presenti nell'orazione abissata nel suo nichilo, vestita di Gesù Cristo e delle sue pene in pura fede e nudità di spirito, spogliata di immagini e lasci che lo spirito, faccia quel volo d'amore che le farà fare lo Sposo celeste... », punta precisamente a questa contemplazio­ne perfettissima, dove il « volo d'amore » fa penetrare nel seno della Trinità...

La devozione alla Passione di Paolo della Croce, quindi, non è una devozione esteriore (anche se ha delle manifestazioni esteriori, rilevate già a suo tempo), pietistica come qualcuno poco avveduto potrebbe giudicare dal primo capitolo; ma è una devozione vera, che fa propri i sentimenti e le disposizioni intcriori dell'Amato.

(113) Lt I, p. 401, a don F. A. Appiani, 26 giugno 1736.

(114) Dsp. 26 nov. p. 56; cf. ib., 8 die, p. 67.

(115) Lt III, p. 459, a sr. Chiara, 18 (?) 1757.

 

Paolo della Croce vede in Cristo sofferente non soltanto un esempio morale da imitare, ma più ancora vi scorge una virtù deificante da attingere. Questa esperienza così profonda e vitale, innestata sulla virtualità ontologica dei tormenti di Cristo gli facevano sentire al vivo la Divinità nella Passione di Gesù. Lo rivelano le espressioni, pie-ne di stupore, che più frequentemente uscivano dalle sue labbra-« Un Dio morto per me ! Un Dio flagellato per me ! La gran Maestà legata per me! » (116).

Le «pene infuse», che causano «amore e dolore», «mare di amore e di dolore », sono l'obiectum quo, il mezzo formale che realizza l'esperienza mistica del Santo. Sono, in altri termini, il tocco di connaturalità tra Dio e l'anima, cioè il « tocco » che rende presente e sperimentale Dio all'anima.

Lo confermano le parole di Paolo che al riguardo splendono per chiarezza, sottolineando e questo soprattutto nel Diario che i tormenti di Gesù costituiscono la luce contemplativa infusa specifica sotto la quale e in forza della quale egli tocca nel Crocifisso la Divinità, perdendovisi e bruciando d'amore.

La sapienza infusa luce e amore in lui sono i tormenti di Gesù che, penetrando nel suo spirito, lo immergono nell'unica Persona divina che li soffre nella natura umana. Così Paolo attraverso l'in­finito dolore di Gesù sofferente si immerge nell'infinito Amore di Dio che ha decretato e voluto la Passione.

Anche a costo di ripeterci, crediamo indispensabile sentire i testi del Santo, che danno la prova più evidente di questa misteriosa contemplazione : « Sappia che nel raccontare le pene al mio Gesù, alle volte come ne ho raccontata una o due, bisogna che mi fermi perché l'anima non puole più parlare, e sente liquefarsi, sta così languendo con altissima soavità mista con lacrime con le pene del suo Sposo in sé, oppure per più spiegarmi, immersa nel Cuore e dolore Ssmo del suo Sposo dolcissimo Gesù, alle volte ne ha intelligenza di tutte, e se ne sta così in Dio con quella vista amorosa e dolorosa: ciò e difficilissimo a spiegarsi, parmi sempre cosa nuova» (117).

(116) Sac. G. Sisti POV 58, p. 10.

(117) Dsp., 8 die, p. 67 s.

 

« ..Feci anche dei colloqui sopra la dolorosa Passione del mio caro Gesù... sento che alle volte lo spirito non può più parlare e se ne sta così in Dio con i suoi tormenti infusi nell'anima ed alle volte pare che si disfaccia il cuore » (118).

« ...Fui anche con molte tenerezze, massime nel ricordarmi dell'infinito amore del mio caro Dio nell'essersi fatto uomo e nascere con tanto incomodo e tanta povertà... e poi mi riposavo così nel mio Dio» (119).

