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3. Partecipazione esteriore alla Passione

 

Altre prove concomitanti si uniscono alle pene e desolazioni interiori già descritte. Sono prove esteriori (malattie, persecuzioni, ca­lunnie, vessazioni diaboliche) ma che contribuiscono ad accrescere ile sofferenze intime del Santo, e insieme alle desolazioni convergono a rendere la sua vita veramente crocifissa in tutti i sensi. Viene affermato espressamente dal suo confessore:

« A questi abbandoni e desolazioni spirituali sovente univansi le infermità e dolori corporali atrocissmi, nelle quali vieppiù crescevano le interne desolazioni, e i fierissimi assalti dei demoni... » (94). Esse non possono avere altra spiegazione che una partecipazione alla Passione di Cristo.

(90) Infatti, «appena pochi mesi prima di morire... godè una perfetta tranquillità di spirito, che era quella paga che il benignissimo Signore principiava a dargli anche in questo mondo per i suoi lunghissimi e atrocissimi travagli... » (P. Giuseppe di S. Maria POR 1548).

(91) P. Giammakia POV 261, p. 108.

(92) L. Burlini POR 1979 - 1980v; PAR 2267-2377.

(93) H. Martin in Dict. de Spir., III, 635.

(94) P. Giammaria POV 299v, p. 127.

 

a) Malattie — calunnie — persecuzioni

Paolo era di costituzione sanissima e robusta: basti dire che, nonostante le sue spaventose penitenze e gli strapazzi di ogni genere, è 'vissuto più di 81 anni. Ma la sua vita è stemmata di infermità, delle quali alcune inspiegabili umanamente, almeno nella causa e nel­l'intensità. Più di una volta lo ridussero agli estremi tanto che il Santo si preparò all'ultimo passaggio anche con l'unzione degli infermi (95). Singolare però il fatto che 'le malattie fanno la loro apparizione solo dopo la conversione del Santo, nel 1719; e proprio nel corso di questa malattia egli ha la visione dell'inferno (96). Da allora non gli danno più tregua; quasi ogni anno ne subisce qualcuna, e, varcata la cinquantina, resta infermo più volte l'anno.

Si tratta per lo più di dolori articolari acutissimi (97), febbri gagliarde (98), sciatica (99), inappetenza (100), podagra (101), infiammazione degli occhi (102), contusioni in seguito a cadute (103), ecc. Per farsene un'idea esatta si veda il « Bollettino sanitario », redatto accuratamente dal p. Gaétan du saint Nom de Marie (104).

Il p. Giammaria parla di « lunghissime e gravissime infermità » che il Santo sopportava non solo con longanime pazienza, « ma anche con giubilo e allegrezza di spirito » (105).

(95) P. Giammaria AC, p. 233, n. 50; cf. Lt III, p. 293.

(96) T. Danei PA 126v.

(97) POV 455, p. 171; Lt I, pp. 515. 652 sg; Lt II, pp. 79, 480, 498, 499; Lt UT, pp. 311. 332 ecc.

(98) Lt II, pp. 104, 132, 134...

(99) Lt III, p. 305, al p. Vincenzo di s. Agostino, 4 marzo 1776.

(100) Lt II, p. 763; Lt IV, p. 154.

(101) Strambi, o. c, c. XXXIX, p. 155.

(102) Lt III. p. 130, al can. P. Sardi, 8 maggio 1774.

(103) Lt II, p. 749, Lt III, p. 110, 442...

(104) Esprit et vertus de Saint Paul de la Croix, Tirlemont 1949, pp. 427-439; cf. Zoffoli, SPC II, pp. 47-55.

(105) POV 453, p. 170.

 

Particolarmente dolorosa fu una malattia che subì nel 1745, la quale lo tenne «inchiodato in Orbetello per lo spazio di circa 5 mesi con dolori sì atroci e terribili che pareva li segassero li fianchi e li reni, onde non poteva che con gran stento prendere il cibo e il riposo » (106). Fu in questa occasione che non potè chiudere occhio iper quaranta giorni e quaranta notti.

Le lunghe e penose malattie furono provvidenziali anche perché maturarono nell'animo di Paolo profonde convinzioni, facendogli scoprire da vicino i tesori di bene che vi sono racchiusi e quanto esse contribuiscano al progresso spirituale. Solo così si può spiegare un insegnamento tanto sublime al riguardo che assurge a vero magistero spirituale.

Il Santo, infatti, inculca che le malattie sono una « grande grazia » (107), visite del Signore (108), regali del Signore (109), visite della misericordia di Dio (110), prezioso lavoro che dispone lo spirito a fare più alto volo al santo amore (111), assottigliano lo spirito per far voli di fede e di amore nel seno di Dio (112), arricchiscono l'anima di grandi tesori (113).

