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Spiegazione teologica della seconda notte dello spirito

 

Molti valenti studiosi di spiritualità hanno riscontrato in san Paolo della Croce una seconda « notte » dello spirito succeduta al matrimonio spirituale, e l'hanno qualificata «eccezionale». Per questo hanno cercato di giustificarne la presenza e la finalità o le finalità alla luce della teologia.

Riferiamo alcune delle principali opinioni, le quali, oltre a mettere in luce qualche aspetto della spiritualità del Santo, ne mostrano a finalità prevalentemente ecclesiale.

 

a) Varie soluzioni

— P. R. Garrigou-Lagrange, OP (199), partendo dalla dottrina mistica di san Giovanni della Croce sulle purificazioni passive delle anime contemplative, ne mette in luce la acerbità ma anche la transitorietà: le raffigura a un «tunnel» da attraversare, il quale im­mette in un regno piuttosto sereno e pacifico, senza particolari prove.

Ma l'agiografia ci mette di fronte a delle anime in cui le prove passive si prolungano anche dopo l'unione trasformante. Come spiegarle? L'eccellente studioso ricorre alla distinzione tra notte purificatrice e notte riparatrice, assegnando la prima alle purificazioni che precedono l'unione trasformante e la seconda alle prove passive susseguenti l'unione sponsale.

(199) Nuit de l'esprit réparatrice en S. Paul de la Croix, in Etudes Carmelitaines, XXII (1938). t. II, pp. 287-293; cf. anche Les trois àge de la vie interieure, ed. du Cerf, Paris, t. II, pp. 662-670.

 

La finalità principale che attribuisce a tali prove in anime già pu­rificate è « riparatrice » ; e le anime che le subiscono verrebbero associate a Gesù e alla sua Santa Madre o per una grande causa spirituale (es. fondazione di un Istituto religioso) o per la salvezza di molte altre anime. Dei due esempi « tipici » esaminati, uno è quello del Fondatore dei Passionisti. S. Paolo della Croce, dice, avendo fon­dato un Istituto votato alla riparazione, i suoi lunghissimi anni dì desolazione e di ogni genere di prove si devono considerare una « via riparatrice » in tutta la loro profondità ed elevazione ; quello di Paolo sarebbe un apostolato con sofferenze spirituali ad un grado ec­cezionale.

— P. J. Lebreton, SJ (200), situa s. Paolo della Croce nello studio della mistica riparatrice, la quale ha la sua prima e più alta espressione nei Martiri (testimoni di Cristo). Essi, inseriti misteriosamente in Cristo, soffrono per lui e con lui, ed Egli da alle loro sofferenze un significato di riparazione. Ma i Martiri non sono che i precursori e le primizie di alcuni contemplativi, i quali vengono associati alla Passione di Cristo — se non con l'effusione del sangue — con prove e sofferenze mistiche, a volte terribili, per il bene delle anime (201). Nello studio di questa mistica riparatrice — secondo il Lebreton — emergono due elementi essenziali:

1) la partecipazione alla Passione di Cristo;

2) l'associazione alla sua opera redentrice.

Ritiene che in san Paolo della Croce predomini il primo elemento, sebbene sia presente anche l'altro. Per Paolo della Croce il Crocifisso non è solo un ideale, ma il « modello » su cui impronta tutta la sua vita. Il matrimonio spirituale e la stigmatizzazione sono le tappe decisive dell'itinerario mistico del Santo. Esse segnano una trasformazione e crocifissione con Cristo nell'amore e nel dolore. Questa predilezione e partecipazione effettiva alla Passione costituiscono anche la sua chiamata alla vocazione riparatrice, giustificata, del resto, dall'esempio stesso di Cristo, il quale si è offerto vittima di espiazione per i peccati degli uomini.

(200) In Tu solus Sanctus, Paris 1948, pp. 215-236.

(201) Cf. o. e, pp. 209-214.

 

— P. M. Viller, SJ (202), dopo aver esaminato la contemplazione infusa di Paolo sulla Passione, che definisce « nuova nella esperienza mistica », si propone di dare — nella logica di tale contemplazione — una spiegazione alla vita del Santo ricolma di prove, soprat­tutto passive. E' del parere che lo scopo principale della sua contem­plazione sulla Passione è condurlo ad appropriarsi dei dolori di Cristo, è di patire con Cristo.

Paolo, infatti, manifesta il desiderio di voler essere sempre nelle sofferenze (203), perché Cristo ha sofferto; anzi vuoi soffrire co­me Cristo ha sofferto. Così il desiderio di fare suoi gli strazi di Cristo anima la sua vita.

Ma nota il Viller che la brama di associarsi al patire di Cristo — specialmente al nudo patire, all'abbandono — non diminuisce l'orientamento apostolico del Santo, anzi esso matura con la partecipazione alla Passione. In questo senso il pensiero riparatore scaturisce spontaneo dalla comunione coi dolori di Cristo. E offrirsi vittima per i peccati degli uomini è una maniera di associarvisi.

— P. Basilio de S. Pablo, CP (204), è del parere che alla notte di spirito di Paolo della Croce non si addica il termine « riparatrice » strettamente parlando, perché il Santo nella sua profonda umiltà non si credeva capace di consolare Gesù, riparando per gli altri: voleva soffrire con Lui e basta, e più volte dichiara che solo Gesù è necessario. Come comprova porta il fatto che Paolo non ha fondato una Congregazione votata alla riparazione, né ha invitato le anime dirette a divenire « vittime » nel senso di Paray-le-Monial. Aggiunge che negli scritti del Santo —che, peraltro, fa larghi riferimenti all'Apostolo Paolo — mai ricorrono le parole « completare » o « supplire » ciò che manca alla Passione di Cristo.

(202) La Mystique de la Passion chez Saint Paul de la Croix in Recherohes de science religieuse, 40 (1952), pp. 426-445.

(203) Cf. Dsp. 6 die, p. 65; 21 dic., p. 73 ss. etc.