Questa orazione infusa attinge una profondità teologica stupenda. Ed è la peculiarità più originale e ricca dell'esperienza mistica paoliana. Ora se egli nei dolori di Cristo e attraverso di essi scopre, conosce ed esperimenta l'amore di Dio e il contatto con Lui, essi non possono che essere come abbiamo già detto e giova ripeterlo obiectum quo, la luce contemplativa specifica sotto la quale e in forza della quale Paolo si immerge in Dio e prova che Egli è un « immenso mare di infinita Carità » (120).

Perciò può dire con la certezza di chi ne ha scrutato il mistero, che la Passione di Gesù «è la più grande e stupenda opera del divino amore» (121), «...il miracolo dei miracoli dell'amore di Dio» (122). E la ragione è presto detta: «II mare rosso della Passione di Gesù... nasce dall'infinita carità di Dio » (123).

(118) Ib., 26 nov., p. 56.

(119) Ib.. 24 die, p. 79.

(120) Lt I, p. 484, a sr. Cherubina, 20 giugno 1742.
Dall'insieme dei testi del Santo sull'argomento sembra ohe da questa esperienza infusa tocco di connaturalità con Dio bisognerebbe escludere ogni concetto distinto e analogico; nel caso, essa rimarrebbe una conoscenza sapienziale semplicissima, attuata dallo Spirito Santo per mezzo dei suoi doni nella sostanza dell'anima, da cui viene percepita attualmente (« ...lo spirito se ne sta così in Dio con i suoi tormenti infusi nell'anima... »). Con ciò vogliamo sottolineare solo la natura sperimentale e infusa di tale esperienza, senza entrare in merito al problema, ancora molto discusso.

(121) Lt n, p. 499 a sr. C. G. Gandolfì, 21 ag. 1756.

(122) Lt II, p. 726, .a L. Burlini, 17 ag. 1751.

(123) Lt I, p. 267, ad A. Grazi. 3 apr. 1741.

Da qui parte il magistero paoliano: su questa esperienza singolare, ricchissima, ineffabile egli ricava deduce e formula i suoi insegnamenti spirituali. Ciò spiega anche l'unzione, il fuoco e il sapore mistico delle sue parole sempre 'fresche, intatte ed efficaci, perché scaturite dal contatto del « dolcissimo Sposo Crocifisso » (124), « vera luce del mondo » (125), « nostra via, verità e vita » (126).

Un rilievo abbastanza importante a cui già si è accennato si deve dare al fatto della presenza dell'Umanità adorabile di Cristo fino alle più alte vette mistiche. Ed è una presenza ontologica, rea­le, anche se non sempre avvertita psicologicamente dall'anima operante in sé.

L'Umanità Ssma di Gesù svolge una funzione indispensabile, di causa efficiente strumentale dell'unione con la Divinità e dommaticamente non se ne può prescindere: significherebbe negare l'unione ipostatica. Il Santo non manca di precisarlo, avvertendo che « qualora Iddio chiama l'anima nell'interno, convien che se ne stia col suo divin Figliuolo in sinu Patris, perché Egli stesso ha detto: Ubi sum ego, Mie et minister meus erìt (Gv. 12, 26) » (127).

Anche s. Tommaso d'altronde, insegna che tra le cose sensibili che ci fanno da « scala » per salire alla Divinità un ruolo eminente spetta all'Umanità di Cristo, la quale per l'unione intimissima (ipostatica) con la Divinità eccita in modo tutto particolare alla devozione (128).

Personale e suggestiva l'esegesi fatta da Paolo in chiave mistica al passo giovanneo 10, 16 e il parallelo istituito tra « porta » e « ovi­le». Cristo Uomo è la «porta», punto di accesso alla Divinità; Dio, il seno del Padre, è l'«ovile», l'oggetto formale, il termine ri­solutivo del processo contemplativo: « ...Quivi giunta, l'anima felicemente si perde per amore in quel sommo infinito Bene, qual goccia gettata in alto mare» (129).

(124) Lt I, p. 478, a sr. Cherubina, 7 (?) 1741.

(125) Lt II, p. 495, a sr. Colomba, 3 ag. 1756.