Per parte sua Paolo è del parere che « santità e sanità non sono state mai buone compagne» (114); infatti, non ha «mai consciuto anima che di proposito attenda alla perfezione e all'orazione in perfetta salute » (115). « In sostanza — conclude — la mercede che Dio da ai suoi servi quaggiù in terra, sono croci, angustie, infer­mità e travagli d'ogni sorta, per renderli così simili al suo divin Figliuolo Crocifisso Gesù e per poi collocarli nella Reggia del Cielo, dove non vi sarà più né pianto né dolore, ma tutta pace, letizia e gaudio... » (116).

( 106) « Mi confidò — prosegue il confessore — che alle volte voltatosi verso l'immagine di Maria SS.ma, chiedevagli in grazia che gli impetrasse dì poter dormire almeno un'ora; da un'ora veniva a chiedere mezz'ora; da mezz'ora scendeva a un quarto, e la Beatissima Vergine, conoscendo esser volontà del suo divin Figliolo che il suo servo stesse nel suo nudo patire, non esaudiva le sue preghiere». Faceva pregare anche i suoi religiosi, ma i dolori anziché diminuire crescevano, perché vi erano uniti « fierissimi abbandoni di spirito e molestie noiosissime dei demoni... ». Eppure il Santo non perdeva mai la pazienza, anzi « se la passava allegramente cantando » (POV 454-455, p. 171; cf. P. Valentino POV 836, p. 377).

(107) Lt III. p. 376, a Teresa Palozzi, 2 sett. 1760.

(108) Lt II, p. 598, a Giroloma Ercolani, 17 feb. 1753.

(109) Lt II, p. €15; III, p. 18.

(110) Lt II, p. 373, a Giovanni F. Sanchez, 30 sett. 1746.

(111) Lt II, p. 483, a sr. Colomba, 14 ott. 1755.

(112) Lt III, p. 517, a sr. Maria T. del Redentore C, 26 ott. 1758.

(113) Lt IV, p. 8, ad Agnese Segneri, 5 (?) 1768.

(114) Lt III, p. 754, a Marianna Girelli, 24 maggio 1768.

(115) Lt II, p. 459; cf. VI M., 1, 7.

(116) Lt III, p. 629, a sr. Maria L. della Passione, 5 ott. 1762.

 

Altrettanto dolorose e incredibilmente accanite furono le calunnie e le persecuzioni contro la sua persona. Si attentò perfino alla sua vita (117). Grandi anche le tempeste, acerrime le opposizioni e le persecuzioni contro ila nascente Congregazione. Ne troviamo una eco nelle lettere del Santo, dove egli parla di « grande tribolazione, che gli fa vedere la sua opera attaccata a un filo sottilissimo » (118), di « tempestas magna che minaccia di sommergere questa povera navicella... » (119).

Altre volte, manifestando la sua interna afflizione, così si confida : « Io sono in stato sempre più miserabile, combattuto dai demoni, sferzato dal flagello delle lingue, con calunnie ecc... oltre le battaglie di dentro... non so dove voltarmi... » (120).

«Io vedo, pare a me, l'opera che ho alle mani per terra. Non so dove voltarmi, e da ogni lato incontro timori, spaventi, orrori e desolazioni, e mi creda che aspiro a una santa morte » (121).

Nonostante tante prove, la fiducia e la confidenza in Dio che tutto si risolverà per il meglio non l'abbandonano mai: «Le nostre cose vanno al solito: le tempeste non sono sedate, ma avremo vitto­ria in Cristo, dopo però aver patito grandi disagi e di aver veduto le cose ai nostri occhi quasi a terra. Seguitiamo a pregare ecc. » (122).

Paolo riassume tutte le persecuzioni contro la sua Opera, spe­cialmente le più sensibili (quelle dei Mendicanti) in questi termini, che ci fanno un po' il quadro della drammatica situazione : « O il nostro grand'Iddio non vuole nella sua Chiesa la nostra Congregazione, il che non mi puole cadere in mente, saltem nel fondo interiore; o S.D.M. vuole fare gran cose ed innalzarla e dilatarla «a mari usque ad mare » ; perché a mio credere non so se si possono sentire nelle storie delle altre fondazioni simili persecuzioni e travagli, cagionati dal più nobile drappello della greggia di Cristo » (123).

(117) M. Rosalia POC 373r-v.

(118) Lt I, p. 618. a T. Fossi, 6 luglio 1752.

(119) Lt I, p. 618, allo stesso. 4 sett. 1752.