(204) La Espiritualidad de la Passion, Madrid 1961. pp. 303-320.

 

— P. S. Breton, 'CP (205), pensa che le desolazioni di Paolo della Croce rientrino nella dialettica della sua esperienza mistica sulla Passione. Egli le vede come un'esigenza fondamentale della intuizione più felice del Santo: la morte mistica che prepara la divina rinascita nel Verbo. Così la « notte di spirito » succeduta al più eccelso dono mistico, sarebbe una partecipazione alla Passione, che ha un fine in sé e quindi non c'è bisogno di cercarne uno estrinseco (la riparazione). Essa, perciò, in Paolo della Croce sarebbe « purificatrice », perché mai termina il movimento catartico della creatura, che è il «nulla». Ora per risalire da tale abisso creaturale fino all'« Infinito » c'è un cammino di purificazione senza fine.

— P. E. Zoffoli, CP (206), riconosce alla « notte » di Paolo una partecipazione alla Passione di Cristo, benché il Santo non abbia inteso imprimere alla sua Congregazione la nota distintiva della « riparazione». Ma tale associazione alla Passione trova il suo aspetto « più elevato e meritorio » nella riparazione. Dal matrimonio mistico in poi, « quando restò pienamente trasfigurato nel Cristo, Paolo senti di amare il Padre e i fratelli come lui, provando fino allo spasimo la sua ansia di riparare per tutti ».

(In pratica, la ritiene una « notte riparatrice », anche se il Santo non era del tutto cosciente dei disegni di Dio sulle sue terribili desolazioni (207).

Più che rilievi critici particolari — che riteniamo inopportuni in questa sede — diamo un giudizio sommario sulle opinioni riiferite.

Come si vede, gli studiosi non passionasti annettono alla seconda notte dello spirito di s. Paolo della Croce una finalità prevalentemente « riparatrice » (208), quelli Passionisti, invece — eccetto il p. Zoffoli che ripiega in una posizione conciliativa (l'unica risolutiva dello spinoso problema) — puntano più sull'aspetto di partecipazione alla Passione del Redentore, annullando o quasi una finalità « riparatrice ».

Data questa discordanza di pareri, si può trovare una soluzione che giustifichi con prove convincenti il « caso » della seconda notte dello spirito del Fondatore dei Passionisti?

E' quello che ci proponiamo.

(205) La Mystique de la Passion, Desclée 1962, pp. 125 ss, 187 ss.

(206) In S. Paolo della Croce..., II, p. 393ss e in Le Monache Passioniste, Tar- quinia 1970, pp. 93ss.

(207) Cf. Le Monache Passioniste, p. 94.

(208) P. Garrigou-Lagrange non è esatto quando afferma che Paolo d Croce ha fondato un Istituto votato alla riparazione (intendendo i passionisti). Ma, anche a prescindere da ciò, la sua tesi ha il suo vai restando sempre marginale l'errore storico.

 

b) Nostra soluzione

Noi riteniamo — dopo un attento esame delle fonti — che la seconda notte dello spirito di s. Paolo della Croce sia un'assimilazio­ne a Cristo crocifìsso con finalità meritoria della sua paternità spirituale e riparatrice. Esporremo in base a dati la verità di questa affermazione e ne tenteremo anche una giustificazione teologica con passi biblici, i quali ricorrono per lo più anche nelle lettere del Santo.

La seconda notte di s. Paolo della Croce è un'assimilazione a Cristo crocifisso: è, cioè, vivere con pienezza la devozione alla Passione fino all'amarezza dell'agonia del Getsemani e allo strazio dell'abbandono estremo sulla Croce.

Su ciò abbiamo testimonianze rivelatoci e preziose, fatte sia dal Santo ohe dai testimoni nei Processi.

Paolo fin dalla cella di s. Carlo rivela una partecipazione singo­lare alla Passione ; infatti desidera di essere « crocifisso con Gesù» (209). Poi, quando incomincia a provare le trafitture desolanti degli abbandoni interni, prega Gesù crocifisso che non lo liberi da «tali patimenti, « volendo (l'anima) piuttosto essere crocifissa con Lui, perché ciò è più conforme all'amato suo Dio, il quale in tutta la sua vita non ha fatto altro che patire » (210).

Alla Grazi parla così delle sue pene, quando già da quasi dieci anni soffriva le desolazioni della seconda notte: « ...Quando mi è occorsa qualche grossa tempesta, se mi sono trovato davanti al mio Amore Sacramentato, l'anima mia è volata in spirito ad abbracciarsi a quell'infinita carità, esposta sull'altare all'adorazione dei popoli, e mi sono sentito fare dal Salvatore questa dolcissima parlata: Figlio, chi s'abbraccia a me, s'abbraccia alle spine!. Che si crede, figlia mia, che l'anima mia non intendesse che il nostro Gesù è un mare di infinite dolcezze? Certo che l'intendeva, ma Dio le faceva altresì capire, con quelle parole: chi s'abbraccia a me, s'abbraccia alle spine che siccome il caro Gesù ha voluto che la sua Santissima Vita qui in terra sia stata sempre in mezzo alle spine di pene, travagli, fatiche, stenti, angoscie, disprezzi, calunnie, dolori, sferzate, chiodi, spine e morte amarissima di Croce, così mi faceva intendere che abbracciandomi a lui dovevo menare la mia vita in mezzo alle pene! Ed oh, con quanto giubilo la povera anima abbracciava ogni sorta di penare! » (211).

Paolo stesso riconosce che il Padre vuole associarlo in maniera tutta speciale alla Passione del suo Figlio: « ...Per quello che si vede, il Signore Iddio vuole tenermi così crocifisso con Lui, infino che gli piacerà... » (212).

Anche il p. Giammaria attesta che il Signore lo provò « per farlo divenire un vero esemplare di Gesù Crocifisso... » (213). Il fatto poi, che le pene interne si acuivano sensibilmente il venerdì (214) è un'altra prova che esse erano una partecipazione alla Passione di Gesù.