(126) Lt IV, p. 292 s., ai Religiosi..., 23 marzo 1752.

(127) P. Giammaria POV 424 V, p. 156.

(128) Cf. II-II, q. 82, a. 3 ad 2.

(129) P. Giammaria POV 423 v, p. 156.

 

Nell'«ovile», dunque l'anima si abissa in Dio e, pur non avvertendo sempre direttamente Gesù sofferente ve lo ritrova almeno come causa dell'assorbimento di amore nella Divinità: «Non si credino l'anime che stando così assorte nell'Amore, di essere aliene dalla Passione Ssma di Gesù, perché essendo la Passione Santissima del Divin Redentore un'opera tutta d'amore, stanno eminentemente anche nella Passione Santissima di Gèsu...» (130).

Particolarmente nell'esperienza mistica di Paolo il punto di partenza (« terminus a quo ») è l'Umanità straziata di Gesù (pene infuse), che rimane presente 'fino ai supremi gradi di unione anche se solo in modo implicito; perciò non sempre la sua anima riesce a percepirla attualmente. Egli confessa di esserne a contatto e di sentirla in quelle vette eccelse in un modo nuovo, eminente, misterioso e perfettissimo, che chiama « senza immagini », « in pura fede e santo amore».

Anche ai Diretti insegna che sempre tramite la Passione a volte sentita, sia pure nell'oscurità della fede sono messi in con­tatto con la Divinità, si immergono nel seno del Padre, possono naufragare nella Trinità, termine ultimo ed immediato del cammino contemplativo: «Fatevi sempre più vostre colla fede e col santo amore le pene di Gesù, standovene sempre unita con lui e seco crocifissa, che esso vi insegnerà il modo di fuggire e nascondervi in Dio in pura fede... » (131). L'anima « con una dolce occhiata di fede e di amore [può] far sempre più il suo volo intcriore in Dio in nudità e povertà di spirito, perdendosi tutta in Lui..., ma tutta vestita di Gesù Crocifisso» (132). In breve: Lasci «sparire (dirò così) codesta goccia del suo spirito nel mare immenso della Divinità, ma questo volo di fede e di amore si deve fare in Gesù Cristo, sempre unita in spirito, senza però immagini, alla Ssma Passione » (133).

(130) P Giammaria POV, 424.

(131) Lt II, p. 468, a sr. C. G. Gandolfi, 16 luglio 1754.

(132) Lt II, p. 462, alla stessa, 23 luglio 1754.

(133) Lt II, p. 522, alla stessa, (senza data).

 

Una volta però che essa, guidata dall'Umanità sofferente di Gesù arriva nel suo centro, raggiunge il suo fine, che è Dio, allora si riposi in Lui bruciando soavemente del suo amore. Ecco il pensiero limpido e profondo di Paolo: «Ottimo si è di cominciare l'orazione dai Misteri della Ssma Passione, perché questa è la porta: Ego sum ostìum, et nemo venìt ad Patrem nisi per me (Cf. Gv. 10, 7; 14, 6); ma quando poi l'anima si perde nell'immenso della Divinità standosene in quella vista di fede e di amore dell'Infinito Bene tutta cibata di amore e carità, deve star così; e sarebbe errore ben grande il divertirsi ad altro » (134).

Neppure questo perdersi in Dio però, amandolo tramite il Figlio (vista di fede) nello Spirito (vista d'amore), naugrafando in Lui, imitando lo scambio vitale e ineffabile delle Persone divine '(Peri-còresi) (135) elimina la Passione; anzi l'anima proprio perché sta immersa in Lui si trova inabissata anche in essa, che vede nella sua causa più alta, nell'amore infinito di Dio che l'ha operata: «E che si crede lei conclude Paolo ...sebbene le pare di perder di vista la Ssma Passione, che non resti ad essa unita? Oranes qui in Christo baptizati estis, Christum ìnduistis (Gai. 3, 17), Vita vestra abscondita est cum Christo in Deo ('Col. 3, 30) » (136).