(120) Lt I. p. 170 s., ad A. Grazi, 24 (?) 1737.

(121) Lt I, p. 312, alla stessa. 20 agosto (?).

(122) Lt II, pp. 151, 222...

(123) Lt III, p. 154, al p. Fulgenzio, 7 ag. 1748.

 

Il p. Giammaria, dopo aver enumerate sommariamente le incredibili sofferenze di Paolo, le presenta guidate dalla mano provvidente di Dio per fare di lui una copia vivente di Gesù crocifisso: « ...Si compiacque di portarsi la materna ed amorosa Provvidenza verso questo suo amato Servo, provandolo, ad imitazione d'Abramo, per farlo divenire un vero esemplare di Gesù Crocifisso, e saziarlo abbondevolmente in quella gran fame insaziabile di patire, che impressa l'aveva nel cuore fin dai principi della sua conversione » (124).

 

b) Vessazioni diaboliche

Non sorprenda una presenza eccezionale di Satana nella vita di Paolo della Croce. Era inevitabile che il « potere delle tenebre » lo fronteggiasse e venisse a cozzo con lui, che si era totalmente votato all'« Amore Crocifisso » per distruggerne il regno nelle anime.

Noi ricordiamo la visione dell'inferno che ebbe appena dopo la conversione e che lo lasciò pieno di spavento (125). Ma Satana fa la sua comparsa con una influenza insolita, quando Paolo è favorito della contemplazione infusa sulla Passione. Allora lo spirito del ma­le, quasi paventando le sconfitte che ne avrebbe subite, come contropartita ai doni mistici che Paolo riceve da Dio, incomincia a ingaggiare con lui quella « lotta » che non lo lascierà quieto per tutta la vita, anzi andrà sempre crescendo.

lA'bbiamo detto che il Diario getta luce su tutta la vita del fondatore dei Passionisti. Rischiara anche questa notte terribile. Infatti, fin da s. Carlo egli ha un saggio del suo futuro e della presenza del demonio nella sua vita mistica. Scrive: « ...II resto del giorno sono stato sepolto in desolazione, e inquietato esternamente da pensieri causati dal demonio di cose future... » (126). Lo stato di desolazione, quindi, è abbinato fin d'allora ai tormenti esterni del demonio. Il 21 dicembre lo assale di impazienza, lo muove a sdegno contro i Sacerdoti, lo spinge ad andarsene dalla chiesa, gli suggerisce « orribilissime bestemmie » (127). Quando Paolo chiede al Signore quale umiltà più gli piaccia si sente rispondere: «Quella che fa gettare fin sotto i piedi dei demoni » (128).

(124) POV 468, p. 177.

(125) Cf. T. Danei PA 121v.

(126) Dsp. 13 die, p. 76.

(127) Tb. 21 die, p. 71 s.

(128) Ib. 30 nov., p. 61 s.

 

Un giorno il Signore gli disse chiaramente il potere che dava a Satana su di lui: «Ti voglio far calpestare dai diavoli». «Quanto ciò si verificasse — prosegue il p. Giammaria — non è facile lo spiegarlo. Avendo la Divina Maestà data la permissione ai maligni spiriti di molestarlo, ne facevano (come suoi dirsi) la palla, per la gran rabbia che avevano contro il medesimo e per la Congregazione che aveva istituita e per le anime che andava perdendo col mezzo delle sante missioni e molto più per la Passione Ssma di Gesù che fervorosamente promoveva... » (129).

Perciò, non si possono tacere queste persecuzioni dei demoni nella vita di s. Paolo della Croce, perché sono un tutt'uno con le lue pene intime: fanno parte della sua partecipazione alla Passione redentrice di Cristo.

Specialmente nella « notte terribile » la presenza dei demoni e loro assalti mettono a dura prova la pazienza di Paolo, aumentandone notevolmente il martirio intcriore. Egli ne è spaventato, quasi sopraffatto, ne parla spesso come di una lotta irriducibile. Scrive in confidenza a m. M. Crocifissa Costantini: « ...I travagli crescono... per rabbia da parte dei diavoli... temo di restar sotto la soma... » (130).

« ...Ora... sono in uno stato —dice ad A. Grazi —che mai è stato simile. Non solo per accidenti che occorrono al di fuori, e per le perscuzioni, mormorazioni e dicerie degli uomini, che volentieri abbraccio per umiliare la mia superbia, ma più per le batterie tremende dei demoni... » (131). Al p. Fulgenzio confida di « essere calpesto dai diavoli in modo orrendo... » (132).