(209) Dsp. 23 nov., p. 53. 210) Dsp. 21 die, p. 72 ss.

(211) Lt I, p. 194, ad A. Grazi, 29 ag. 1737.

(212) Lt II, p. 325, a in. M. Crocifissa, 11 luglio 1772.

(213) POV 468, p. 177. Anzi aggiunge: « Mi confidò un'anima di molta unione con Dio che, portata in spirito al Calvario, poche anime vi trovò che facessero compagnia a Gesù nel nudo patire. Tra queste anime però vi trovò il Servo di Dio, P. Paolo della Croce » (POV 229, p. 127).

(214) P. Giuseppe POR 1554.

 

Del resto, questa fisionomia caratteristica del Santo viene rico­nosciuta ufficialmente dalla Chiesa nel decreto di canonizzazione: « Inter eos quos Dominus praescivit et praedistinavit conformes fieri imaginis Filii sui Beatus Paulus a Cruce est recensendus. Qui, dum in terris ageret, Christum imitans pauper et umilis oves errantes, quae Domui Dei perierant, per ardua et aspera quaerens ad ovile re-duxit. Christo ctiam in Gruce confixus, eiusque vulnera ita in corde gerens, ut iam non sibi sed Christo viveret, in Christo vitam abscondens... » (215).

Ma la finalità di tale notte:

— E' meritoria della sua eccezionale paternità spirituale. Infatti era chiamato a stabilire nella Chiesa due Istituti Religiosi, a cui doveva lasciare in retaggio il suo carisma: la spiritualità della Pas­sione.

Il p. Giammaria riconosce che gran parte delle sofferenze spiri­tuali e fìsiche di Paolo erano finalizzate a far nascere nella Chiesa la sua Opera : « Stava molto a cuore del Servo di Dio lo stabilimento della Congregazione, ed il Signore, dopo avergli dati chiarissimi lumi, ed avergli fatto distendere le Regole, prima di consolarlo volle provarlo per lo spazio d'anni vent'uno, cioè dal 1720 al 1741, in cui fumo per la prima volta approvate dalla s. m. di Benedetto XIV per apostolico rescritto. E pria di fargli vedere approvato l'Istituto, volle provare la sua pazienza e longanime sofferenza per lo spazio di soli anni 49, cioè fino al 1769, nel qual anno fu dalla s.m. di Clemente XIV approvato con sua Bolla l'Istituto, e confermate furono le Regole» (216).

Paolo stesso accenna spesso alle molte sofferenze di spirito e di corpo, le quali molto spesso mette in relazione allo stabilimento della Congregazione: « ...Le dico che Paolo della Croce è dal principio di febbraio in qua inchiodato sul pagliaccio per i soliti suoi dolori..., oltre le continue angustie e tribolazioni che va soffrendo anche per la Congregazione che si trova angustiata e perseguitata dagli uomini e dai diavoli che ne minacciano l'esterminio, e massime del povero vecchio che scrive, il quale prova sempre più i colpi dell'ira ed indignazione di Dio sopra di sé... » (217).

(215) Decr. Canon, in Com.menta.riwm actorwm omnium Canonizationis... quam solemniter celebravit Ssmus Pius Papa IX, Romae MDCOCLXVIII, voi. I, p. 50 ss.

(216) P. Giammaria POV 465r-v, p. 176.

(217) Lt II, p. 514, a sr. Colomba, 28 feb. 1764.

 

« ...Fra poco parto — dice in un'altra — e starò fuori un pezzo per le Fondazioni, Missioni ecc, Oh, quante battaglie e pericoli mi sono apparecchiati! Oh, in che acque mi trovo! Ho bisogno di orazioni... esclamate per chi va alla battaglia ed a solcare il mare nelle tempe­ste ecc. » (218).

Altre volte espone i suoi estremi bisogni, facendo chiaramente vedere che i suoi dolori sono diretti a rafforzare e dilatare la suri Opera: «La Congregazione sta ora attaccata a un filo sottilissimo; sto aspettando maggiori affanni e guai orribili...» tanto che si sente sfinito e prende il sonno « solamente tremante, come chi alla matu na deve essere appeso alla forca. Mi stringo alla volontà di Dio — aggiunge —, ma trovo da ogni parte pena ecc, e tutto ciò che non pos­so, né so spiegare » (219).

Eppure mai dubita dell'aiuto divino, mai si abbatte. Anche quando vede l'opera « quasi totalmente distrutta » (220) dalle opposizioni, calunnie e diserzione di molti soggetti validi, spera che « l'infinita Bontà... porrà questo minimo grano di senape nel campo della sua Chiesa, che innaffiato dal Sangue divinissimo di Gesù Cristo, mediante la predicazione dell'amarissime sue pene, dabit fructum in tempore suo» (221). Egli sa che l'opera è di Dio, è voluta da Lui. Perciò è sicuro che «quando l'albero avrà fatte profonde radici a furia di piogge, nevi, venti ecc. » (222), « si stenderà a mari usque ad mare » (223). Infatti negli ultimi anni il 'Signore lo consola ed egli può dire ai suoi figli : « Prima di morire lascio la Congregazione ben fondata e stabilita in perpetuo nella santa Chiesa di Dio » (224), « ...fino alla fine del mondo » (225).

Anche la preparazione « del Ritiro per nido delle dilette Colombe idei Crocifisso » (226), cioè la fondazione delle Monache Passioniste, se « deve essere parto di orazioni » (227), non per questo gli risparmia pene e sofferenze di ogni genere, specialmente (come già si è notato a suo luogo) da parte dell'inferno.

(218) Lt II, p. 819, a don G. A. Lucattini, 9 sett. 1751.

(219) Lt II, p. 821, allo stesso, 1 luglio 1752.

(220) Lt I, p. 281, ad A. Grazi, 16 mag. 1742.

(221) Lt II, p. 216, all'abate Garagni, 10 marzo 1741.