 

a) Spiegazione teologica della contemplazione del Santo

Abbiamo visto che la contemplazione di Paolo della Croce è amo­rosa e dolorosa insieme. Noi riteniamo che in essa il « dolore » e l'« amore » siano spiegabili solo alla luce dell'Essere di Gesù Uomo-Dio, a cui Paolo, nell'atto contemplativo, resta incatenato e immedesimato per amore.

Ora, nell'unica Persona divina di Gesù, l'Umanità, anche quando è immersa nel dolore, rivela e conduce all'amore della Divinità, e questa santifica, divinizza ed eleva a valore salvifico il dolore. Que­sto il duplice volto della Passione, che rimane misterioso come l'essere ipostatico di Gesù.

Tale caratteristica delle pene di Gesù, volute ed accettate dal Supposto divino che è innestato ed agente nelle due nature si dovrà riflettere, di conseguenza, nella contemplazione del Santo. Difatti, attraverso il dolore di Cristo (effetto), egli penetra nell'amore di Dio (causa).

(134) Lt II, p. 810, a don G. A. Lucattini, 20 luglio 1751.

(135) Cf. S. Giov. della Croce, C 'A'. 37, 2; C 'B', 39, 4.

(136) Lt n, p. 810s, a don G. A. Luoattini, 20 luglio 1751.

 

Pertanto la contemplazione di Paolo risulterà una mescolanza arcana di amore e di dolore, e dove egli avverte l'Essere singolare di Gesù, Uomo-Dio, appunto nella realtà della duplice natura (« mare di amore e di dolore »), ma confluente ineffabilmente nel suo principio più alto: la iPersona divina del Verbo (« due mari in uno »).

Queste profondità teologiche solo i mistici le penetrano nello Spirito, da cui sono condotti, il Quale scruta ogni cosa, anche le profondità di Dio (137).

 

b) Influsso passiocentrico

Abbiamo visto che la contemplazione di Paolo della Croce è cristocentrica e più specificamente passiocentrica.

Di conseguenza riteniamo che anche le virtù teologali della fede, speranza e carità, purificate sotto l'influsso di questa contemplazione passiocentrica e come filtrate attraverso di essa, ricevano la sua impronta singolare; rimangano, cioè, legate al mistero della Croce, che le ha nutrite, sviluppando tutte le loro virtualità per questo nobile scopo.

Infatti, Paolo crederà in Dio con fede incrollabile, soprattutto per l'amore dimostrato da Lui nella Passione del suo Figlio diletto. Lo dicono i suoi scritti: « La Passione di Gesù è opera di amore. Un semplice sguardo di fede a qualche mistero particolare o a tutta in generale può tenere l'anima in alto raccoglimeinto con quella vista di fede o attenzione amorosa a Dio » (138). « O Gesù, amor dell'anima mia, in voi spero! in Voi credo! Voi amo! O Sangue caro di Gesù! O Sangue dolcissimo! In voi son tutte le mie speranze! » (139). «Oh beata quell'anima che sta crocifissa con Gesù senza saperlo e senza vederlo, perché priva d'ogni conforto sensibile! Oh fortunata quell'anima che in tale abbandono di ogni contento..., cibandosi della divina volontà, china il capo e dice con Gesù: Pater, in manus tuas commendo spiritum melimi, e muore misticamente a tutto ciò che non è Dio per vivere in Dio vita divina nel seno stesso del celeste Padre, tutta vestita di Gesù Cristo Crocifisso, cioè tutta unita alle sue pene, le quali l'anima amante... fa sue mediante l'unione di carità col Sommo Bene » (140).

(137) Cf. 1 Cor, 2, 10.

(138) Lt III, p. 4SI, a sr. M. Innocenza, 21 giugno 1757.

(139) Lt I, p. 527, a L. Giannotti, 19 marzo 1734.

(140) Lt III. p. 17, a D. Panizza, 2 apr. 1750.