E che si trattasse di una vera battaglia non se ne fa misteri. Il santo non esagerava. Lo tormentavano in tutte le maniere e gli apparivano nelle forme più svariate e spaventose. Neppure la notte lo lasciavano in pace; anzi proprio allora sfogavano la loro rabbia contro di lui, quasi vendicandosi delle anime che aveva strappato dal loro potere.

(29) POV 456, p. 172.

(30) Lt II, p. 290, 10 agosto 1741.

(31) Lt I, p. 245, ad A. Grazi, 16 nov. 1739.

(32) Lt II, p. 154, 7 agosto 1748.

 

Sappiamo, infatti, che era raro il caso in cui il Santo riuscisse dormire tranquillo, perché fischi orrendi, strepiti, rumori fortissimi, apparizioni strane lo facevano « svegliare tutto atterrito e spaventato » (133). « Ciò gli accadeva principalmente quando per edifica­zione del prossimo parlava di Dio e delle cose celesti » (134).

Quello che più scottava al demonio era la Passione, come disse espressamente e con rabbia in un esorcismo (135). Proprio quando Paolo attendeva di più alla salvezza delle anime e zelava la gloria di Dio « ...s'infuriavano questi nemici... oh allora sì che la pagava molto cara » (136). Non lo lasciavano in pace neppure quando scriveva lettere di direzione o attendeva a qualche affare della Congregazione. Quando pregava « ordinariamente si scatenava contro di esso l'inferno» (137).

«Mi confidò che quando confessava i banditi, allora più che mai i diavoli lo tormentavano. Così pure quando predicava nelle missioni, i demoni dei paesi, cacciati dall'anime che si convenivano, se n'andavano a far contro di esso le loro vendette » (138). Infatti in tali occasioni il Santo ci buscava spesso, restandone tutto malconcio.

Un attacco terribile dell'inferno lo subì nel luglio del 1760, quando era ormai prossima l'erezione delle monache Passioniste e la Regola, composta da lui, veniva esaminata per l'approvazione. Allora passava quasi tutte le notti insonni, tormentato in varit maniere fino a sentirsi sbattere il capo con violenza contro le pareti della stanza. Ai religiosi, che si meravigliavano dei rumori insoliti, spiegava: «Adesso al diavolo scotta questo monastero» (139).

I tormenti più accusati da Paolo erano quelli che gli accrescevano a dismisura le già penose desolazioni. Spesso, infatti «gli eccitavano e sollevavano tanta bile, che sentivasi noioso perfino a se stesso » (140) tanto che lo stesso sole gli causava amarezza (141). Altre volte lo assalivano con tedi, malinconie e tristezze fino a incitarlo ad andare fuggiasco e disperso per i boschi o a stimolarlo a gettarsi dalla finestra.

(133) P. Giam. POV 456v, p. 172.

(134) Ib., 457, p. 172.

(135) P. Giammaeia POV 456v, p. 172.

(136) P. Giammaria POV 457v, p. 172.

(137) P. Giammaria POV 457v-8, p. 173.

(138) P. Giammaria POV 459v, p. 173.

(139) P. Giammaria POV 460, p. 174.

(140) P. Giammaria POV 460r-v, p. 174.

(141) L. Zelli-J. POV 1233v-4, p. 556.

 

A ciò si aggiungevano le « quasi continue gagliardissime tentazioni della disperazione, tenendolo grandemente sopra la predestinazione, suggerendogli essere del numero dei presati, e rappresentandogli aver tutti i funesti segni, facendogli vedere che in lui non vi era alcun bene, perché Dio gli aveva voltato le spalle; onde tremava di spavento della sua eterna salute » (142).

E' un quadro veramente agghiacciante, che fa pensare alla qua­lifica di « tormento terribile » che s. Giovanni della Croce da a tali vessazioni diaboliche (143).

Bisogna riconoscere in queste prove, altrimenti inspiegabili, una particolare permissione di Dio. Infatti l'anima giunta al matrimonio mistico — insegna il s. Dottore carmelitano — viene arricchita e abbellita di tutti i beni e doni dell'Amato e le sue virtù diventano perfette ed eroiche. Partecipando alle proprietà dello Sposo, si sente talmente forte e difesa nelle virtù che il demonio non osa assalirla ; anzi non ardisce neppure guardarla e la teme molto, come Dio stesso, vedendola unita con Lui « in trasformazione di amore » (144).

Quindi le suddette prove del Santo sono eccezionali, e mentre aggravano le sue pene intcriori, gli danno occasione di meritare di più.

E' superfluo aggiungere che tali suggestioni sono soltanto ester­ne e non possono minimamente turbare l'intima beatificante pace dell'unione.

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