(222) Lt II, p. 94, al p. Fulgenzio, 29 luglio 1746.

(223) Lt II, p. 122, allo stesso, 2 dic. 1747.

(224) Lt III, pp. 296, 298.

(225) Lt III, p. 833, ad A. M. Calcagnlni, dic. 1770.

(226) Lt I, p. 511, a sr. Ch. Bresciani, 18 (?) 1753.

(227) Lt II, p. 315, a m. M. Crocifissa, 24 mag. 1768.

 

Paolo con quella semplicità che gli è propria, pur con minimi accenni, si esprime a sufficienza: «Io mi prevedo che avrò molto da tribolare, forse più che per la nostra Congregazione, ma spero che Dio mi darà grazia di patire e superar tutto per sua maggior gloria » (228).

Per quest'Opera implora preghiere, perché si trova in « estremo bisogno » e ha necessità di gran lume. Si sente infatti, « ...sempre più al buio; e pure — aggiunge — tutta la macchina è sopra le mie spal­le e mi da gran pensiero essendo un affare di grande considerazio­ne... » (229).

— E' anche riparatrice, perché le anime trasformate in Cristo non possono che fare proprie le finalità che ha avuto la Vittima divina dell'immolarsi sulla Croce per la salvezza del mondo.

Questa finalità riparatrice in Paolo della Croce appare fin da s. Carlo, come documenta in più punti il suo Diario: « ...Mi veniva do­lore di vederlo offeso, e gli dicevo che mi desidererei (essere) scarnificato per un'anima. Ahimè! mi pareva languire, vedendo la perdita di tante anime, che non sentono il frutto della Passione del mio Gesù... » (230). Ha il desiderio di morire martire « massime per il Ssmo Sacramento, dove non si crede...». E aggiunge: «Mi son sentito commosso a riparare le irriverenze massime della chiesa...». Vuoi fuggire con Gesù sacramentato in un luogo dove non sia profanato con irriverenze e per questo scopo chiede la grazia di « piangere a lagrime di sangue » (231).

Esattamente come 20 anni dopo ripete con la stessa brama di riparare, associandosi anime generose: « ...Ricordo, e vorrei scriverlo più con lagrime di sangue, che con l'inchiostro, che nel povero mondo inonda quasi dappertutto l'iniquità e Dio è sopramodo offeso. Adunque, che faremo, sorelle mie in Gesù Cristo, che faremo? Non è forse dovere che facciamo ogni sforzo per opporci a tanti mali, almeno col piangerli giorno e notte e procurare d'apparecchiare il nostro cuore ben ornato di tutte le virtù e sopra tutto d'una vera umiltà... acciò il nostro buon Dio possa in esso consolarsi e prendere le sue delizie, giacché è tanto offeso, disprezzato, oltraggiato dalla maggior parte dei cristiani ? Sì certamente. E la santa Chiesa, sposa amatissima del sovrano Monarca Gesù Cristo, lo canta nell'Ufficio Pasquale dei Santi Martiri: in servis suis consolabitur Deus. Oh, dolci parole! Nei suoi cari servi e serve... si consolerà il nostro buon Dio. Oh, caro mio Dio ! E che finezze son queste ? Volete voi che siete l'istessa consolazione consolarvi nei vostri diletti servi e serve! Oh, eccesso di carità! Oh, finezza d'affetto! Sì, sorelle mie in Gesù Cristo, si consola il dolce Gesù nei suoi servi e serve, e respira (dirò così) pei il dolore che gli cagionano i peccatori con tante offese.

(228) Lt II, p. 794, a D. Costantini,

(229) Lt I, p. 794 s, a T. Fossi, 26 mag 1770.

(230) Dsp. 4 die, p. 63 ss.

(231) Dsp. 29 die, p. 83 ss.

 

«E' vero, è verissimo che Dio immortale, impassibile non è capace di sentir dolore; ma la Sacra Scrittura, per esprimere la gravezza delle offese che si facevano al buon Dio, anche prima del diluvio, si esprime in questi termini: Tactus dolore cordis intrinsecus, che vuoi dire che il Divin Cuore fu ferito dal dolore per le offese che si commettevano contro S.D.M... Adunque, amiamo questo caro Dio che ci ama tanto, consoliamolo per tante offese che gli son fatte, plachiamolo con le nostre orazioni e discrete penitenze, ponendole tutte nelle Piaghe Ssme di Gesù ed offerendole al Divin Padre, supplichiamolo in grazia del Ssmo suo Figliuolo, che ponga rimedio a tanti mali...» (232).

Questa caratteristica espiatrice spicca con più evidenza nell'azio­ne apostolica e viene riconosciuta una nota dominante del ministerc missionario di Paolo della Croce. Infatti, « bramava ardentemente far note a tutti gli uomini le pene amarissime del suo Crocifisso Amore e risvegliare tutti i peccatori dal profondo letargo dei loro vizi. Eppure, diceva egli medesimo che prima d'andare a predicare parevagli d'aver sopra il petto come un gran macigno, provandolo in tal guisa Iddio per dargli più occasione di meritare. Ben spesso e prima d'uscire in missione ed allorché vi si ritrovava, pria di salire in palco, era oppresso ed assediato da tali doglie e dolori che con gran stento si poteva muovere » (233).

(232) Lt H, p. 367 ss, alle sorelle Valerani, 12 luglio 1742.

(233) P. Giam. POV 465v-466.

 

Sembra di vedervi rinnovare il « soffro le doglie del parto, fino a che in voi non sia formato il Cristo» dell'Apostolo (234).

Ci viene ancora riferito che « tante volte... pativa simili desola­zioni in tempo che faceva o prediche o esortazioni; e si vedeva una cosa mirabile: le sue parole facevano una grande impressione negli uditori, ed egli assicurava che le parole gli conveniva tirarle a forza dalla bocca » (235).