 

Paolo spererà da Dio, con gioiosa fermezza, la sua salvezza, ma per mezzo di Gesù penante di cui reca al vivo le stigmate crocifiggenti: «Vivamente sperò di conseguire l'eterna beatitudine per i meriti e Passione di Gesù Cristo, Signor Nostro; quale portava scolpita nella sua mente, e nel cuore; onde spesso soleva dire: "lo spero la salvazione dell'anima mia per i meriti della Passione di Gesù Cristo. I miei meriti sono i meriti di Gesù " » (141). « Io sono un puro nulla; io non sono che un abisso di mali. Voi solo, o mio Dio, siete quello che siete, e da voi spero ogni bene per i meriti del Sangue del mio Gesù» (142). Anche nelle desolazioni solo il crocifisso gli infonde fiducia: «Oh Dio! Quanto è sdegnato S.D.M. contro di me! Spero però nella Ssma sua Passione... » (143).

Paolo amerà Dio con una perfetta conformità alla sua volontà, ma sarà un amore che sboccia dal Verbo crocifisso e si traduce in una donazione completa per stamparlo nel cuore di tutti: «Tutta nascosta in Gesù Cristo si ripo'si nel suo divin Cuore come una bambina; si lasci tutta penetrare dalle sue pene amarissime poiché in queste e per queste si accende in noi l'amor di Dio, e restiamo assorbiti per amore nell'abisso della Divinità» (144). «Nella Passione Ssma di Gesù... l'anima amante succhia il miele e il latte del santo amore » (145). Ed in verità la Passione lo accendeva di amore di Dio. Spesso ripeteva: «Come! Un Dio umanato! Un Dio crocifisso! Un Dio morto! Un Dio sacramentato! 'Come, chi, un Dio!». E qui restava sempre qualche tempo in silenzio, come estatico per lo stupore. Continuava poi ad esclamare: «Oh carità, o amore sviscerato! Chi? e per chi? Oh ingrate creature! E come non si ama Iddio! Vorrei se fosse possibile attaccare il fuoco a tutto il mondo, acciò tutti unitamente amassimo il nostro Dio» (146).

(141) P. Giammaria POV 282v, p. 119.

(142) Lt I, p. 239, ad A. Grazi, 17 ag. 1739.

(143) Lt III, p. 182, al p. Fulgenzio, 8 marzo 1749.

(144) Lt I, p. 512, a sr. Cherubina, 18 (?) 1753.

(145) Lt II, 366, a sr. A. M. Basca, 5 luglio 1742.

(146) Strambi, o. c, II, e. Vili, p. 263.

 

«Mi veniva dolore di vederlo offeso, e gli dicevo che mi desidererei scarnificato per un'anima. Ahimè! mi pareva languire vedendo la perdita di tante anime che non sentono il frutto della Passione del mio Gesù... » (147). « II vero amore di Dio si esercita sulla croce dell'amato Bene Cristo Ge­sù» '(148).

Ovviamente, lo stesso deve dirsi delle virtù morali, soprattutto di quelle infuse: prudenza, giustizia, fortezza e temperanza (149). Infatti, in esse si riscontra lo stesso influsso passiologico.

Prudenza: «Tutto il suo pensiero sia di starsene come un bam­bino nel seno del Padre celeste, tutta vestita delle pene Ssme di Ge­sù » (150). « Noi non dobbiamo gloriarci in altro che nella Croce del nostro Salvatore Gesù Cristo » (151). « La SS. Croce di Gesù nostro Bene sia sempre piantata in mezzo al nostro cuore, acciò il nostro spirito sia innestato in questo albero di vita e poi produca frutti degni di penitenza per i meriti infiniti della morte del vero Autore della vita » (152). « Mai si deve lasciare la vista di questo divino Esemplare di Gesù Appassionato » (153), perché « Gesù Crocifisso... insegnerà la via del Paradiso» (154). «Viva Gesù: manteniamo il cuore sempre rivolto al Paradiso » '(155).

Giustizia: «L'anima... sta fissa alla volontà ss. del suo diletto Sposo Gesù, volendo piuttosto essere crocifissa con Lui, perché ciò è più conforme al suo amato Dio, il quale in tutta la sua Ssma vita non ha fatto altro che patire » (156). « ...L'anima non desidera altro che la sua gloria, il suo amore e che sia temuto ed amato da tutti » (157).