Un'anima di grande perfezione diceva al Santo di vederlo pro­prio quando predicava « abbracciato con Gesù Crocifisso ». Alle repliche di Paolo, che stentava a credere che si potesse trovare tanto unito con Dio mentre si vedeva «tanto desolato di spirito», lei gli diede da parte del 'Signore la misteriosa spiegazione che andiamo provando: « Siccome Gesù Cristo partorì l'anime al cielo nel colmo degli abbandoni, così vuole che le partorisca anche lei » (236).

'Dopo ciò meraviglia come il p. Basilio di s. Paolo — seguito da qualche altro — abbia potuto menomare un aspetto tanto evidente nella vita del Fondatore. Le affermazioni da noi addotte sono lampanti e — per di più — tratte dagli scritti o dalle espressioni del Santo riferite dai testimoni. Altre se ne potrebbero riportare che richiamano quanto gli fosse presente e vivo l'aspetto della riparazione. Particolarmente significative — ci preme ancor sottolinearlo — quelle della quaresima di s. Carlo quando il carisma di Paolo si delinea e appaiono tutte le linee direttrici della sua spiritualità: contemplativa, apostolica e riparatrice.

(234) Gai. 4, 19.

(235) Fr. Francesco POR 1164v-1165.

(236) P. Giam. POV 300v, p. 128. Un caso analogo riferisce R. Calabresi. Una sera Paolo, davanti al Crocifisso, pensava: « Io prego per gli altri e l'anima mia sta nel fondo dell'inferno! ». Ma da quell'immagine parti una voce sensibile: « L'anima tua sta nel mio Cuore » (PAR 2272v).

 

E' vero che il Santo non fa riferimento esplicito al passo paolino Col. 1, 24, perché ama morire misticamente anche a questo pensiero: «Meglio è star in croce senza averne altra notizia» (237). Ma in pratica la dottrina dell'Apostolo la conosce molto bene; anzi essa anima il suo zelo e la sua fame di patire ed è uno dei pensieri che più lo assillano (238), come dimostrano alcune sue frasi che citiamo a titolo di saggio: « ...Non lasci di starsene nel Sancta Sanctorum del Cuore purissimo di Gesù ; l'ami con lo stesso suo Cuore, si lasci penetrare da un vivo dolore degli oltraggi che gli son fatti in quell'adorabilissimo Sacramento, e li ripari con umiliazioni, adorazioni, affetti, lodi, ringraziamenti eoe. » (239). « 'Devo raccomandarle una gran de-vozione al S. Cuore di Gesù, la quale si pratica come segue. Lei deve visitare il SS. Sacramento massime in certe ore che non vi è nessuno, poiché tali visite gli sono più grate » (240).

A sr. Ch. Bresciani scrive « Nel cuore di Gesù Sacramentato (de-ve) spasimare di dolore per le irriverenze che riceve dai cattivi cristiani e dai più cattivi ecclesiastici e religiosi e religiose, i quali corrispondono con ingratitudine e sacrilegi a tanto amore; e per riparare a tanti oltraggi deve l'anima amante offrirsi vittima tutta incenerita nel fuoco del santo amore, ed amarlo e lodarlo e visitarlo in certe ore che non v'è chi gli faccia corte, ecc. Oh quanto avrei da dire su questa materia... » (241).

Da parte sua Paolo sente l'esigenza imperiosa dell'immolazione: « ...Voglio andare a trovarmi ai piedi del sacro Altare, e fare un sacrificio della mia vita a Gesù, sacrificio d'amore e di dolore, voglio essere una vittima sacrificata in olocausto, e l'olocausto si brucia tutto, e non vi restano nemmeno le ossa, tutto a fuoco, tutto a fiamme, tutto in cenere » (242).

« Ogni mattina — sono ancora sue parole — nella S. Messa mi sono offerto al Signore in totale olocausto » (243).

Mi disse — depone Domenica Bravi — che «ogni giorno, non una volta, ma spesso e quasi, dirò così, di continuo alzassi il Crocifisso, offerendolo all'Eterno Padre per placare il suo sdegno e per la conversione dei peccatori, che tanto l'offendono e coi loro peccati tanto l'irritano » (244).

(237) Lt I, p. 542, a T. Fossi, 26 ag. 1737.

(238) E si capisce perché: chi ama veramente, desidera che venga amato e riverito da tutti l'Oggetto amato.

(239) Lt I. p. 272ss.. ad A. Grazi, 22 luglio 1741.

(240) Lt dal ' Boll, della Congr. ' (1928), p. 91 ss.

(241) Lt I, p. 473 ss, a sr. Ch. Bresciani, 9 ag. 1740.

(242) Lt I, p. 166, ad A. Grazi, 3 (?) 1737.

(243) P. Giam. POV 250, p. 103.

(244) PAR 2630.

 

E non poteva essere diversamente, perché un vero amante di Dio non può che essere apostolo e non può che far sue le pene dell'Amato, condividendone anche le finalità. Oltre che essere un'esigenza dell'amore in genere, è un'esigenza peculiare dell'amore di Dio, il quale non ha orizzonti limitati o prospettive egoistiche, ma è sconfinato: «Oh! potessi andare dall'Oriente all'Occidente a scoprire a tutti il tesoro che abbiamo dentro di noi! Il Regno di Dio è dentro di noi... » (245).

Ed egli sente di amare le anime in una maniera misteriosa, come le ama Dio stesso. Abbraccia tutti gli uomini cementandoli nel­la sua fiamma con l'immolazione e il sacrificio.

Così la devozione alla Passione, cioè la partecipazione viva ai dolori di Cristo, si dispiega nella dimensione apostolica: «...Mi soggiunse che sentivasi struggere di zelo e di desiderio di aiutare tante povere anime. Mi ricordo che proruppe in queste espressioni: Io ho avuto sempre stimolo grande di aiutare tutti... Iddio voleva che io mi facessi tutto a tutti per guadagnare tutti al Signore-» (246). In­fatti è proprio nei cinquanta anni di crocifissione con Gesù che si avverte con pienezza il « senso ecclesiale » del Santo. Allora egli scri­ve: « ...Guarderò l'anime... con l'istesso occhio con cui il misericordioso Signore me l'ha fatte sempre mirare ovunque sono stato, cioè nelle Piaghe Sacratissime dell'Amabilissimo nostro Redentore, squarciate ed aperte più dall'infinita sua carità, che dai duri chiodi, affin­chè bevessimo in gaudio, le acque salutari della grazia in queste fonti di vita eterna » (247).

La contemplazione, il fascino della solitudine, il martirio interiore sono in funzione apostolica: sono tutti elementi che animano, infiammano e dinamizzano in rinnovata disponibilità ecclesiale: « ...S'industriò mai sempre con zelo veramente fervente e operativo di coadiuvare alla salute delle anime o in tutte le occasioni che gli si presentavano o in quelle delle quali andava egli in traccia... » (248).

La fiamma accesa in s. Carlo: «Non mi si parte il continuo desiderio della conversione di tutti i peccatori... » (249) diventa incendio: «Vorrei... se fosse possibile, attaccare, il fuoco a tutto il mondo, acciò tutti unitamente amassimo il nostro buon Dio » (250).

(245) P. Giam. POV 426v, p. 157.

(246) R. Calabresi PAR 2282.

(247) Lt II, p. 339, a mons. Abbati, 13 sett. 1741.

(248) P. Giam. PAR 635.

(249) Dsp. 15-18 dic., p. 71.

(250) Fr. Bartolomeo POR 225v-9.

 

Paolo più si vede in Croce con Cristo e più sente anche il dramma della Chiesa, uscita dal Cuore trafitto del Redentore (251), santa sì, ma sempre bisognosa di purificazione (252): «...I travagli che pativa la Chiesa... lui li sentiva al vivo... » (253).

«'Preghino assai per i bisogni di S. Chiesa...» (254), ripete le mille volte ai suoi diretti. I gemiti della terribile notte sono fiamme ecclesiali, che gliela fanno amare ancora di più e che egli usa chiamare col dolce nome di « Madre » (255). « II suo maggior patire — infatti — consisteva nel sentire che il grande Iddio era offeso dai peccatori... » (256). Quando ormai il suo corpo impotente non regge più alla fiamma del suo zelo, esprime il proprio rincrescimento: «Ah! se il Signore mi ritornasse a dare un poco di forze! Vorrei subito ritornare in campo aperto e in battaglia coll'esercizio delle sante missioni! » (257). Ma non riuscendo ad appagare le sue brame comunica e affida il suo zelo bruciante ai suoi figli : « Andate voi altri, giacché io non posso più! » (258).

Infatti ha dato alla Chiesa una moltitudine di figli qualificati, arricchiti della fiamma del suo spirito, affinchè « come trombe sonore animate dallo Spirito Santo risveglino le anime addormentate nel peccato mediante la santa predicazione delle Pene Ssme del Figliuolo di Dio, Gesù Cristo... » (259). Per questo si sente in modo particolare « figlio della Chiesa ». Lo grida al termine della sua vita, spesa per la Sposa di Cristo: «Prima di morire mandò a dire a sua Santità che egli era figlio della Chiesa, sebbene l'infimo, il più indegno ed il più 'miserabile » (260).

(251) SC, n. 5.

(252) LG, iti. 8.

(253) Fr. Francesco POR 786.

(254) Lt III, p. 710, 826; I, 801, 804, 805 sa; IV, 261...

(255) Lt II, p. 508, alla Gandolfi, 25 maggio 1762.

(256) Don G. Sisti POV 58r-v, p. 10.

(257) Fr. Francesco POR 775.

(258) Fr. Francesco POR 868V-9.

(259) Lt IV, p. 229, ai suoi Religiosi, 19 ag. 1851.

(260) P. Domenico POR 1729v.

 

Come lo rattristavano e infiammavano il suo zelo le lacerazioni del Corpo Mistico: «Oh, Dio! quanto sento al vivo queste tribolazioni, perché mi protesto essere vero figlio della Chiesa, nostra Madre! » (261).

La Passione redentrice insieme a Cristo è una fiamma contemplativa da cui scaturiscono l'affanno, l'assillo, l'ansia più cocente per la salvezza dei fratelli.

Così la trasformazione in Cristo crocifisso non è solo un momento contemplativo, ma genera la massima fecondità, estende la sua fiamma in fervore apostolico.

Questo sentire cum Ecclesìa è l'elogio più alto della Mistica!

# # #

Ci sia consentito di attardarci ancora per un attimo sulla spiegazione della seconda notte dello spirito di s. Paolo della Croce, perché ci sembra di vederla rientrare in una « ragione » che, pur lascian­do intatte quelle esposte, le assomma e le giustifica.

(Infatti, a nostro avviso, vi è una spiegazione più alta che aval­la le singole motivazioni particolari addotte (le quali, ripetiamo, sono verissime e hanno certamente il loro peso teologico) e le riassume — quasi sotto lo stesso denominatore — in un'unica motivazione come al loro principio che fonda e giustifica tutte le altre. Questa motivazione è il « carisma » di s. Paolo della Croce, è la ricchezza della spiritualità della Passione.

Come è noto, s. Paolo della Croce è il Fondatore della Congregazione dei Passionisti e delle Monache Passioniste. I due aspetti essenziali di tale spiritualità: l'apostolato della Passione e l'immolazione riparatrice - (scaturienti — si capisce — dalla contemplazione passiocentrica) si debbono necessariamente ritrovare nell'anima del Santo.

Sono le due caratteristiche del suo carisma di Fondatore, ma che egli ripartisce con una nota dominante.

(261) Fr. Bartolomeo POR 2210.