(147) Dsp. 4 die, p. 63 s.

(148) Lt I, p. 491, a sr. Oherubina B., 18 dic. 1743.

(149) S. Tommaso parla degli effetti delle virtù morali infuse nelle anime avanzate « iam purgati animi » e li riconosce molto elevati: « Ita scilicet quod prudentia sola divina intueatur; temperantìa terrenas cupiditates nesciat; fortitudo passiones ignoret; justitia cum divina mente perpetuo foedere societur, eam scilicet imitando... » (I-II, q. 61, a. 5).

(150) Lt III, p. 468, a sr. M. Chiara, 3 giugno 1757 (?).

(151) Lt II, p. 719, a L. Burlini, 9 ag. 1749.

(152) Lt I, p. 67, a don E. Tuccinardi, 29 ag. 1726.

(153) Lt I, p. 615, a T. Fossi, 30 maggio 1752.

(154) Lt I, p. 548, allo stesso, 12 dic. 1738.

(155) Lt I, p. 101, ad A. Grazi, 10 ag. 1733.

(156) Dsp. 21 dic., p. 75.

(157) Ib. 1 gen. 1721, p. 87.

 

Fortezza : « Non mi cessa il desiderio di morir martire, massime per il Ssmo Sacramento, cioè dove non si crede » (158). « ...Volesse Iddio che potessi dare il sangue e la vita per questa fede, mi reputerei troppo felice » (159). « Quando mi si appresentano tempeste di varie sorte, dico a me stesso: voglio amar Dio quanto posso in questo momento, come se fosse l'ultimo di mia vita; voglio patire con contento adesso, senza pensare al futuro » (160). « Vorrei poter dire che tutto il mondo sentisse la grande grazia che Dio per sua pietà fa quando manda da patire, massime quando il patire è senza conforto... » (161).

Temperanza : « Non desidero saper altro né gustar alcuna con­solazione, solo che desidero d'essere crocifìsso con Gesù » (162). « ...Te­mo più la sottrazione dei patimenti che un che tema di perdere le sue ricchezze... » (163). « ...Chi dentro sta unito con il Figliuolo di Dio vivo, ne porta l'immagine anche al di fuori con un continuo esercizio di eroica virtù e massime d'un patire virtuoso, che non si lamenta né di dentro né di fuori... » (164). « Tutti i travagli, pene, ecc, si devono stritolare con la sofferenza e il silenzio; poi se ne fa una pillola impastandola col balsamo della Passione Ssma di Cristo e s'inghiottisce con la fede e con l'amore e si digerisce col calore della carità di Cristo » (165).

Le virtù morali, infatti soprattutto quelle infuse esaminate sotto l'influsso della contemplazione, perfezionate dai doni dello Spirito Santo, si allineano necessariamente, per consonanza, a quelle teologali da cui ricevono alimento in larga misura, specialmente dal­la carità (166), della quale possono chiamarsi espressioni concrete e fattive. Ora la fede, la speranza e, in particolare, la carità di Paolo della Croce erano dominate da un unico ideale: il Crocifisso; perciò possiamo affermare (e i testi lo mostrano) che le stesse virtù morali, al pari delle teologali, fossero motivate e come crismate da questo sommo amore al « Christus patiens ».

(158) Ib. 29 die, p. 33.

(159) Fr. Francesco POR 785; cf. P. Giammaeia POV 302 v, p. 129.

(160) Lt I, p. 630, a M. Alvarez, 15 gen. 1735.

(161) Dsp. 21 die, p. 75.

(162) Ib. 29 nov., p. 53.

(163) Ib. 21 die, p. 74.

(164) Lt II, p. 422, a sr. C. G. Gandolfi, 18 set. 1743.

(165) Lt II, p. 584, a G. Ercolani, 22 feb. 1750.

(166) Cf. C 'B', str. 24. 7; str. 30, 8.

 

 

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