 

Ai Passionisti assegna come scopo primario la predicazione del Verbo crocifisso: «...Siamo destinati a predicare le Pene amarissime del nostro Gesù, promuovendo in tutti i cuori la vera divozione alle medesime, mezzo tanto efficace per esterminare tanti mali... » (262). Intende arruolare nella Congregazione «fervidi Soldati sotto le sacrosante insegne della Passione Ssma di Gesù Cristo... acciò con la tromba della divina parola, mediante la Passione Ssma di Gesù Cristo risveglino i poveri peccatori che sedent in tenebris et in umbra mortis, affine sia glorificato Dio in tante anime convertite ed in molte che si daranno allo studio della santa orazione e per tal mezzo a una vita santa » (263).

Alle Monache Passioniste consegna principalmente l'immolazione silenziosa in unione a Cristo crocifisso per la salvezza dei Fratelli.

Infatti Paolo ha inteso adunare « le pure Colombe del Crocifisso, acciò facciano perpetuo lutto per la Ssma Passione, ungendo le Piaghe Divine col balsamo delle loro lagrime, sgorgate da cuori veramente ardenti d'amore » (264). « Le Figlie della Passione — spie­ga ancora — devono non solo coll'abito, ma molto più col cuore, con la mente e con le opere fare un perpetuo lutto per amore del Crocifisso Signore, e medicare coll'esercizio continuo delle virtù le Piaghe sue Santissime, essendo questa la mira che si è avuta nell'istituzione del loro Istituto... » (265). Ma la contemplazione del Crocifisso, la riparazione è in funzione apostolica : « Abbiano a cuore tutte la conversione dell'anime peccataci, Eretici, ed Infedeli, la Santificazione dei prossimi, la liberazione delle Anime del Purgatorio, l'esaltazione della S.a Madre Chiesa... » (266).

Non c'è dubbio: Paolo della Croce ha vissuto intensamente le due componenti di questa spiritualità, perché — stando alla dottrina di s. Giovanni della Croce — come «Padre» di tutta la spiritualità della Passione, doveva averne lo « spirito » e viverlo con pienezza per poterlo poi trasmettere ai suoi Figli (267).

(262) Lt II, p. 218, all'Abate Garagni, 18 mag. 1741.

(263) Lt II, p. 213, allo stesso, 10 (?) 1741.

(264) Lt II, p. 785, a D. Costantini, 4 apr. 1757.

(265) Lt II, p. 327. a m. M. Crocifissa, 12 mag. 1773. Paolo parla in metafora « ungere »; ma è chiaro lo scopo riparatore. Infatti Pio X nel Docu­mento del Monastero delle Passioniste di Lucca (2 ott. 1903), ricalcando lo scopo inteso da Paolo, può dire: « ...Le suddette pie Vergini ab­biano per speciale scopo della loro comunità quello di offrirsi vittime al Signore per i bisogni spirituali e temporali di S. Chiesa e del Sommo Pontefice ».

(266) Regolamenti..., testo primitivo, reg. XI, n. 14.

(267) Cf. F. 'B', str. 2. 12.

 

Quando ci si rende conto della ricchezza di questo carisma e della « missione » che s. Paolo della Croce doveva svolgere nella Chiesa, non desta più tanto stupore il suo eccezionale itinerario spirituale, il quale — peraltro — (come, del resto, ogni itinerario spirituale) non è mai classificabile a schemi fissi, perché fondato sulla sovrana liberalità di Dio (il quale assegna ad ogni anima una missione specifica con un traguardo di santità da raggiungere a Lui solo noto) e sulla docilità e corrispondenza dell'anima.

 

c) Giustificazione teologica

Abbiamo affermato con dati obiettivi che la misteriosa notte di Paolo della Croce è una assimilazione a Cristo crocifisso con finalità meritoria della paternità spirituale e riparatrice.

A questo punto ci si può chiedere: perché Dio tratta così duramente le anime a Lui care? In altri termini: si può trovare una giustificazione teologica a queste desolazioni, abbandoni, a pene così diuturne e infernali e a mille altri travagli di ogni genere in anime che meno delle altre avrebbero bisogno di purificazione?

La risposta non può essere che positiva.

Innanzitutto non sembri strano questo atteggiamento di Dio verso le anime che più ama, perché nulla si realizza nel mondo del­le anime che Egli non abbia già fatto conoscere attraverso il suo Spirito nella divina Rivelazione. Infatti il « modo » di agire di Dio è presente nella s. Scrittura, la quale ne spiega anche i motivi, che a noi è sembrato di intuire nella loro profonda verità nella presente questione. Essi sono riflessi nelle lettere del Santo e sapientemente rievocati dalla Liturgia nella sua festa.

(Conformazione a Cristo crocifisso)

Dio vuole conformare gli « eletti » alla vita di Gesù e così perpetuarne nel mondo la presenza e la testimonianza: «Dio ci ha predestinati ad essere conformi all'immagine del suo Figlio » (268).

iNon diversamente la intende Paolo della Croce quando scrive che « le croci, i travagli ecc. mantengono le anime in umiltà, fanno che si abbia ricorso a Dio e si esercitino le più belle virtù cristiane, per l'esercizio delle quali diventano care e degne spose del Crocifisso: " Christus ipassus est... ut sequamini vestigia eius... Quos praescivit et praedestinavit conformes 'fieri imaginis Filli sui " » (269). Egli chiama i patimenti « i più preziosi regali che il nostro buon Dio voglia compartire alle anime sue dilette » (270), li considera « sferzate amorose » e li vede i « segni » che Dio vuoi fare dell'anima « un vivo ritratto di Gesù Cristo » (271).

Questa somiglianzà a Cristo crocifisso si realizza in modo particolare negli Apostoli, coi quali Paolo della Croce può ripetere: « Siamo tribolati in tutto... portiamo sempre e dovunque nel nostro corpo le sofferenze di Gesù morente, affinchè anche la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo. Noi che viviamo, infatti, siamo di continuo esposti alla morte per amore di Gesù, affinchè anche la vita di Gesù sia manifestata nella nostra carne mortale » (272). E' la « vita moriente » (« una delle maggiori grazie che comparte la misericordia divina ») che perfeziona la « morte mistica » in chi si è dato totalmente a Dio e alla sua causa, come tante volte non ha cessato di insegnare il Santo (273).

E' il Venerdì Santo che si prolunga nei membri del Corpo Mistico, e soprattutto in alcuni di essi arricchiti di particolari carismi, come gli Apostoli, i Fondatori di un Ordine Religioso, ecc. E' quello che un giorno Gesù diceva a Paolo della Croce e che la liturgia della sua festa ripete: « Constituam te ministrum, et ostendam tibi quanto operteat prò nomine meo pati » (274).

(268) Rom. 8, 29.

(269) Lt IV, p. 170 - da 1 Pt. 2, 21; da Rom. 8, 29.

(270) Lt II, p. 30, a M. G. Venturi Grazi, 20 giugno 1760.

(271) Lt I, p. 684; III. pp. 602, 609, 613 ecc.

(272) 2 Cor. 7-11.

(273) Lt III, p. 821. ad A. M. Calcagnini, 31 (?) 1769.

(274) Officina propria C. P., die 28 apr.; cf. P. Giam. POV 297v, p. 126- da Atti 9, 16.

 

(Riparazione e Paternità Spirituale)

Ma quale lo scopo di tali inaudite sofferenze in Paolo della Croce, se non generare alla vita della grazia le anime e meritare il suo « spirito » ai suoi figli? :

Infatti egli può ripetere con l'Apostolo: « ...E' così (con le sofferenze) che in noi agisce la morte, in voi la vita » (275), « Cura liber essem ex omnibus, omnium servum feci, ut plures lucrifacerem : omnibus omnia factus sum, ut omnes facerem salvos » (276), « Omnia sustineo propter electos, ut ipsi salutem consequantur » (277), « Adimpleo ea, quae desunt passionum Ohristi in carne mea, prò corpore eius quod est Ecclesia » (278).

Questo vale per l'azione apostolica in genere, che gli fa generare le anime alla vita soprannaturale in Cristo e per le quali può con verità ripetere col suo grande omonimo: «Soffro le doglie del parto fino a che non venga formato in voi il Cristo » (279), « Vorrei io stesso essere anatema e separato da Cristo per i miei fratelli » (280).

Ma questo vale anche — e molto più — per la sua Paternità spirituale, che gli fa generare nella Chiesa i Figli della Passione (affinchè « vi siano 'Santi Operai... nella vigna della... Chiesa » (281), ai quali consegna il suo « spirito » e insegna l'unione con Dio attra­verso la sapienza della Croce: «Homo Dei sub crucis vexillo milites Christi congregavit: docuit eos ambulare cum Deo et pugnare cum antiquo serpente; praedicare populis Jesum Christum et hunc crucifixum» (282).

(275) 2 Cor. 4, 12.

(276) Off. propr. C. P., die 28 apr. - da 1 Cor. 9, 19. 22.

(277) Off. propr. C. P. die 28 apr. - da 2 Tim. 2, 10.

(278) Off. propr. C. P., die 28 apr. - da Col. 1, 24.

(279) Gai. 4, 19.

(280) Rom. 9, 3.

(281) Lt IV, p. 229 (passim).

(282) Off. propr. C. P., die 28 apr.; cf. 1 Cor. 1, 23.

 

Dio assume tali anime — già perfette, giunte all'unione sponsale — e le lascia ancora soggette a sofferenze penose e a prove passive terribili per accrescere il loro capitale di amore e, quindi, la loro capacità di merito. Limpido l'insegnamento di Gesù su questa attività sapiente del Padre: « Io sono la Vite e il Padre mio è l'agricoltore... Ogni tralcio che porta frutto lo pota, perché frutti di più» (283).

il Signore assimila i suoi eletti a Cristo crocifisso per esaltarli come Lui, sceglie anche per loro la via della croce per coronarli di gloria senza fine: «E mortificati con poco, ne avranno gran beneficio. E' Dio che li ha provati, li ha passati nel crogiuolo come l'oro e li ha accettati come l'olocausto della vittima. Al tempo della ricompensa, splenderanno e scorreranno come scintille nella stoppia; giudicheranno le nazioni e domineranno i popoli e Dio sarà Signore per essi, per sempre » (284). Insegnamento molto caro al Santo, fatto proprio e commentato in più lettere: «Io le dico e torno a dire che i mali che Dio le permette uniti agli altri travagli ed angustie di spirito, congiunti agli assalti dei nemici infernali, sono prove che la sempre adorabile Divina Provvidenza fa per purificarlo come l'oro nel fuoco, tanquam aunim in fornace probavit electos Dominus, noti quella parolina «probavit», e poi? E poi et quasi olocausta accepit eos. Oh tesoro! Oh grazia! Ah! modice fidei quid dubitas?» (285).

Il valore e il significato delle desolazioni così terribili e prolungate, dei travagli senza numero di cui fu seminata l'esistenza di Paolo della Croce, può, forse, avere una migliore spiegazione di quella data da Dio stesso per mezzo del suo Spirito ?

Noi crediamo di no.

La voce dello Spirito che « scruta ogni cosa, anche le profondità di Dio » (286), con questi motivi — gli unici veri —, rivelati dalla prescienza divina, comprovati dall'esperienza del Santo, presenti nella sua dottrina e colti sapientemente dalla liturgia, spiega una esistenza travagliata come quella di Paolo, perché partecipando « alla Croce del 'Signore nostro Gesù Cristo » (287), ne lasciasse la fiamma nella Chiesa, fosse corredentore con Lui e venisse trasformato nella sua immagine « di gloria in gloria » (288).

(283) Gv. 15. 1-2.

(284) Sap. 3, 5-8.

(285) Lt III, p. 299; I. p. 483...

(286) I Cor. 2, 10-11.

(287) Gai. 6, 8.

(288) 2 Cor. 3, 18.

 

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